Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)

Part 17

Chapter 173,602 wordsPublic domain

Per altro queste borse della magistratura erano state composte dalla stessa fazione dei Medici, e non contenevano che nomi di persone alla medesima affezionate. I tribunali erano perciò sempre dipendenti da loro, e le finanze stavano nelle loro mani; essi disponevano pei loro privati interessi dell'entrate della repubblica; un sistema di corruzione e di clientela erasi di già stabilito nello stato, e Firenze ubbidiva sempre a Pietro in forza di una gratitudine che più non aveva per fondamento nè la stima nè la gratitudine. Ma i capi di quelle antiche famiglie, che avevano fondata la libertà, e che sdegnavano i Medici quali nuovi ricchi, gli uomini di stato, che avevano coi loro talenti e colla lunga abitudine degli affari acquistata la confidenza dei loro concittadini, non potevano senza indignazione vedersi soppiantati da un uomo debole di spirito e di corpo, giunto per infermità ad immatura vecchiezza, ed il di cui credito non aveva verun fondamento. Quando il primo novembre del 1465 la sorte fece toccare il gonfalone di giustizia a Niccolò Soderini, tutta la città, confidando nel di lui coraggio, nella sua vasta erudizione, nella sua eloquenza, nel suo amore di libertà, sperò che approfitterebbe della sua magistratura per distruggere inveterati abusi, per rendere il debito vigore alle leggi, e mettere nuovamente d'accordo, le instituzioni coi costumi. Il desiderio, che avevano i Fiorentini vivissimo di sottrarsi alla tutela di Pietro, era tanto unanime, che la nomina di Niccolò Soderini fu una festa nazionale. Tutto il popolo lo accompagnò al palazzo pubblico ed applaudì con trasporto, quando, cammin facendo, gli fu presentata una corona d'ulivo, simbolo della pacifica vittoria che da lui si aspettava, e del riposo ch'egli doveva fondare sopra la libertà[308].

[308] _Machiavelli, l. VII, p. 305. — Scipione Ammirato, l. XXIII, p. 94. — Jo. Mich. Bruti, l. III, p. 51._

Il quarto giorno della sua magistratura il Soderini adunò un consiglio di cinquecento cittadini per deliberare intorno allo stato della repubblica. Lo aprì con un bellissimo discorso sui pericoli della discordia, e sui mali ond'era minacciata una città divisa in partiti. Ma si conobbe allora che mancavagli fermezza di volontà, senza la quale non si governano gli stati. Egli non erasi formato nel suo capo un determinato piano di riforma; diceva soltanto ciò che dovevasi schivare, non quello che far si doveva; chiedeva consiglio, quando a lui si apparteneva il darlo; e vana riusciva la sua eloquenza, poichè il suo scopo non era quello di convincere e di persuadere. Il consiglio, dopo un'inutile deliberazione e l'urto di opinioni affatto contrarie, si sciolse senza avere niente conchiuso. Otto giorni dopo si adunò un nuovo consiglio di trecento cittadini, ed il Soderini per la seconda volta eccitò tutti gli amici della pace, dell'ordine e della libertà, a proporre ciò che troverebbero più conveniente alla salvezza della repubblica. Coloro che avevano sperato che il Soderini avrebbe fissate le loro incerte opinioni, restavano sorpresi che il capo dello stato non avesse maggiore stabilità di carattere, e ritirarono quella confidenza che gli avevano da prima tanto liberalmente accordata. Dall'altro canto i suoi associati, gelosi del favore con cui era stato accolto in principio, amavano piuttosto che la repubblica venisse riformata da un altro che da lui. Per ultimo suo fratello Tomaso era affezionato ai Medici, ed adoperava tutta la sua destrezza ed il suo seducente ingegno per impedirgli di operare. Finalmente, d'accordo con questo fratello, Niccolò Soderini risolvette d'intraprendere egli stesso la riforma dello stato. Da vero amico della libertà volle farlo nelle vie legali, e perciò lentamente; onde la sua breve magistratura gli fuggì di mano, prima che la cominciata opera avesse acquistata alcuna solidità. Egli erasi limitato a due oggetti, a rivedere i conti della precedente amministrazione, ed a cominciare un nuovo scrutinio. Nella prima operazione, che doveva rimontare le finanze, venne contrariato da Luca Pitti, arricchitosi per mezzo degli antichi abusi; nella seconda, che doveva legalmente rinnovare tutte le autorità costituzionali, dovette lottare con tutti i privati interessi di coloro che entravano nei vecchi scrutinj, e cagionò un generale malcontento. E per tal modo quando uscì di carica senza aver nulla eseguito, senza avere data stabilità all'incominciata opera, aveva perduto il favore popolare, e quell'alta riputazione di cui godeva due mesi prima[309].

[309] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 94. — Machiavelli, l. VIII, p. 306. — Comm. di Filippo de' Nerli, l. III, p. 51._

La repubblica trovavasi tuttavia agitata dai suoi progetti di riforma, quando in Firenze si ebbe avviso della morte di Francesco Sforza. Nel susseguente luglio gli ambasciatori di suo figliuolo vennero a domandare la continuazione del trattato di alleanza fra i due stati, e quella dell'annuo sussidio pagato dai Fiorentini. Pietro de' Medici favoreggiò altamente l'inchiesta dello Sforza. La repubblica, egli disse, aveva fatti infiniti sagrificj per innalzare e per mantenere la casa Sforza sul trono ducale di Lombardia, perchè questa casa serviva di contrappeso alla potenza veneziana, ed assicurava l'equilibrio d'Italia. Era d'uopo guardarsi dal perdere per una meschina avarizia un amico, che tanto aveva costato per istabilirlo; e se, come lo dicevano i suoi avversarj, mancavano a Galeazzo Sforza i talenti e la riputazione del padre, aveva tanto maggior bisogno dei soccorsi, che si voleva levargli. Rispondevano gli amici della libertà, che Francesco Sforza non aveva ricevuti sussidj che come generale d'armata, ed a condizione d'essere sempre apparecchiato a servire i Fiorentini; che suo figlio Galeazzo, non essendo altrimenti generale, non aveva diritto ad una paga totalmente militare. Altronde era cosa affatto chiara, che i Medici volevano continuargli i sussidj per opporre in appresso questo duca a coloro che crederebbero di liberare la loro patria da vergognoso giogo. Così Francesco Sforza erasi mostrato l'amico non di Firenze, ma dei Medici; l'entrate della repubblica erano bensì state cagione della sua grandezza, ma non per questo aveva alla medesima consacrata la sua riconoscenza[310].

[310] _Machiavelli, l. VII. p. 301, 302. — Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 95. — Jo. Mich. Bruti Hist. Flor., l. II, p. 38._

Ma la mancanza di risoluzione nel Soderini, mentre era stato gonfaloniere, aveva screditato il suo partito. Coloro che per timidità eransi fin allora mantenuti neutrali, si unirono alla casa dei Medici, perchè più non dubitarono che all'ultimo non riuscisse vittoriosa. La plebe era guadagnata dalla liberalità di quei ricchi mercanti, ed era sempre loro favorevole; e coloro che difendevano la causa pubblica videro con sorpresa, che non formavano che la minorità ne' consiglj. Per mantenere i diritti d'un popolo sovrano, e la legittima autorità, furono forzati di tramare una congiura, come se si trattasse di scuotere il giogo di un tiranno. Cercarono pure stranieri appoggi per opporli a Galeazzo Sforza: si allearono col duca Borso di Modena, che promise di mandare in loro ajuto suo fratello, Ercole d'Este, con mille trecento cavalli. Niccolò Soderini aveva adunati trecento cavalli tedeschi, e doveva con questi attaccare Pietro de' Medici, cacciarlo dal suo palazzo e dalla città, e forse anche farlo morire, ricordandosi quanto gli Albizzi si fossero pentiti di avere risparmiato Cosimo suo padre[311].

[311] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 96. — Nicc. Machiavelli, l. VII, p. 307. — Jo. Mich. Bruti, l. II, p. 50. — Comment. Jacobi Card. Papiens., l. III, p. 381._

Sebbene Pietro de' Medici fosse inferiore a suo padre o a suo figliuolo per talenti e per carattere, in questa circostanza si appigliò prontamente al più savio e più vigoroso partito. Giovanni Bentivoglio, che press'a poco esercitava sopra la repubblica di Bologna la stessa autorità che il Medici in Firenze, lo avvisò che Guido Rangoni, Giovan Francesco della Mirandola ed i signori di Carpi e di Coreggio avanzavansi verso le montagne del Frignano con molte milizie, raccolte negli stati di Modena e di Reggio, per passare a Firenze in soccorso de' suoi avversarj. Dal canto suo Pietro de' Medici ottenne dal duca di Milano la licenza di disporre di un'armata, che tenevano adunata in Bologna Costanzo Sforza ed i Sanseverini, e nello stesso tempo levò più di quattro mila uomini di milizie bolognesi[312]. Partì in appresso dalla sua villa di Careggi con pochi uomini armati per recarsi a Firenze: egli facevasi portare in lettica, preceduto da suo figliuolo Lorenzo a cavallo. Il Valori, che scrisse la vita dell'ultimo, pretende, che, avendo Lorenzo veduti molti armati e grandissimo movimento sulla strada che teneva, temette di qualche intrapresa contro la vita di suo padre, e che gli fece dire di prendere un'altra strada; mentre ad un tempo calmò l'aspettazione di que' soldati, dicendo loro che suo padre lo seguiva a breve distanza. Da ciò si volle dedurne che vi fosse una trama per assassinare Pietro; ma ciò non è altrimenti provato[313].

[312] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 763._

[313] _Valori in vita Laurentii, p. 10._ Fu copiato dall'Ammirato, _l. XXIII, p. 96_, e da _Roscoe, Life of Lorenzo, t. I, p. 80_; ma confutato da J. Michele Bruto, _l. III, p. 52._

Pietro aveva ottenuto con segrete pratiche, condotte a fine da Antonio Pucci, di staccare Luca Pitti dal partito de' malcontenti, facendogli sperare di unirlo con un parentado alla propria famiglia[314]. Dopo avere disuniti i suoi nemici Pietro entrò in Firenze. Molti uomini armati stavano aspettandolo in casa sua, e non pochi altri suoi partigiani vennero a raggiugnerlo poichè fu arrivato. Allora mandò alla signoria la lettera del Bentivoglio, per giustificarsi d'aver prese le armi: i suoi avversarj, diceva egli, avevano cominciato prima di lui, e lo avevano forzato a difendersi. Ma i suoi nemici non erano ancora apparecchiati; ed il solo Niccolò Soderini, compensando in quest'occasione colla sua attività e risolutezza ciò che gli era mancato essendo gonfaloniere, aggiunse duecento suoi amici alle tre compagnie tedesche, adunò tutto il popolo del quartiere di santo Spirito, dove egli abitava, ed andò a casa di Luca Pitti a supplicarlo di prendere le armi e attaccare i Medici, prima che si fossero fortificati cogli esterni soccorsi che aspettavano. La vittoria sarebbe ancora stata per loro, se avessero saputo coglierla; ma Luca Pitti pretestò il suo rispetto per la memoria di Cosimo, suo amico, e dichiarò di voler salvare la sua famiglia dal furor popolare[315]. In appresso si conobbe che era stato ingannato dai trattati cominciati per suo privato interesse. Diotisalvi Neroni andò al palazzo pubblico: il gonfaloniere e quattro priori erano attaccati al suo partito; pure si comportavano da buoni magistrati insieme ai loro colleghi, per terminare la lite all'amichevole, e far deporre le armi. Colla loro mediazione si conchiuse una specie di armistizio; le due parti si mantennero in armi nel loro quartiere, mentre si stava negoziando; ma con tale negoziazione Pietro ad altro non pensava che a guadagnar tempo. La signoria in allora regnante stava per terminare i suoi due mesi, ed il gonfaloniere, capo di quella che stava per subentrare pochi giorni dopo, doveva essere preso nel quartiere di santa Croce, quasi tutto devoto a casa Medici. In fatti il 28 del mese fu estratto a sorte Roberto Lioni, uno de' più caldi partigiani di Pietro, e tutta la signoria gli era egualmente favorevole. Gli amici della libertà s'accorsero allora, ma troppo tardi, d'avere commesso un grandissimo errore perdendo tanto tempo. Diedero orecchio a proposizioni d'accomodamento, fatte dalle due signorie riunite, e furono soscritte da Luca Pitti, e da Lorenzo e da Giuliano de' Medici[316].

[314] _Jacopo Nardi, delle Ist. Fiorent., l. I, p. 10. — Comment. di Filippo Nerli, l. III, p. 52._

[315] _Comment. Jacobi Card. Papiens., l. III, p. 381, 382._

[316] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 98. — Machiavelli Istor., l. VII, p. 309. — Jo. Mich. Bruti Hist. Flor., l. III, p. 59._

Pietro era stato forzato ad accettare condizioni, perchè fin tanto che la magistratura, mantenevasi imparziale, i movimenti del suo partito potevano essere puniti come atti di ribellione; ma egli violò sfrontatamente queste condizioni, tostocchè vide i suoi amici installati nella signoria. Roberto Lioni, fingendo di credere che Niccolò Soderini volesse riprendere le armi, adunò il parlamento il 2 settembre del 1466, quattro giorni dopo la soscrizione degli articoli di pace, sebbene la più essenziale condizione della medesima fosse la promessa dei Medici di non adunare parlamento e di non domandare la balìa[317]. Egli aveva occupata la piazza con soldati affezionati ai Medici, e per forza ottenne dal popolo la creazione d'una balìa composta di otto creature di Pietro. Questa balìa dichiarò subito che l'estrazione a sorte della magistratura rimarrebbe sospesa per dieci anni, e vi sostituì elezioni fatte dalla sola fazione dei Medici. A tale notizia gli amici della libertà, prevedendo di già i rigori che si eserciterebbero contro di loro, fuggirono a precipizio da tutte le bande; ma non si poterono però sottrarre alle sentenze rivoluzionarie della balìa: l'Acciajuoli ed i suoi figli vennero relegati per venti anni a Barletta; Neroni ed i suoi fratelli in Sicilia, ed un altro dei suoi fratelli, ch'era arcivescovo di Firenze, ritirossi a Roma; il Soderini ed i suoi figliuoli furono relegati in Provenza; Gualtiero Panciatichi fu per dieci anni esiliato dagli stati di Firenze. Molte altre meno illustri famiglie vennero nello stesso tempo condannate a somiglianti pene[318]. In capo a pochi giorni i rigori andarono crescendo a ridoppio; e mentre la signoria ordinava processioni e rendimenti di grazie per una rivoluzione, che diceva essere la salute dello stato, si arrestarono in mezzo a queste stesse processioni molti cittadini, per gettarli nelle carceri, o per abbandonarli ai carnefici[319]. Luca Pitti fu il solo eccettuato da questa universale persecuzione; ma, caduto in sospetto d'avere venduti i suoi amici, e di avere data a Pietro la nota di coloro ch'eransi dichiarati contro di lui, disprezzato da tutti i repubblicani, mal visto dalla parte vittoriosa, egli strascinò il rimanente della sua vita nell'obbrobrio, fuggito da tutti, ruinato, inabilitato a terminare i superbi palazzi che aveva cominciati con tanto fasto, ed uno de' quali, comperato dopo un secolo dal primo gran duca, si conservò, quale monumento del di lui orgoglio e della di lui imprudenza.

[317] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 98._

[318] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 99. — Guernieri Bernio Storia d'Agobbio, t. XXI, p. 1012._ Questi dà una lunga nota dei condannati. — _Jo. Mich. Bruti Hist. Flor., l. III, p. 67._

[319] _Machiavelli Ist., l. VII, p. 313. — Jacopo Nardi Ist. Flor., l. I., p. 10. — Comment. del Nerli, l. III, p. 52. — Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 100. — Jo. Mich. Bruti, l. III, p. 72. — Comment. Jacobi Card. Papiens., l. III, p. 382._

CAPITOLO LXXXI.

_Gli emigrati fiorentini si riuniscono sotto la protezione di Venezia ed attaccano con infelice successo i Medici: ingiustizie del governo fiorentino: morte di Pietro de' Medici. — Inquieta ambizione di Paolo II che vuole acquistare l'eredità del Malatesti; egli cerca invano alleati; muore detestato dai Romani e dai dotti._

1466 = 1471.

La libertà, anche non esente dal suoi abusi, faceva sentire a Firenze la sua creatrice potenza, e in mezzo alle sventure, prodotte dall'impero delle fazioni, consolava ancora i cittadini. La città veniva sconvolta da burrascose passioni; i partiti si animavano, si provocavano, si battevano, e nell'ebbrezza della vittoria il vincitore stendeva la sua proscrizione su tutti i vinti, li privava della loro patria, e riempiva tutta l'Italia di esiliati. Non si può senza dolore vedere così detestabili vendette, e tanta dimenticanza dei diritti dei cittadini; ma la pietà inspirata da queste violenti scene è mista di stupore. Ci chiediamo come mai un così piccolo stato poteva sostenere così grandi perdite; come potevano da una sola città uscire tanti potenti ed illustri uomini; come Firenze avesse in allora più nomi storici che tutta l'intera Francia; come ognuno de' suoi cittadini, che vedevasi innalzato o atterrato, era più conosciuto nell'Europa, più ricco, più realmente potente che un pari d'una grande monarchia, il di cui feudo forse pareggiava in estensione tutto lo stato fiorentino. Ci domandiamo che cosa faceva grandeggiar tanto gli uomini in alcune repubbliche d'Italia, mentre sembravano tuttavia tanto piccoli nel restante del cristianesimo, che cosa così profondamente imprime in noi la memoria delle loro azioni, lega la loro vita alla storia dell'umano incivilimento, e coprì la loro terra natale di que' maravigliosi monumenti, ne' quali il gusto e la magnificenza di quegli illustri borghesi superano tutto quanto hanno fatto i principi ed i re; e conviene ben essere ciechi, per non ravvisare in questi prodigj l'opera della libertà[320].

[320] A ciò contribuì ancora potentemente quell'entusiasmo per le cose delle belle arti, che allora risorgeva, e che, senza far torto agli altri popoli d'Italia, fu al certo più vivamente sentito dai Fiorentini dal XIII.º a tutto il XVI.º secolo. _N. d. T._

Questa libertà era in allora gagliardamente lacerata; essa più non aveva nelle leggi, nelle istituzioni una sufficiente garanzia; più non assicurava ai cittadini i beneficj che dovevano da essa ripromettersi, una imparziale giustizia, un'inviolabile sicurezza personale; e tante scosse la minacciavano d'una prossima e totale ruina; pure le sue abitudini si mantenevano tuttavia in tutti i cuori. I cittadini fiorentini più non sapevano quali fossero i loro diritti, ma non avevano dimenticato quale fosse la loro dignità; un nobile orgoglio serviva loro di guarenzia, e quantunque nella lotta contro lo stabilimento della tirannia dei Medici, siamo oramai per vederli quasi sempre soccombenti, se non altro questa lotta fu lunga e si rinnovò per due in tre generazioni, fino alla totale distruzione di tutti coloro ch'erano stati allevati nelle generose massime; ed anche quando i patriotti fiorentini soggiacquero per non più rialzarsi, caddero almeno nobilmente.

La rovina e la dispersione dei Soderini, degli Acciajuoli, di Luca Pitti, e del loro partito lasciò in balìa di Pietro de' Medici il dominio nella città di Firenze; ma l'Italia si riempì d'emigrati fiorentini. Coloro ch'erano stati scacciati da Cosimo nel 1434 si unirono agli espulsi da suo figlio Pietro nel 1466. Giovanni Francesco, figlio di Palla Strozzi, poteva essere considerato come il capo de' primi, perciocchè le ricchezze, ch'egli aveva colla mercatura acquisiate grandissime, gli procacciavano quello stesso credito ch'era stato il principio della grandezza de' Medici. Angelo Acciajuoli trovavasi capo dei secondi; egli però non volle associarsi ai figliuoli di coloro ch'egli aveva perseguitati, prima d'aver tentato di riconciliarsi co' suoi antichi amici; ma Pietro gli rispose irrisoriamente, unendo alle proteste di filiale rispetto il consiglio di sottomettersi pazientemente all'esilio ed alla persecuzione[321]. Tutti i fuorusciti fiorentini si recarono in allora a Venezia, e domandarono alla repubblica di proteggere uomini proscritti per quella nobile causa della libertà, nella quale essa medesima riponeva la sua gloria. Ebbero frequenti conferenze col consiglio de' Pregadi, e con Bartolomeo Coleoni, generale dei Veneziani. I Fiorentini, avuta di ciò notizia, condannarono tutti i loro esiliati come ribelli, e taglieggiarono le loro teste[322]. Nello stesso tempo si apparecchiarono alla guerra, e rinnovellarono la loro alleanza col duca di Milano e col re di Napoli.

[321] _Appendix to Roscoe's Life of Lorenzo n.º 10, p. 38. — Nic. Macchiavelli Ist., l. VII, p. 315. — J. Mich. Bruti, l. III, p. 78._

[322] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 100._

Per altro gli emigrati non avevano potuto ottenere che Venezia apertamente sposasse la loro causa. Quella repubblica erasi accontentata di licenziare dal suo servigio Bartolommeo Coleoni, e di permettere loro di assoldarlo. In allora questo generale soggiornava in Bergamo; sebbene egli non si fosse mai acquistato gran nome con istrepitose azioni, essendo sopravvissuto a tutti gli altri, risguardavasi come il più rinomato generale d'Italia[323]. I Veneziani gli anticiparono segretamente del danaro, e gli emigrati fiorentini, arricchiti dal commercio, adunarono facilmente considerabili somme. Essi non si accontentarono del Coleoni, che doveva essere il loro supremo generale e che aveva di già adunati sotto le sue bandiere alcune migliaja di soldati; ma trattarono con Ercole d'Este, legittimo fratello del duca di Ferrara, e lo presero al loro soldo con mille quattrocento cavalli[324]. Arruolarono inoltre i signori di Carpi, della Mirandola e di Forlì, Marco Pio, Galeotto Pico e Pino degli Ordelaffi, stendendo in tal modo le loro alleanze intorno ai confini della Toscana. Astorre Manfredi, signore di Faenza, si era obbligato ai servigj dei Medici e doveva custodire le gole di Val di Lamone di concerto con Federico di Montefeltro. Non pertanto, dopo avere ricevuto il loro danaro, mutò bruscamente partito, dichiarossi a favore degli emigrati, e pose in grandissimo pericolo l'armata fiorentina che aveva ricevuto nel suo territorio[325]. Per ultimo la stessa famiglia Sforza non si mantenne tutta intera attaccata ai Medici. Alessandro, signore di Pesaro, fratello dell'ultimo duca di Milano, mandò suo figlio Costanzo all'armata degli emigrati. Tutto sembrava piegare a seconda degli ultimi; gli antichi amici della repubblica avevano abbracciata la loro causa, e contavansi nella loro armata ottomila cavalli e sei mila pedoni di buona e vecchia truppa, quando il Coleoni passò il Po il 10 maggio del 1467, e si avanzò fino a Dovadola nel territorio d'Imola con intenzione d'entrare in Toscana dalla banda della Romagna[326].

[323] Antonio Cornazzano, uscito dalla medesima famiglia del feroce Ottone de' Terzi, tiranno di Parma, scrisse in sei libri i commentarj della vita di Bartolommeo Coleoni: aveva lungamente vissuto in sua compagnia nel castello di Malpaga, presso Brescia, ove questo vecchio capitano ai suoi antichi commilitoni univa i dotti e gli artisti. Egli lo dipinse qual uomo di elevato e colto ingegno, e versato assai nella filosofia, non dimenticando il racconto delle gloriose imprese del suo eroe, onde farlo risguardare come il migliore capitano del secolo. Talvolta la sua parzialità interessa; ma non va d'accordo colla storia. Il Cornazzano venne stampato nella VI parte del tomo IX del Burmanno: _Thesaur. Ant. et Hist. It., p. 1-40_. Il Coleoni morì in Venezia il 4 novembre 1475. Era nato del 1400.

[324] _Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 908. — Gio. Battista Pigna Stor. de' principi d'Este, l. VIII, p. 730._

[325] _Comm. Jac. Card. Papiens., l. III, p. 384. — Jo. Mich. Bruti, l. IV, p. 83._

[326] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 101._