Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)
Part 15
Paolo II accordò a Scanderbeg onorifiche distinzioni; gli regalò un cappello ed una spada benedetti da lui medesimo; vi aggiunse qualche danaro, ma gli diede pochissimi o niun soldato. Gli è vero che scrisse a tutti i principi della Cristianità per chieder loro sussidj, ma non vi fu alcuno che si curasse di fare de' sagrificj, di cui questo papa non dava loro l'esempio. Scanderbeg, tornato nell'Epiro, trovò Ballabano accampato sotto Croja. Questa fortezza, che signoreggia i campi Emazj, è posta sulla sommità del monte Cruino. A questa altezza la montagna non presenta che inaccessibili balze, e su queste rupi tagliate a picco sono innalzate le mura della città. Ma di là partendo la stessa giogaja della montagna si va lentamente abbassando verso il piano, e termina da questo lato in alcune colline. È sulla sommità di questa cresta, e seguendone le sinuosità, che un sentiere unico dà comunicazione a Croja colla campagna. Ballabano era accampato sulle falde della montagna, e sul declivio del monte Cruino. Scanderbeg adunò la sua armata nella città veneziana d'Alesio, o Lisso. Colà ebbe avviso che Jonima, fratello di Ballabano, giugneva con un grosso corpo onde rinforzare l'armata turca. Scanderbeg, preso con sè un corpo di truppa scelta, sorprese Jonima in mezzo alle montagne, lo fece prigioniere con suo figlio Aydar, e li condusse ambidue sotto le mura di Croja, ove fece in modo che fossero veduti da Ballabano nell'istante medesimo, in cui si apparecchiava ad attaccarlo. Quando il pascià conobbe il fratello ed il nipote, la cattività loro parvegli un segno di quel fatalismo che perseguitava tutti i nemici di Scanderbeg; onde più non prendendo consiglio che dalla sua disperazione, attaccò furiosamente gli avamposti di Croja, e vi restò ucciso da un colpo di fucile nella gola. Nella susseguente notte la di lui armata ritirossi in buon ordine fino alla montagna della Tiranna, distante otto miglia da Croja: era tuttavia molto più numerosa di quella di Scanderbeg; ma non pertanto non potè uscire dall'Epiro che dopo avere perduti i suoi equipaggi, e gran parte de' suoi soldati[277].
[277] _Marinus Barletius, l. XII, p. 359._ — Questo storico parla di due spedizioni di Maometto II nell'Epiro in due consecutivi anni, di due assedj di Croja, di due ritirate del sultano dopo inutili tentativi. Siccome queste campagne non differiscono l'una dall'altra, e non essendovi che diciassette mesi di distanza tra la morte di Pio II e quella di Scanderbeg, ho sospettato che Barlezio abbia raccontato due volte di seguito gli stessi avvenimenti. La Cronologia di Barlezio non può rettificarsi che difficilissimamente, perchè nel racconto di una vita di 63 anni, e di un regno di ventiquattro, non nota mai altre date che quelle delle poche lettere da lui riportate. L'imitazione degli antichi ha formato, e talvolta ancora guastato questo storico, la di cui lettura offre tanti allettamenti: Nato a Scutari nell'Albania, educato nello stesso paese di cui scrisse la storia, conosce i luoghi e gli uomini, e li dipinge con una verità ancora più rara che l'eleganza del suo stile. Gli è vero che la parzialità pel suo eroe nuoce talvolta alla sua sincerità, e travisa gli avvenimenti ed i caratteri. Avvicina con arte l'antichità ai moderni tempi; ostenta molte cognizioni classiche a canto a quelle della politica e dell'arte militare dei Turchi e degli Albanesi; ed in particolare mostrasi animato d'un vivo entusiasmo per la religione, per la libertà e per la gloria del suo paese. Le arringhe, frequenti nella sua storia, sono spesso notabili per la loro eloquenza. Talvolta a dir vero sentesi troppo aperta l'imitazione dell'antico ne' suoi oratori e ne' suoi guerrieri, e non distinguesi che confusamente il senatore o il soldato epirota sotto la toga o la corazza romana ond'è vestito.
Morto Ballabano, il sultano incaricò Alì ed Haja, due confinanti pascià, di frenare le scorrerie degli Albanesi, senza esporsi a nuove battaglie. Questi pascià mandarono ricchissimi doni a Scanderbeg che corrispose a questa militare gentilezza con eguale liberalità. Frattanto adunava la sua armata per riprendere la Vallona, che Maometto aveva fortificata. Assicurano i Veneziani che loro aveva preventivamente consegnata egli stesso la città di Croja, e che fu Giovan Matteo Contarini, provveditore nell'Albania, che ne prese possesso a nome della repubblica[278]. E veramente in cambio di tornarvi a soggiornare, Scanderbeg percorse prima tutta la provincia, e in appresso si trattenne nella città veneziana d'Alesio, dove aveva convocato un congresso; ma vi fu sorpreso da violenta febbre, che facendo rapidissimi progressi, in breve lo ridusse fuori di speranza di vita[279].
[278] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1183._
[279] _Marinus Barletius, l. XIII, p. 367._
Scanderbeg, sul letto della morte, circondato dai suoi capitani, dai suoi amici, dai suoi alleati, loro raccomandò la difesa di quella fede cristiana per la quale aveva combattuto ventiquattro anni con tanta felicità; la difesa di quel paese ch'egli aveva strappato di mano ai barbari, ed accostumato alla gloria ed alla libertà; la difesa di suo figlio Giovanni che aveva avuto dal suo tardo matrimonio con Donica, figliuola d'Aaryanite Cominato[280]. «Io non vi ho mai risguardati, loro disse, come soldati, satelliti, o ministri, ma quali miei compagni e fratelli. Io non mi rammento, non solo di non aver mai insevito contro alcuno di voi, ma nemmeno d'avere pronunciata una parola offensiva. Nelle fatiche dei campi, negli ufficj militari, nelle vigilie, le parti mie non furono minori delle vostre; tutto era comune fra me ed i miei camerata, ed io chiedevo che si seguisse il mio esempio, non i miei ordini. Le spoglie dei nemici, il bottino tolto ai barbari, io lo divideva tra di voi senza serbar nulla per me. L'impero, il comando, le ricchezze, tutto era fra di noi comune, nulla spettava a me solo. Ma adesso, miei cari camerata, io muojo, e mi è forza di abbandonarvi; quella fede, quella benevolenza, quella carità che voi trovaste in me, ve la chiedo per mio figlio, per il suo regno, per la vostra patria. Risguardatelo come la mia immagine; egli sia il mio rappresentante, il mio luogotenente in mezzo a voi[281].»
[280] _Ivi, l. VII, p. 199._
[281] _Marinus Barletius, l. XIII, p. 367._
Scanderbeg era circondato dai suoi soldati che ricevevano l'ultimo suo addio, quando la città tutta levossi subitamente in tumulto. Si disse che i Turchi si avvicinavano, che guastavano le vicine campagne, e che di già si vedeva il fumo dei loro incendi. L'eroe, sebbene sfinito della malattia, credette, udendo tale notizia, di trovare le usate forze ed il suo spirito guerriero. Sollevandosi sul suo letto, chiese le sue armi e lo scudo, ed ordinò che si allestisse il suo cavallo; ma quando vide le sue membra tremanti sotto quel peso, che più non potevano sostenere, ricadendo sul letto, disse ai suoi soldati; «Andate, miei amici, andate a combattere contro i barbari; voi non mi preverrete che di pochi passi; avrò in breve bastanti forze per seguirvi.» Uno squadrone epirota sortì infatti dalla città, e si diresse verso il torrente di Cliro, ove il pascià Anamazio erasi fatto vedere con un corpo di cavalleria, guastando il territorio di Scutari. I Turchi credettero che Scanderbeg fosse alla testa dell'armata che vedevano venire contro di loro, e fuggirono a precipizio a traverso alle montagne coperte di neve, abbandonando tutta la preda, e perdendo molta gente nelle gole occupate dai contadini. Quando la notizia di questo vantaggio fu portata a Scanderbeg, egli spirò, dopo avere ricevuti tutti i sacramenti della chiesa, il 17 di gennajo del 1466 in età di 63 anni e nell'anno vigesimoquarto del suo regno. Il suo cavallo di battaglia più non volle, dopo la sua morte, essere montato da chicchefosse; e diventato furibondo ed indomabile morì dopo poche settimane[282].
[282] _Marinus Barletius, l. XIII, p. 370._
Scanderbeg ebbe sepoltura nella gran chiesa di san Niccolò d'Alesio, ove le di lui ossa riposarono in pace fino al 1478, nel quale anno i Turchi terminarono la conquista dell'Albania, ed occuparono Scutari ed Alesio. Accorsero in folla al suo sepolcro, impazienti di toccare tutto quanto restava di così grande uomo: si divisero le sue ossa, e, legandole in oro o in argento, le portarono appese al collo come preziosi giojelli, o come talismani, che loro comunicherebbero il coraggio e l'invincibile forza di colui ch'essi tanto ammiravano[283].
[283] _Marinus Barletius, l. XIII, p. 371 ed ultima._
Nell'istante in cui morì Scanderbeg, Lecca Ducagino, uno de' piccoli principi dell'Epiro, uscì nelle strade strappandosi i capelli e la barba, e gridò: «Affrettatevi, cittadini, affrettatevi, nobili Albanesi, difendetevi; perciocchè le mura dell'Epiro e della Macedonia sono oggi cadute in polvere, abbattute sono le nostre fortezze, distrutte le nostre forze, e la sede dell'impero è rovesciata dalla morte di quest'uomo unico.» In fatti l'Epiro, ch'egli aveva renduto forte e glorioso, doveva appena sopravvivere al suo eroe. Il figlio di Scanderbeg si rifugiò ne' castelli che Ferdinando gli aveva dati nel regno di Napoli[284]. Degli Albanesi che lo avevano così lungo tempo seguito nelle battaglie, altri perirono sotto le spade turche, altri furono condotti in una miserabile schiavitù. «Le città, che fino a questo giorno avevano resistito al furore dei Turchi (scriveva papa Paolo II al duca di Borgogna) sono oramai cadute in loro potere. Tutti i popoli che abitano lungo le coste dell'Adriatico tremano all'aspetto di quest'imminente pericolo. Non vedesi ovunque che spavento, dolore, cattività e morte. Non si può senza versar lagrime contemplare questi vascelli che, partiti dalla riva Albanese, si rifugiano nei porti dell'Italia, e queste famiglie ignude, miserabili, che, scacciate dalle loro abitazioni, stanno sedute sulle rive del mare, stendendo le mani al cielo, e facendo risuonare l'aere di lamenti in un linguaggio sconosciuto[285].»
[284] Giovanni Castriotto ebbe varj figli, che nel regno di Napoli portarono i titoli di duchi di san Pietro in Galatina e di Ferrandina, di marchesi d'Atripalda e di Città di sant'Angelo. Questi diversi rami di Castriotti napolitani pare che tutti si spegnessero nel sedicesimo secolo. _Familiæ Dalmaticæ et Sclavonicæ Ducangii, p. 269._
[285] _Epist. Pauli II ad Philippum Burgundiæ Ducem; apud Card. Pap. Epist., n.º 163. — Ann. Eccl. 1466, § 2, p. 178._
Un figlio, o un nipote di una sorella di Scanderbeg e di quell'Amesa, di cui ne abbiamo notata la _defezione_ e la cattività, trovavasi nelle mani del sultano, ed era allevato nella religione musulmana. A costui Maometto II destinò l'eredità di Scanderbeg; e in fatti gli diede il possedimento di una parte dell'Epiro. Varie fortezze restarono ai Veneziani, ma le vedremo cadere una dopo l'altra in potere de' Turchi fino alla pace del 1478, che tolse ai Cristiani gli estremi avanzi dell'eredità di Giorgio Castriotto[286].
[286] _Phranza Protovestiarius, l. III, c. 26, p. 126. — Leunclavius Ann. Turcici, p. 257. — Gio. Batt. Pigna Stor. de' Principi d'Este, l. VIII, p. 728. — Demetrius Cantemir Hist. Ottom., l. III, c. 1, § 21, p. 109._
CAPITOLO LXXX.
_Mal intesa politica de' Veneziani nella amministrazione delle loro province d'oltremare. Perfidia di Ferdinando di Napoli, il quale fa perire Jacopo Piccinino. — Ultimi anni e morte di Francesco Sforza. — Turbolenze di Firenze sotto l'amministrazione di Pietro de' Medici; progetti e debolezza di Luca Pitti_.
1464 = 1466.
I veri interessi dell'Italia si decidevano di quest'epoca sull'altra riva del mare Adriatico. Colà guerreggiavasi non per sapere se ogni stato aggiungerebbe ai suoi confini qualche città, qualche piccolo distretto, se ogni corpo nel governo, ogni fazione tra i cittadini conserverebbe le sue prerogative, ma per sapere se ancora vi sarebbe un'Italia, dopo che più non eravi nè Grecia, nè Macedonia, nè Illiria, se la religione, la nobiltà e l'onore nazionale non sarebbero distrutti, se i mercati non sarebbero saccheggiati, bruciate le città, gli uomini adulti presi come armenti, e venduti per una lontana schiavitù, i fanciulli strappati dal seno delle loro madri per reclutare la milizia de' giannizzeri, e diventare i nemici di quegli stessi che loro avevano data la vita. Il pericolo s'avvicinava, la potenza dei Turchi andava crescendo; inevitabile pareva la loro invasione, ed intanto l'Italia era ancora dormigliosa. Non erasi stretta alcuna lega tra le potenze per difenderla, non allestito un esercito, non apparecchiato un tesoro per sostenere le spese di un'imminente guerra; e se le bandiere della mezza luna avessero una volta varcato il mare Adriatico, tutti gli stati posti dall'estremità della Calabria fino alle Alpi sarebbero stati più rapidamente conquistati, e con molta maggiore facilità che i bellicosi regni dell'Epiro, della Macedonia, della Servia, della Bosnia, della Schiavonia, posti sull'opposta riva. Dobbiamo adesso esaminare quali interessi distraevano allora gl'Italiani, quai diverse cagioni facevano sì che non s'apparecchiassero a questa gran lotta. Ci resta a vedere il ducato di Milano passare ad un principe voluttuoso e crudele, le di cui viste non andavano più in là della sua vanità e de' suoi piaceri; il regno di Napoli indebolito dalla perfida politica di Ferdinando, che non ruinava i suoi domestici nemici che all'ombra dei trattati; la repubblica di Firenze in preda a fazioni, i di cui capi avevano perdute le virtù che illustravano i loro padri; papa Paolo II seminare la discordia, intento ad accendere una guerra universale per unire al dominio ecclesiastico alcuni piccoli feudi, che n'erano stati separati per giusti titoli. Ci sorprenderanno tante misere cose preferite a così alti interessi, ci sorprenderà questa dimenticanza così estrema della prudenza e della politica presso persone tanto famose per la loro saviezza, questa pazza sicurezza dei popoli che riposavano sull'orlo dei precipizj, e non potremo omettere d'osservare, che nelle epoche segnate da grandi rivoluzioni la cagione che le produsse deve meno ricercarsi nella forza di coloro che le eseguiscono, che nella debolezza di coloro che le soffrono, in quello spirito di stordimento e di vertigine che infetta talvolta le nazioni ed i loro capi, come una fatale epidemia, e che, accecandoli intorno al pericolo che li minaccia, li trae spesse volte nel precipizio che più dovrebbero temere.
Tra gli stati d'Italia, che abbandonavano la causa della Cristianità, forse i più colpevoli erano i Veneziani; pure di già si trovavano in guerra coi Turchi, e già erano attaccati nelle loro colonie e minacciati ai confini continentali: vero è che, abbandonati da tutti i Latini, sostennero soli la guerra, e che posero in mare flotte degne della potenza della loro repubblica; ma essi accrebbero il pericolo per sè medesimi e per gli altri con una mal intesa politica, e con un fallace sistema di guerra. Essi mai non risguardarono i loro possedimenti del Levante come parti integranti dello stato; mai non li governarono in modo di farli fiorire, mai non li difesero in modo di salvarli; nè mai procurarono ai popoli quel grado di prosperità e di pace che avrebbe attaccati i sudditi alla repubblica, e loro avrebbe conciliato l'affetto degli stati vicini, e fattili risguardare come alleati e difensori naturali di tutti i Cristiani soggetti ai Turchi.
La repubblica di Venezia era in certo qual modo composta di tre nazioni: dei Veneziani, dei popoli di terra ferma, e dei Levantini. Gli abitanti di Venezia stessa e delle lagune risguardavansi come il popolo re; e sebbene le prerogative della sovranità non appartenessero che ad un corpo di nobiltà, formato in seno a questa numerosa popolazione, pure tutti i Veneziani sentivansi ancora membri della repubblica, e dominatori de' paesi conquistati. Il governo gli adulava e gli accarezzava, e presso questi soli trovava in caso di bisogno fedeli marinaj, e cittadini pronti a sagrificarsi. La seconda classe de' sudditi era formata dagli abitanti di terra ferma; questi per la maggior parte soggetti alla repubblica da meno di un secolo, avevano conservate alcune antiche prerogative ed un governo municipale; essi non risguardavansi come Veneziani, ma Bresciani, Bergamaschi, Veronesi, Padovani; non pensavano pure a chiedere di avere qualche parte alla sovranità, ma diligentemente conservavano i loro privilegj, ed erano tali che per loro fiorivano il commercio e l'agricoltura, e le ricchezze e la popolazione andavano crescendo. Per ultimo gli abitanti delle province poste oltremare formavano una terza classe, disprezzata, oppressa e sempre sagrificata alle altre due. I loro porti erano mercati esclusivi dei Veneziani, ove questi facevano senza rivali un odioso monopolio; le loro fortezze dovevano perpetuare ne' sudditi il timore, ed assicurare a Venezia il dominio dell'Adriatico, ma queste non coprivano i confini, nè proteggevano l'agricoltura, nè mantenevano la pace in un ricinto inviolabile; le loro milizie non erano regolarmente armate, i soldati tolti in paesi così guerrieri non venivano incorporati al rimanente dell'armata veneziana, ed erano cacciati nell'ultimo rango dello stabilimento militare.
Pure ove si consideri l'estensione del dominio veneto al di là del golfo Adriatico, nell'Istria, nella Dalmazia, in una ragguardevole parte dell'Albania e della Grecia, ove si rifletta al felice clima di quasi tutte queste province, alle ricche produzioni del loro suolo, allo spirito industrioso di una parte degli abitanti, al carattere guerriero degli altri, alla forza delle situazioni, al numero e grandezza dei porti, si sente bentosto che la repubblica di Venezia avrebbe dovuto andare superba di diventare una potenza illirica, piuttosto che italiana; che avrebbe dovuto estendere a tutte le coste dell'Adriatico i beneficj del commercio, dell'agricoltura, dell'opulenza e della sicurezza, accogliervi sotto la protezione di savie e giuste leggi la popolazione de' vicini stati sempre disposta a rifugiarvisi, equipaggiare le sue flotte co' marinaj che avrebbe potuto formare nelle infinite isole seminate nel golfo del Quarnero, inspirare un nuovo ardore ai suoi eserciti, ammettendovi quella razza di uomini vigorosi ed arditi che popolavano le montagne della Morlachia e dell'Albania, e per ultimo associare alla sua gloria, alla sua ricchezza, al suo governo, gl'Illirici, gli Albanesi ed i Greci.
Ma gli stati più prudenti sono essi medesimi spesse volte piuttosto diretti dai loro pregiudizj che dal loro giudizio. Tutti gli agenti dell'autorità dividevano le prevenzioni nazionali contro tutti i sudditi levantini della repubblica. Tutti i Greci venivano riputati senza fede e corrotti, barbari tutti gl'Illirici. I Veneziani si sarebbero sentiti umiliati, se fossero stati confusi con questa gente. Essi non potevano affezionarsi a que' lontani possedimenti, ove mai non si fissavano stabilmente, volendo esservi sempre considerati come stranieri. Colà si recavano per far fortuna, e quando questa era fatta, si affrettavano di portarla altrove. Quest'avidità d'ammassare danaro diventava nelle colonie il carattere nazionale; tutto ciò che poteva arricchire non era vergognoso; la giustizia diventava venale, le finanze erano ruinate dalle malversazioni, gli approvvigionamenti di guerra erano scarsi e di cattiva qualità, le armate composte di assai minore numero di soldati di quello che appariva ne' ruoli, in somma l'onore e la sicurezza dello stato erano sempre sagrificati alla cupidigia de' suoi ministri.
I Veneziani nella guerra contro il duca di Milano avevano posti in campagna diciotto mila cavalli di pesante armatura, e quasi altrettanta buona fanteria. Lungi dall'opporre così forte armata ad un nemico assai più pericoloso, non ebbero mai in Morea due mila uomini sotto le armi: vero è che non erano comprese in questo numero le milizie del paese; ma i Greci, ond'erano formate, così spesso vinti dai Turchi, tanto atterriti dal vittorioso ascendente della mezzaluna, erano inoltre così sprezzati e maltrattati dai comandanti veneziani, che non potevano prendere a cuore i vantaggi della repubblica.
Mentre questa miserabile armata rappresentava sola al di là dei mari tutta la potenza degl'Italiani, ed impediva l'avanzamento de' loro nemici, i sovrani, godendo di una mal sicura pace, come se abbandonare si potessero alla più inalterabile sicurezza, ad altro non pensavano che a tirare vendetta delle loro antiche offese, a schiacciare i loro segreti nemici, ed a far pagare con usura gli arretrati della passata loro indulgenza a coloro che avevano dovuto risparmiare.
Ferdinando, re di Napoli, aveva trionfato del suo competitore, staccando l'uno dopo l'altro dalla casa d'Angiò i grandi del suo regno, che avevano fatto causa comune colla medesima. Loro aveva accordate vantaggiosissime condizioni, rese sacre dai più solenni giuramenti. Ma nè i trattati, nè le promesse lo legavano; perciò, sebbene fosse in pace con tutto il mondo, ragunava la sua armata nella Campania in principio del 1464 come aveva fatto ne' precedenti anni. Nello stesso tempo invitò i signori, coi quali erasi riconciliato, a raggiugnerlo. Evidente era il pericolo della disubbidienza, dubbioso quello di fidarsi a lui, e gli uomini deboli preferiscono di accecarsi intorno alla propria situazione, piuttosto che riconoscere preventivamente il pericolo. Venne pel primo in giugno Marino Marzano, duca di Suessa, a rendergli omaggio nel suo campo, dopo essersi fatta dare la guarenzia di Francesco e di Alessandro Sforza. Era cognato del re, e suo figlio era promesso sposo alla figliuola di Ferdinando. Questo doppio parentado davagli una sicurezza che i soli trattati non gli avrebbero forse inspirata. Ma Ferdinando non aveva dimenticato che Marzano era stato il primo a dichiararsi per Giovanni d'Angiò; quindi lo fece arrestare e lo mandò prigioniere a Napoli in onta ai proprj giuramenti ed alla parola data ai suoi più fedeli alleati: fece nello stesso tempo imprigionare tutti i di lui figliuoli, ed occupare tutti i di lui stati[287].
[287] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 762._