Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)

Part 20

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Del resto questa pompa teatrale fu press'a poco l'ultimo atto dell'uno e dell'altro. Paolo II morì di subita morte il 26 luglio di quest'anno, lasciando un ragguardevole tesoro in danaro, e sopra tutto una grande quantità di pietre preziose, per le quali nutriva un gusto puerile. L'estrema sua avarizia lo aveva renduto odioso alla sua corte ed a tutti i signori d'Italia. Riteneva giacenti tutti i ricchi beneficj de' prelati che morivano, pel solo desiderio di ammassare; perciocchè non arricchì altrimenti i suoi congiunti, nè impiegò i suoi tesori per ostentazione di lusso, o pel vantaggio della Chiesa, o pel compimento de' suoi progetti[377]. Borso primo, duca di Ferrara, che aveva seco portata da Roma una continua febbre, che si ascrisse ad un lento veleno, morì ancor esso il 20 agosto del 1471[378]. E così la scena del mondo erasi totalmente rinnovata. Alfonso di Napoli, Cosimo dei Medici e suo figlio Pietro, Francesco Sforza e sua moglie Bianca, Giovanni Unniade e Scanderbeg, Giovanni d'Angiò, Sigismondo Malatesta, infine tutti coloro che avevano avuta una parte importante nelle rivoluzioni accadute circa la metà del quindicesimo secolo, mancarono quasi nello stesso tempo; e ritirandosi fecero piazza a nuovi personaggi, animati da nuovi interessi e da nuove passioni[379].

[377] _Rayn. Ann. Eccl. 1471, § 61-65, p. 282. — Cron. di Bologna, t. XVIII, Rer. It., p. 788._

[378] In fatto di cronologia io non mi scosto da Muratori che con estrema diffidenza, ed in particolare quando trattasi della casa d'Este, di cui era lo storiografo in titolo. Per altro egli dice che Borso giunse a Ferrara, di ritorno da Roma, il 18 maggio, e vi morì il 27 dello stesso mese (_Annali ad annum_). Per lo contrario la cronaca di Bologna, che di que' tempi scrivevasi giorno per giorno, parla sotto il 3 luglio d'un'ambasciata che gli fu mandata mentre era infermo (_t. XVIII, p. 787_), e il diario Ferrarese fissa egualmente la morte di Borso al 20 agosto, _t. XXIV, p. 229._

[379] Nello stesso tempo che ci fugge la precedente generazione, siamo altresì abbandonati dagli storici che ci hanno fin qui condotti. La Cronica di Bologna, che abbraccia circa quattrocento anni, e che fu continuata da una serie di scrittori quasi sempre contemporanei, finisce col 1471 (_t. XVIII, Rer. Ital., p. 240-792_). È questa un'istoria popolare, in cui le vociferazioni della città, il prezzo delle derrate, infine tutte le novelle del volgo vi hanno luogo come i più importanti avvenimenti. Pure quando una maggior coltura degli spiriti fece abbandonare questa grossolana maniera di scrivere la storia, si perdette nello stesso tempo uno dei punti di vista sotto il quale presentavansi gli avvenimenti, e si cessò di avere la naturale espressione dei sentimenti del popolo.

CAPITOLO LXXXII.

_Continuazione della guerra de' Turchi; loro guasti nella Carniola e nel Friuli; quelli de' Veneziani nella Grecia e nell'Asia minore. — Rivoluzioni di Cipro, che riducono questo regno sotto la dipendenza della repubblica di Venezia._

1469 = 1473.

Paolo II non aveva voluto in tempo del suo pontificato conservare la pace d'Italia, procurata dal suo predecessore; ma pensò ancora meno a difendere la Cristianità contro le invasioni sempreppiù minaccianti dei Turchi. Uno de' principali motivi che aveva avuto il conclave per riunire su di lui tutti i suffragi era la sua nascita veneziana. Si era creduto che la carità verso la sua patria, che l'influenza de' suoi congiunti, de' suoi amici, avrebbero secondate le intenzioni della Chiesa, che voleva riunire tutta la Cristianità alla repubblica di Venezia contro gli Ottomani. Erasi veduto Pio II apparecchiato a salire sulla flotta del vecchio doge, e si sperava che il di lui successore anderebbe ancora più d'accordo col primo magistrato della repubblica, in cui era nato. Ma Paolo II, incerto nelle sue relazioni colla sua patria, fu in tempo della spedizione del Coleoni in procinto di dichiararsi contro di lei; e quando poi strinse un'intima alleanza coi Veneziani, lo fece per soddisfare alla propria ambizione, volgendo ad altri usi le armi ch'essi impiegavano contro i Turchi. E non arrecò minor danno alla loro causa, dirigendo contro gli eretici di Boemia le forze di Mattia Corvino, loro unico alleato.

Mattia Corvino era figliuolo del gran Giovanni Unniade, ch'era stato vent'anni lo scudo dell'Ungheria. Ladislao di Polonia, ch'egli aveva fatto re, gli aveva per gratitudine data la dignità di Wayvoda di Transilvania. Durante la minorità di Ladislao il Postumo, o l'Austriaco, che Federico III teneva prigioniero nella sua corte, Giovanni Unniade aveva governato dodici anni il regno in qualità di reggente e di capitano generale. Un mese prima, che morisse aveva ancora, nel 1456, respinto Maometto II da Belgrado[380]. Ladislao il Postumo, figlio d'Alberto d'Austria, lungi dal mostrarsi riconoscente verso la famiglia di così grand'uomo, gettò, appena salito sul trono, Mattia Corvino in una prigione a Praga, e fece uccidere suo fratello[381]. Corvino fu cavato di prigione dopo due anni da Giorgio Podiebrad, nell'istante dell'improvvisa morte di Ladislao, accaduta a Praga il 23 novembre del 1457; ed aveva tuttavia i ferri ai piedi ed alle mani, quando venne proclamato re d'Ungheria in luogo di Ladislao, nello stesso tempo che Giorgio Podiebrad era proclamato re di Boemia. Sposò la figlia di quest'ultimo, e questi due sovrani, nominati dalle due nazioni riconoscenti, mostraronsi ambidue degni del trono[382]. Bentosto il regno di Mattia Corvino fu illustrato da vittorie non meno brillanti di quelle di suo padre. Nel 1462 ricuperò Jaicza, capitale della Bosnia, e la difese l'anno susseguente contro Maometto II[383]. Essendosi a tale epoca accesa la guerra tra i Veneziani ed i Turchi, Corvino strinse un'intima alleanza colla repubblica, la quale gli pagò ogni anno cento mila ducati, per supplire in parte alle spese de' suoi armamenti[384]. Il re d'Ungheria portò alternativamente le sue armi nella Rascia, nella Valacchia, nella Croazia, nella Transilvania, vi ottenne luminose vittorie sui Maomettani, e più ancora sui principi cristiani loro vassalli.

[380] _Spiegel der Ehren. B. V., c. X, p. 626. — Thomae Ebendorfferi de Haselbach. Chron. Aust., l. IV, p. 880._

[381] _Spiegel der Ehren B. V., c. XI, p. 633._

[382] _Ivi, c. XII, p. 644. — Thomae Ebendorfferi de Haselbach Chron. Austr., l. IV, p. 889._

[383] _Spiegel der Ehren B. V., c. XVIII, p. 734._

[384] _Bonfinius Ber. Ungar., dec. III, l. IX, p. 533._

La fama di tali vittorie diede al papa un'alta idea della potenza di Mattia Corvino, e la corte di Roma lo eccitò a rivolgere le sue armi contro un nemico meno temuto, ma più odiato dei Turchi, Giorgio Podiebrad re di Boemia. La setta di Giovanni Huss mantenevasi sempre nel suo regno assai numerosa; e Podiebrad, portato sul trono dai suffragj della sua nazione, era forzato di tollerare i settarj che formavano il più fermo suo appoggio. La corte di Roma non lo rimproverava di sentire come loro, ma soltanto di non volere perseguitarli. Per allontanare ogni sospetto d'eresia egli aveva offerto di dichiarare solennemente che non credeva necessario ai fedeli di ricevere il sacramento sotto le due specie; ma il papa gli aveva risposto, che la sua dichiarazione non bastava, s'egli non autorizzava l'arcivescovo a punire severamente coloro che darebbero o riceverebbero la comunione sotto le due specie. «Ch'egli espressamente dichiari, soggiugneva il papa, se il braccio secolare eseguirà le sentenze dell'arcivescovo per punire i preti che favorissero gli errori, se gli si darà tutta l'assistenza reale ed attuale per ridurre all'ubbidienza della sede apostolica tutti i traviati, e per estirpare tutte le eresie[385].» Giammai il re di Boemia non volle abbandonare ai tribunali Rochizane, arcivescovo scismatico di Praga, e questo rifiuto di unirsi ai persecutori, risguardato da Paolo II come una ribellione odiosa contro la Chiesa, gli procurò finalmente dalla corte di Roma una sentenza di deposizione. Giorgio Podiebrad fu condannato il 20 dicembre del 1466, come colpevole d'eresia e dichiarato decaduto dal trono di Boemia[386]. Questo trono fu offerto a Casimiro, re di Polonia, che non volle accettarlo[387]. Pochi mesi dopo, una seconda scomunica colpì tutti i sudditi conservatisi fedeli a Podiebrad, e tutti coloro che gli prestassero ajuto o favore. Nello stesso tempo tutti i principi cristiani vennero sciolti da tutti i giuramenti che potessero avere emessi a di lui favore, e da tutti i trattati con lui stipulati; finalmente Rodolfo, vescovo di Lavenza, fu incaricato di predicare una crociata contro la Boemia[388]. Era questo l'anno posteriore alla morte di Scanderbeg; la Macedonia era stata posta a fuoco ed a sangue, ed invasa la Bosnia; e non pertanto il papa accendeva agli stessi confini della cristianità un'insensata guerra civile, che giovava agli avanzamenti dei Turchi. Mattia Corvino lasciossi sedurre dalla speranza d'una nuova corona; nel 1468 dichiarò la guerra a Giorgio Podiebrad, suo alleato, suo suocero e suo liberatore; sguarnì i confini dell'Ungheria per guastare e conquistare la Boemia, ed abbandonò i Veneziani nella lotta intrapresa di comune accordo. Pel corso di sette anni continuò i suoi attacchi impolitici, non più contro Podiebrad, morto nel 1470, ma contro Uladislao, figliuolo del re di Polonia, che i Boemi gli avevano sostituito, e mentre consumava inutilmente le sue forze in questa guerra, Maometto II dava ruinosi colpi alla Cristianità[389].

[385] _Articuli et modus super reductionem Regni Bohemiae in veram Apostolicae Sedis obedientiam, Responsio ed tertium paragraph. Pauli II Liber Brevium. Ann. 7.º, p. 130. — Rayn. Ann. Eccl. 1471, § 17-26, p. 224._

[386] _Spiegel der Ehren V. Buch., XIX capitel, p. 744._

[387] _Rayn. Ann. Eccl., 1466, § 26-30, p. 185. — Jacobi Card. Papiens., l. VI, et ejusdem epistola 282._

[388] _Rayn. Ann. Eccl. 1467, § 8, p. 186._

[389] _Bonfinius Rer. Hung. Dec. IV, l. II, p. 574. — Rayn. Ann. Eccl. 1468, § 9, p. 185. — Dugloss. Hist. Polon., l. XIII, p. 465._

Quello che più atterrì gl'Italiani fu una spedizione diretta da Hassan Bey, cristiano rinegato e pascià della Bosnia. Era stato chiamato in Croazia da un gentiluomo di quella provincia, che voleva vendicarsi di suo fratello; egli vi entrò in luglio del 1469 con venti mila cavalli, prima che fosse stato fatto alcun apparecchio di difesa: otto mila Cristiani, ch'eransi rifugiati in una città della Croazia furono passati a fil di spada, e tre mila fatti schiavi. L'armata turca, continuando i suoi progressi, attraversò e guastò la Carniola: erasi di già avanzata cento sessanta miglia nell'interno delle terre, e più non aveva che una breve giornata di cammino per giugnere a Trieste o ai confini del Friuli e per entrare in Italia. Ma i vincitori, trovandosi bastantemente carichi di bottino, ed imbarazzati dai prigionieri, diedero a dietro senza aver presa alcuna fortezza. Erano stati uccisi diciotto mila Cristiani, e quindici mila condotti in Turchia per essere venduti come schiavi; non eransi risparmiati nè vecchi, nè fanciulli, erano state bruciate tutte le messi e scannati tutti gli armenti che i Turchi non avevano potuto esportare; onde sarebbesi detto che non nemici, ma furie avevano guastato il paese[390]. I Turchi per rientrare nella Bosnia avevano passato un fiume che il cardinale di Pavia chiama _Lupratia_[391]. Erasi in modo gonfiato questo fiume per le continue pioggie, che l'esercito turco dovette trattenersi otto giorni presso le sue rive prima di poterlo passare. In questo tempo sarebbesi potuto fare una giusta vendetta della loro barbarie, e riavere i prigionieri ed il bottino; ma era questa appunto la stagione in cui gli Ungari lasciando il proprio paese scoperto, saccheggiavano la Boemia. Mattia Corvino faceva allora prigioniere Vittorino, suo cognato, figliuolo di Giorgio Podiebrad, e riceveva in Olmutz le corone del regno di Boemia e del marchesato di Moravia, che supponeva d'avere conquistato[392].

[390] _Comm. Jacobi Card. Papiens., l. VII, p. 449. — Ejusdem ep. 394. — Ann. Eccl. 1469, § 14, p. 203. — Spiegel der Ehren des Erzhauses Oesterreich. Buch. V, cap. XIX, p. 752._

[391] Fugger lo chiama _Cavacane_. Separa la Bosnia dalla Croazia. _Spiegel der Ehren, p. 753._

[392] _Bonfinius Rer. Hung. Dec. IV, l. II, p. 587. — Ann. Eccl. 1469, § 10, p. 202._

La repubblica di Venezia, che tremante aveva veduto l'armata turca avvicinarsi ai suoi confini di terra ferma, non volle attaccare da questo lato i Musulmani, temendo d'insegnar loro in tal maniera la strada per la quale penetrar potevano nel cuore dell'Italia. Essa non voleva guerreggiare cogl'infedeli che per mare. Niccolò Canale, ch'era succeduto nel comando delle truppe veneziane in Grecia a Jacopo Loredano, adunò a Negroponte una flotta di ventisei galere, colla quale, dopo avere minacciate molte isole dell'Egeo, sorprese la città d'Eno nel golfo Saronico, cui prese d'assalto. Non sembra che i Turchi avessero guarnigione in Eno, città commerciante assai ricca, ed abitata solamente da Greci. Venne abbandonata a tutti gli orrori del saccheggio, ed all'ultimo ridotta in cenere; e non furono rispettati i luoghi sacri, nè le religiose chiuse ne' conventi, che gli stessi Turchi avevano rispettate. Furono condotti schiavi a Negroponte due mila prigionieri, tra i quali vedevansi molte rispettabili matrone greche, ed i soldati si divisero un ricchissimo bottino[393]. La notizia del sacco d'Eno fu portata a Roma nello stesso tempo dell'altra d'un vantaggio ottenuto sugli eretici boemi; per i quali prosperi avvenimenti il papa ordinò in tutte le chiese rendimenti di grazie[394].

[393] _Comm. Jacobi Card. Papiens., l. VII, p. 452. — Ejusd. Epist. N.º 227, p. 637. — M. A. Sabellici Hist. Venetae Dec. III, l. VIII, f. 207. — And. Navag., p. 1127._

[394] _Ann. Eccl. Rayn. 1469, § 12, p. 203._ I Comment. del card. di Pavia finiscono alla morte del cardinale Carvajale, l'anno 1469, pochi mesi dopo la presa d'Eno. Formano in VII libri la continuazione di quelli di Pio II. Il racconto della spedizione e della morte di questo pontefice è molto interessante; in appresso trovansi pure alcuni fatti ben osservati, ed interessanti particolarità; ma il cardinale di Pavia non aveva i talenti di Pio II per la redazione e la disposizione del soggetto, e per l'arte di dipingere gli uomini ed i luoghi. _Nell'ediz. in fol. di Francoforte del 1614 dalla pag. 353 alla 454._

Sebbene le piraterie de' Veneziani non recassero ordinariamente danno che ai sudditi cristiani di Maometto II, questo terribile monarca era disposto a non più soffrire somiglianti insulti. Il 2 agosto del 1469 egli pronunciò a Costantinopoli e fece ripetere in tutte le moschee del suo impero il seguente giuramento: «Io Maometto, figlio d'Amurat, sultano e governatore di Baram e di Rachmaele, elevato dal Dio supremo, collocato nel circolo del sole, coperto di gloria più di tutti gl'imperatori, felice in ogni cosa, temuto dai mortali, potente nelle armi, per le preghiere dei santi che sono in cielo e del gran profeta Maometto, imperatore degl'imperatori e principe de' principi che esistono dal Levante al Ponente; io prometto a Dio unico, creatore d'ogni cosa, col mio voto e col mio giuramento, che non accorderò sonno ai miei occhi, che non mangerò cose delicate, che non cercherò ciò che è aggradevole, che non toccherò ciò che è bello, che non volgerò la mia fronte dall'Occidente all'Oriente, se io non rovescio e non calpesto coi piedi de' miei cavalli gli Dei delle nazioni, quegli Dei di legno, di rame, d'argento, d'oro o di pittura, che i discepoli di Cristo sonosi fatti colle loro mani; giuro che sterminerò tutta la loro iniquità dalla faccia della terra, da Levante a Ponente, per la gloria del Dio di Sabaoth e del gran profeta Maometto. E perciò faccio sapere a tutti i popoli circoncisi, miei sudditi, che credono in Maometto, ai loro capi ed ai loro ausiliarj, s'essi hanno il timore del Dio fondatore del cielo e della terra, ed il timore dell'invincibile mia potenza, che tutti debbano recarsi presso di me, il settimo della luna di Ramadan, di quest'anno 874 dell'Egira (11 marzo 1470), ubbidendo al precetto di Dio e di Maometto, il primo dei quali colla sua provvidenza, il secondo colle preghiere, ci assistono senza dubbio[395].»

[395] _Card. Papiens. Epist. 380, p. 723. — Rayn. Ann. Eccl. 1470, § 11, p. 210._

Dietro tale invito un esercito ed una formidabile flotta, quali mai non avevano avuti i Musulmani, adunossi a Costantinopoli. I Latini esageravano sempre a dismisura la forza delle armate musulmane, apparecchiandosi per tal modo una scusa delle loro sconfitte, e maggior gloria nelle vittorie. In quest'occasione non parlano niente meno che di quattrocento navi uscite dall'Ellesponto, il 31 maggio del 1470, e di trecento mila uomini che dalla Tracia si avanzavano nella Grecia[396]. Minorandosi ancora molto questo numero, è sempre certo che l'armata di Maometto superava di molto tutto quanto potevano opporgli i Veneziani. Niccolò Canale, loro ammiraglio, trovavasi a Negroponte con trentacinque galere. Quando gli fu detto che la flotta turca era comparsa presso Tenedo, s'avanzò pel canale che separa Lenno ed Imbro, e mandò avanti Lorenzo Loredano con dieci galere per riconoscere i nemici. Gli ordinava di non evitare la battaglia quando i Turchi non avessero più di sessanta vele, perciocchè non tarderebbe egli medesimo a soccorrere la sua vanguardia, ed aveva fiducia di battere gl'infedeli, purchè questi non fossero più di due contro uno. Ma se i Turchi avevano più di sessanta vascelli, gli ordinava di far forza di vele e di remi per evitarli[397]. Bentosto il Loredano e lo stesso Canale scoprirono la flotta musulmana, che copriva tutto il mare. I Turchi, che per la prima volta sperimentavano la loro marina, sentendo la loro inferiorità nelle evoluzioni e nella grandezza delle navi, avevano compensati questi svantaggi alla maniera de' barbari, duplicando il loro numero. I Veneziani credettero che altro partito loro non restasse a prendere che quello della fuga, e, approfittando dell'oscurità della notte, si posero al coperto dietro l'isola di Sciro, mentre che i Turchi vi eseguivano una discesa per saccheggiarla e bruciarla. Allora previde il Canale che quest'armamento era destinato contro di Negroponte; e mandò tre galere, con quanti viveri potè ragunare a Calcide, capitale dell'isola; pochi giorni dopo ne mandò altre due; ma in allora più non era possibile d'entrare nello stretto, avendone i Turchi fortificati tutti i passaggi.

[396] _Francisci Philelphi, l. 32, Epist. ad Bern. Justinianum._ — Antonio di Ripalta negli Annali di Piacenza, assicura che i Turchi, tra la flotta e l'armata, contavano 500,000 combattenti. _Ann. Placent., t. XX, p. 929._ Ma gli Annali dei Turchi non indicano un'armata formidabilissima. «Maometto, vi si dice, non potendo sopportare un lungo ozio, incamminossi per terra verso l'Eurypo, mentre mandava Mahmud pascià con una flotta, che portava 12,000 uomini.» _An. Turcici Leunclavii, t. XVI, p. 258. — Demet. Cantemir Hist. Oth., l. III, c. I, § 23, p. 110. Coriolano Cepione gli dà 120,000 uomini. De reb. Venet., l. I, p. 341._

[397] _M. A. Sabellici Dec. III, l. VIII, f. 207._

L'isola d'Eubea o di Negroponte stendesi lungo le coste della Tessaglia, della Beozia e dell'Attica cento quaranta miglia; in niun luogo conta più di venti miglia di larghezza, ed il suo circuito, allungato molto dalle sinuosità, è di 365 miglia. Le molte città ond'era in altri tempi tutta coperta, erano state presso che tutte distrutte. Conservavasi sola in piedi quella di Negroponte o Calcide in riva allo stretto dell'Eurypo, dov'è più angusto. Luigi Calvo comandava in questa città come capitano, Giovanni Bondumieri come provveditore, e Paolo Erizzo come podestà, i quali avevano sotto i loro ordini una debole guarnigione con alcuni nobili veneziani. Frattanto Maometto II giunse nella Beozia, in faccia a Negroponte colla sua armata di terra, che il Sabellico, il più moderato degli scrittori latini, porta a 120,000 uomini. La flotta turca era di già signora del canale, ed aveva cercato di chiuderne l'ingresso con catene, attaccate a vascelli colati a fondo di tratto in tratto[398]. Allorchè il sultano si trovò in faccia all'isola, i Turchi cercarono di unire con un ponte di battelli l'Eubea alla Beozia; e dopo alcuni attacchi valorosamente sostenuti dagli abitanti, questo ponte fu stabilito avanti alla chiesa di san Marco, discosta un miglio dalla città[399]. L'assedio fu subito cominciato; scoprironsi molte batterie; ed in allora risguardavasi come prodigiosa l'attività dell'artiglieria turca, perchè ogni bocca tirava contro ai muri cinquantacinque colpi per giorno.

[398] _Philelphi epist. ad Feider. Urbinati Comitem, l. 32._

[399] _M. A. Sabellici Dec. III, l. VIII, f. 208. — And. Navagero Stor. Venez., p. 1128._