Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)

Part 4

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Abbiamo descritta la maniera con cui Genova riebbe la sua libertà in sul finire del 1435, ed in qual modo i cittadini occuparono in principio del susseguente anno il Castelletto, la sola fortezza che il duca di Milano avesse conservata entro le loro mura. Dopo tale epoca non avremmo quasi più opportunità di trattare di questa città, poichè le turbolenze che pel corso di venti anni seguirono quella rivoluzione si operarono quasi affatto internamente. I cittadini, adunati nel tempio di san Siro, avevano scelto per loro doge Isnardo di Guarco, figliuolo di quel Niccola ch'era stato capo della repubblica in tutto il tempo della guerra di Chiozza dal 1378 al 1383. Ma due famiglie potenti in Genova, due famiglie proprietarie di molti feudi nelle due Riviere, ed imparentate con tutta l'antica nobiltà esclusa dalla legge dalla suprema magistratura, non acconsentiva giammai che la corona ducale si trovasse fuor dell'una casa o dell'altra. Era appena stato posto sul trono Isnardo di Guarco, quando Tommaso Fregoso rientrò in città con una truppa di faziosi, lo attaccò il settimo giorno della sua magistratura, lo cacciò dal palazzo pubblico, e adunò il consiglio degli elettori. Tommaso Fregoso rappresentò loro ch'egli stesso era doge di Genova, ch'era stato legittimamente eletto il 4 luglio del 1415; che dopo tale epoca nulla aveva fatto che potesse fargli perdere la carica accordatagli dalla sua patria; che veramente egli si era assoggettato al trattato con cui la repubblica, per godere qualche riposo, aveva, il 2 novembre del 1421, chiamato il duca di Milano alla signoria, ma che nel 1425 egli era stato il primo ad accorrere in soccorso dell'oppressa libertà, che il suo tentativo, sebbene non coronato da felice riuscita, doveva averlo renduto benemerito dei suoi concittadini, che altronde egli perduti non aveva i suoi diritti, e che, la repubblica trovandosi finalmente riconstituita, doveva rientrare egli stesso nel godimento della sua prima dignità. Questo discorso, sostenuto dalla presenza di Battista Fregoso, il valoroso fratello di Tommaso, dalla ricordanza della di lui vittoria sopra i Catalani a Bonifazio, e da un partito audace ed armato, persuase il consiglio a riconoscere Tommaso per doge in forza della precedente elezione[53].

[53] _Uberti Folietae Genuens. Hist., l. X, p. 591. — Jacobi Bracelli de Bello Hispano, l. IV, f. k. 11. — Agost. Giustiniani Ann. di Genova, l. V, f. 199. Edit. in fol. 1537. Genoa Senat. popul. Genuen. Hist. atque Ann. auct. Petro Bizzarro, l. XII, p. 257. Edit. in fol. Antuerp. 1579._

I Genovesi, dopo le lunghe loro guerre civili, avevano la sventura di non riputare delitto nè turpe cosa il prendere le armi contro la patria, o l'arrogarsi violentemente una contrastata autorità. I principi loro vicini che volevano signoreggiarli, coglievano avidamente tutte le occasioni per prendere parte nelle interne loro discordie, seducendo i capi di fazione con offerte di soccorsi, e loro suggerendo ambiziosi progetti che mai non avrebbero osato di formare essendo soli. Il duca di Milano fece insinuare a Battista Fregoso, che postocchè il popolo di Genova non aveva eletto suo fratello che per cagion sua, era cosa da stolto il lasciare il fratello sopra un trono ch'era destinato a lui medesimo, lasciando altrui raccogliere i frutti di quel favore popolare, che tutto dirigevasi verso di lui. Gli offrì soldati, danaro e la sua alleanza. Battista non seppe resistere a tanta seduzione; si assicurò l'assistenza de' soldati, che gli erano affezionatissimi, occupò il pubblico palazzo mentre suo fratello assisteva ai divini ufficj, e si fece riconoscere doge l'anno 1437. Per altro i migliori cittadini, sdegnati da questo attentato contro le leggi, e da questo domestico tradimento, accorsero in ajuto di Tommaso Fregoso, attaccarono con lui il palazzo, fecero prigioniere Battista; e lo consegnarono al fratello. Tommaso, lungi dall'acconsentire che fosse condannato a pena capitale, come ne facevano istanza i tribunali, gli perdonò, e nel susseguente anno gli affidò il comando delle galere accordate dalla repubblica al re Renato per combattere Alfonso nel regno di Napoli[54].

[54] _Uberti Folietae Genuens. Hist., l. X, p. 592. — P. Bizzarro Hist. S. P. Q. Genuens., l. XII, p. 259. — Agost. Giustiniani Annali di Genova, l. V, f. 200._

La nomina di Giovanni Fregoso, altro fratello di Tommaso, al comando di una seconda flotta destinata nel 1441 a soccorrere lo stesso re, fu cagione di un'altra guerra civile. I nobili, quantunque con rincrescimento, si erano assoggettati alla legge che gli escludeva dalla suprema magistratura; ma conservavano la pretensione di comandare le flotte e le armate della repubblica, ed i Doria, gli Spinola, i Fieschi, i Grimaldi, avevano troppo ben dimostrato con infinite intraprese di esserne degni. Pretendevano essi che il senato fosse obbligato di scegliere alternativamente gli ammiragli tra i patrizj ed i plebei; non pertanto di già quattro popolani erano stati incaricati del comando delle ultime quattro flotte. La nomina del quinto era un'ingiuria ch'essi non volevano in verun modo soffrire. Giovan Antonio del Fiesco, cui i talenti non meno che l'alta opinione di cui godeva, e le sue ricchezze, davano giusti titoli alla carica accordata ad altri, accompagnò le sue rimostranze con maggiore alterigia e risentimento. Non avendo potuto ottenere giustizia ritirossi ne' suoi feudi nelle montagne, ove non tardarono a raggiugnerlo gli emissarj del duca di Milano sempre apparecchiato ad offrire soccorsi a tutti i ribelli; il Fiesco si era di già rivolto ad Alfonso d'Arragona. La guerra cominciò nello stesso tempo in tre luoghi. Il Fiesco co' suoi Alpigiani e coi Milanesi era sceso fino alle porte della città e guastava la Polsevera; Galeotto del Carretto, marchese di Finale, aprì i suoi porti e le sue fortezze ai nemici della repubblica, i quali in ogni tempo avevano trovato asilo nel suo feudo; i Catalani colla loro flotta ruinavano le due riviere[55]. Malgrado il pericolo e la ruina di questa guerra civile, i Genovesi, infiammati dal loro odio contro i Catalani, e dalla persuasione di non ottenere giammai perdono da Alfonso, continuarono a consacrare le loro forze, i loro vascelli, il loro danaro in soccorso del re Renato: ma la guerra di Napoli era un vortice che la repubblica non poteva colmare, sebbene vi gettasse tutti i suoi tesori. La generosa assistenza de' Genovesi sostenne Renato nella sua miseria, e non si ritrasse dal soccorrerlo nè pure quando Alfonso ebbe occupato Napoli; essi vittovagliarono ancora Castelnuovo; ed all'ultimo trasportarono nel 1442 colle loro galere il re Renato prima a Firenze, poi a Marsiglia[56].

[55] _Uberti Folietae Gen. Hist., l. X, p. 596. — Agost. Giustiniani Ann. di Genova, l. V, f. 202. — P. Bizzarro Hist. S. P. Q. Genuens., l. XII, p. 266._

[56] _Uberti Folietae, l. X, p. 597. — Agost. Giust., l. V, f. 202. — P. Bizz., l. XII, p. 267._

Ma questa guerra, che tanto aveva accresciuta la collera d'Alfonso contro i Genovesi, era appena terminata colla totale ruina del partito d'Angiò, che Tommaso Fregoso, che l'aveva diretta, fu ancor esso levato di carica. Suo fratello Battista era morto nel 1442, ed i funerali di questo valoroso capitano erano stati celebrati con un fasto che aveva offeso i cittadini di uno stato libero. Giovann'Antonio del Fiesco, informato nel suo esilio del loro malcontento, si rese più audace, persuadendosi che i suoi concittadini lo seconderebbero; perciò avendo ricevuto soccorsi da Alfonso e da Filippo, si apparecchiò a fare uno sbarco, la notte del 15 dicembre del 1442, fra le chiese di san Nazaro e di san Celso. Il suo progetto era stato preveduto, e collocate delle guardie nel medesimo luogo per impedirne l'esecuzione; ma il rigore del freddo e la violenza di un vento contrario sembrando custodire bastantemente la costa, i soldati si ritirarono dopo la mezza notte. Il vento improvvisamente cambiò, e Giovanni Antonio del Fiesco, avendo saputo approfittarne, entrò in Genova senza incontrare resistenza.

I Genovesi, incoraggiati dalla presenza di questo capo di partito, si sollevarono per cambiare il governo. Invece di un solo magistrato, che sempre faceva temere lo stabilimento di un potere dispotico, pensarono di nominare otto cittadini, che col titolo di capitani della libertà amministrassero la repubblica. Tommaso Fregoso, da tutti abbandonato, erasi renduto prigioniero a Giovanni Antonio del Fiesco ed a Raffaello Adorno, i quali furono del numero de' nuovi magistrati con un Doria ed uno Spinola. Ma le fazioni di Genova erano troppo fra di loro accanite, e troppo inflessibili i capi delle opposte fazioni, perchè mantenere si potesse un consiglio in cui si erano voluti riunire. Non era ancora passato un mese, quando la scissura tra le due parti sempre irreconciliabili obbligò a sopprimere il consiglio, ed a nominare di nuovo un doge. Raffaello Adorno, che fu in allora scelto, era figlio di Giorgio e nipote d'Antoniotto, che avevano pure occupata la stessa carica. Giovanni Antonio del Fiesco, fieramente irritato nel vedere che una rivoluzione da lui condotta a fine altro non aveva fatto che traslocare l'autorità ducale da una famiglia popolare ad un'altra egualmente popolare, senza che i nobili ne sentissero alcun vantaggio, uscì di città, occupò Recco e Porto Fino, e ricominciò la guerra civile. D'altra parte Pietro Fregoso, nipote di Tommaso, giovane audace ed ambizioso, esiliato dal nuovo governo cogli altri Fregosi, erasi ritirato a Novi, di cui il duca di Milano gli aveva dato la fortezza; indi cominciò dal canto suo le ostilità contro i Genovesi[57].

[57] _Uberti Folietae Hist., l. X, p. 599. — P. Bizzarro Hist. Genuens., l. XII, p. 269. — Agost. Giustiniani Ann. di Genova, l. V, f. 203._

La famiglia Adorno era stata quasi continuamente esiliata da Genova durante la guerra che i Genovesi avevano fatta ad Alfonso nel regno di Napoli, ond'era meno odiata da questo monarca; ciò le agevolò il modo d'intavolare con lui un trattato di pace, che fu non senza molta difficoltà accettato dalla repubblica. Questa finalmente si obbligò nel 1444, a mandare al re di Napoli, in forma di tributo, un piatto d'oro[58]. Nel susseguente anno Alfonso, invece di ricevere quest'offerta senz'apparato, volle ostentare la sua gloria e far conoscere l'umiliazione de' nuovi tributarj. Fece entrare i loro ambasciatori in mezzo alla sua corte; tutti i grandi del regno erano stati chiamati per essere testimonj del suo trionfo, ed i Genovesi, sorpresi da questa impreveduta pompa, conservarono un implacabile risentimento per la vergognosa parte che avevano dovuto sostenere[59]. Alfonso, che andava debitore di questo trionfo alla famiglia Adorno, cominciò a considerarla come sua alleata, e la eccepì dal suo odio contro i Genovesi. Ma questa famiglia andava perdendo la considerazione de' suoi concittadini in ragione di quella che acquistava presso un monarca nemico.

[58] _Barth. Facii, l. VIII, p. 127._ — Egli medesimo fu uno de' negoziatori del trattato per parte dei Genovesi.

[59] _Uberti Folietae Gen., l. X, p. 600. — P. Bizzarro, l. XII, p. 271. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 203._ Con questo trattato di pace, e coll'umiliazione dei deputati genovesi incaricati di portare il tributo, Giovanni Bracelli di Sarzana termina la sua storia: _De Bello Hispano Libri quinque_. Comprende gli avvenimenti dal 1412 al 1444, de' quali l'autore, cancelliere della repubblica di Genova, era stato non solo testimonio, ma autore. È scritta in latino con maggiore eleganza, sebbene con minore ostentazione, che la più gran parte delle storie latine della stessa epoca. Invece di supposti discorsi, di pompose descrizioni, vi si trovano verità ne' sentimenti, aggiustatezza e precisione. Dicesi che il Bracelli si fosse proposto d'imitare i commentarj di Cesare; ma questa pretesa imitazione lo condusse ad una naturale maniera di scrivere. Ho seguita l'edizione d'Hagneau del 1530, in 4.º; ma fu ristampata nel Tesoro di Grevio, _t. I, p. 1267-1320_.

Gli Adorni non trovavano che Raffaello, loro capo, li facesse abbastanza partecipare della sua potenza, ed avrebbero voluto alla testa della repubblica un uomo che tenesse la bilancia meno eguale tra le fazioni, e che, invece di riconciliarle colla dolcezza, arricchisse l'una colle spoglie dell'altra. Persuasero a Raffaello che per calmare gli spiriti, agitati dal contegno di Alfonso verso i loro ambasciatori, conveniva che l'autore del trattato non fosse più capo dello stato. Raffaello, pieno di moderazione e di confidenza ne' suoi consiglieri, rinunciò il giorno 4 di gennajo del 1447 ad una carica, che aveva cercata per giovare alla sua patria, non a sè medesimo. Gli Adorni, approfittando di quest'inconsiderata moderazione, lo stesso giorno gli sostituirono Barnabò Adorno, che loro prometteva una parte assai più ricca delle spoglie de' loro avversarj[60].

[60] _Uberti Folietae Hist. Gen., l. X, p. 600. — P. Bizarro, l. XII, p. 272. — Agost. Giust., l. V, f. 204. X._

Per porre in sicuro la propria autorità, Barnabò accettò da Alfonso una guardia di seicento Catalani. E siccome era questa la sola truppa assoldata della repubblica, si vide quello stato medesimo, che in guerra aveva fatto crollare il trono di un gran re, tremare in pace innanzi ad un branco di soldati ammessi tra le sue mura. Non eravi violenza che non dovesse aspettarsi da un primo magistrato, capo di partito, che in una libera città si era circondato di una guardia straniera. Ma Barnabò non era appena da oltre un mese salito sul trono ducale, quando Giano Fregoso osò entrare in porto nel cuor della notte con una sola galera, sbarcare ottantacinque valorosi giovani, che erano il fiore de' suoi partigiani e determinati di tentare una rivoluzione, ed attaccare il palazzo pubblico difeso dalla guardia del doge. Un'ostinata zuffa si attaccò nelle anguste strade di Genova, che rendevano meno sensibile il vantaggio del numero. Molti compagni del Fregoso caddero estinti, tutti furono feriti, ma nessuno di loro, finchè potè sostenersi, abbandonò la battaglia. La guardia fu rotta, Barnabò cacciato fuori dal palazzo, e Giano Fregoso innalzato in sua vece sul trono ducale il 30 gennajo dei 1447. Pietro Fregoso venne richiamato dal suo esilio, e nominato comandante della città[61].

[61] _Uberti Folietae Hist. Genuens., l. X, p. 601. — Pietro Bizarro, S. P. Q. Genuens. Hist., l. XII, p. 273. — Agost. Giustiniani Ann. di Gen., l. V, f. 204. Y. — Chroniques d'Enguerrand de Monstrelet, vol. III, p. 3._

Giano dichiarò la guerra a Galeotto del Carreto, marchese di Finale, che sempre alleato con tutti i nemici della repubblica, aveva approfittato delle lunghe turbolenze di Genova per esercitare insoffribili soverchierie sopra i suoi vicini. Per odio del marchese di Finale i Genovesi si rendettero colpevoli di una mancanza di fede fin allora senza esempio negli annali della loro città, appropriandosi gl'interessi a lui dovuti dalla banca di san Giorgio. Giammai, nè prima, nè dopo, si fecero lecito di non pagare ai loro nemici un debito legalmente contratto. Finale fu preso nel 1449, saccheggiati furono i sobborghi della città, e spianata la fortezza; ma sebbene avessero i Genovesi prima determinato di distruggere questa città da cima a fondo, fecero poi grazia agli abitanti; anzi restituirono ancora un terzo del marchesato a Marco del Carreto, parente dell'ultimo feudatario, che non aveva abbracciato il di lui partito[62].

[62] _Uberti Folietae Hist., l. X, p. 602. — P. Bizarro, l. XII, p. 275. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 204. P._

Questa guerra non venne condotta a fine da Giano, morto in sul declinare del 1448, ma da Luigi Fregoso, suo fratello, che gli era stato sostituito. Per altro non corrispondendo questi all'universale aspettazione, venne deposto in luglio 1450. I consiglieri offrirono la corona ducale a quel Tommaso Fregoso ch'era stato doge nel 1415 e nel 1436; ma questi, trovandosi allora ritirato nella sua signoria di Sarzana, rispose di essere troppo indebolito dall'età, dai travagli e dalle inquietudini per governare lo stato in tempi così difficili, e consigliò di preferire suo nipote Pietro Fregoso, in allora comandante della città, il di cui carattere e talenti si meritavano la pubblica confidenza. Infatti Pietro venne di comune assenso eletto il giorno 8 dicembre del 1450[63].

[63] _Uberti Folietae, l. X, p. 602. — P. Bizarro, l. XII, p. 275. — Agostino Giustiniani l. V, f. 205. E._

Di quest'epoca la difesa di Costantinopoli era ciò che più importava ai Genovesi, e doveva credersi che occuperebbe un lungo spazio negli annali di Genova. Infatti la colonia genovese di Pera, rapidamente crescendo in ricchezze ed in potenza, pareva che un giorno dovesse eguagliare la città imperiale, di cui inaddietro non era che un sobborgo. Nel 1452 la repubblica vi aveva mandati novecento tra arcieri e corazzieri per difenderla contro i Turchi. Giovanni Giustiniani, che li comandava, partecipò valorosamente a tutte le fatiche ed a tutti i pericoli dell'ultimo Costantino; ma costretto da una ferita ad abbandonare la battaglia, parve che tutt'ad un tratto perdesse la presenza di spirito ed il coraggio. Egli abbandonò il suo posto, come se tutto fosse perduto, e la ritirata della piccola sua truppa aprì la città ai Musulmani. Pera s'arrese immediatamente dopo Costantinopoli, e la perdita di così fiorente colonia fu una delle più funeste sventure provate dalla repubblica di Genova. Gli storici genovesi appena accennano avvenimenti di tanta importanza, e pare che non siano stati informati delle particolari circostanze dai loro compatriotti; perciocchè niente aggiungono ai racconti degli storici Greci, cui strettamente si attengono, e non accennano veruna parziale cronaca di Pera. Pure i loro mercanti furono in Oriente testimonj di rivoluzioni troppo meritevoli di ricordanza, e l'esistenza medesima ed il governo della loro colonia offrivano uno straordinario fenomeno politico e mercantile degno della loro attenzione[64]. Dopo la perdita di Pera, temendo i Genovesi di perdere ancora gli altri stabilimenti del Levante, ed in particolare Caffa, ossia Teodosia, sul mar Nero, ne trasferirono la sovranità alla banca di san Giorgio, che sempre ferma in mezzo alle loro rivoluzioni, sempre saggia in mezzo alla follia ed all'ebbrezza delle fazioni, più che il doge ed i suoi consiglj pareva capace di salvare una colonia tanto difficile a custodirsi[65].

[64] I tre storici genovesi che noi seguiamo sono quasi posteriori di un secolo a tale epoca. Tra questi il solo P. Bizarro racconta la presa di Costantinopoli alquanto circostanziatamente, _l. XII, p. 279-282_. Ma non fa che copiare i Greci; e la stessa descrizione di Pera è tolta dalla Topografia Costantinopolitana di Pietro Gillio. — _Ubert. Folietae, l. X, p. 603, ed Agost. Giustin., l. V, f. 205_, ne danno conto con poche linee.

[65] _Uberti Folietae Hist. Genuens., l. X, p. 203. — P. Bizarro, l. XII, p. 285. — Agost. Giust., l. V, f. 205. A._

Nello stesso anno 1453 i Genovesi cedettero la sovranità dell'isola di Corsica alla stessa banca di san Giorgio, perchè Alfonso aveva loro tolta la città di san Fiorentino, e minacciava il rimanente dell'isola. Questo monarca aveva risguardato il ristabilimento dei Fregosi in Genova come una dichiarazione di guerra; e senza dubbio dopo tale epoca più non gli si pagò il tributo del piatto d'oro. Il papa, spaventato dalle conquiste dei Turchi, intromise la sua mediazione, ed ottenne da Alfonso, ancor esso inquieto e spossato, una tregua di sei mesi. Ma i vascelli catalani, che ne avevano approfittato per vittovagliarsi nel porto di Genova, violarono la tregua nell'istante che uscivano dal porto. Pietro Fregoso scrisse al re con molta nobiltà per chiedere conto di queste ostilità, quando tutti i sovrani d'Italia avrebbero dovuto riunire le loro forze contro i Turchi, veri nemici del nome cristiano; gli proponeva di porre le loro liti in arbitrio del papa, o di chiunque altro credesse Alfonso di nominare[66]. Questi non si curò punto di questa rimostranza; ed il suo ammiraglio, Bernardo di Villa Marina, dopo essersi concertato cogli Adorni e coi Fieschi, stese le sue piraterie sulle coste delle due Riviere[67].

[66] La lettera di Pietro Fregoso in data del 27 luglio del 1455 viene riportata dal _Raynal. Ann. Eccles., t. XVIII, p. 444, § 35._

[67] _Uberti Folietae, l. X, p. 603. — P. Bizarro, l. XII, p. 285. — Agost. Giust., l. V, f. 206._

Pietro Fregoso non oppose una flotta a quella dell'Arragonese, ma dopo avere provvedute del bisognevole tutte le fortezze, e postosi ovunque in istato di difesa, lasciò che Villa Marina si andasse consumando in vani sforzi. Egli temeva, assai più che l'ammiraglio, i nemici che poteva avere nella stessa città, e piuttosto che esporsi ad essere sorpreso all'impensata, volle dar loro egli medesimo una occasione di manifestare le loro trame. Dopo avere lasciata in palazzo una numerosa guardia, e prese tutte le convenienti misure per la sicurezza della città, pubblicò di voler fare un viaggio nelle due Riviere per provvedere alla loro sicurezza in qualunque caso d'attacco. Invece di partire, il 28 di luglio andò segretamente nella fortezza, ove teneva una grossa guarnigione di cui potevasi pienamente fidare. Accadde ciò ch'egli aveva preveduto; tosto che i faziosi lo credettero lontano, presero le armi, e proclamando i nomi di Adorno e del re d'Arragona, vennero ad attaccare il palazzo pubblico. Il Fregoso aspettò che tutti i suoi segreti nemici si fossero palesati, ed allora sortendo dalla cittadella colle sue truppe, prese alle spalle coloro che attaccavano il palazzo, e ne fece orribile carnificina; scacciò i vinti fuori di città, e punì alcuni de' loro capi con pena capitale[68].

[68] _Uberti Folietae Hist., l. X, p. 604. — P. Bizarro S. P. Q. Genuens. Hist., l. XII, p. 286. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 206._ Ma il Fregoso, probabilmente vergognandosi d'uno stratagemma poco leale, scrisse il 4 di agosto ad Alfonso, ch'egli si era effettivamente imbarcato il 28 di luglio, e ch'era giunto fino a Sestri; che al suo ritorno, il terzo giorno, aveva acquietata con poco spargimento di sangue una rivoluzione scoppiata in tempo della sua lontananza. _Raynal. Ann. Eccl. 1433, § 36, t. XVIII, p. 444._

Durante la cattiva stagione la flotta arragonese erasi ritirata noi porti del regno di Napoli; tornò in primavera del 1456 a minacciare le coste della Liguria, e ad intercettare il commercio, occupando inoltre Albenga, che peraltro fu bentosto ripresa. In così difficili circostanze Pietro Fregoso ricorreva alternativamente al duca di Milano, ai Fiorentini, ai Veneziani, che tutti avevano legate le mani dalla lega fatta con Alfonso, e dalla quale avevano avuto la debolezza di escludere i Genovesi, loro antichi alleati. Papa Calisto III, che risguardava il popolo genovese come il solo di cui potesse far capitale per difesa del cristianesimo in Levante, interponeva per loro i suoi buoni ufficj. I continui soccorsi di vittovaglie, di armi e di danaro, che la repubblica mandava a Caffa e nelle sue isole della Grecia, la snervavano affatto, non lasciandole nè vascelli, nè soldati da opporre ad Alfonso. Pietro Fregoso ed il consiglio della repubblica si erano, sempre di concerto con Calisto, rivolti ai più lontani principi, per ridurli a mandare ajuti ai Cristiani del Levante; le loro lettere ai re d'Inghilterra e di Portogallo fanno ad un tempo vedere quanti sagrificj avevano fatti essi medesimi, quanto erano innoltrati i loro trattati con questi principi, e quanto la guerra, che loro faceva Alfonso, riusciva dannosa alla difesa della cristianità[69].

[69] La lettera del doge al re d'Inghilterra è del 7 aprile del 1456, quella al re di Portogallo è del 3 di settembre dello stesso anno, e sono riferite dal _Raynald. Ann. Eccles, ad annum., § 5 e 9, p. 454, 455._