Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)

Part 2

Chapter 23,461 wordsPublic domain

A questi motivi, che incoraggiavano il Porcari nella sua intrapresa, un altro degno di osservazione ne aggiugne il Machiavelli, che ci fa conoscere le opinioni del secolo. Il Porcari leggeva con trasporto la canzone del Petrarca: _Spirto gentil, che quelle membra reggi_; nella quale l'antica capitale del mondo viene chiamata dal poeta a nuova libertà. Non solo in essa vedeva ch'egli in ogni tempo le anime sublimi si erano proposte uno stesso scopo; ma inoltre risguardava quest'ode come uno slancio profetico. Parevagli che il Petrarca per la superiorità dei suoi lumi avesse acquistato il privilegio di leggere nell'avvenire, e credevasi dal poeta chiamato egli medesimo avanti il suo nascere sotto l'indicazione di cavaliere:

_Un cavalier, che Italia tutta onora,_ _Pensoso più d'altrui che di sè stesso._ . . . . . . . . . . . . . . . . . . _Dice che Roma ognora_ _Cogli occhi di dolor bagnati e molli_ _Ti chier mercè da tutti i sette colli[20]._

[20] _Machiavelli Istorie, l. VI, p. 246._

La credenza dei doni profetici non era inallora risguardata come indegna de' più filosofici ingegni; non era straniera allo stesso Machiavelli, e nelle pericolose imprese somministrava agli eroi soprannaturali forze.

Il Porcari risolvette adunque di arrischiare la propria vita per rendere a Roma la libertà; si concertò con Battista Sciarra, suo nipote, che aveva iniziato ne' suoi progetti, e che lo assecondava con ardore. Gli ordinò d'invitare a casa sua tutti coloro di cui conosceva il patriottismo. Trecento soldati e quattrocento esiliati furono segretamente raccolti nelle case del Porcari, dello Sciarra e di Angelo Mascio, cognato del Porcari[21]. Tutti i congiurati furono invitati ad un gran pranzo pel 5 gennajo del 1453, vigilia della Epifanìa. Il Porcari, che aveva finto di essere ammalato, e che con tale pretesto erasi sottratto alla vigilanza del cardinale di Bologna, comparve tra i convitati con una veste di porpora e di oro. La pompa di tali abiti non era tanto destinata ad abbagliare i congiurati, come ad agevolargli all'indomani l'ingresso della basilica. Sapeva che i guardiani delle porte giudicavano del rango dei personaggi dal loro abito, e che non ricuserebbero di lasciar passare chi vestiva la porpora e l'oro. Alcuni de' suoi complici, in abito di capitani della guardia notturna, dovevano condurre un sufficiente numero di congiurati alle prigioni del Campidoglio, e presentarli come sediziosi che avevano arrestati; e questi dovevano occupare quell'importante luogo nell'atto che ne sarebbero state aperte le porte[22].

[21] _Diario Romano di Stefano Infessura, p. 1134._

[22] _Leo Baptista Alberti de Conjur. Porcaria, p. 312._

Il Porcari, trovandosi in mezzo ai congiurati ricordò loro con quell'eloquenza, che l'aveva già renduto celebre, i diritti dei Romani e la presente loro oppressione; fece vedere i loro statuti violati, e la crescente corruzione de' loro padroni[23]. Espose il suo progetto di sorprendere il papa ed i cardinali avanti alla porta della basilica di san Pietro, in occasione che vi si recherebbero all'indomani per celebrare la Epifanìa. Con tali ostaggi in mano egli contava di farsi dare Castel sant'Angelo e le porte di Roma, di suonare in appresso la campana del Campidoglio, e di ricostituire la repubblica coll'autorità di quest'assemblea del popolo romano, cui un secolo prima Cola da Rienzo aveva inspirato il suo entusiasmo. Tutti gli uditori di Porcari mostravansi apparecchiati a seguirlo ed a sagrificarsi per così nobile cagione. Ma stava ancora arringando, che di già era tradito. Il senatore, avvisato dell'adunanza che tenevasi in questa casa, l'aveva fatta circondare dai suoi soldati, che l'attaccarono bruscamente; i satelliti dei congiurati, separati da loro, e senza avere ricevuto alcun ordine, non poterono soccorrerli. Il Porcari volle fuggire, ma fu trovato presso sua sorella nascosto in un cofano; furono inoltre arrestati i principali complici, tranne il nipote, che battendosi ebbe il coraggio di aprirsi una via alla fuga[24]. Non si fecero esami, non si confrontarono gli accusati, non s'intraprese un regolare processo; i loro progetti e la colpa loro non possono perciò essere conosciuti che vagamente; e lo stesso giorno Stefano Porcari fu appiccato con nove complici ai merli di Castel sant'Angelo. Si ricusò loro, prima di morire, la confessione e la comunione, sebbene ne facessero caldissima istanza; perciocchè la loro intrapresa contro la temporale autorità dei papi non li rendeva meno zelanti cattolici[25].

[23] _Ivi, p. 310._

[24] _Leo Bapt. Alberti de Conjur. Porcaria, p. 312._

[25] _Diario Romano dì Stefano Infessura, p. 1134. — Plat. Vita di Niccolò V, p. 422. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 700. — Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 157_. Giannozzo Manetti ed il Vespasiano, nelle loro biografie, non dicono che una sola parola di questa congiura, p. 943 e 314. — Era la parte meno onorifica della vita del loro benefattore e del loro eroe.

Niccolò V, persuaso che si era voluto assassinarlo, sebbene la sua morte avrebbe evidentemente troncati i progetti del Porcari, diventò timido e feroce, mentre prima era confidentissimo e di facile accesso. Altre esecuzioni tennero dietro alle prime quasi senza intervallo; il 12 gennajo fece appiccare un dottore ed un cittadino romano, che avevano accompagnato il Porcari nella sua evasione da Bologna; lo stesso giorno fece promettere mille ducati di premio a colui che darebbe in mano della giustizia due parenti del Porcari che si erano nascosti, e cinquecento ducati a colui che gli assassinasse. Trattò con tutti i governi d'Italia per avere coloro che si erano salvati; e molti vennero infatti arrestati a Venezia ed a Padova, tra i quali Battista Sciarra, nipote del Porcari, che tutti furono condannati a morte. Dietro le calde preghiere del cardinale di Metz Niccolò fece grazia della vita ad uno dei prevenuti, detto Battista di Persona, ch'era, dicevasi, assolutamente innocente; ma all'indomani lo fece arrestare di nuovo, ed appiccare senza processo. Nè i soli congiurati furono lo scopo delle sue crudeltà: un gentiluomo, detto Angelo Ronconi, che aveva ajutato il conte Averso dell'Anguillara a nascondersi per sottrarsi alla giustizia che lo inseguiva, fu dal papa chiamato a Roma, ove recossi munito di un salvacondotto soscritto di proprio pugno di sua santità; ciò non ostante egli fu preso per ordine di Niccolò il 13 ottobre del 1454, giorno susseguente al suo arrivo, ed immediatamente decapitato. Vero è che il giorno dopo Niccolò lo fece chiedere al capitano di giustizia, e che mostrossi maravigliato assai ed afflitto oltre modo, quando gli fu detto ch'egli medesimo ne aveva ordinato il supplicio. Aggiugne Stefano Infessura, che fu detto che il papa era ubbriaco quando condannò il Ronconi, perciocchè aveva fama di bever molto[26]. Per lo contrario il Vespasiano ci assicura, che l'accusa d'intemperanza sparsa contro Niccolò V era soltanto fondata sulle compre ch'egli faceva di squisiti vini, i quali poi donava agli amici[27].

[26] _Diario Romano di Stefano Infessura, p. 1135._

[27] _Vespasiani Comment., t. XXV. p. 276._

Niccolò V non sopravvisse lungamente a queste esecuzioni. Era crudelmente tormentato dalla gotta; e si accerta che il dolore cagionatogli dalla presa di Costantinopoli, ed i mali della Cristianità, che ne furono la conseguenza, terminarono di distruggere la sua mal ferma salute. Nell'ultimo anno di vita, prevedendo vicino il suo fine, chiamò presso di sè due religiosi che godevano opinione grandissima di dottrina e di santità, Niccola da Tortona e Lorenzo di Mantova, e gli alloggiò in palazzo. Andò un giorno nella loro camera, e sedutosi a canto a loro, lagnossi d'essere il più sventurato uomo del mondo. «Giammai, egli disse, io non vedo un uomo passare la soglia della mia porta, che mi dica una parola di vero. Io sono così confuso dalle finzioni di coloro che mi circondano, che, se non mi trattenesse il timore dello scandalo, rinuncierei al pontificato per ritornare ad essere Tommaso di Sarzana. Io aveva sotto questo nome più soddisfazioni in un sol giorno, che non posso omai sperarne in un anno.» Allora questo pontefice, il di cui regno era stato così glorioso ed in apparenza così felice, s'intenerì fino a versar lagrime[28]. Chi sa se tra gli errori in cui lo avevano strascinato gl'intrighi della sua corte, i suoi rimorsi non gli facevano dare il primo luogo alla credenza ch'egli aveva data alla trama di Porcari contro la sua vita, ed alla precipitazione ed al rigore delle sentenze che avevano tenuto dietro alla scoperta di tale congiura?

[28] _Vespasiani Comment., t. XXV, p. 286._

Durante la sua malattia, sebbene soffrisse acerbissimi dolori, Niccolò non fu mai udito lagnarsi; ma i suoi amici piangevano intorno al suo letto. Gli venne tra questi veduto Giovanni, vescovo d'Arras, dotto teologo, tutto bagnato di lagrime. «Presenta queste lagrime, mio caro Giovanni, gli diss'egli, al Dio onnipossente che noi serviamo, e domandagli con umili e devote preghiere di perdonarmi i miei peccati; ma ricordati che tu vedi oggi morire in papa Niccolò un vero e buono amico.» Allora il vescovo d'Arras, più non potendo frenare i suoi singhiozzi, fu costretto ad uscire di camera[29].

[29] _Vespasiani Comment., t. XXV, p. 287._

Niccolò V morì il 24 marzo del 1455[30]. Il giorno 8 aprile il conclave gli diede per successore Alfonso Borgia, nato in Valenza e vescovo della stessa città, il quale prese il nome di Calisto III. Questo pontefice, di già assai vecchio nell'istante della sua elezione[31], parve da principio che d'altro occupare non si volesse che d'una crociata contro i Turchi, ai quali dichiarò la guerra; ma i favori che andò accumulando sopra i suoi nipoti in tempo del breve suo regno, aprirono la strada delle grandezze a quella casa Borgia, che Alessandro VI e Cesare, suo figliuolo, dovevano rendere così vergognosamente famosa. La perdita delle ultime speranze di libertà per Roma, e la morte di Stefano Porcari dovevano tirarsi dietro assai da vicino il regno dei più odiosi tiranni.

[30] _Stef. Infessura Diario di Roma, p, 1136. — Plat. Vita di Niccolò V, p. 424. — Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 716._

[31] Il Bonincontri di Samminiato dice che aveva 80 anni, _t. XXI, p. 158_, e Cristoforo da Soldo dice che ne aveva 85. _Stor di Bresc., p. 892._

Uno degli ultimi atti del pontificato di Niccolò V era stato quello di ridurre Alfonso a ratificare il trattato di Lodi; e l'accessione di questo monarca alla pace sembrava guarantire il riposo dell'Italia. In fatti il nuovo duca di Milano non aveva portata sul trono l'inquietudine d'un condottiere; egli voleva guarire le piaghe che così lunghe guerre avevano fatto al commercio ed all'industria de' suoi stati, e cercava ogni mezzo di ravvicinarsi a que' medesimi che aveva combattuti. Sottoscrisse una lega di venticinque anni coi Fiorentini, i Veneziani ed il re di Napoli; e l'oggetto di questo nuovo trattato, di cui era garante il papa, era il mantenimento della pace. Bentosto lo Sforza contrasse più intime relazioni con Alfonso. Malgrado l'accanito odio che gli aveva lungamente divisi, malgrado la perdita de' suoi stati nella Puglia, negli Abbruzzi, nella Marca d'Ancona, che Alfonso gli aveva tolti, egli preferì l'unione di questo potente re all'amicizia della casa d'Angiò, perchè que' medesimi Francesi, che altra volta egli aveva chiamati in Italia per la conquista di Napoli, avevano pure delle pretensioni sopra i suoi stati. Alfonso dal canto suo sentiva egli pure, come lo avea già insegnato a Filippo Maria Visconti, quanto importasse alla sicurezza d'Italia, che il sovrano di Milano si unisse a quello di Napoli per chiudere la strada delle Alpi alla Francia, di cui vedevasi crescere la potenza a dismisura. La venuta del re Renato d'Angiò in Lombardia nell'anno 1453, e nel susseguente anno la venuta in Toscana di suo figlio Giovanni, che portava il titolo di duca di Calabria, avevano fatto sentire ad Alfonso che una nuova guerra poteva compromettere la stessa sua esistenza. Trattò dunque con Francesco Sforza un doppio matrimonio, onde assicurare con un'intima alleanza la successione di suo figlio naturale Ferdinando, intorno alla quale poteva avere qualche dubbio, e la superiorità del partito d'Arragona sopra l'Angioino. Nel 1456 egli fece promettere per isposa ad Alfonso, figlio di Ferdinando, Ippolita Maria, figlia di Francesco Sforza, mentre che Sforza Maria, terzo figlio dello Sforza, fu promesso ad Isabella Eleonora, figliuola di Ferdinando. Il duca di Milano, che voleva consolidare il suo regno unendo la sua famiglia per mezzo di matrimonj a tutti i principi d'Italia, aveva promesso suo figlio maggiore alla figliuola del marchese di Mantova, il secondo alla figlia del duca di Savoja, e sua nipote, figlia d'Alessandro, signore di Pesaro, a Santi Bentivoglio capo ed amministratore della repubblica di Bologna[32].

[32] _Jo. Simonetae, l. XXV, p. 677. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 706._

Ma le guerre, sostenute con soldati mercenarj e stranieri ai paesi ch'essi difendevano, non erano necessariamente terminate colla pace segnata dai sovrani. Giacomo Piccinino, erede ad un tempo dell'armata e della riputazione di Niccolò suo padre e di Braccio, fondatore della sua scuola militare, perdeva colla pace d'Italia la sua esistenza ed il suo asilo. I Veneziani non volevano conservare al loro soldo che il solo Bartolommeo Coleoni, cui corrispondevano cento mila ducati all'anno pel mantenimento dell'armata. Giacomo Piccinino offrì ai soldati licenziati di condurli in un paese, ove potrebbero vivere col saccheggio in mancanza del soldo ch'egli non era in grado di poter loro corrispondere. Tutti accettarono, e l'armata del Piccinino, composta in principio di tre mila cavalli e di mille fanti, parve tanto più formidabile in quanto che il danaro fin allora creduto sì necessario alla guerra gli mancava assolutamente. Il Piccinino partì dalle vicinanze di Brescia con questa gente accostumata al disordine ed al saccheggio, ed omai incapace di tornare alla mal abbandonata agricoltura, o alle arti della pace. Attraversò gli stati del duca di Modena, che, lungi dall'opporgli resistenza, s'affrettò di somministrargli viveri per conciliarsi il di lui favore. Fu egualmente bene accolto da Malatesta Novello nella stessa città di Cesena. Passando per Bologna, tentò dal 2 al 9 maggio di rianimare la fazione che aveva altra volta data la sovranità di quella città a suo padre ed a suo fratello; ma il duca di Milano aveva mandati quattro mila cavalli nello stato di Bologna, per difesa del partito dominante; onde il contrario non si mosse, ed il Piccinino, senz'artiglieria e senza danaro, non potè trattenersi, o pensare ad intraprendere un assedio, durante il quale gli sarebbero in breve mancate le vittovaglie[33]. Non osando attaccare potenti stati, egli attraversò l'Appennino e scese in Toscana tra san Sepolcro ed Anghiari. Mostrò maggiori riguardi ai Fiorentini che agli altri stati; pagò scrupolosamente tutti i viveri che prese nel loro territorio, e giunse così ai confini dello stato di Siena. Nell'ultima guerra questa repubblica avea egualmente scontentati i Fiorentini, aprendo le sue fortezze al re Alfonso, e questo re, ricusando di darsi a lui. Pareva che niun sovrano si prendesse pensiero di difendere i Sienesi, ma Francesco Sforza e papa Calisto mandarono le loro armate dietro a quella del Piccinino per chiuderlo nel ritiro che si era scelto. Il Piccinino aveva prese Setona, Sartiani e pochi altri villaggi, col di cui sacco aveva arricchito i soldati. Corrado Foliano e Roberto di Sanseverino, generali del duca di Milano, si unirono al conte di Ventimiglia, generale del papa, e vennero ad accamparsi in Valle d'Inferno presso al fiume Fiora ed a Pitigliano; eglino si erano portati a sole tre miglia dal Piccinino, senza essere per altro determinati d'attaccarlo. Questi li prevenne, e li sorprese in sul bel mezzodì nel loro campo. Da principio sgominò la loro armata; ma avendo Roberto da Sanseverino adunati i suoi soldati, giunse finalmente a respingerlo[34].

[33] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 716._

[34] _Jo. Simonetae, l. XXV, p. 679. — Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 257._

Nelle situazioni in cui trovavasi il Piccinino, bisognava vincere; ed una battaglia indecisa equivaleva per lui ad una sconfitta. Dopo la battaglia della Valle d'Inferno egli ritirossi a Castiglione della Pescaja, castello che Alfonso aveva conquistato nella precedente guerra, e ch'era rimasto in suo potere. Il Piccinino sperava colà soccorsi dal re di Napoli; ma questa fortezza posta tra un lago paludoso ed il mare, nella più malsana parte della Maremma, non aveva abbastanza viveri per alimentare un'armata. I soldati non trovavano in que' deserti altri alimenti che frutti selvaggi; corrotte erano le acque, ed i contrarj venti, che dominavano sul mare, tenevano a dietro i vascelli di Napoli che loro recavano il biscotto. La febbre maremmana non tardò ad attaccare quest'armata, poc'anzi tanto formidabile, e vi cagionò grandissima mortalità. I generali dello Sforza, secondati da Pietro Brunoro, capitano de' Veneziani, e da Simonetta, capitano de' Fiorentini, tenevano il Piccinino senz'attaccarlo in questa fatale prigione. La metà de' soldati, che sotto diverse bandiere avevano combattuto in Italia negli ultimi dieci anni, perivano vittime del clima, mentre Alfonso negoziava invano per loro. Questi voleva che la lega italiana, nella quale egli era entrato, acconsentisse a tener sempre sul piede di guerra un'armata comune, di cui sarebbe capo il Piccinino. Voleva che fosse sempre pronta per opporsi ai Turchi, le di cui conquiste facevano tremare l'Europa, e domandava che le potenze d'Italia s'accordassero ad assicurare a quest'armata cento mila fiorini all'anno, ed i quartieri ai suoi soldati. Francesco Sforza rifiutò sdegnosamente la proposizione di rendere l'Italia tributaria di colui, ch'egli chiamava un capo d'assassini. Ma mentre si prolungavano questi trattati, la febbre aveva distrutta quell'armata che volevasi opporre ai Turchi; ed in sul finire della campagna non contavansi più di mille cavalieri[35], e le armate incaricate di tenerla d'occhio non erano state molto meno maltrattate. Non pertanto nel seguente inverno il Piccinino sorprese ancora il porto sienese d'Ortobello, col di cui sacco provvide alla sussistenza dell'armata. Lo restituì in primavera, colle altre sue conquiste pel prezzo di venticinque mila fiorini, che gli pagò la repubblica di Siena. Fu il re Alfonso che gli procurò questa capitolazione, e che, ritirandolo da questo disastroso accantonamento, lo ricevette colle sue truppe negli Abbruzzi, ove cercò di ristabilirsi[36].

[35] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 716._

[36] _Jo. Simonetae, l. XXV, p. 682. — Comm. Pii Papae II sub nomine Gobellini, l. I, p. 26. Edit. in fol. Francof. 1614._

La presa di Costantinopoli, che avrebbe dovuto far accogliere favorevolmente la proposizione d'Alfonso, di provvedere alla comune difesa con un'armata mantenuta a comuni spese, aveva ispirato maggior terrore ai Veneziani che a tutto il rimanente dell'Italia. La loro repubblica, confinante co' Turchi, e proprietaria in Levante di molte isole e colonie, aveva più strette relazioni di commercio e d'amicizia colla Grecia e coi deboli avanzi dell'impero orientale. Ma dopo che le armate dei Turchi si erano stese in Europa, lo stato di Costantinopoli, chiuso da ogni banda dalla potenza musulmana, più non comunicava che difficilmente coll'Italia; appena aveva esso qualche parte nelle guerre degl'Italiani, e più non faceva parte della bilancia politica; perciò era pressocchè dimenticato da loro, qualunque volta qualche grande calamità non richiamava sovr'esso l'attenzione e la compassione. Costantinopoli, sebbene nel quindicesimo secolo sempre cristiana, effettivamente più non apparteneva alla cristianità; era un mondo a parte, sul quale l'altro più non esercitava veruna influenza, nè egli n'esercitava alcun'altra a vicenda. Per altro lo spavento della presa di Costantinopoli, l'uccisione e la schiavitù di tante migliaja di Cristiani, toccarono vivamente tutti gli spiriti. I due papi, Niccolò V e Calisto III, vollero risvegliare lo zelo delle crociate; ed infatti si fecero in Italia molte offerte per sostenere la guerra sacra, e molti vestirono il segno de' crociati; ma l'infingardaggine di Federico III dissuase i Tedeschi di sceglierlo per capo d'una spedizione pericolosa. Carlo VII non volle permettere che in Francia si predicasse la crociata; la politica d'Italia assorbì bentosto compiutamente l'attenzione degli stati italiani, e nel 1456 la vigorosa resistenza di Giovanni Unniade a Belgrado, che si dice essere costata ai Turchi quaranta mila uomini, intiepidì ancora lo zelo della Cristianità, e persuase a persone che altro non chiedevano che di fermarsi, che la potenza dei Musulmani era bastantemente rintuzzata[37].

[37] _Niccolò Machiavelli Stor. Fior., l. VI, p. 259. — Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 721_ con una copia di lettera scritta da Belgrado e comunicata dalla Signoria di Venezia. _Cron. d'Enguer. de Monstrelet, v. III, f. 68._

I Veneziani furono i primi a spedire ambasciatori a Maometto II dopo la presa di Costantinopoli. Bartolomeo Marcello venne particolarmente incaricato di trattare coi Turchi per la liberazione degli schiavi; nel che riuscì al di là di quanto sperava, perciocchè non solo riscattò i prigionieri veneziani, ma il 18 aprile del 1454 conchiuse in nome della sua repubblica un trattato di pace e di buona vicinanza col sultano, in virtù del quale I Veneziani continuarono, come sotto gli imperatori greci, a mandare un Bailo a Costantinopoli, per essere ad un tempo il loro ministro ed il giudice di tutte le liti de' loro sudditi negli stati del gran signore. Lo stesso Bartolomeo Marcello, che aveva sottoscritto il trattato, fu il primo Bailo di Venezia nella capitale dell'impero turco[38].

[38] _Marin Sanuto Vite de' duchi di Venezia p. 1154. — M. A. Sabellicus dec. III, l. VII, f. 200. — Cron. di Bol., t. XVIII, p. 709_, col testo del trattato. — _Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1118._