Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)

Part 14

Chapter 143,444 wordsPublic domain

L'altra guerra, che intrapresero nel 1465, poteva ancora di più compromettere gl'interessi della cristianità in Levante. I Veneziani attaccarono la religione di san Giovanni di Gerusalemme ed il gran Maestro di Rodi, per punire i suoi cavalieri d'aver fermati due vascelli mercantili della repubblica, a bordo dei quali si trovavano varj mercanti mori ed egiziani. L'onore della bandiera di san Marco e l'ospitalità accordata agli stranieri erano stati violati da una pirateria invano nascosta sotto il manto della religione, e tutti i passaggieri musulmani erano stati posti in catene. Il senato mandò nell'isola di Rodi la stessa flotta ch'era stata armata per accompagnare Pio II: questa si divise in due parti, ed eseguì nello stesso tempo due sbarchi al levante ed al ponente dell'Isola. Per tre giorni i Veneziani saccheggiarono e bruciarono tutti i contorni della capitale fino alla distanza di quindici miglia, e non si ritirarono che quando il gran maestro ebbe fatti restituire loro i prigionieri[259].

[259] _Andrea Navag. Stor. Venez., p. 1124._

Nel Peloponneso la campagna del 1464 non era stata illustrata da alcuna battaglia. I Veneziani avevano lasciato saccheggiare tutto il paese vicino a Corone e Modone ov'eransi chiusi. Ancor essi a vicenda avevano guastata l'Arcadia con tre mila uomini. Le due armate opprimevano ugualmente e senza pietà gli sventurati Greci, sui quali vendicavansi sempre della resistenza dei loro nemici. La flotta veneziana occupò l'isola di Lenne ossia Stalimene, che fu loro ceduta da un corsaro della Morea; in appresso si divise ne' porti di Modone, di Zonchio, di Corone di Napoli, ove svernò[260].

[260] _M. A. Sabellici, Dec. III, l. VIII, f. 204. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1179._

In principio del 1465 Orsato Giustiniani successe a Luigi Loredano nel comando della flotta veneziana. Egli la riunì a Corone, ove trovossi avere trentadue galere sotto il suo comando. Questa flotta era superiore a quella che potevano opporgli i Turchi; ma tale superiorità non gli servì ad alcuna gloriosa impresa; egli fece piuttosto la guerra da pirata che da soldato. Quando riuscì a predare vascelli mercantili ai nemici, fece tagliare a pezzi, appiccare, o annegare tutti coloro che li montavano. Attaccò di notte Metelino nell'isola di Lesbo, e nella prima sorpresa vi fece prigionieri trecento Turchi. Fece impalare la maggior parte di loro, altri annegare, ed i più favoriti vennero appiccati. In seguito diede due assalti alla fortezza di Metelino; vi si combattè con inaudito accanimento, ed i Turchi, prevenuti della sorte che gli aspettava, si difesero disperatamente, finchè giugnendo loro un rinforzo di due mila cavalli sulla opposta riva, il Giustiniani fu forzato a levare l'assedio dopo avere perduti cinque mila uomini. Per questo infelice avvenimento il Giustiniani si trovò da tanto dolore compreso, che appena giunto a Modone, morì mezz'ora dopo essersi fatto sbarcare sulla riva. Lo stesso Sabellico che racconta questi tratti di ferocia, soggiugne: «Tale fu la fine d'Orsato Giustiniani, che l'elevazione della sua anima, e la sua gentilezza avevano renduto illustre tra i suoi pari.» La più atroce barbarie, usata contro gl'infedeli, credevasi in allora che punto non iscemasse la stima dovuta ad un valente uomo[261].

[261] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. VIII, f. 205. — Ist. Bresc. di Cristof. da Soldo, p. 899._

Dall'altro canto l'armata di terra era caduta in un'imboscata nelle campagne di Mantinea, dove aveva perduti mille cinquecento uomini, tagliati a pezzi con Cecco Brandolini e Giovanni della Tela che li comandavano. Di questa stessa epoca Sigismondo Malatesta sbarcò in Morea, seco conducendo circa mille uomini d'armi; ma questo rinforzo non bastava per riparare le perdite dell'armata veneziana. Il Malatesta, sorpreso di vedere l'armata ridotta a così poca gente, ed abbandonata a tanta miseria, espresse vivamente il suo rincrescimento d'averne accettato il comando[262]. Non pertanto assediò Misitra fabbricata presso alle ruine di Sparta, e facilmente occupò la città; ma il castello, posto sopra alpestre rupi che appena permettevano ai soldati di mettere un piede innanzi l'altro, gli oppose un'ostinata resistenza finchè venne dai Turchi rinfrescato di munizioni e di vittovaglie. Il Malatesta prima di ritirarsi bruciò Misitra. In tal modo si compiva la ruina de' Greci dalle armate de' Latini, e la crociata, intrapresa per liberare i Cristiani orientali, loro rovesciava addosso tutte le calamità della guerra. Prima che terminasse l'anno il Malatesta ebbe avviso che Paolo II apparecchiavasi a spogliarlo della signoria di Rimini. A tale notizia abbandonò bruscamente la Morea, e tornò in Romagna per difendersi[263].

[262] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. VIII, f. 205. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1181._

[263] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1182._

La flotta, di cui nel susseguente anno venne a prenderne il comando Vittore Cappello, accrebbe ancora i disastri della guerra e la desolazione de' Greci. L'isola di Negroponte, ossia l'Eubea, apparteneva ai Veneziani; un braccio di mare, che li separava dal continente, bastantemente provvedeva alla loro sicurezza, ma non riuscivano a conservare alcun'altra conquista di terra ferma. Il Cappello passò lo stretto dell'Euripo, sbarcò le sue truppe in Aulide, ove già si adunarono i Greci per fare l'impresa di Troja, prese il Pireo, attaccò Atene, le di cui deboli mura furono bentosto rovesciate, e ne bruciò le porte; questa città, ch'era tuttavia una delle più ricche e più popolate della Grecia, venne abbandonata al saccheggio. I soldati e perfino le ciurme delle galere s'arricchirono colle spoglie di coloro che si pretendeva di liberare: e terminata appena questa crudele esecuzione, i Veneziani si ritirarono a precipizio senza essere inseguiti, portando il loro bottino a Negroponte[264].

[264] _M. A. Sabellici, Dec. III, l. VIII, f. 206. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1183._

Un'eguale spedizione si tentò sopra Patrasso, città meno illustre, ma quasi tanto ricca quanto Atene, perciocchè i fuggiaschi degli altri paesi della Grecia vi si erano adunati portandovi le loro ricchezze. Il Cappello aveva guadagnati alcuni traditori, che gli avevano promesso di dargli in mano il castello. Giunse in faccia a Patrasso con ventitre galere e trentasei minori vascelli; sbarcò Niccolò Ragio con dugento cavalleggeri, ed il provveditore Giacomo Barbarigo con quattro mila fanti. Questi, entrando nel sobborgo lontano un miglio dalla città, si fecero subito a saccheggiare le case; onde così dispersi non furono in istato di resistere a trecento Turchi che piombarono loro addosso all'impensata, e li fecero a pezzi; salvaronsi appena mille uomini di tutta la truppa sbarcata. Il Barbarigo rovesciato dal suo cavallo morì calpestato dai combattenti; ma il generale turco fece impalare il di lui cadavere, e condannò al medesimo supplicio Niccolò Ragio, comandante della cavalleria, ch'era caduto vivo in sua mano. Non pertanto Vittore Cappello non si scoraggiò, risguardando questo cattivo successo come una conseguenza dell'indisciplina delle sue truppe, non della bravura de' nemici. Sbarcò il rimanente della sua armata, e dopo otto giorni attaccò di nuovo Patrasso. L'assalto durò quattro ore; ma all'ultimo i Veneziani furono respinti dopo avere lasciati più di mille uomini sul campo di battaglia. Vittore Cappello, indebolito da due disfatte, avvilito per così cattivo successo, restò inattivo per otto mesi interi, dopo i quali morì a Negroponte. Giacomo Veniero, che gli successe, nel corso di sedici mesi che comandò in Grecia si ridusse a difendere le fortezze che gli erano state affidate, senza nulla tentare contro il nemico[265].

[265] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. VIII, f. 206. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1184. — And. Navagero Stor. Venez., p. 1125._

Mentre facevasi con tanta crudeltà e con così poco valore una guerra disonorevole pel nome latino, ruinosa pei Greci, mentre che la barbarie delle truppe venete forzava i loro naturali alleati a fare causa comune coi Musulmani, se volevano salvare le città loro dal saccheggio, le donne dal disonore, i fanciulli dalla schiavitù, la guerra trattavasi pure nell'Albania con una ferocia forse eguale; ma colà non infieriva che contro i nemici, ed era compensata da maggiore eroismo.

Ballabano Badera aveva invaso l'Epiro con quindici mila cavalli, quando appena potevasi colà avere avuto avviso della morte di Pio II. Nato egli medesimo di parenti albanesi e vassallo di Castriotto, ma educato nella religione musulmana, conservava per l'eroe della sua patria un rispetto di cui volle dargli una testimonianza in principio della guerra, mandandogli alcuni doni. Scanderbeg non vi corrispose che con insultanti scherni. Gli mandò in contraccambio una zappa, un aratro ed una falce, invitandolo a riprendere il mestiere paterno ed a lasciare il comando delle armate a uomini nati per comandarle, non dovendo confidarsi a contadini suoi pari. Ballabano giurò di vendicarsi di questo gratuito insulto, tanto più pungente perchè fatto in cambio d'un lusinghiero omaggio[266].

[266] _Marinus Barletius, l. XI, p. 334._

Ballabano non ottenne di vincere Scanderbeg, ma non gli diede battaglia che non lasciasse agli Epiroti tristi memorie. Castriotto non aveva più di quattro mila cavalli da opporre a quindici mila, e soltanto mille cinquecento fanti da opporre a tre mila Musulmani. L'arte della guerra non era per anco abbastanza perfezionata, perchè verun generale sapesse fare buon uso d'una numerosa armata. Scanderbeg punto non le apprezzava, ed era solito dire, che colui che non sapeva vincere il suo nemico con otto, o al più con dodici mila uomini, non lo saprebbe meglio fare con forze assai maggiori[267]. I due campi erano posti a non molta distanza l'uno dall'altro nella ridente valle di Valchalia. Dietro ai Musulmani trovavasi un angusto passaggio, dove Scanderbeg indovinò troppo agevolmente che il nemico teneva un'imboscata; ne diede avviso ai suoi soldati prima di dare cominciamento alla battaglia, consigliandoli a non inseguire i nemici al di là dell'estremità della pianura, ed a fermarsi da sè prima di giugnere alle forche della Valchalia. I Musulmani che l'avevano attaccato, venendo respinti, si ritirarono disordinati verso lo stretto. L'antiveggenza e le esortazioni di Scanderbeg non ritennero otto dei suoi più valorosi ufficiali. Sordi alle preghiere ed agli ordini del loro capo, penetrarono nell'angusto passaggio, e sebbene subito attaccati di fianco, lo attraversarono tutto intero; ma, coperti di ferite ed oppressi dal numero de' nemici, all'ultimo furono fatti prigionieri. Mosè Golento, quello stesso che altra volta erasi dato ai nemici, era il primo di loro; Giurisa Wladenio e Musacchio d'Angelina, tutti e due parenti di Scanderbeg lo avevano accompagnato; gli altri cinque non erano meno illustri per natali e per valore. Invano Scanderbeg offrì di riscattarli ad ogni prezzo, o di cambiarli contro i suoi più ragguardevoli prigionieri; Ballabano gli aveva mandati a Maometto II, e questo barbaro gli aveva fatti scorticar vivi. A tale notizia i soldati epiroti vestirono abiti di lutto, lasciandosi crescere i capelli e la barba, poi gettaronsi furibondi nel territorio turco, cercando opportunità di vendicare i loro valorosi commilitoni[268].

[267] _Ivi, p. 334._

[268] _Marinus Barletius, l. XI, p. 336._

Una seconda battaglia presso di Oronichio, nella Dibra superiore, non soddisfece che imperfettamente al loro sdegno, e fu sanguinosa dall'una parte e dall'altra. Finalmente Ballabano fu posto in fuga, ma non distrutto; e Maometto II non trovando che verun altro de' suoi generali avesse prima d'allora opposta una così felice resistenza all'eroe dell'Epiro, rifece nuovamente la sua armata portandola a diciassette mila cavalli ed a tre mila pedoni; e promise al pascià, che, ottenendo egli di vincere Scanderbeg, gli succederebbe nell'impero dell'Albania. Non pertanto Ballabano fu tuttavia perdente in una grande battaglia presso di Sfetigrade, che per altro si era mantenuta lungamente indecisa. Scanderbeg fu rovesciato dal suo cavallo sopra un tronco d'albero, e vi rimase alquanto senza sentimento, stordito e ferito in un braccio; finalmente rinvenne e riuscì a mettere i Musulmani in fuga, perchè questi credettero di vedervi la fatalità che rendeva quell'eroe invincibile. Ma la valorosa sua armata trovossi indebolita da una vittoria comperata a troppo caro prezzo[269].

[269] _Marinus Barletius, l. XI, p. 339._

Maometto II e Ballabano non si lasciarono avvilire da questa nuova perdita, e dietro i consigli del generale due armate ugualmente forti ebbero ordine di penetrare nello stesso tempo nell'Epiro da due diverse parti; Jacub Arnautte fu il collega dato a Ballabano. Partendo dalla Grecia e dalla Tessaglia doveva questi penetrare nell'Albania dalla banda di mezzogiorno, e costeggiare il mare, mentre che Ballabano, partendo dalla Tracia e dalla Macedonia, vi entrerebbe per le gole delle montagne a ponente. Ma Scanderbeg aveva l'avvantaggio d'essere sempre ben servito dalle sue spie, e di conoscere i piani di campagna del nemico, quando questi appena cominciava ad eseguirli. Comprese che soltanto colla sua prontezza potrebbe prevenire l'unione delle due armate contro di lui dirette, e salvare la sua patria. Mentre che Ballabano entrava nell'Epiro con venti mila cavalli e quattro mila fanti per la valle di Valchalia, Scanderbeg aveva formato il suo campo in distanza di cinque miglia innanzi al castello di Petralba. Non aveva con lui che otto mila cavalli e quattro mila fanti; ma questi soldati erano il fiore di tutta la gioventù Albanese[270].

[270] _Marinus Barletius, l. XI, p. 343._

Per altro prima di entrare in battaglia poco mancò che Scanderbeg non fosse vittima del tradimento di coloro ch'egli aveva incaricati di riconoscere il campo nemico: essi lo avevano venduto. Mentre egli si avanzava, da loro guidato, con cinque soli compagni, cadde nell'imboscata che gli era stata tesa. La rapidità del suo cavallo lo salvò; egli fuggì verso la foresta e saltando un albero rovesciato che chiudeva la sola strada praticabile, lasciò a dietro questo riparo fra sè ed i Turchi. Uno solo ebbe il cavallo abbastanza vigoroso per saltare l'albero che impediva agli altri d'avanzarsi, ma Scanderbeg rivoltosi a lui gli tagliò il capo con un colpo di scimitarra[271].

[271] _Ivi._

Tornato a Petralba, egli condusse all'istante la sua armata contro Ballabano, e sebbene avesse dovuto fare quindici miglia prima di raggiugnere il nemico, gli offrì la battaglia senza dar riposo alla sua truppa. Ma il pascià, che aspettava in questa stessa valle Jacub Arnautte, non volle combattere finchè non vedesse comparire sulle alture dietro Scanderbeg le insegne del compagno. Scanderbeg all'opposto, che riponeva la speranza della vittoria nel dar subito battaglia, cercava d'irritare Ballabano; mentre lo faceva inquietare dagli arcieri e dai fucilieri, egli avanzava col grosso dell'armata, e gli Albanesi insultavano i Maomettani perchè non ardivano di combattere. Questi fremevano d'impazienza, digrignavano i denti, e minacciavano il capo che osava mettere ostacolo al loro ardore. Finalmente Ballabano si avvide che s'egli si ostinava, sarebbe forzato nel suo campo e perderebbe in tal modo il vantaggio dell'ardore de' suoi soldati; onde uscì dai trinceramenti alla testa dell'armata, divisa in quattro corpi, opponendo quello da lui comandato alla divisione diretta da Scanderbeg, e tra questi due corpi la zuffa fu più accanita. Però essendo l'Epirota riuscito a prendere Ballabano alle spalle con un rapido movimento, l'intera armata de' Musulmani fu posta in grandissimo disordine. Il loro capo, dopo di aver lungo tempo incoraggiate, riordinate le sue truppe con somma intelligenza e valore, s'aprì un passaggio per ritirarsi seguito da pochi più valorosi, rimanendo tutti gli altri uccisi o prigionieri[272].

[272] _Marinus Barletius, l. XI, p. 345._

Ma l'armata di Scanderbeg, che aveva riportata così luminosa vittoria, non era per anco uscita dalla valle di Valchalia, nè aveva divise le spoglie de' vinti fra i soldati, nè sgombrato il terreno dagli estinti, quando un messo di Mamiza, sorella di Scanderbeg, gli giunse da Petrella, ove si era rinchiusa colla famiglia sotto la guardia di una sola coorte. Gli dava avviso che Jacub Arnautte con sedicimila cavalli era entrato nell'Epiro dalla banda di Belgrado, e che guastava tutto il paese. Il soprannome di Jacub, _Arnautte_, che è il nome turco degli Albanesi, indicava che questi era nato di parenti cristiani ed epiroti, ma fatto schiavo da fanciullo, era stato allevato nella fede musulmana. Arnautte erasi fatto nome in Asia ed in Europa nelle guerre di Maometto II, e venne a morire sotto la spada di Scanderbeg; imperciocchè, avendo questi immediatamente condotto il suo esercito nelle montagne della Tiranna, ove si trovava il nemico, presso Cassar, fece gettare innanzi a sè molte teste di Musulmani dell'armata di Ballabano, onde accertarlo della disfatta del suo collega. Attaccò in appresso que' soldati, spaventati assai più dalla fortuna che dal valore delle truppe di Scanderbeg; raggiunse lo stesso Arnautte; e dopo averlo ferito con un colpo di lancia, gli troncò il capo colla sua scimitarra. I Musulmani atterriti quasi più non fecero resistenza; coloro che si sottraevano ai vincitori colla velocità della fuga, cadevano tra le mani de' contadini che gli scannavano o facevano prigionieri. Assicura lo storico di Scanderbeg, che nelle due battaglie i Turchi perdettero trenta mila uomini, ventiquattro mila uccisi e sei mila fatti prigionieri, e che si liberarono quattro mila Epiroti prigionieri. La perdita di Scanderbeg non fu che di mille soldati. L'immenso bottino dei due campi venne diviso tra i vincitori e deposto in Croja; e questa città capitale, renduta ricca dalla guerra, accolse con trasporti di gioja l'eroe che l'avvezzava ai trionfi[273].

[273] _Marinus Barletius, l. XI, p. 349._

Maometto II, coronato da tante vittorie, non poteva darsi pace di tali rovesci, e parevagli che quest'angolo dell'Epiro, che sottraevasi al suo impero, ed ogni castello del quale era illustrato da una sconfitta delle sue armate minacciasse tutti i dominj musulmani. Infatti i suoi fanatici soldati erano usciti vittoriosi dalle altre battaglie per la cieca loro confidenza nel volere del cielo; tutto il loro vigore era distrutto, se cominciavano una volta a persuadersi che il cielo favoriva i loro nemici. La credenza del fatalismo, che rende tanto formidabili le armate avvezze alla vittoria, le rende altresì più suscettibili delle altre di terrore panico, quando la fortuna comincia ad abbandonarle. Da prima Maometto cercò di disfarsi di Scanderbeg con un assassinio. Presentaronsi due Musulmani al principe d'Epiro, mostrando caldo desiderio di convertirsi, di ricevere subito il battesimo, ed in seguito di combattere per la fede sotto le sue insegne. Furono infatti ricevuti nella stessa guardia di Scanderbeg; ma una violenta contesa insorta fra di loro manifestò la trama prima che potessero eseguirla: essi accusaronsi reciprocamente di meditare un tradimento, e l'uno e l'altro, arrestati ed esaminati, furono condannati al medesimo supplicio[274].

[274] _Marinus Barletius, l. XII, p. 351._

Intanto Maometto II entrava egli stesso nell'Epiro alla testa de' suoi eserciti: i Cristiani atterriti assicuravano che il sultano conduceva dugento mila uomini. Scanderbeg non pensò pure di potere far fronte a così grandi forze; lasciò in Croja una forte guarnigione sotto gli ordini di un italiano, Baldassare Perducci, che conosceva assai meglio che gli Epiroti l'arte del difendere e dell'attaccare le piazze, e ritirossi in appresso nelle montagne per inquietare l'armata colla quale non osava venire a battaglia, piombando solo sui corpi staccati. Maometto non intraprese l'assedio di Croja, che presentava grandi difficoltà, e che poteva compromettere l'onore del sultano; guastò soltanto le campagne, e prese in seguito per capitolazione la città di Chidna nella Caonia, di dove eransi ritirati tutti gli abitanti. Ritornando da una spedizione comandata dallo stesso sultano, dovevano essere ostentate in su gli occhi del popolo ed ornare le porte del serraglio varie teste di nemici, onde non lanciare ai Musulmani alcun dubbio intorno alla vittoria del loro sovrano. Maometto fece decapitare otto mila abitanti di Chidna, e portò in tal modo a Costantinopoli un trofeo di teste cristiane bastante per ornare il suo trionfo[275].

[275] _Marinus Barletius, l. XII, p. 353._

Ma Ballabano, rimasto nell'Epiro con una forte divisione dell'armata musulmana, intraprese l'assedio di Croja. Scanderbeg, i di cui paesi erano stati saccheggiati, la di cui armata, indebolita dalle stesse vittorie, appena bastava alle guarnigioni delle fortezze, attraversò l'Adriatico in tempo dell'assedio di Croja, venne a Roma e si presentò a Paolo II per chiedergli soccorsi in danaro ed in munizioni, di cui aveva urgentissimo bisogno. Introdotto in concistoro, ed accolto dai cardinali come l'eroe della Cristianità, loro fece la descrizione de' rapidi avanzamenti dei Turchi, e dei pericoli che sempre più si avvicinavano all'Italia. «Dopo la distruzione dell'Asia e della Grecia, disse loro, dopo l'uccisione dei principi di Costantinopoli, di Trebisonda, della Servia, della Bosnia, della Vallacchia e della Schiavonia, dopo la sommissione del Peloponneso ed il devastamento della maggior parte della Macedonia e dell'Epiro, io resto solo col mio debole e piccolo stato, coi miei soldati spossati da tante zuffe, rotti da tante battaglie, in modo che l'Epiro non ha più nel suo corpo una parte sana ove possa ricevere nuove ferite, nè sangue da versare per la repubblica cristiana. In questa Macedonia così ferace di soldati, di tanti principi, di tanti capi, di tanti guerrieri, altro non rimane che la mia piccola armata, e della nostra antica fortuna che il nostro coraggio, e spiriti indomabili. Soccorreteci adunque finchè il tempo lo permette; forse bentosto più non rimarranno campioni di Cristo sull'altra costa dell'Adriatico[276].»

[276] _Marinus Barletius, l. XII, p. 357. — Michael Canesius Vita Pauli II, Pont. Max., t. III, p. II, Rer. Ital., p. 1021._