Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)
Part 3
Il doge di Venezia, che con questo trattato aveva prevenuta una guerra non meno pericolosa di quella che aveva terminata quasi nello stesso tempo col trattato di Lodi, era in allora giunto ad una estrema vecchiaja. Francesco Foscari occupava questa prima dignità dello stato dal 15 aprile 1423. Sebbene avesse più di cinquantun anni quando fu eletto, era non pertanto il più giovane dei quarantuno elettori. Aveva ottenuto con molta difficoltà la carica che desiderava, e la sua elezione era stata condotta con molta destrezza. Per molti giri di scrutinio i suoi più zelanti amici non gli avevano dato il loro voto, perchè non fosse dagli altri considerato come un concorrente formidabile[39]. Il consiglio dei dieci temeva il di lui credito tra la nobiltà povera, perchè egli aveva cercato di guadagnarla mentre era procuratore di san Marco, facendo impiegare più di trenta mila ducati nel dotare fanciulle di buone case, o nello stabilire giovani gentiluomini. Temevasi inoltre la numerosa di lui famiglia, perciocchè in allora era padre di quattro figli, ed ammogliati di fresco; finalmente temeva la sua ambizione, e la sua inclinazione per la guerra. L'opinione che i di lui avversarj eransi di lui formata si verificò cogli avvenimenti: ne' trentaquattro anni che il Foscari fu capo della repubblica, ella fu sempre in guerra. Se le ostilità venivano sospese per alcuni mesi, non era che per ricominciarle in breve con maggior vigore. Fu questa l'epoca in cui Venezia stese il suo impero sopra Brescia, Bergamo, Ravenna e Crema, in cui fondò il suo dominio di Lombardia, e parve più volte a portata d'occupare tutta questa provincia. Profondo, coraggioso, irremovibile, il Foscari comunicò ai consiglj il proprio carattere, ed i suoi talenti gli procacciarono maggiore influenza sopra la sua repubblica di quella che avessero esercitata la maggior parte de' suoi predecessori. Ma se la sua ambizione aveva avuto per iscopo l'ingrandimento della sua famiglia, egli dovette trovarsi crudelmente deluso. Tre de' suoi figliuoli morirono ne' primi otto anni del suo ducato; il quarto, Giacomo, pel quale si perpetuò la famiglia Foscari, fu vittima della gelosia del consiglio dei dieci, ed avvelenò colle sue disgrazie la vita di suo padre[40].
[39] _Marin Sanuto Vite dei duchi di Ven., p. 967._
[40] _Marin Sanuto vite dei duchi di Ven., p. 968._
Il consiglio de' dieci, diventando sempre più diffidente verso il capo dello stato, quando lo vedeva più forte pei suoi talenti e per la sua popolarità, teneva aperti gli occhi sopra Foscari, per punire in lui il suo credito e la sua gloria. In febbrajo del 1445 Michele Bevilacqua, fiorentino, esiliato a Venezia, accusò segretamente Giacomo Foscari presso gl'inquisitori di stato d'avere ricevuto dal duca Filippo Visconti dei regali consistenti in danaro e gioje per mezzo di persone della sua casa. Tale era l'odiosa processura adottata in Venezia, che su questa segreta accusa il figlio del doge, del rappresentante della maestà della repubblica, fu assoggettato alla tortura. Gli si strapparono coi tormenti la confessione delle accuse portate contro di lui, e lo relegarono a vita a Napoli di Romania, con obbligo di presentarsi ogni mattina al comandante della Piazza[41]. Per altro il vascello che lo portava avendo dato fondo a Trieste, Giacomo, gravemente ammalato in conseguenza della tortura, e più ancora per la sofferta umiliazione, chiese in grazia al consiglio dei dieci di non essere mandato più lontano. Ottenne questo favore in forza di una deliberazione del 28 dicembre del 1446: fu quindi richiamato a Treviso, ed ebbe la libertà d'abitare indifferentemente tutto il territorio Trevigiano[42].
[41] _Marin Sanuto, p. 968._
[42] _Ivi, p. 1123._
Viveva in pace a Treviso, e la figlia di Leonardo Contarini, ch'egli aveva sposata il 10 febbrajo del 1441, era venuta a raggiugnerlo nel suo esilio, quando il 5 novembre del 1450 Almoro Donato, capo del consiglio dei dieci, fu assassinato. Gli altri due inquisitori di stato, Triadano Gritti ed Antonio Venieri, portarono i loro sospetti sopra Giacomo Foscari, perchè un di lui servitore, detto Olivieri, era stato veduto quella stessa sera in Venezia, ed era stato uno dei primi a spargere la notizia dell'assassinio. Olivieri fu posto alla tortura, ma negò fino alla fine con irremovibile coraggio il delitto ond'era accusato, sebbene i suoi giudici spingessero la barbarie fino a fargli dare ottanta colpi di corda. Non pertanto, siccome Giacomo Foscari aveva potenti motivi di nimicizia contro il consiglio dei dieci, che lo aveva condannato, e che mostrava odio verso il doge suo padre, si tentò di porre anche Giacomo alla tortura, prolungando contro di lui questo terribile tormento senza poterne avere veruna confessione. Malgrado la sua negativa il consiglio dei dieci lo condannò ad essere trasportato alla Canea, ed accordò un premio al suo delatore. Ma gli atroci dolori, sofferti da Giacomo Foscari, avevano turbata la sua mente. I suoi persecutori, commossi da quest'ultima disgrazia, acconsentirono che fosse ricondotto a Venezia il 26 maggio del 1451. Egli abbracciò suo padre, ricevette dai suoi conforti qualche coraggio e qualche calma, e fu immediatamente ricondotto alla Canea[43]. In questo tempo Niccolò Erizzo, uomo di già noto per un precedente delitto, confessò morendo che egli era stato l'uccisore d'Almoro Donato[44].
[43] _Marin Sanuto, p. 1138. — M. A. Sabellico, dec. III, l. VI, f. 187._
[44] _Marin Sanuto, p. 1139._
Lo graziato doge, Francesco Foscari, avea di già più volte cercato di abdicare una dignità a sè ed alla sua famiglia così funesta. Parevagli, che tornato nel rango di semplice cittadino, più non inspirando timore nè gelosia, non si continuerebbe ad opprimere suo figlio con sì acerbe persecuzioni. Abbattuto dalla morte de' primi figliuoli, aveva voluto fino dal 26 giugno del 1433 deporre una dignità, nell'esercizio della quale la sua patria era stata tormentata dalla guerra, dalla peste, e da disgrazie d'ogni sorta[45]. Rinnovò questa proposizione dopo i giudizj renduti contro suo figlio; ma il consiglio dei dieci lo riteneva forzatamente sul trono, come teneva il di lui figliuolo tra le catene.
[45] _Ivi, p. 1032._
Invano Giacomo Foscari, obbligato di presentarsi ogni giorno al governatore della Canea, riclamava contro l'ingiustizia dell'ultima sentenza, intorno alla quale la confessione dell'Erizzo aveva tolto ogni dubbio. Invano chiedeva grazia al feroce consiglio dei dieci, che non gli dava mai risposta. Il desiderio di rivedere il padre e la madre, giunti l'uno e l'altra ad estrema vecchiezza, il desiderio di rivedere una patria la di cui crudeltà non meritava un così tenero amore, si cambiarono in lui in vero furore, e non potendo tornare a Venezia per vivervi libero, volle almeno cercarvi un supplicio. Scrisse al duca di Milano in sul finire di maggio del 1456 per implorare la sua protezione presso al senato: e sapendo che una tal lettera verrebbe risguardata come un delitto l'espose egli medesimo in un luogo, in cui era sicuro che sarebbe raccolta dalle spie che lo circondavano. In fatti, essendo stata portata la lettera al consiglio dei dieci, egli fu subito mandato a prendere e ricondotto a Venezia il 19 luglio del 1456[46].
[46] _Marin Sanuto, p. 1162._
Giacomo Foscari non negò la lettera, e raccontò nello stesso tempo a quale oggetto l'aveva scritta, e come l'aveva fatta venire in mano del suo delatore. Malgrado questa confessione, il Foscari fu assoggettato alla tortura e gli furono dati trenta colpi di corda, per vedere se confermerebbe in appresso le sue deposizioni. Quando fu staccato dalla corda, fu trovato tutto lacerato da quelle orribili scosse. I giudici allora permisero a suo padre, a sua madre, a sua moglie ed a' suoi figli di andare a trovarlo nella sua prigione. Il vecchio Foscari, appoggiato sul suo bastone, si strascinò a stento nella camera, ove a l'unico suo figlio si medicavano le ferite. Egli chiedeva ancora la grazia di morire in casa sua. «Torna al tuo esilio, mio figliuolo, poichè l'ordina la tua patria (gli disse il doge), e ti sottometti alla sua volontà.» Ma rientrando nel suo palazzo, questo sventurato vecchio cadde svenuto, spossato dalla violenza che si era fatto. Giacomo doveva ancora passare un anno di prigione alla Canea, prima che gli si rendesse la stessa limitata libertà che gli era stata accordata avanti quest'avvenimento; ma egli non fu appena sbarcato nella terra del suo esilio che morì di dolore[47].
[47] _Marin Sanuto, p. 1163. — Navagero, p. 1118._
Dopo tale epoca il vecchio doge, e per quindici mesi, carico d'anni e di disgusti, più non riebbe nè la forza del corpo, nè quella della sua anima; egli più non assisteva a verun consiglio, nè poteva soddisfare ad alcuna incumbenza della sua carica. Era entrato nell'anno ottantasei della sua vita, e se il consiglio dei dieci fosse stato capace di qualche pietà avrebbe aspettato in silenzio il fine, sicuramente vicino, d'una vita insignita da tanta gloria e da tante calamità. Ma inallora il capo del consiglio dei dieci era Giacomo Loredano, figlio di Marco, e nipote di Pietro, il grande ammiraglio, ch'erano stati in tutta la loro vita gli accaniti nemici del vecchio doge. Essi avevano trasmesso per diritto ereditario il loro odio ai proprj figli, e quest'antica rivalità non era per anco soddisfatta[48]. Ad istigazione del Loredano Gerolamo Barbarigo, inquisitore di stato, propose al consiglio de' dieci, in ottobre del 1457, d'assoggettare il Foscari ad una nuova umiliazione. Poichè questo magistrato più supplire non poteva alle sue incumbenze, Barbarigo domandò che si nominasse un altro doge. Il consiglio, che aveva due volte rifiutata l'abdicazione di Foscari perchè la costituzione non lo permetteva, esitò prima di porsi in contraddizione co' proprj decreti. Le discussioni nel consiglio e nella giunta ai protrassero otto giorni fino a notte molto innoltrata. Allora si fece entrare nell'assemblea Marco Foscari, procuratore di san Marco e fratello del doge, onde fosse vincolato dal terribile giuramento del segreto, e non potesse impedire le pratiche de' suoi nemici. Finalmente il consiglio si recò presso il doge, chiedendogli d'abdicare volontariamente un impiego che più non poteva esercitare. «Ho giurato (rispose il vecchio) di soddisfare fino alla morte alle incumbenze cui mi ha chiamato la patria, come richiede l'onor mio e la mia coscienza. Io non posso da me stesso sciogliermi dal mio giuramento; che un ordine del consiglio disponga di me, ch'io mi sottometterò; ma non lo preverrò giammai.» Allora una nuova deliberazione del consiglio sciolse Francesco Foscari dal suo giuramento ducale, gli assegnò una pensione vitalizia di due mila ducati, gli ordinò dì uscire entro tre giorni dal palazzo, e di deporre le insegne della sua dignità. Il doge, avendo veduto tra i consiglieri che gli arrecarono quest'ordine un capo della quarantia ch'egli non conosceva, chiese il suo nome. «Io sono figlio di Marco Memmo (disse il consigliere). — Ah! tuo padre era mio amico (rispose il vecchio doge sospirando).» Ordinò all'istante che si trasportassero i suoi effetti in una casa di sua ragione, ed all'indomani, 23 ottobre, fu veduto, reggendosi a stento ed appoggiato al suo vecchio fratello, scendere quelle stesse scale, sulle quali trentaquattro anni avanti era stato installato con tanta pompa, ed attraversare quelle sale in cui la repubblica aveva ricevuti i suoi giuramenti. Tutto il popolo parve commosso da tanta durezza esercitata contro un vecchio che egli rispettava ed amava, ma il consiglio dei dieci fece pubblicare un ordine di non parlare di questa rivoluzione sotto pena d'essere tradotto innanzi agl'inquisitori di stato. Il 20 ottobre Pasquale Malipieri, procuratore di san Marco, fu eletto invece di Foscari, il quale non ebbe almeno l'umiliazione di vivere subordinato là dove aveva regnato. Udendo il suono delle campane che celebravano tale elezione, morì subitamente per l'emorragia d'una vena, che gli scoppiò nel petto[49].
[48] _Vettor Sandi Stor. Civile Venez., p. II, l. VIII, p. 715-717._
[49] _Marin Sanuto, p. 1164. — Chron. Eugubinum, t. XXI, p. 992. — Crist. da Soldo Stor. di Brescia, t. XI, p. 891. — Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1120. — M. A. Sabellico, dec. III, l. VIII, f. 201._
CAPITOLO LXXVI.
_Guerre d'Alfonso, re di Napoli, contro Malatesta di Rimini e contro i Genovesi. — Rivoluzioni di Genova; accanimento di Alfonso contro il doge Pietro di Campo Fregoso. — Morte di questo monarca e suo carattere_.
1455 = 1458.
Più non restavano in tutta l'Italia altri semi di nuove guerre che quelli che Alfonso di Napoli non aveva acconsentito di soffocare col trattato di Lodi e colla lega formata nel susseguente anno. Egli aveva domandato che Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, che Astorre Manfredi, signore di Faenza, e che i Genovesi, in allora governati dalla famiglia di Campo Fregoso, venissero esclusi dalla pace generale. Pure Alfonso non attaccò immediatamente coloro cui erasi riservato di poter fare la guerra; volle dare un poco di riposo ai suoi popoli, che dopo la morte di Giovanna II erano stati a vicenda in preda a civili discordie ed a straniere invasioni.
Sigismondo Malatesta si era procacciato l'odio di Alfonso con una mancanza di fede, cui poteva darsi il nome di truffa. Egli si era fatti dal re pagare trenta mila fiorini a conto di un armamento che doveva fare in suo favore, e dopo avere ricevuto il danaro si era unito ai di lui nemici. Forse Alfonso sarebbesi accontentato di forzarlo alla restituzione colle minacce o colle negoziazioni, se Sigismondo colla sua inquieta attività, colla sua violenza, colla sua rapacità, non si fosse attirato l'odio di tutti i suoi vicini. Federico di Montefeltro, conte d'Urbino, era particolarmente irritato per cagione della sua mala fede. Sigismondo vessava sotto mille pretesti i vassalli d'Urbino; rompeva a voglia sua i trattati, e ne faceva di nuovi per romperli ancora. Le restituzioni che faceva dopo non erano mai un adequato compenso del danno cagionato[50].
[50] _Guernieri de Bernio Cron. d'Agobbio, t. XXI, p. 990._
Federico di Montefeltro era stato, come i Gonzaga, allievo di Vittorino da Feltre, e fu il più caro, il più distinto di tutti gli scolari di così celebre precettore; si acquistò in Italia altrettanto nome colla sua lealtà, colla sua aperta condotta, colla sua dilicatezza sul punto d'onore, quanto pei suoi talenti militari. Coperto da ogni genere di gloria, egli era nello stesso tempo l'amico ed il protettore dei dotti coi quali lavorava, ed il mecenate delle belle arti che faceva fiorire in Urbino. Questa piccola città si andava adornando sotto il di lui governo co' più bei monumenti d'architettura[51]. Federico, che occupavasi con molto zelo della prosperità de' suoi sudditi, non sapeva soffrire di vederla turbata dagli assassinj del principe suo rivale e suo vicino. Pure, prima di riaccendere la guerra in Italia, voleva avere il consentimento degli stati che si erano obbligati a mantenere la pace. Nella state del 1467 egli visitò Firenze, Bologna, Milano e Ferrara; ovunque fu ricevuto coi riguardi dovuti ben più al suo carattere che al suo rango. Il duca di Modena, Borso, lo fece in Ferrara scontrare in Sigismondo Malatesta, sperando che si riconcilierebbero; ma quest'incontro non servì che ad inasprirli di più e si separarono con motti ingiuriosi. Federico, dopo avere inutilmente cercata la pace, passò a Napoli per associare il suo risentimento a quello di Alfonso. Fu di ritorno in novembre con Giacomo Piccinino, che aveva avuto il tempo di rifare la sua armata a Città di Chieti nell'Abbruzzo, ov'erasi trattenuto un anno. Prima che le nevi obbligassero questi due generali a prendere i quartieri d'inverno, essi tolsero al Malatesta Reforzato, Montalto, e quattro in cinque altri castelli[52].
[51] _Tiraboschi Storia Letteraria, t. VI, l. I, c. II, § 22-49._
[52] _Guernieri Bernio Cron. d'Agobbio, p. 992. — Jo. Simonetae Hist., l. XXVI, p. 685. — Cron. di Bol., l. XVIII, p. 724._
Ma la guerra di Romagna, che limitavasi a piccoli assedj fatti con piccole armate, non era che un giuoco che appena turbava la tranquillità d'Italia. L'altra guerra, che Alfonso erasi riservato il diritto di continuare, era molto più importante, e gli stava molto più a cuore. Mantenevasi vivo un odio ereditario tra i Catalani ed i Genovesi, e quest'odio aveva sempre fatto avidamente abbracciare alla repubblica di Genova le parti di tutti i nemici d'Alfonso. Questo monarca non aveva dimenticato l'affronto ricevuto a Ponza l'anno 1435, nè la battaglia in cui era stato fatto prigioniero coi suoi fratelli e colla sua nobiltà, e dove aveva potuto credere rovesciata per sempre la sua fortuna. Nuove offese erano state aggiunte a questo primo insulto; alleanze da lui contratte coi ribelli della repubblica gli avevano fatto abbracciare un partito nelle sue guerre civili, ed Alfonso credeva interessato l'onor suo a cacciare di Genova Piero di Campo Fregoso.
Questa repubblica, separata dalle montagne dalla Lombardia, più occupata del suo commercio del Levante che delle rivoluzioni degli stati vicini, era inoltre talmente indebolita dalle sue civili dissensioni, talmente concentrata ne' suoi domestici affari, che veniva dimenticata nel sistema politico d'Italia; e negli ultimi vent'anni erasi appena veduto il suo nome o le sue armi prendere parte ai grandi avvenimenti di questa contrada.
Potevasi a Genova osservare che la potenza de' grandi nomi e delle memorie istoriche non è meno durevole nelle repubbliche che nelle monarchie. Ma questa potenza non era stata ben legata alla costituzione dello stato, ed invece di essere una delle basi su cui riposavano l'ordine e le leggi, essa diventava per lo contrario un fomite di rivoluzione e di anarchia. Un popolo non conserva con sicurezza la sua libertà che quando l'aristocrazia costituzionale si unisce intimamente all'aristocrazia naturale, e si prestano a vicenda le forze loro, e reciprocamente si garantiscono, e non pertanto sono ambedue contenute ne' giusti limiti dal potere popolare. Ma se per lo contrario la potenza conservatrice nella repubblica deve continuamente lottare contro i pregiudizj che mantengono la nobiltà, lo stato non può sottrarsi a violenti convulsioni.
Quanto più un popolo è libero, tanto più ogni cittadino s'interessa vivamente alle grandi azioni operate per la patria, e tanto più allora la gloria ereditaria, che si attacca alle imprese ed alle virtù pubbliche, è sicura. Il suddito di un despota altro non vede nel generale vittorioso che l'istrione d'un magnifico spettacolo; il cittadino vede in lui il suo difensore, il suo salvatore, l'autore della propria sua gloria. Il nome, reso illustre da una nobile azione, è una proprietà nazionale, che in una patria libera fa brillare di gioja tutti i cuori. Niun popolo mostrò maggior entusiasmo del genovese per le sue famiglie nobili; ogni erede dei nomi dei Doria, degli Spinola, dei Fieschi, dei Grimaldi, o dei nomi plebei ma illustri, degli Adorni e dei Fregosi, disponeva di una tale forza d'opinione che la nobiltà mai non esercitò in alcuna monarchia. Quest'aristocrazia di fatto aveva eccitata la gelosia della magistratura, e le leggi, che avrebbero dovuto appoggiarsi alla medesima come ad una áncora, tendevano per lo contrario a distruggerla.
Perchè un popolo sia liberamente governato, un elemento d'aristocrazia deve esistere nella sua costituzione; imperciocchè la libertà è l'equilibrio; il peso che nella bilancia reprime gli eccessi del popolo è essenziale all'equilibrio, siccome il peso che comprime la cupidigia dei grandi. Sopra tutto d'uopo è che trovinsi in una repubblica i rappresentanti del tempo passato, come quelli del tempo presente; che si veda un potere conservatore, come un potere rinnovatore. Conviene che trovisi in qualche parte del governo uno spirito aristocratico che sia il difensore delle antiche instituzioni, e l'áncora della repubblica per tenerla ferma contro le agitazioni democratiche. I progressi del pensiero ed il cammino dei secoli devono fare sperare un perfezionamento progressivo nelle politiche instituzioni; ma quelle che hanno di già la sanzione di una lunga durata, che riposano sul consentimento di molte generazioni non devono essere leggermente abbandonate. Dunque le leggi non devono respingere alcune innovazioni, ma devono renderle tutte difficili, per dare a tutte le quistioni la maturità della disamina. Tale è il bisogno aristocratico di tutti gli stati liberi; è un bene che trovisi sempre in loro un elemento aristocratico proprio a soddisfarlo.
I pregiudizj, le passioni, gl'interessi della nobiltà, vale a dire delle famiglie rese illustri dalla pubblica riconoscenza, la rendono propria in tutti gli stati a questo ufficio conservatore. La sua potenza sta interamente nella durata e nelle memorie. Le passioni del momento attuale hanno agli occhi suoi minor valore che l'eredità dei secoli; le fanno paura le innovazioni, perchè l'antichità è l'unica sua garanzia: applaude al superstizioso rispetto per le forme, pei costumi, pei pregiudizj, perchè la disamina di questi può nuocere a lei medesima, e perchè l'opinione di cui gode è associata ai pregiudizj. Per tal modo gl'interessi proprj della nobiltà, e le sue private passioni guarentiscono il suo zelo conservatore, qualora non le si accordino altre funzioni nello stato; mentre che questi stessi interessi, queste medesime passioni schiaccerebbero tutte le altre classi, se esercitassero esclusivamente la sovranità.
Genova conservata avrebbe la sua libertà, la sua gloria e l'interna sua prosperità, se le nobili famiglie, i di cui nomi si associavano sempre nel cuore d'ogni marinajo, d'ogni soldato ligure, alle vittorie che insanguinarono le coste della Sardegna, della Sicilia, dell'Italia, della Grecia, avessero legalmente goduto di un rango che potesse soddisfarle; se fossero state interessate a mantenere la costituzione e la gloria nazionale; se le leggi, invece di castigare la loro celebrità, l'avessero ammessa, e si fossero ristrette a limitarne la potenza. Ma l'imprudenza del legislatore non aveva prese in considerazione la celebrità dei discendenti di Paganino Doria e la somma influenza loro sul popolo, che per escluderli con tutti i nobili dalla principale dignità dello stato. Egli non aveva meglio associato gli Adorni ed i Fregosi alla difesa della costituzione, quantunque li riconoscesse plebei; non aveva voluto avere riguardo alcuno al favore popolare, ed aveva affidata la difesa dell'ordine stabilito a nuovi personaggi, opposti a coloro che invocavano la potenza dei secoli. Da ciò nacque che Genova fu forse di tutte le repubbliche la più infelice, quella che fu esposta alle più violenti convulsioni, quella che volontariamente soggiacque più volte al giogo straniero, perchè coloro che la natura aveva chiamati a difendere le sue leggi, s'armarono sempre per rovesciarle; perchè i custodi dell'onore nazionale lo resero dipendente dai loro capricci; perchè l'opinione rimase sovra di loro senza forza, tostocchè si furono una volta accertati che i numerosi loro partigiani non gli abbandonassero, quand'ancora tratterebbero coi nemici della patria; per ultimo perchè in tutte le occasioni l'aristocrazia del governo si trovò in opposizione coll'aristocrazia che aveva creata la pubblica opinione.