Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)

Part 22

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Il papa, che aveva cominciate queste negoziazioni non potè vedere le conseguenze delle vicendevoli minacce, essendo morto, come si disse nel precedente Capitolo, il 26 luglio del 1471[431]. Francesco della Rovere di Savona, che Paolo II aveva levato dall'ordine di san Francesco, di cui era generale, e fatto cardinale di san Pietro _ad vincula_, gli fu dato per successore il 9 agosto del 1471, sotto il nome di Sisto IV[432]. La Rovere trovavasi in allora nell'età di 57 anni; era nato bassamente; ma dopo la sua esaltazione, cercò di confondere la sua origine con quella della nobile casa della Rovere di Torino. Questa casa, avendo aggradite le sue proposizioni, egli ne ricompensò la condiscendenza con due cappelli di cardinale[433]. Questo papa, che in seguito sagrificò scandalosamente gl'interessi della Chiesa alla grandezza di sua famiglia, che, come osserva il Machiavelli, «mostrò il primo tutto ciò che poteva un sovrano pontefice, e come molte cose, che prima dicevansi errori, potevano celarsi sotto l'autorità pontificia[434],» si fece vedere ne' primi mesi del suo regno tutto inteso ai pubblici affari ed alla difesa della Cristianità. Parve pure disposto d'accordare alla Boemia una pacificazione, o tregua, per poter disporre di più grandi forze contro i Turchi[435]. Ma mentre stava intento a calmare queste lontane turbolenze, poco mancò che una guerra civile, accesa nel ducato di Ferrara, non isforzasse la repubblica di Venezia a dividere le sue forze per far rispettare i suoi confini.

[431] La subita morte di Paolo II, che parve cagionata dall'avere mangiati troppi meloni, fu dai molti suoi nemici risguardata come un giudizio del cielo. Guernieri Bernio, lo storico d'Agobbio, che termina la sua cronaca nel susseguente anno, racconta come un fatto avverato, che questo papa fu strozzato dal diavolo. Si trovò il suo corpo tutto nero e steso per terra, e la porta della sua camera chiusa al di dentro. _Cron. d'Agob., t. XXI, p. 1021._

[432] _Diario di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1143._

[433] _Ann. Eccl. 1471, § 66-70, p. 233._

[434] _Machiavelli, Ist. l. VII, p. 324._

[435] _Diploma ap. Rayn. 1471, § 77, p. 235._

Borso d'Este era morto il 20 agosto, nemmeno un mese dopo il papa, che lo aveva fatto duca di Ferrara. Questo amabile principe non lasciava figliuoli, ed aveva mostrata la medesima predilezione verso suo nipote e verso suo fratello. Il primo, Niccolò d'Este, era figlio legittimo di Lionello, predecessore di Borso e bastardo come lui; il secondo, Ercole d'Este, era figlio legittimo di Niccolò III, padre di Borso. Il diritto di successione, male stabilito nella casa d'Este, pareva chiamare soltanto alla corona ducale quello tra i principi ch'era in istato di governare. Tra i figliuoli di Niccolò III i due bastardi erano andati innanzi ai due legittimi soltanto perchè questi, nati da Ricciarda di Saluzzo, erano ancora in tenera età, quando morì il loro padre. Il figlio di Lionello, nato di legittimo matrimonio con una principessa Gonzaga, aveva per la medesima ragione fatto luogo al suo zio Borso. Ma alla morte di questi Niccolò ed Ercole erano ambidue in età di poter governare, ed eguali sembravano i loro diritti. Nè l'istituzione dei ducati di Modena e di Reggio, fatta dall'imperatore, nè quella di Ferrara, fatta dal papa, avevano deciso tra di loro, e lo stesso Borso non erasi meglio dichiarato. Quando la sua malattia fece prevedere la prossima apertura della successione, i due pretendenti cercarono di occupare le fortezze, per essere in istato di dare la legge, e nello stesso tempo si procurarono esterne alleanze. Ercole, il primo, s'impadronì di Castelnovo sul Po, e vi pose molla infanteria; inoltre domandò l'assistenza de' Veneziani, nelle di cui armate aveva servito. La signoria di Venezia fece di fatti avvicinare a Ferrara tre galere, due fuste e settanta barche, mentre che adunava quindici mila uomini nel Polesine di Rovigo. Dal canto suo Niccolò si era fortificato nello stesso palazzo del duca, ove lo raggiunsero i suoi amici. Intanto aveva sollecitati i soccorsi di Luigi Gonzaga, suo cognato, e di Galeazzo Sforza, duca di Milano. L'ultimo aveva raccolti quindici mila uomini nel Parmigiano, per favorire il figlio di Lionello; ma la morte di Paolo II guastò i progetti di Galeazzo. Egli non voleva arrischiarsi d'entrare in guerra, prima di conoscere la politica del nuovo pontefice. Niccolò, costernato da questa immobilità e dalla vicinanza de' Veneziani, andò a Mantova presso suo cognato, onde ravvivare lo zelo de' suoi alleati. Intanto Borso morì; Ercole entrò nella capitale, accompagnato da più di due mila uomini armati, e fu proclamato duca di Ferrara e di Modena; molti partigiani di Niccolò furono uccisi nelle strade, e questi altro più non fu agli occhi del vincitore che un esiliato ed un ribelle[436].

[436] _Diario Ferrarese, t. XXIV, Rer. Ital., p. 230. — Gio. Batt. Pigna Stor. de' Principi d'Este, l. VIII, p. 783. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 788-789._

Il 24 di novembre susseguente più di ottanta tra gentiluomini e borghesi di Ferrara, che si erano attaccati a Niccolò, e che lo avevano seguito nel suo esilio, furono in contumacia condannati a morte; ed alcuni di loro caduti in potere di Ercole furono appiccati[437].

[437] _Diario Ferrarese, l. XXIV, p. 236-238._

Frattanto la successione di Ferrara non fu che un passaggiero movimento, che procurò alla repubblica un vicino a lei affezionatissimo. D'altra parte un nuovo doge, Niccolò Tron, venne dato per successore a Cristoforo Moro, morto il 9 di novembre[438]. Tranquilla nell'interno, Venezia cercò di approfittare delle diverse negoziazioni del precedente anno, e di attaccare Maometto II con ragguardevoli forze da più parti simultaneamente. Catarino Zeno era stato nell'inverno mandato ad Ussun Cassan per avvisarlo degli apparecchi de' Veneziani, e domandare la sua cooperazione[439]. Il re di Persia era nello stesso tempo eccitato da sua moglie, la quale era cristiana, e figlia dell'ultimo imperatore di Trebisonda. Entrò nella Georgia con trenta mila cavalli, uccise moltissimi Turchi, e fece un ricco bottino; ma, tranne Tocat, da lui presa nella provincia di Siwas, nell'Armenia, non assediò verun'altra fortezza, e ripatriò senza aver fatto un'importante conquista[440].

[438] _Marin Sanuto, p. 1195. — And. Navagero, p. 1130._

[439] Catarino Zeno aveva una qualche parentela con Ussun Cassan, o almeno con sua moglie Despina, figlia di Davide Comneno, imperatore di Trebisonda. Despina aveva una sorella maritata a Niccolò Crespo, duca del mare Egeo. Le cinque figlie di costei avevano tutte sposati nobili veneziani: la maggiore, moglie d'un Cornaro, fu madre di Catarina, regina di Cipro, e la terza, Violante, moglie di Catarino Zeno. Ussun Cassan, che aveva quasi settant'anni, aveva vissuto in una rara unione con sua moglie, sempre rimasta cristiana, e testificò a Catarino Zeno tutto l'affetto d'uno zio e d'un amico. _Petri Bizarri Histor. Rer. Persicarum, l. X, p. 261._ Questo stesso Catarino Zeno fu poi rimandato da Ussun Cassan al re di Polonia, indi a tutti i principi cristiani per riunirli contro Maometto II. Egli visitò la corte di Casimiro, re di Polonia, l'an. 1474. _Dlugoss, Hist. Polon., l. XIII, p. 509._ Queste negoziazioni sono l'oggetto d'un trattato di Callimaco Experiens: _de his quæ a Venetis tentata sunt, pro Persis ac Tartaris contra Turcos movendis_: trattato stampato in Francoforte, 1461 _in fol._, con la _Storia della Persia di Bizarro_. Callimaco Experiens, attaccato come storico al re di Polonia, ebbe egli stesso non piccola parte in questi negoziati. Egli descrive pure la strada tenuta da Catarino Zeno, p. 408.

[440] _And. Navagero, l. XXIII, p. 1131. — Dlugoss. Hist. Polonicae, l. XIII, p. 481._ Secondo Cantemir non fu già Ussun Cassan, ma il suo generale Ynsuftche, che prese Tocat, e fu in appresso battuto. _Dem. Cantem., l. III, c. 1, § 25._

Dall'altra banda Pietro Mocenigo, sapendo che il gran signore sguarnirebbe l'Arcipelago per opporsi ad una invasione e difendere le sue province dell'Asia, partì da Modone dove aveva svernato; imbarcò molti Stradioti o soldati greci a Napoli di Romania, ed andò a saccheggiare Militene e Delo[441]. Gli Stradioti cominciavano allora a formare una parte essenziale delle armate veneziane; perciocchè vent'anni di disgrazie e di oppressione avevano costretti i Greci a riprendere le abitudini militari. Essi avevano imparato a formare una cavalleria leggiera, armata di scudi, di lance e di spada; in vece di corazze guarnivano le loro vesti con una grande quantità di bambagia per ammorzare i colpi; velocissimi erano i loro cavalli, e sostenevano lunghe corse; ed il vigore di que' cavalli fece presto conoscere il merito della nuova milizia. Quelli della Morea, ed in particolare del circondario di Napoli, furono i più stimati, e la parola greca che significa soldato, diventò il nome proprio di questa cavalleria leggiera[442].

[441] _And. Navagero, p. 1132. — Coriol. Cepio, l. I, p. 343._

[442] Στρατιώτης. _M. A. Sabellici, Dec. III, l. IX, f. 211._

Il Mocenigo volle quest'anno portare le sue armi verso l'Asia, quasi abitata soltanto dai Musulmani, piuttosto che verso le isole ed il continente di Romania, ove il grosso della popolazione era Cristiana. La guerra marittima, quando si fa tra due flotte, è di tutte la più nobile, perchè non compromette che la vita e le ricchezze di coloro che guerreggiano; ma i guasti d'una flotta lungo le coste, sempre macchiati da una vergognosa pirateria, non recano danno al sovrano nemico, ma al popolo, non al soldato, ma al borghese. Lo scopo delle spedizioni marittime è la distruzione, non la conquista; i marinaj antepongono la sorpresa alla battaglia, attaccano coloro che non si trovano in su le difese e fuggono all'avvicinarsi de' nemici; e si avvezzano in tale maniera ad un'odiosa mescolanza di timore e di crudeltà. Per quanto spaventosi fossero i guasti, pei quali i Turchi eransi meritati delle rappresaglie, non possiamo affezionarci all'ammiraglio cristiano che promette un ducato per premio d'ogni testa di Musulmano che gli viene portata; la quale ricompensa fece massacrare molti Greci, le cui teste erano poi vendute come appartenenti a Musulmani. Non possiamo prendere interesse a favore della flotta del Mocenigo, quando eseguisce uno sbarco presso Pergamo per ispogliare sventurati contadini, e per innalzare vergognosi trofei di teste innocenti; o quando in appresso saccheggia la Caria, ne' contorni di Cnido, poi le opposte rive dell'isola di Coo[443]. In queste spedizioni di pirateria la sola cosa che tuttavia interessa sono que' nomi un tempo tanto famosi, che non si pronunciano mai senza risvegliare la memoria del trionfo delle arti, della poesia, dell'eleganza del gusto; ma quando questi nomi non si presentano nella storia che per dirci che queste antiche città vennero rapite dai barbari ad altri barbari; quando soprattutto è il popolo ridotto a maggior civiltà che cerca di distruggerle, ed il popolo più feroce che ancora difende quegli antichi monumenti dell'incivilimento; una profonda tristezza si associa ai fasti di quest'orribile guerra.

[443] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 211. — Corol. Cepio, de reb. Venet., l. I, p. 343._

Pietro Mocenigo aveva di già estese le sue stragi alle coste d'una gran parte dell'Asia Minore, ed aveva fatto acquisto di molte teste musulmane, quando il 15 giugno del 1472, si unì a lui, presso a Capo Mallio, Requesens con diciassette galere napolitane. Poco dopo il cardinale Oliviero Caraffa gli condusse pure diciannove galere del papa. L'uno e l'altro generale dichiarò, che null'ostante il superiore rango dei loro sovrani avevano ordine di ubbidire ai generalissimo veneziano, e di attestare in tal modo la riconoscenza de' Cristiani verso la repubblica, che sosteneva sola la causa comune[444].

[444] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 212. — Rayn. Ann. Eccl. 1472, § 42, p. 244. — Vita Sixti IV Platinae tributa, t. III, p. II, Rer. Ital., p. 1057. — Jac. Volaterrani Diarium Rom., t. XXIII, Rer. Ital., p. 90. — Coriol. Cepio, l. I, p. 346._

I varj storici di questa guerra non vanno d'accordo intorno alla forza della flotta cristiana, ma i più moderati calcoli la portano ad ottantacinque galere. I Turchi però non uscirono dai Dardanelli ad incontrarla; onde un così formidabile armamento, che al solo papa costava più di cento mila fiorini, non ebbe altro risultamento che la ruina d'alcune città dell'Asia Minore. La prima ad essere attaccata dai Latini fu Attalea, o Satalia, ricca città della Pamfilia, posta in faccia a Cipro, che serviva di mercato agli Egizj ed ai Sirj. Soranzo superò con dieci galere la catena che chiudeva il porto, e se ne impadronì. Le truppe da sbarco, comandate da Malipiero, occuparono la prima linea delle mura che circondavano i sobborghi, i quali furono saccheggiati egualmente che il porto, essendosi trasportata sulle galere una grandissima quantità di pepe, cannella e garofani. Ma le interne mura della città si difesero vigorosamente, e perchè la flotta cristiana non portava artiglieria di assedio, non furono attaccate. Il Mocenigo fece guastare la Pamfilia fin dove le sue truppe potevano giugnere, poi fece appiccare il fuoco ai sobborghi di Satalia, e ricondusse la flotta a Rodi[445], ove trovò l'ambasciatore che Ussun Cassan mandava al papa ed ai Veneziani[446]. Questo Persiano informò i generali cristiani delle vittorie del suo signore, il quale aveva preso agli Ottomani Tocat, città del Ponto, ai confini dell'Armenia, e faceva chiedere agli Europei artiglieria, senza la quale il Sofì non poteva assediare altre città[447].

[445] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 212. — Coriol. Cepio, l. I, p. 347._

[446] _Callimachi Hist. de Venet. contra Turcos, p. 409._

[447] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 213. — And. Navagero Stor. Ven., p. 1132. — An. Turcici Leunclavii, t. XVI, p. 258. — Coriol. Cepio, l. I, p. 348._

Avendo la flotta veneziana spiegate di nuovo le vele, andò a saccheggiare l'antica Jonia in faccia alle coste di Chio. Non si trovarono nemici da combattere, ma i Cristiani svelsero le viti e bruciarono gli ulivi di quelle ridenti campagne; ed il legato pagò cento trentasette ducati per altrettante teste, che gli furono portate sulla sua galera. Gli altri sventurati, che furono rapiti dalle loro capanne, o trovati nascosti nelle foreste, furono venduti come schiavi[448]. Dopo tale spedizione, Requesens abbandonò, presso Nasso, la flotta veneziana, e ricondusse le galere di Ferdinando a Napoli per passarvi l'inverno. Ma il Mocenigo ed il legato vollero approfittare degli ultimi giorni della bella stagione, per portare ancora più lontano la desolazione. S'informarono dello stato di Smirne, e seppero che questa città, la più ricca e la più mercantile dell'Jonia, siccome quella ch'era posta in fondo ad un golfo, ove da lungo tempo non aveva veduti nemici, non si era presa cura di rifare le sue mura o di farle custodire. Il 13 settembre del 1472 presentaronsi in sul fare del giorno avanti Smirne; le truppe celeramente sbarcate, appoggiarono le loro scale alle muraglie, e le attaccarono bruscamente. I borghesi, spaventati, salirono sulle loro mura per difenderle, ma erano così poco accostumati alle armi, ed erano rimaste aperte tante brecce, che non ritardarono che pochi istanti l'invasione de' soldati e de' marinaj. Gli abitanti, vedendo la città presa, fuggirono con lamentevoli grida; le donne, recandosi i loro fanciulli in braccio, si rifugiavano nelle chiese e nelle moschee; alcuni uomini difendevano ancora i tetti ed i terrassi delle loro case, onde moltissimi furono uccisi, altri presi come schiavi. Le donne specialmente vennero inseguite, svelte dai luoghi sacri, disonorate, indi vendute. I vincitori non vollero far distinzione dalle chiese cristiane alle moschee; finsero di credere tutti gli abitanti musulmani, per trattarli tutti collo stesso rigore; e pure anche al presente quasi la metà degli abitanti professa ancora il Cristianesimo, sebbene si trovino da tanto tempo sotto il giogo de' Turchi. Balaban, pascià della provincia, quand'ebbe avviso dello sbarco de' Veneziani, accorse per respingerli colle poche truppe che potè adunare, ma venne ancor esso disfatto. I vincitori, rientrando in città, vi appicarono il fuoco, e la patria d'Omero fu in poco tempo incenerita. Non furono portate sulle galere che duecento quindici teste, perchè i soldati avevano trovato in così ricca città come caricarsi di più utile preda, che fu venduta all'incanto, dividendone il prezzo tra i soldati ed i marinaj[449].

[448] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 214._

[449] Le particolarità che di questa campagna ci dà il Sabellico (_Dec. III, l. IX, f. 214_) sono tolte da una relazione, elegantemente scritta in latino e divisa in tre libri, di Coriolano Cepio, dalmatino, che comandava una delle galere del Mocenigo, e che accompagnò questa spedizione. È stampata nel 1556 a Basilea in foglio in seguito a _Laonico Chalcocondyles, p. 341-368. — Rayn. Ann. Eccl. 1472, § 42, p. 244._

Di ritorno dal sacco di questa città, i Veneziani sbarcarono ancora a Clazomene sull'istmo della penisola che chiude il golfo di Smirne; ma gli abitanti atterriti si erano ritirati nelle montagne, e non vi si trovarono che camelli e pochi altri animali da esportare. Allora le galere, approfittando d'un favorevole vento, fecero vela verso Modone: l'ammiraglio veneziano svernò nella Morea; il legato del papa, Oliviero Caraffa, tornò in Italia, e fece il suo ingresso in Roma il 23 gennajo del 1473. Si condussero innanzi a lui quindici camelli montati da venticinque Turchi, che egli aveva tenuti in vita per ornare il suo trionfo; oltre di che fece appendere avanti alle porte del Vaticano alcuni pezzi della catena che chiudeva il porto di Attalea[450].

[450] _Stef. Infessura Diario Rom., p. 1143._

Le stragi de' Veneziani nell'Asia Minore erano vendicate da quelle dei Turchi ne' possedimenti veneti, ed in questo cambio di ferocia e di assassinio, non è facile il riconoscere qual era il popolo più barbaro, qual era quello che fu dai primi oltraggi provocato ad usare dell'infame diritto di rappresaglia. Le città dell'Albania, ch'erano rimaste ai Veneziani come parte dell'eredità del grande Scanderbeg, vedevano il loro territorio periodicamente guastato due volte all'anno, all'avvicinarsi della messe e della vendemmia, fino alle mura di Scutari, d'Alessio e di Croja: ma queste rapide corse di cavalleria non erano mai seguite da regolare attacco[451].

[451] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 213._

L'apparizione del pascià di Bosnia nello stato veneto fu ben cagione di maggior terrore. Dopo avere rapidamente attraversata la Carniola, o l'Istria, questo pascià entrò a mezzo autunno nel Friuli. La cavalleria turca arrivò in sul fare della notte alle rive dell'Isonzo, e si fece subito a passarlo a guado. La cavalleria veneziana, accantonata sull'opposta riva, si riunì bentosto e respinse vivamente al di là del fiume i primi Musulmani che lo avevano attraversato; ma, sebbene rimasta in possesso delle rive, cedette poco dopo ad un terrore panico, e si ritirò prima che facesse giorno nell'isola di Cervia, formata da due rami del fiume avanti Aquilea. Al levare del sole i Turchi passarono l'Isonzo senza incontrare resistenza, e si sparsero per le ricche campagne del Friuli. L'incendio delle case e delle capanne, che andavano scontrando, avvisò da lontano gli altri abitanti di ritirarsi ne' luoghi murati. Le porte di Udine, capitale della provincia, erano ingombrate dalle famiglie de' contadini fuggitivi, dai loro carri, dai loro bestiami. Le chiese erano piene di donne supplicanti, le mura coperte di mal armati cittadini, e se i Turchi avessero spinta più in là la loro cavalleria, questa città poteva essere presa in quel primo terrore. Ma si fermarono in distanza di tre miglia, dando a dietro carichi di preda, e cacciandosi avanti truppe di schiavi[452].

[452] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 214._ Questo medesimo storico era rinserrato in Udine, quando comparvero i Turchi. — _Guern. Bernio Stor. d'Agobbio, p. 1022._

Mentre che Pietro Mocenigo, ritiratosi durante l'inverno a Napoli di Romania, attendeva a porre la flotta in istato di cominciare vigorosamente la prossima campagna, un giovane siciliano, chiamato Antonio, che i Turchi avevano fatto prigioniero nell'isola d'Eubea e condotto a Costantinopoli, trovò modo di fuggire, e venne a presentarsi all'ammiraglio veneziano. Gli chiese un battello ed alcuni compagni coraggiosi, impegnandosi col loro ajuto d'appiccare il fuoco alla flotta turca, a traverso della quale era passato a Gallipoli. Dichiarò d'avere vedute su quella rada cento galere, che, non essendo guardate in tempo di notte, potevansi facilmente incendiare. Il Mocenigo, lodato assai il coraggioso giovane, gli promise le più magnifiche ricompense. Gli fece dare una barca carica di frutta, con alcuni de' più coraggiosi marinai della sua flotta. Antonio si annunciò ai Turchi come un mercante di frutti, e rimontò senza difficoltà i Dardanelli. Giunto a Gallipoli, cominciò a vendere le sue frutta ai soldati, e perchè non diffidavasi in alcun modo di lui, gli si permise di starsi la notte presso la flotta. Ne approfittò per appiccare il fuoco ai vascelli a lui più vicini; ma le persone accorse per ispegnerlo non gli permisero di continuare, e lo forzarono a fuggire sulla sua barca, cui erasi pure comunicato l'incendio. Il fuoco lo costrinse ad abbandonarla, per fuggire co' suoi compagni nel primo bosco che trovò lungo lo stretto. Avendo lasciata la barca mezzo consunta dal fuoco nel luogo in cui era sbarcato, questa fece scoprire il suo ritiro ed egli fu arrestato co' suoi compagni. Il sultano volle vederlo e gli domandò se aveva ricevuta qualche ingiuria, che lo avesse consigliato a così forsennata vendetta: «Niuna, rispose francamente Antonio, ma io ti ho conosciuto pel comune nemico de' Cristiani; il mio attentato è abbastanza glorioso, e lo sarebbe assai più, se avessi potuto bruciare il tuo capo, come bruciai le tue navi.» Il Turco, poco scosso dal coraggio del suo nemico, lo fece segare per mezzo il corpo co' suoi compagni. Il senato veneto non permise che tale coraggiosa intrapresa si restasse senza ricompensa, e non potendo beneficare Antonio personalmente, dotò sua sorella, ed assegnò una pensione a suo fratello[453].

[453] _Coriolanus Cepio, l. II, p. 350. — M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 215. — Rayn. Ann. Eccl. 1473, § 2, p. 248._

Frattanto Pietro Mocenigo ebbe ordine da Venezia di mettersi in mare, e di seguire nell'entrante campagna le indicazioni che gli sarebbero date da Ussun Cassan, il di cui ambasciatore aveva stretta alleanza coi Veneziani; Giosafat Barbaro, uomo attempato assai, che parlava bene la lingua persiana, era stato incaricato di ricondurlo al suo padrone, e di presentare al Sofì a nome del senato veneto ricchi doni di vasi d'oro e di stoffe di Verona. Seco conduceva tre galere cariche di molta artiglieria, e cento ufficiali comandati da Tommaso d'Imola, che la repubblica mandava ai servigj del sovrano della Persia. Essi contavano di recarvisi, costeggiando la Cicilia e la Siria, ove dovevano trovare due fratelli, principi della Caramania, di già in parte spogliati da Maometto, ma che ancora si difendevano nel restante de' loro stati[454].

[454] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 215. — Coriol. Cepio, l. II, p. 361._