Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)
Part 19
[353] _Robert Valturio de re militari. Orat. ad Sigismundum Malatestam, l. I, c. 3. — Tiraboschi Stor. della Letterat. Ital., t. VI, l. I, c. II, § 23, p. 53._
Quando morì Sigismondo Malatesta, suo figlio Roberto, da lui chiamato erede de' suoi stati, trovavasi ai servigj del papa e lontano da Rimini. Ebbe un corriere da sua madrigna Isotta, che gli dava avviso della morte del principe, e l'invitava a venire a prendere possesso della sua successione. Isotta non amava Roberto, pure più confidava in lui che nel papa, e preferiva di ubbidire a suo figliastro anzichè di vedere spenta la sovranità in cui ella aveva regnato. Ma non era cosa facile a Roberto l'uscire di mano al pontefice; egli cercò di sedurlo con una falsa confidenza; gli fece vedere la lettera d'Isotta, promettendogli di tradire la matrigna, e di darla in sei giorni con tutte le fortezze agli ufficiali del papa. Gli furono promesse in ricompensa le signorie di Sinigaglia e di Mondovì; gli si diedero mille fiorini per le spese di questa spedizione, ed il papa credette essersi di lui assicurato con trattati suggellati dai giuramenti. Ma questa garanzia è troppo debole, quando l'oggetto stesso del trattato è una perfidia ed uno spergiuro. Roberto, che giurava al papa di tradire la sua matrigna, prometteva a sè medesimo di tradire anche il papa. Giunto a Rimini vi fu accolto con entusiasmo e proclamato signore dal popolo. Ai talenti di suo padre aggiugneva le più amabili maniere; altronde gli abitanti di Rimini temevano di essere incorporati alla Chiesa, e con ciò di vedere la città loro ridotta al rango di città di provincia. Tutti i vicini stati s'interessavano alla conservazione della casa Malatesta. Federico da Montefeltro, ch'era stato tanto tempo nemico di Sigismondo, aveva maritata sua figlia a Roberto; i Fiorentini ed il re di Napoli volevano che la Romagna restasse divisa tra piccoli principi, e sarebbe loro spiaciuto che fosse caduta sotto l'immediato potere del papa. Roberto, assicuratosi di questi alleati, ricusò di dare la città ai commissarj del papa, ed anzi ne domandò l'investitura alle medesime condizioni cui era stata accordata a suo padre[354].
[354] _Comment. Jacobi Card. Papiens., l. V, p. 205-206._
Paolo II, rimasto vittima de' proprj intrighi, non proruppe in rimproveri; mostrò di riconoscere Roberto, e non volle minacciarlo, prima d'avere tutto apparecchiato per privarlo dello stato. Il 28 maggio del 1469 conchiuse un'alleanza coi Veneziani che doveva durare venticinque anni[355], in forza della quale gli furono dati quattro mila cavalli e tre mila fanti, che entrarono nella Romagna. Fece nello stesso tempo offrire ad Alessandro Sforza, signore di Pesaro, parte delle spoglie del suo vicino, e fece marciare verso Rimini Napoleone Orsini e molti altri capitani della Chiesa. Quando tante forze furono da ogni banda in movimento, fece in giugno sorprendere il sobborgo di Rimini dall'arcivescovo di Spalatro, governatore della Marca. A questo segno l'armata pontificia si raccolse sotto le mura della città, per cominciarne l'assedio[356].
[355] Il trattato viene riferito dal _Rayn. Ann. Eccl. 1469, § 24, 25, p. 205._
[356] _Guern. Bernio Cron. d'Agobbio, p. 1017. — Ann. Forolivienses, t. XXII, p. 228._
Di già il re di Napoli ed i Fiorentini mandavano truppe a Federico di Montefeltro per soccorrere il Malatesta. Il papa lo aveva preveduto, e le sue pratiche non tendevano a niente meno che ad accendere una guerra generale per questa piccola eredità. Pensava di dividere la Romagna coi Veneziani, accordando loro ancora Bologna, ch'essi dovevano strappar di mano ai Bentivoglio, e possedere alle medesime condizioni. Paolo II prometteva il trono di Ferdinando a Renato d'Angiò ed a suo figlio Giovanni, ch'egli richiamava in Italia. Ferdinando, diceva il papa nel suo concistoro, aveva meritato colla sua ingratitudine di perdere la corona; e che, bastardo ancor esso, erasi affrettato di armarsi a favore d'un altro[357]: ma gli alleati cui appoggiavasi il papa erano più lontani che quelli dei suoi avversarj. Da una parte il duca Alfonso di Calabria, dall'altra Tristano Sforza, fratello del duca di Milano, vennero personalmente ad unirsi all'armata di Federico da Montefeltro, il quale, sentendosi il più forte, attaccò il 29 agosto l'esercito pontificio, e lo ruppe compiutamente. I principi di Romagna, che ne facevano parte, combattevano con dispiacere contro un loro fratello, temendo di essere come lui spogliati uno dopo l'altro. Costoro opposero una così debole resistenza, che non rimasero uccisi nella battaglia che circa cento uomini, sebbene il Montefeltro facesse tre mila prigionieri, tra i quali si trovavano i più distinti ufficiali dell'armata. Furono abbandonati al saccheggio gli equipaggi ed il campo, e l'artiglieria, ch'era assai bella, venne in mano de' vincitori[358]. Federico di Montefeltro avrebbe potuto approfittare assaissimo di questa vittoria; ma, rispingendo l'armata pontificia non volle attaccare la Chiesa. Si accontentò di forzare una trentina di castelli dei territorj di Rimini e di Fano a riconoscere per loro signore Roberto Malatesta; poi licenziò in novembre la sua armata[359].
[357] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 105._
[358] _Comm. Jac. Card. Papiens., l. V, p. 416. — Rayn. Ann. Eccl. 1469, § 26, p. 206._
[359] _Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 777._
La mala riuscita di questa spedizione contro Rimini calmò alquanto l'ardore guerriero di Paolo II; egli sentì che in Italia non aveva superiorità, e cominciò a concepire alcuni timori intorno alle negoziazioni d'oltremonti ancora vaghe e mal combinate, nelle quali si andava impegnando. Prima d'avere posti in movimento gli alleati che cercava al di là dei monti, potev'essere oppresso dai suoi più prossimi vicini. Altronde lo stato dell'Europa prometteva poco buon esito alle nuove leghe che Paolo II aveva voluto formare. Borso d'Este, duca di Modena, versato molto più di lui ne' sistemi, negl'interessi e nelle alleanze della grande repubblica europea, approfittava delle proprie cognizioni per illuminare il papa intorno ai veri suoi interessi, facendogli sentire che aveva molto a temere e nulla a sperare dagli oltremontani, onde così ricondurlo a quelle pacifiche disposizioni, che ugualmente convenivano al suo rango di sovrano ed alla sua qualità di padre dei fedeli[360].
[360] _Gio. Batt. Pigna Stor. dei Principi d'Este, l. VIII, p. 755-764._
L'imperatore era il primo de' sovrani, cui il papa poteva proporre la sua alleanza. Ma Paolo appunto allora era stato da lui visitato, e la personale conoscenza di Federico III non era tale da ispirargli troppa confidenza. Federico era precipitosamente partito dai suoi stati alla volta d'Italia in sul declinare del 1468; era passato il 10 dicembre per Ferrara con ristretto corteggio, ed era giunto a Roma per la vigilia del natale, senz'altro scopo che quello di soddisfare ad un suo voto. Il papa, che non poteva darsi a credere che la sola divozione dirigesse le azioni dei re, era persuaso che questo viaggio nascondesse qualche grande progetto politico, ed aveva concepito un'estrema diffidenza; aveva ingombrata Roma di soldati, ed erasi messo in guardia contro ogni sorpresa, come se il successore degli Enrici dovesse essere non meno di loro nemico della tiara. Aveva peraltro potuto presto riconoscere che l'indolente monarca di Vienna veniva alla di lui corte per adorare e per ricevere leggi, non per dettarle. Federico erasi affrettato di baciare i piedi non altrimenti che le mani ed il volto del papa[361]. Erasi mostrato più geloso dell'onore di leggere innanzi a lui il vangelo in abito da diacono, che della sua imperiale corona[362]; aveva tenuta la staffa del papa, quando questi montava a cavallo; e tutte le piccole umiliazioni della sua alta dignità furono diligentemente raccolte e descritte nella storia della corte di Roma[363]. Del resto sino dalle prime sue conferenze con Paolo II egli aveva mostrata la debolezza e la versatilità del suo carattere. In breve erasi renduto in Roma tanto spregevole quanto già lo era da lungo tempo agli occhi de' Tedeschi, de' Boemi, degli Ungari. Federico non aveva saputo conservare, nè le prerogative della sua corona, nè i confini del suo impero. Tutti i suoi diritti erano stati invasi dagli stati della Germania: di trent'anni, ch'egli regnava, la Cristianità vedevasi sempre esposta a crescenti calamità; i Turchi erano finalmente giunti ai confini de' suoi stati ereditarj, e niente aveva egli ancora fatto per difenderli. In così manifesta impotenza aveva per altro l'ambizione di far valere le antiche pretese dell'impero sullo stato di Milano; onde non aveva voluto riconoscere Francesco Sforza, nè adesso suo figlio Galeazzo. Aveva rimandati bruscamente gli ambasciatori di Galeazzo, dichiarando ch'egli solo era il duca di Milano e non altri. «Colla spada, rispose uno di loro, il duca Francesco acquistò questo ducato, e suo figlio aspetterà per perderlo che gli sia tolto colla spada[364].» Ma Federico era ben lontano dal tentare un'impresa di tanta importanza. Vero è che desiderava di entrare in lega colla santa sede, che contava Galeazzo tra i suoi nemici; ma, lungi dal riuscirvi, inspirò a Paolo II tanta diffidenza della sua debolezza, che questi avrebbe piuttosto accettata l'alleanza dello stesso Galeazzo, se a tale prezzo avesse potuto farsi guarentire le conquiste che meditava di fare in Romagna[365].
[361] _Jac. Card. Papiens., l. VIII, p. 439. — Ann. Eccl. 1468, § 48, p. 199._
[362] _Ann. Eccl. 1468, § 45, p. 199._
[363] _Diario di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1141. — Augustini Patritii Senensis de Adventu Friderici III, t. XXIII, p. 205-216. — Ann. Eccl. 1469, § 3, p. 201._
[364] _Cron. d'Agobbio di Guern. Bernio, p. 1017._
[365] _Gio. Batt. Pigna, l. VIII, p. 762._
Galeazzo Sforza poco temeva l'imperatore e non pensava pure ad amicarsi il papa. Erasi attaccato alla Francia. Luigi XI aveva saputo solleticare la sua vanità, mostrando di valutare assai la di lui alleanza, che rendeva più intima con un matrimonio. Il 6 luglio del 1468 Galeazzo Sforza sposò Bonna di Savoja, sorella di Carlotta moglie di Luigi XI. Per fare questo matrimonio mancò di fede al marchese Gonzaga, che da lungo tempo gli aveva promessa sua figlia. Bonna era stata educata nella corte di Francia, e Luigi XI ne disponeva come se dipendesse da lui solo. Non interpellò pure il di lei fratello, Amedeo IX, duca di Savoja, o piuttosto la reggenza che governava a nome di questo principe, reso quasi affatto imbecille da frequenti insulti epilettici. Luigi XI assegnò per dote a Bonna di Savoja la città di Vercelli, autorizzando Galeazzo Sforza ad acquistarla colle armi; ma questi vide tornar vani i suoi tentativi in ottobre del 1468[366].
[366] _Cristof. da Soldo Ist. Bresc., t. XXI, p. 912._ Qui termina la storia bresciana di Cristoforo da Soldo. L'autore era stato magistrato nella sua patria, e riferisce colle più minute particolarità le cose accadute sotto i di lui occhi; ma il suo linguaggio, i pregiudizj e l'importanza che dà alle voci popolari, lo dimostrano affatto mancante di educazione. La sua storia è stampata nel tom. XXI, _Rer. Ital., p. 789-914._
Il duca di Milano, altero del parentado che lo faceva cognato del re di Francia, si rese intollerante di qualunque freno, e più non volle ascoltare i consigli di sua madre Bianca Visconti, che si era sempre mostrata tenera e generosa verso di lui. La maltrattò indegnamente sforzandola ad abbandonare la corte ed a ritirarsi a Cremona. Colà morì bentosto il 19 ottobre del 1468, e si aveva di già una tale opinione della scelleratezza di Galeazzo, che venne accusato d'averla avvelenata, per impedire il progetto che supponevasi avere Bianca di dare Cremona ai Veneziani[367].
[367] _Ant. Galli Comment. Rer. Gen., t. XXIII, p. 264. — Bernard. Corio Hist. Mil., p. VI, p. 970._ «Si disse ch'era morta più di veleno che di mal naturale;» ma il Corio, paggio di Galeazzo, non osa indicare su chi cadessero i sospetti. È più aperto il Galli.
Paolo II, respinto dal duca di Milano, nulla poteva sperare da Luigi XI dopo l'intima sua alleanza col duca. Per altro era propriamente alla corte di Francia che il papa aveva sperato di trovare un difensore, un vindice, e colà aveva intavolati i suoi primi trattati. Ma Giovanni d'Angiò, duca di Calabria, cui erasi rivolto per armarlo contro il re di Napoli, trovavasi in allora occupato in un'altra guerra con quegli stessi Arragonesi, cui aveva precedentemente contrastata la corona di Napoli, e questa guerra più non permetteva al papa di sperare nè i soccorsi de' Francesi nè quelli degli Spagnuoli. Il fratello del grande Alfonso, Giovanni re di Navarra, gli era succeduto sul trono d'Arragona senza voler rinunciare lo stato di Navarra, ereditato dalla prima sua moglie, a suo figlio Carlo, conte di Viana, come aveva promesso di fare. La sola domanda fattagliene aveva in lui risvegliato un violento risentimento verso i figli del primo letto, e la seconda sua consorte, Giovanna Enriquez, che gli aveva dato per figlio il troppo famoso Ferdinando il Cattolico, non aveva mancato d'inasprire questo risentimento, cambiandolo in un implacabile odio. A Ferdinando pensava Giovanni di trasmettere le corone ereditate da Alfonso. Aveva fatta la guerra al conte di Viana, la di cui causa era stata abbracciata dal re di Castiglia. I Catalani eransi sollevati a favore del loro principe ereditario, ed il re per disfarsi di lui si era valso del tradimento. Aveva sotto la fede pubblica chiamato suo figlio alle _Cortes_ d'Ilerda, dove lo aveva poi fatto arrestare con aperto disprezzo del suo salvacondotto, e quando universali insurrezioni lo forzarono a rilasciarlo, egli non gli diede la libertà che dopo avergli dato un veleno, che lo condusse a morte il 24 agosto del 1461[368]. Due sorelle legittime, eredi del conte di Viana, imbarazzavano ancora il cammino di Ferdinando. Il re Giovanni sagrificò la maggiore, Bianca, sposa separata del re di Castiglia, alla cadetta, Eleonora, che fu poi regina di Navarra, la quale aveva sposato il conte di Foix. Bianca fu data in mano ad Eleonora, e perì avvelenata nel castello d'Orthès nel 1464[369]. Tanti delitti non fecero che accrescere la ripugnanza dei popoli per tali sovrani. I Catalani, piuttosto che riconoscere Giovanni o suo figliuolo, chiamarono al trono don Pedro, infante di Portogallo, e morto questi nel 1466[370], si volsero finalmente al vecchio re Renato d'Angiò, che per sua madre Yolanda d'Arragona veniva ad essere nipote di Giovanni I d'Arragona, morto nel 1395. Renato, troppo vecchio per prendere parte a nuove guerre, cedette l'eventualità di questa spedizione a suo figliuolo Giovanni, duca di Calabria: Giovanni fu infatti proclamato re di Barcellona; e colà aveva ricevute le prime proposizioni di Paolo II; siccome l'intrapresa guerra non procedeva troppo prosperamente, forse non sarebbe stato lontano dal pensiero di sperimentare un'altra volta la sua fortuna nel regno di Napoli; ma, sorpreso da una malattia epidemica in Barcellona, vi morì il 16 dicembre del 1470, in età di 45 anni[371], e pose con ciò fine alla resistenza dei Catalani, alle negoziazioni del papa, ed alle ultime speranze del partito d'Angiò[372].
[368] _Ann. Eccl. Raynaldi, 1461, § 130, p. 116. — Ant. Galli Comment. Rer. Genuens., t. XXIII, Rer. Ital., p. 247._ Ferdinando il Cattolico, cui era stato sagrificato il conte di Viana, volle purgare i suoi genitori dalla infame taccia di tanti delitti, ed incaricò Lucio Marinco Siciliano di scrivere la storia di quest'avvenimento (_l. XIII, p. 415_). Per altro trapela ancora la verità nella narrazione di questo mercenario storico. Carlo di Viana fu arrestato alle Cortes d'Ilerda il 2 dicembre 1460 (_Marin. Siculus, l. XIII, p. 418. — Mariana de Reb. Hisp., l. XXIII, c. 2, p. 61_). Venne rilasciato il 1.º marzo del 1461 a Barcellona (_Mar. Siculus, l. XIII, p. 422. — Mariana, p. 62_); e morì, secondo il Mariana, il 24 settembre dello stesso anno; secondo Gallo il 24 agosto (_Mariana, l. XXIII, c. 3, p. 62. — Marin. Sicul., l. XIII, p. 424_). — Marinco Siciliano attribuisce le vociferazioni di veleno alla superstizione di coloro che credettero di udire nelle strade di Barcellona l'ombra del conte di Viana accusare sua matrigna. Il Mariana annunzia con maggiore franchezza il sospetto, almeno di tutto un partito; sospetto che fu cagione di spaventose guerre civili.
[369] _Mariana, l. XXIII, c. IV, p. 63._
[370] _Ivi, c. VI, p. 65. — Marin. Siculus, l. XVI, p. 451._
[371] _Mariana, l. XXIII, c. XVI, p. 80. — Marin. Siculus, l. XVII, p. 455._
[372] _Ant. Galli Comm. Rer. Genuens., t. XXIII, Rer. It., p. 245-262. — Gior. Napol., p. 1135. — Gaillard, Hist. de la rivalité de la France et de l'Espagne, l. III, chap. III. — Marin. Siculus, l. XV, p. 439, l. XVI, p. 452 e l. XVII, p. 455._
Anche prima della morte del duca di Calabria i progressi dei Turchi, ch'empirono l'Italia di spavento, l'invasione della Croazia nel 1469, la conquista di Negroponte nel 1470, fecero all'ultimo sentire a Paolo II quanto imprudente cosa sarebbe l'accendere una nuova guerra alle porte di Roma, impiegando contro un feudatario della santa sede quei soldati e quelle ricchezze, di cui potrebbe tra poco aver bisogno per difendere la propria esistenza. Acconsentì adunque di lasciare a Roberto Malatesta i feudi che aveva posseduti suo padre, e coll'intervento di Borso, duca d'Este, propose a tutti gli stati d'Italia una lega per la difesa generale, ed il mantenimento d'ognuno nella propria indipendenza; lega che venne finalmente da tutti accettata, e pubblicata il 22 dicembre del 1470[373].
[373] _Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 783. — Guern. Bernio Cron. d'Agobbio, l. XXI, p. 1020. — Gio. Batt. Pigna, l. VIII, p. 769._
Paolo II aveva compiutamente tradite le speranze de' cardinali e di tutta la Chiesa; l'unanimità de' suffragi in suo favore nell'istante in cui cercavasi un uomo degno di succedere a Pio II, uno de' più grandi pontefici che abbia avuto la Chiesa, faceva da Paolo sperare sommi talenti e grandi virtù; ed egli per lo contrario facevasi conoscere ambizioso, collerico, perfido nelle sue negoziazioni, ingrato verso la sua patria, imprudente nella sua politica, poco curante dei veri interessi della Cristianità. Nell'istante in cui suo malgrado ridonava la pace all'Italia, abbandonossi a nuovi progetti di vendetta contro altri nemici, che credeva d'avere scoperti. Erano questi i letterati di Roma, che, in sull'esempio di altre città d'Italia, avevano di fresco fondata un'accademia. Una feroce diffidenza fece da Paolo II risguardare la loro associazione come una trama contro la sicurezza del papa e contro la pace della Chiesa. Assoggettò alla tortura uomini il di cui nome in allora pronunciavasi con venerazione; volle essere presente egli medesimo ai loro tormenti per incalzare ii loro interrogatorio, e lasciò che i carnefici eccedessero in modo i limiti prescritti in questa orribile processura, che Agostino Campano, uno de' dotti, ch'egli aveva fatti imprigionare, morì tra le loro mani. Pure tante crudeltà non gli svelarono alcuna trama, che potesse giustificare la sua collera, alcuna eresia contro la Chiesa, alcuna cospirazione contro lo stato[374]. Provocarono soltanto sopra di lui l'odio de' suoi contemporanei e quello dei letterati, ed avrebbero tolto ogni difensore alla sua memoria, ad eccezione di quelli che difendono per professione tutti gli atti della santa sede, se un beneficio da lui accordato alla casa d'Este, o piuttosto un titolo d'onore, onde lusingò la di lei vanità, non gli avesse acquistati degli apologisti tra i beneficati di questa casa.
[374] _Platina in Vita Pauli II, p. 449. — Ginguené Hist. Litter. d'Italie, t. III, chap. XXI, p. 411._
Borso d'Este era stato dall'imperatore creato duca di Modena e di Reggio; ma in Ferrara non aveva ancora altro titolo che quello di vicario pontificio. Le prime due città dipendevano dall'impero, l'altra dalla santa sede. Spiaceva a Borso di non prendere il suo più onorevole titolo dalla città in cui abitualmente dimorava, e che da più lungo tempo ubbidiva alla sua famiglia. Borso aveva meritata la riconoscenza del pontefice pel suo zelo come mediatore dell'ultima pace. Egli aveva tratto Paolo II dall'imbarazzo ov'erasi imprudentemente posto coll'aggressione di Rimini e colle negoziazioni col duca di Calabria. Il papa per attestargli la sua gratitudine acconsentì d'innalzare Ferrara al rango di ducato _dipendente_ dalla santa sede. Chiamò Borso a Roma pel giorno di Pasqua, 14 aprile del 1471 per investirlo di questa nuova dignità con una straordinaria pompa. In principio della cerimonia il papa lo armò cavaliere di san Pietro, gli diede a tenere la spada sguainata in tempo della messa per difendere la Chiesa e per confondere gl'infedeli. Gliela fece in appresso cingere da Tommaso, despota della Morea, fratello dell'ultimo imperatore d'Oriente. Gli si fecero porre gli speroni da Napoleone Orsini, generale della Chiesa, e da Costanzo Sforza, figlio del signore di Pesaro. Fin allora Borso aveva avuto posto cogli arcivescovi; ma quando il papa gli ebbe in appresso dato il mantello ducale, lo fece sedere tra i cardinali, quasi lo avesse renduto loro eguale; finalmente Paolo II gli presentò la rosa d'oro, che il pontefice costuma di dare il dì di Pasqua ad alcuno de' più grandi signori della Cristianità[375]. Pare che veruna bolla autenticasse questa nomina, o almeno niuna ne viene riferita dall'annalista della Chiesa, o da quello della casa d'Este[376]. Non pertanto fu per cagione di tal nuovo titolo, che questa casa venne in appresso spogliata d'uno stato, cui aveva posseduto più di quattro secoli. Il vicariato perpetuo della santa sede, estinguendosi la legittima linea, doveva ricadere al supremo signore. Originariamente i signori di Ferrara avevano riconosciuto l'alto dominio della Chiesa per sottrarsi a quello dell'imperatore: ma i signori di Ferrara non avevano ricevuta da costoro l'autorità sopra Ferrara, ma da un antico contratto col popolo. La vana pompa, che diede un titolo alla casa d'Este, la cinse di catene fin allora non vedute. La sovranità di Ferrara e la dignità ducale vennero risguardate come beneficj della santa sede, i quali essa aveva potuto limitare con condizioni, e poteva ritirare a di lei beneplacito. Don Cesare d'Este perdette il ducato di Ferrara, il 13 gennajo del 1598, perchè Borso ebbe la debolezza di ricevere la corona ducale il 14 aprile del 1471.
[375] _Gio. Batt. Pigna Stor. de' Principi d'Este, l. VIII, p. 775._
[376] _Ann. Eccl. Rayn. 1471, § 56, p. 231. — Diario Romano di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1142. — Diario Ferrarese, t. XXIV, p. 228._