Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)

Part 18

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I Fiorentini avevano opposto al Coleoni Federico da Montefeltro, conte d'Urbino, che formato nella scuola di Francesco Sforza, univa un'alta riputazione militare a quella delle lettere. Non altrimenti che il suo avversario più non trovavasi nel vigore dell'età, ed ambedue si prendevano maggior cura di non pregiudicare l'antica loro riputazione, per cui talvolta usavano un'esagerata prudenza, che di terminare sollecitamente la guerra con ardite operazioni. Quanto i Medici da un lato e gli emigrati dall'altro bramavano un'azione decisiva, onde approfittare degli immensi armamenti che esaurivano i loro tesori, altrettanto i due generali pareva che cercassero di evitarla. Frattanto il giovane duca di Milano, Galeazzo Sforza, erasi affrettato di recarsi al campo fiorentino per attestare nel più solenne modo che si conserverebbe fedele alle alleanze di suo padre coi Medici e colla repubblica. Il suo rango voleva che gli si dasse un comando non dovuto alla sua inesperienza. Non meno impetuoso di quel che cauto fosse e considerato il Montefeltro, era inoltre riscaldato dalle basse adulazioni de' suoi cortigiani, sicchè, credendo tutto sapere, tutto osava intraprendere; ma il vero coraggio non si accoppiava alla sua audacia, e vile mostravasi poi nel pericolo in cui si era temerariamente posto. Due volte trasse Federico di Montefeltro a presentare battaglia al nemico, e due volte, preso da panico terrore, l'abbandonò nell'istante dell'azione; sicchè due volte l'armata fiorentina sarebbe stata distrutta, se il Coleoni fosse stato più giovane e più confidente, ed avesse saputo approfittare de' suoi vantaggi[327].

[327] _Jacobi Card. Papiens., l. III, p. 387._

I decemviri della guerra a Firenze sapevano che il Montefeltro non rispondeva della sorte dell'armata affidatagli, finchè aveva un tale collega. Altronde essi conoscevano la presunzione di Galeazzo Sforza, e temevano di offenderlo. Presero adunque il partito d'invitarlo a Firenze per assistere alle pubbliche feste, colle quali la repubblica voleva attestargli la sua riconoscenza ed il suo rispetto[328]; e Federico di Montefeltro ebbe ordine di approfittare della sua lontananza per venire a battaglia. Infatti il 25 luglio del 1467, poco dopo il mezzogiorno, attaccò il Coleoni alla Molinella. Ostinata fu la battaglia, e soltanto l'oscurità potè separare i combattenti dopo una mischia di otto ore fino a notte inoltrata. L'artiglieria leggiera adoperata in questa battaglia, per quanto si racconta contribuì a renderla più sanguinosa; appoggiandosi a questa circostanza si cercò di attribuire al Coleoni l'invenzione de' cannoni di campagna; ma è certo che vennero adoperati nelle due armate col nome di _spingarde_ senza dare un deciso vantaggio all'uno o all'altro generale[329].

[328] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 101. — Nicc. Machiavelli, l. VII, p. 320._

[329] _Jac. Card. Papiens., l. III, p. 389. — Gio. Battista Pigna, l. VIII, p. 731._

Ritirandosi dal campo di battaglia della Molinella, i due generali si scoraggiarono calcolando le proprie perdite, come se ambidue fossero stati battuti. Per altro il Coleoni aveva perduti più uomini e più cavalli: onde pochi giorni dopo sottoscrissero un armistizio ed intavolarono negoziati[330].

[330] _Cron. di Bolog., l. XVIII, p. 767. — Guernieri Bernio, t. XXI, p. 1013. — Ant. de Ripalta An. Placent., t. XX, p. 921. — Jo. Mich. Bruti, l. IV, p. 90._

Nello stesso tempo messer Filippo di Bressa, fratello del duca di Savoja, era entrato negli stati del marchese di Monferrato, e minacciava quelli di Milano. Galeazzo tornò sollecitamente in Lombardia con quattro mila cavalli e cinque mila fanti per impedirgli di avanzarsi; ma le due armate si osservarono e minacciarono senza venire a battaglia, mentre il re di Francia trattava tra le parti il ristabilimento della pace, che in fatti venne soscritta il 14 novembre del 1467 fra il duca di Savoja, il duca di Milano ed il marchese di Monferrato[331].

[331] _Benvenuto da san Giorgio Ist. del Monferrato, t. XXIII, p. 739. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 910. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII, p. 1185._

Le due repubbliche di Firenze e di Venezia avevano ancora maggior bisogno della pace, non avendo ritratto verun vantaggio da così dispendiosi armamenti, nè fatto verun acquisto. Gli emigrati, che si erano ruinati per mettere in campagna l'armata del Coleoni, avevano col danaro perduta ogni considerazione. La guerra più non aveva uno scopo, e non pertanto riuscì difficile la conchiusione della pace. Borso d'Este, duca di Modena, e papa Paolo II si offrirono come mediatori. Il primo, non deviando dalla politica della sua famiglia, che dopo il cominciamento del secolo era stata la pacificatrice dell'Italia, cercava di buona fede i mezzi di conciliazione; ma Paolo II per lo contrario tentava segretamente di imbarazzarlo. Ora rappresentava al duca di Modena, che la discordia delle grandi potenze d'Italia formava la sicurezza delle piccole, e dava maggiore considerazione al pontefice[332]; ora cercava di persuadere al Fiorentini d'essere apparecchiato di unirsi a loro contro Venezia: onde Francesco Naselli, ambasciatore di Ferrara, provò maggiore difficoltà nello sventare le segrete pratiche del papa senza offenderlo, che a conciliare gl'interessi delle potenze nemiche[333].

[332] _Gio. Batt. Pigna, l. VIII, p. 733._

[333] _Ivi, p. 734-739._ Sono le stesse espressioni del Naselli, che sotto le forme di rispetto e di timore religioso, disvela tutta l'immoralità del pontefice.

Finalmente il duca di Modena, dopo avere discussi tutti gli articoli colle parti contraenti, lasciò al solo pontefice l'onore del trattato di pace. Paolo II lo pubblicò il 2 febbrajo del 1468 sotto la forma d'una sentenza pontificia, minacciando la scomunica a chiunque non vi si assoggetterebbe. Gli articoli convenuti dalle due parti erano poco complicati; non era stata fatta alcuna conquista e non eravi nulla da restituire; rispetto agli emigrati fiorentini, pei quali erasi cominciata la guerra, e che quasi soli ne avevano sostenute le spese, nulla fu convenuto a loro favore, e furono vilmente abbandonati dai loro alleati. I sovrani, la di cui morale pubblica non ha che la sanzione della forza, non risguardano i loro impegni verso le private persone come facenti parte del diritto politico. Ma agli articoli di pace concordemente stipulati, Paolo II aggiunse l'inaspettata condizione di nominare Bartolomeo Coleoni generale della Cristianità, per sostenere la guerra contro i Turchi in Albania con una paga di cento mila fiorini a carico di tutti gli stati d'Italia[334]. I sovrani, chiamati a concorrere al mantenimento del Coleoni, erano persuasi che il papa non aveva altrimenti intenzione di mandarlo in Albania, ma piuttosto di valersene per opprimere l'Italia, dopo averlo fatto sua creatura. I Fiorentini promisero di pagare il loro contingente, ma solo quando il Coleoni avrebbe posto piede nel territorio dei Turchi. Il duca di Milano ed il re di Napoli protestarono altamente contro una convenzione per la quale non avevano dato alcun potere ai mediatori; minacciarono di farsi ragione colle armi, appellandosi della scomunica del pontefice ad un futuro concilio. Paolo II sconcertato modificò la sua sentenza del 25 aprile, togliendone tutto quando risguardava il Coleoni. Venne allora accettata e pubblicata in tutta l'Italia[335].

[334] La proporzione stabilita per questa contribuzione è uno dei dati per giudicare dello stato comparativo delle ricchezze e della potenza dei sovrani dell'Italia.

La santa sede dovea contribuire, fior. 19,000 Il re di Napoli » 19,000 I Veneziani » 19,000 Il duca di Milano » 19,000 I Fiorentini » 15,000 I Sienesi » 4,000 Il duca di Modena » 3,000 Il marchese di Mantova » 1,000 La repubblica di Lucca » 1,000 ------- Totale fior. 100,000

Il decreto trovasi tutto intero presso il _Rayn. Ann. Eccl. 1468, § 15-21, p. 192. — Comm. Jacob. Card. Papiensis, l. IV, p. 392. — Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 103. — Navagero Stor. Venez., p. 1127._

[335] _Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 911. — Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 103. — Gio. Batt. Pigna Stor. de Principi d'Este, l. VIII, p. 743._

Non solo il governo dei Medici punto non restituì agli emigrati fiorentini i loro beni ch'egli aveva presi, e non li richiamò in patria, ma prese anzi occasione da questa guerra per farsi più tirannico ed arbitrario, e per estendere le sue persecuzioni sopra una folla di cittadini non compresi nelle prime sentenze. Le più ragguardevoli famiglie di Firenze vennero trattate con eccessivo rigore. I Capponi, gli Strozzi, i Pitti, gli Alessandri ed i Soderini, ch'eransi sottratti alle prime condanne, furono compresi in quella del mese d'aprile del 1468[336]. Vere o pretese congiure per occupare ora Pescia, ora Castiglionchio, vennero punite col supplicio di moltissimi imputati. La giustizia erasi renduta totalmente venale; le magistrature, lungi dal proteggere il popolo, omai non sembravano istituite che per soddisfare le private passioni, opprimendo alternativamente tutti coloro che avevano la sventura di eccitare la gelosia o la cupidigia degli uomini potenti[337]. Pietro de' Medici, tenuto quasi continuamente nella sua villa di Careggi dalla violenza della sua malattia, non conosceva che imperfettamente i disordini che per sua autorità ed in suo nome si andavano moltiplicando; ed altronde non sapeva come apporvi rimedio. La gotta lo aveva renduto paralitico, non lasciandogli altro di sano che la mente. I suoi figli, sebbene ancora fanciulli, annunciavano veramente quei talenti, che poi li resero illustri, ma l'età loro non permetteva loro di partecipare al governo dello stato, o di reprimere i tirannici modi della loro fazione. Le brillanti feste, le giostre, i tornei, nei quali si distinsero questi giovinetti[338], distrassero alcun tempo il popolo dal pensiero della propria miseria; e siccome gli eruditi, che soli in questo secolo erano i dispensieri della riputazione, continuavano a ricevere piccoli doni e pensioni da Pietro, come ne avevano ricevuto da Cosimo suo padre, non fecero difficoltà di attribuirgli il nome di Mecenate, e di celebrarne il carattere, i talenti, le cognizioni, facendolo risguardare come il primo cittadino dell'Italia, perchè ne era il più ricco[339].

[336] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 104._

[337] _Machiavelli, l. VII, p. 322. — Cron. di Leonardo Morelli, t. XIX, Deliz. degli Erud. Tosc., p. 184._

[338] Questi tornei hanno una celebrità comune colle lettere, avendo dato l'argomento a due poemi: la _Giostra di Lorenzo_ del Pulci, e la _Giostra di Giuliano_ di Poliziano. Stando al Giornale di Leonardo Morelli (_t. XIX, p. 185_), che probabilmente non fu veduto da Roscoe, il torneo di Lorenzo fu dato il 13 febbrajo del 1468 anno fiorentino, 1469 anno volgare.

[339] Il signor Roscoe raccolse tutte queste adulazioni prodigate ai Medici, con una parzialità per tutta la famiglia del suo eroe, indegna della savia sua critica e del suo amore per la libertà. Esclude attentamente dalla sua storia tutto ciò che può nuocere alla memoria di Cosimo, di Pietro o di Lorenzo, e non vuole prestar fede in loro svantaggio nemmeno agli storici ligi a questa famiglia, ed obbligati ad adularla. _Life of Lorenzo, t. I, p. 88-106._

Diede motivo al rinnovamento di queste feste e di questi spettacoli il matrimonio del primo figlio di Pietro, Lorenzo de' Medici, con Clarice, figliuola di Jacopo Orsini, principe romano. I Fiorentini non videro senza gelosia un loro concittadino ricercare questo esterno parentado con un gran signore. Più prudente era stato il vecchio Cosimo, che non aveva ammogliati i suoi figliuoli fuori della patria, per non esporsi all'accusa di sdegnare l'eguaglianza repubblicana. Questo matrimonio si celebrò con grandissima pompa il 4 giugno del 1469[340], quando già Pietro sentiva venir meno le sue forze, e vedeva avvicinarsi il fine della sua vita; egli non poteva non sentire che la cattiva condotta dei capi del suo partito provocava sulla di lui famiglia l'odio pubblico, ed esponeva alle passioni popolari que' giovanetti, ch'egli bentosto lasciar doveva senza difensori. Assicura il Machiavelli che chiamò presso di sè coloro che governavano la repubblica, per dar loro questi ultimi avvisi. «Io non avrei mai creduto, disse loro, che e' potesse venir tempo, che i modi e costumi degli amici mi avessero a far amare e desiderare i nemici, e la vittoria la perdita, perchè io mi pensava avere in compagnia uomini che nelle cupidità loro avessero qualche termine o misura, e che bastasse loro vivere nella loro patria sicuri ed onorati, e di più de' loro nemici vendicati. Ma io conosco ora come io mi sono di gran lunga ingannato, come quello che conosceva poco la naturale ambizione di tutti gli uomini, e meno la vostra; perchè non vi basta essere in tanta città principi, ed avere voi pochi quegli onori, dignità ed utili, de' quali già molti cittadini si solevano onorare; non vi basta avere in tra voi divisi i beni dei nemici vostri; non vi basta potere tutti gli altri affliggere con i pubblici carichi, e voi liberi da quelli avere tutte le pubbliche utilità, mentre voi con ogni qualità d'ingiuria ciascheduno affliggete. Voi spogliate de' suoi beni il vicino, voi vendete la giustizia, voi fuggite i giudizj civili, voi oppressate gli uomini pacifici, e gl'insolenti esaltate. Nè credo che sia in tutta l'Italia tanti esempj di violenza e di avarizia, quanti sono in questa città. Dunque questa nostra patria ci ha dato la vita, perchè noi la togliamo a lei? Ci ha fatti vittoriosi, perchè noi la distruggiamo? Ci onora, perchè noi la vituperiamo? Io vi prometto per quella fede che si debbe dare e ricevere dagli uomini buoni, che se voi seguiterete di portarvi in modo ch'io mi abbia a pentire d'avere vinto, io ancora mi porterò in maniera, che voi vi pentirete d'aver male usata la vittoria[341].» In fatti, queste ammonizioni riuscendo inefficaci, Pietro fece venire celatamente Angelo Acciajuoli in Caffagiuolo per trattare con lui del richiamo degli esiliati e dei mezzi di reprimere l'insolenza del partito vincitore; ma la morte che lo sorprese in principio di dicembre del 1469 prevenne l'esecuzione di tali suoi onestissimi pensieri[342]. In tempo della sua amministrazione il territorio della repubblica fiorentina erasi ingrandito con un solo acquisto fatto in un modo totalmente pacifico. La signoria acquistò il 28 febbraio del 1467 da Luigi di Campo Fregoso Sarzana e la fortezza di Sarzanello pel prezzo di trentasette mila fiorini. Questa piccola città signoreggiava la Lunigiana e l'apertura dei due importanti passi che conducono in Toscana, l'uno da Genova, l'altro da Parma per Pontremoli, ed era stata data in feudo alla casa Fregoso il 2 novembre del 1421 da un trattato tra la repubblica di Genova ed il duca di Milano[343].

[340] _Cron. di Leon. Morelli. Deliz. degli Erud., t. XIX, p. 183. — Ricordi di Lorenzo de' Medici, Append. in Roscoe 12, t. III, p. 44._

[341] _Machiavelli Ist., l. VII, p. 326. — Jo. Mich. Bruti Hist. Flor., l. IV, p. 94._

[342] Il 2 dicembre, secondo Lorenzo, il 3 secondo Scipione Ammirato, il 13 secondo Morelli. _Ricordi di Leone Morelli, p. 185. — Ricordi di Lorenzo, N.º 12, p. 44. — Jo. Mich. Bruti, l. IV, p. 98. — Scipione Ammirato, l. XXIII, p. 106._

[343] _Cron. di Leon. Morelli, t. XIX, p. 184. — Ricordi di Lorenzo de' Medici, p. 43._

Di questi tempi i sovrani del mezzogiorno d'Italia aggravavano il giogo dei loro sudditi. Ferdinando, dopo avere colpite le più illustri vittime, aveva potuto facilmente sorprendere tutti coloro che nella guerra civile gli avevano dato qualche momentanea inquietudine, ma che egli aveva saputo addormentare con vane speranze e falsi giuramenti. Da principio aveva tenuta questa tortuosa politica d'accordo con Paolo II. Alcuni grandi feudatarj della santa sede erano caduti vittima della perfidia del papa, mentre i baroni di Napoli soggiacevano a quella del re. I conti dell'Anguillara avevano dato ombra agli immediati predecessori di Paolo II. Dolce erasi distinto come condottiere, Averso, sotto Eugenio IV aveva più volte portata la guerra civile fin presso Roma; aveva poi lasciata l'alleanza degli Orsini per quella de' Colonna, e tentato d'ottenere colle armi la successione di Tagliacozzo[344]. Uno de' figliuoli d'Averso era stato levato al fonte battesimale da Paolo II, il quale nel principio del suo regno approfittò di questa relazione per intavolare con lui e con suo fratello amichevoli negoziazioni, eccitandolo a passare al suo servigio piuttosto che impegnarsi col Piccinino. Erano omai d'accordo rispetto al soldo, ma non erano per anco convenuti intorno a tutti gli articoli: frattanto il papa faceva avanzar truppe verso i confini del re di Napoli, e questi faceva lo stesso dal canto suo: ed era appunto nella circostanza in cui il Piccinino giugneva presso di Ferdinando, e veniva accolto con così splendide feste. Credevasi che la guerra fosse per iscoppiare tra il re e la santa sede, e che il Piccinino verrebbe posto a fronte del conte dell'Anguillara, quando improvvisamente il Piccinino fu imprigionato ed ucciso; i figli del conte d'Aversa colpiti nel tempo medesimo da sentenza di scomunica, e le truppe del re, unitesi a quelle del papa, presero in undici giorni ai loro legittimi padroni dodici fortezze credute inespugnabili. Francesco Averso dell'Anguillara fu arrestato co' suoi figliuoli e custodito nelle prigioni del papa; Deifobo, suo fratello, potè fuggire; e Paolo II, che aveva combinato questo tradimento con quello di Ferdinando contro il Piccinino, divulgò che la morte di quest'ultimo aveva renduta la libertà all'Italia[345].

[344] _Comm. Pii Papae II, l. II, p. 39._

[345] _Mich. Cannesius Viterbiens. in Vita Pauli II, Rer. It., t. III, p. II, p. 1013-1018._

Frattanto il papa pretendeva un tributo dal regno di Napoli. Le antiche investiture ne determinavano il valore in otto mila once d'oro, ossiano sessanta mila fiorini per le due Sicilie; ma dopo la separazione dell'isola dalla terra ferma il tributo di quest'ultimo regno era stato ridotto a quaranta mila cinquecento fiorini[346]. Paolo II ne chiedeva il pagamento, e Ferdinando per dispensarsene pretestava la miseria del suo regno e le spese della sua spedizione contro i conti dell'Anguillara, intrapresa per servigio del papa[347]. Altre contestazioni intorno alla sovranità di Terracina, del ducato di Sora e delle miniere d'allume di Tolfa inasprirono bentosto le due vicine potenze, che cominciavano a non più aver bisogno de' mutui soccorsi. Ferdinando non volle dichiarare la guerra al papa, ma sperava di atterrirlo ostentando le proprie forze. Di suo ordine suo figlio Alfonso occupò, armata mano, i territorj in lite, mentre Paolo II gli rimproverava amaramente la sua ingratitudine verso la santa sede, cui doveva la sua corona[348].

[346] _Mich. Cannesius Viterbiens. in Vita Pauli II, Rer. It., t. III, p. II, p. 1022._

[347] _Giannone Ist. Civ., l. XXVII, c. 2, p. 563._

[348] _Comm. Jacob. Card. Papiensis, l. IV, p. 395. — Raynald. Ann. Eccl. 1468, § 29-31, p. 196._

La successione ai feudi dei Malatesti in Romagna, cui aspirava Paolo II per essere estinta la legittima linea, sparse nuovi semi di discordia tra questo impetuoso pontefice, il re di Napoli, e gli altri vicini. I due fratelli Domenico e Sigismondo Malatesta avevano egualmente incontrata la disgrazia dei pontefici. Questi avevano acconsentito a stento a lasciarli godere parte de' loro stati finchè vivessero; ma impazientemente aspettavano che morissero questi principi, per richiamare le loro signorie sotto l'immediato dominio della chiesa, o per assegnarle in retaggio ai loro nipoti. Paolo II aveva nel 1463 fatto conoscere il suo malcontento per avere Domenico Malatesta, signore di Cesena, venduta la piccola città di Cervia e le sue saline ai Veneziani. Quando venne a morte questo Domenico, il 20 novembre del 1465, Paolo II fece occupare la sua eredità, e non volle accordarne che una piccola parte a Roberto, figliuolo di Sigismondo[349].

[349] _Guernieri Bernio Stor. d'Agobbio, p. 1010. — Claramontii Hist. Caesenae, l. XVI, p. 434 in Thes. Rer. Ital. Burmanni, t. VII, p. II._

L'eredità di Sigismondo Pandolfo Malatesta era di molto maggiore importanza. Questo principe morì il 13 ottobre del 1468 dopo un regno di trentanove anni, ne' quali aveva spiegati più talenti militari che niun altro capo di questa casa così feconda di grandi capitani[350]. Da prima Sigismondo aveva guerreggiato per proprio conto presso Rimini, poscia militato al soldo dei re di Napoli, de' Fiorentini e de' Veneziani. Ma la sua perfidia era ancora più celebre che la sua abilità o il suo valore; perciocchè veruna promessa aveva mai avuto forza di legarlo. Genero di Francesco Sforza e zio del conte d'Urbino, gli aveva tutti e due traditi; aveva meritato colla sua perfidia verso il papa l'accanimento di Pio II per ispogliarlo del suo stato; e se la tortuosa sua politica poteva pur trovare qualche apologia in quella di tutti i principi suoi contemporanei, la sua politica nell'interno della sua famiglia l'aveva mostrato uno scellerato. Ammogliatosi tre volte, aveva crudelmente fatte perire le due prime mogli, ed Isotta, la terza, che gli sopravvisse, aveva sortiti oscuri natali, ed era stata lungo tempo la sua amica[351]. Niuna consorte gli aveva dati figliuoli, ma da due altre amanti ne aveva avuti due, Roberto II e Sallustio, che Pio II aveva legittimati nel 1450. Quest'uomo per altro sentiva quel gusto per le lettere, le arti e la magnificenza, che tanto onorò i principi Italiani del XV.º secolo. Aveva abbellita la sua città di Rimini di palazzi e di chiese che tutta sentivano la purità della rinascente architettura, e vi aveva fondata una biblioteca con enorme dispendio, imperciocchè, sebbene a' suoi tempi si fosse inventata la stampa, non erasi ancora tanto diminuito il prezzo dei libri, che, per raccogliere le scritture degli antichi autori, non abbia dovuto impiegarvi una considerabile parte del danaro guadagnato nelle battaglie e nel servizio di stranieri principi[352]. Le corti d'Italia non s'accostavano di lunga mano al lusso che vi si vede nell'età nostra; la casa del principe non contava che un piccolo numero di guardie e di semplici servitori; non si conoscevano i grandi ufficiali della corona, ed anche i più piccoli stati non erano ruinati dal fasto de' sovrani. Invece di marescialli, di ciambellani, di grandi cacciatori, il Malatesta aveva presso di sè alcuni uomini distinti, cui non chiedeva verun servigio. Aveva egli stesso composte alcune poesie italiane, e volentieri s'intratteneva coi poeti e coi dotti. Trovava ne' loro discorsi quell'istruzione che sapeva cercare ancora nei libri; entrava volentieri in dotte dispute, e permetteva di contraddirlo; aveva un particolar gusto per le più oscure quistioni della filosofia naturale, e queste vivaci conversazioni formavano la delizia de' conviti del suo palazzo, o dei pranzi in casa de' suoi sudditi, cui interveniva familiarmente[353].

[350] _Annales Forolivienses, t. XXII, p. 227._

[351] _Jacobi Card. Papiens., l. V, p. 403._

[352] Il primo privilegio accordato ad uno stampatore è del mese di settembre del 1469. Fu il consiglio de' Pregadi di Venezia che concesse a Giovanni di Spira l'esclusivo diritto di stampare per cinque anni le lettere di Cicerone e di Plinio. _Vite dei Duchi di Marin Sanuto, p. 1189._ È cosa notabile che al più quindici anni soli dopo l'invenzione della stampa un librajo abbia avuto bisogno d'un privilegio.