Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)
Part 11
Finchè l'impero greco si mantenne in Costantinopoli, questa capitale potè risguardarsi come il centro di stati addetti alla religione greca, i di cui interessi, la di cui politica pochissime relazioni avevano con quelli dell'Occidente. Le invasioni dei Turchi avevano separate le antiche province dell'impero d'Oriente, e data loro un'indipendenza che spesso non cercavano. Ma la violenza della tirannide musulmana faceva fuggire gli abitanti dai paesi che occupava, ed accresceva con ciò la popolazione di quelle dove non era ancora penetrata. Formavano questi frammenti d'un grande stato nuovi regni che ancora avrebbero potuto opporre una lunga resistenza, se le leggi, i costumi, il coraggio, non fossero stati distrutti avanti la popolazione. Quando Costantinopoli cadde in potere dei Turchi, il piccolo stato di Trebisonda, che assumeva il pomposo titolo d'impero, sussisteva ancora all'estremità del mar Nero, ed un altro stato cristiano sullo stesso mare aveva il titolo di regno d'Iberia[185]. I Genovesi possedevano lungo le coste della Tartaria la potente colonia di Caffa. Il continente, situato tra il mar Nero ed il mare Adriatico, contava sette regni, dei quali la corona d'Ungheria pretendeva di avere l'alta signoria ed erano la Croazia, la Dalmazia, la Bosnia, la Servia, la Rascia, la Bulgaria e la Transilvania[186]. Nello stesso continente trovavansi eziandio i Valacchi, che pel loro idioma sembravano appartenere all'Italia, e gli stati di Scanderbeg, il difensore, il vendicatore dell'Epiro, le di cui vittorie avevano rialzata la gloria del nome Cristiano. La Grecia era quasi tutta saccheggiata o dominata dai Turchi: pure conservavasi ancora nell'Acaja il ducato di Atene, ed il Peloponneso era tuttavia diviso fra Tomaso e Demetrio, i due fratelli dell'ultimo Costantino, che avevano il titolo di despota. Delle isole, Rodi appartenea al valoroso ordine de' cavalieri di san Giovanni, e Cipro ubbidiva alla casa di Lusignano sotto la protezione del soldano d'Egitto; Candia, ossia Creta, il Negroponte o l'Eubea, erano suddite della repubblica di Venezia con varie altre isole di minore importanza, e Chio di Genova. Molti cittadini veneti e genovesi possedevano in feudo altre isole dell'arcipelago; altre isole, ridotte alle sole forze greche, mantenevansi indipendenti, e per ultimo molte fortezze su tutta la costa del mare Adriatico erano sotto l'immediata dipendenza de' Veneziani. Dopo la distruzione dell'impero d'Oriente, tutti questi stati risguardavano l'Italia come centro delle loro negoziazioni, e la corte del papa e la repubblica di Venezia come le naturali loro protettrici. Tutte le città d'Italia ridondavano di emigrati levantini, alcuni de' quali avevano seco portate le reliquie dei santi del Cristianesimo, altri i più preziosi manoscritti dell'antichità pagana, altri ancora i monumenti delle arti. Molti sforzavansi con tali ricchezze di guadagnare soccorsi, non per sè, ma per la loro patria; altri per lo contrario non pensavano che a formarsi un pacifico domicilio in Italia, e, quando avevano trovata la mediocrità e la sicurezza, rinunciavano ad ogni speranza di riavere il loro potere ed il loro rango in Levante. Molti ancora non avevano potuto sottrarre che le loro persone alla schiavitù dei Turchi, senza conservare verun effetto prezioso; a costoro tornavano utili per vivere l'erudizione, la memoria, la cognizione della lingua greca, oggetti dello studio di tutti, ed il più alto oggetto dei loro voti era quello di farsi ricevere in un monastero per trovarvi il nutrimento ed il riposo. L'Italia era piena di Greci e di Cristiani orientali; s'incontravano in ogni luogo, in ogni luogo si parlava del loro infortunio; e gli avanzamenti dei Turchi, cui appena erasi data un'astratta attenzione finchè Costantinopoli si era difesa, erano diventati, dopo la sua caduta, un imminente flagello, un pericolo, che doveva occupare la mente di tutti.
[185] _Phranzae Protovestiari, l. III, c. I, p. 80. Byzantin., t. XXIII._
[186] _Comment. Pii Papae II, l. XII, p. 325._
La devastazione avanzavasi verso l'Occidente, ed ogni anno vedevasi cadere un nuovo regno. Il primo a seguire la sorte di quello di Costantinopoli fu quello della Servia. I due regni della Rascia e della Servia, posti nel paese degli antichi Triballiani, erano stati conquistati e governati dalla casa di Nemagna dal 1177 al 1354, e forse ancora più tardi[187]. Era succeduta a quest'antica stirpe quella dei Lazari, che portavano il titolo di _Cralli_ di Servia; riconoscevano il loro regno, posto tra il Danubio, la Sava, la Morava, dalla generosità di Stefano, re dei Bulgari, ed avevano la loro residenza a Senderova poco distante da Belgrado. Fino dalla sua origine questa dinastia aveva sperimentato il furore de' Turchi, perchè il suo fondatore, Lazaro Bolco, fu, nel 1390, tagliato in pezzi sotto gli occhi di Bajazette per vendicare la morte d'Amurat I. Stefano Bulkowitz, suo figlio, nel 1427, venne spogliato de' suoi stati da Amurat II; i suoi figliuoli e duecento mila de' suoi sudditi erano stati condotti in ischiavitù, ed il loro paese era rimasto quasi deserto[188]. Giorgio Bulkowitz, figlio di Stefano, educato presso i Turchi, ed indifferente tra le due religioni, era stato nel 1442 rimesso ne' suoi stati da Amurat II, il quale aveva sposata la di lui figlia Cantacuzena[189]. Questi, alleato a vicenda de' Cristiani e de' Turchi, conservò finchè visse l'affetto degli ultimi, ma morì nel 1457, e suo figlio Lazaro nel susseguente anno. Allora Maometto II occupò la Servia, che Lazaro aveva col suo testamento lasciata alla santa Sede, e che il Sultano riclamava come un'eredità della vedova d'Amurat II[190].
[187] _Table généalogique de Ducange, in seguito alla Histoire de Costantinople, t. XX, p. 169._
[188] _Ann. Eccl. ad an. 1433, § 15, t. XVIII, p. 282. — Comment. Pii Papae II, l. XII, p. 326. — Leunclavius Pandectae Histor. Turcicae Byzant., t. XVI, p. 322._
[189] _Marini Barletii Scodrensis, Histor. Scanderbegii, l. III, p. 61._
[190] _Philip. Callimachi de rebus Uladislai, l. II, R. Ung. Scrip., t. I, p. 492. — Orat. Aen. Silvii in conventu Francofurtensi. Int. ejus epist., N.º 131. — Ray. Ann. Eccl. 1454, § 4, p. 420. — Bulla Calixti III, 15 mart. 1458. Rayn. ad Ann. § 18, p. 513. — Phranza Protovest., l. III, c. 22, Byzant., p. 115, t. XXIII._
Nello stesso anno 1458 si videro scomparire gli avanzi del ducato d'Atene, che una lunga serie di rivoluzioni aveva fatto giugnere alla casa fiorentina degli Acciajuoli. Dopo la conquista di Costantinopoli, fatta dai Latini, le case francesi De la Roche, poscia di Brienne, e la casa Catalana dei bastardi di Sicilia, avevano posseduto il ducato d'Atene, che comprendeva, oltre il territorio di quell'antica repubblica, quelli delle sue più illustri rivali, di Tebe, di Corinto, di Megara e di Platea. La casa Acciajuoli, stabilitasi in Grecia nel 1364, aveva di già dati parecchi sovrani ad Atene ed a Tebe, quando Antonio II morì nel 1435. Suo figlio Francesco rifugiossi alla corte di Amurat II, di cui ne implorò la protezione, mentre che Renieri II, fratello di Antonio, andò da Firenze in Atene, e fu installato nel governo[191].
[191] _Ducange, Tables genealog., t, XX, p. 161._
Renieri II, o Neri morì dopo la conquista di Costantinopoli: sua consorte, che aveva di lui un figliuolo in tenera età, ricorse, per mantenersi, alla protezione del sultano; distribuì ragguardevoli doni ai favoriti di Maometto II, e si fece riconoscere duchessa. Poco dopo si lasciò sedurre da una folle passione pel figliuolo di Pietro Priuli, senatore veneziano, governatore di Nauplia, e gli offrì di farlo duca di Atene se voleva sposarla, disfacendosi perciò della sua sposa. Il giovane Priuli acconsentì al delitto che gli veniva consigliato, ma ne colse poco frutto. Gli Ateniesi, sdegnati del vergognoso mercato che aveva loro dato un nuovo sovrano, ricorsero a Maometto II, e gli chiesero per duca quello stesso Francesco Acciajuoli, che si era rifugiato alla corte di suo padre. Francesco occupò Atene senza contrasto; fece arrestare la vedova di Neri, suo predecessore, e la tenne qualche tempo in prigione a Megara. Tale era l'ordine che aveva ricevuto da Maometto; bentosto però l'oltrepassò e fece morire questa principessa; onde il sultano si affrettò di punire un rigore da lui non ordinato. Omar, figliuolo di Turacano, pascià di Tessaglia, venne ad assediare Atene: l'Acciajuoli si difese lungo tempo nella cittadella, e non capitolò che in giugno del 1456, ricevendo in cambio di Atene la signoria di Tebe ed il governo della Beozia. Due anni dopo perdette l'una e l'altra colla vita, avendolo Maometto II fatto strozzare nel 1458 per sospetto di una trama ordita per ricuperare Atene[192].
[192] _Laonicus Chalcocondyles de reb. Turcicis, l. VIII, p. 187, 188, e l. IX, p. 200. — Byzant, t. XVI. — Ducange Hist. de Costant. sous les emp. françois, l. VIII, c. 44. p. 148, l. XX. Byzant. — Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XXIII, p. 91._ — Conservansi in Atene diversi monumenti del dominio degli Acciajuoli: alcune famiglie pretendono discendere da loro; e nel moderno greco d'Atene si trova qualche mescolanza di vocaboli fiorentini.
I due fratelli, che si dividevano il Peloponneso, Tomaso e Demetrio Paleologo, avevano provato essi pure la potenza del sultano. Per acquistare da lui la pace gli avevano ceduto Corinto, in allora staccata dal ducato di Atene, Patrasso ed alcune altre delle loro migliori città. Frattanto furono abbastanza storditi per non sentire la necessità di conservarsi uniti sotto il peso delle comuni calamità. Cercavano alternativamente di sorprendersi le città: l'uno e l'altro assediava le città del fratello invece di difendere le proprie, ed essi impiegavano come soldati gli Albanesi sparsi nel Peloponneso, che saccheggiavano egualmente tutti i Greci[193]. Demetrio si pose sotto la protezione di Maometto II, promettendogli sua figlia in matrimonio. Maometto venne a trovarlo a Sparta nell'inverno del 1460[194], e lo costrinse a rinunciare ai suoi stati per andare a vivere in Adrianopoli colle entrate che gli pagava il sultano: e colà morì Demetrio Paleologo nel 1471[195]. D'altra parte Tommaso, suo fratello, fuggendo innanzi a Maometto, si ritirò prima a Corfù, di dove passò in Ancona il 16 novembre del 1461, per chiedere soccorsi a Pio II e al duca di Milano. Seco portava, come titolo di raccomandazione presso ai principi cristiani, la testa dell'apostolo sant'Andrea; ma nè le sue sacre reliquie, nè i suoi ereditarj diritti all'impero di Costantinopoli, punto non mossero i Latini, i quali non s'armavano nemmeno per la propria difesa. Sua figlia, la regina di Servia, l'aveva seguito a Roma, ma non fu più fortunata del padre. Egli tornò scoraggiato a Durazzo, ove morì il 12 maggio del 1465, sua moglie era morta a Corfù tre anni prima. Così si spense la famiglia imperiale, ed il Peloponneso passò in potere de' Turchi, tranne poche fortezze, che Tommaso aveva cedute al papa o ai Veneziani[196].
[193] _Phranza Protovestiarius, l. III, c. 22, p. 116. — Laonicus Chalcocondyles de reb. Turcicis, l. VIII, p. 188. — Hist. polit. Turco Graeciae, l. I, p. 17._
[194] _Leonicus Chalcocondyles, l. IX, p. 195._
[195] _Hist. polit. Turco Graeciae, l. I, p. 20._
[196] _Phranza Protovestiarius, l. III, c. 26, p. 122. — Laonicus Chalcocondyles de reb. Turcicis, l. VIII, p. 200. — Crusius Hist. polit. Turco Graeciae, l. I, p. 18._
Nel 1462 gli stati cristiani, posti sul Ponte Eussino, caddero sotto il giogo de' Musulmani. Sinope, Ceraso e Trebisonda pare che si dassero a Maometto II, senza avere opposta alcuna resistenza, allorchè si avvicinò alle loro mura. Il sultano accordò poche entrate a Davide Comneno, imperatore di Trebisonda, affinchè potesse vivere a Monte Mauro, luogo del suo esilio; ma questa pensione non gli venne più corrisposta al primo sospetto ch'ebbe di lui il sultano: e Davide Comneno, che si era renduto odioso colla sua empietà contro il padre e contro suo nipote, di cui era tutore e ch'egli aveva spogliato dello stato, morì poco dopo assassinato. I principi di Sinope, di Ceraso e degli altri piccoli stati delle coste del Ponte Eussino furono mandati ad Adrianopoli, ove vissero nella mollezza, mercè le beneficenze del sultano[197].
[197] _Phranza Protovestiarius, l. III, c. 27, p. 123. — Laonicus Chalcocondyles de reb. Turcicis, l. IX, t, XVI, p. 204-206. — Turco Graeciae Hist. polit., l. I, p. 20. — Demetrius Cantemir Hist. Othom., l. III, c. 1, § 15, p. 108._
Blado Dracula, ospodaro di Valacchia e di Moldavia, venne attaccato da Maometto II immediatamente dopo l'impero di Trebisonda. Un'armata non meno numerosa di quella che aveva conquistato Costantinopoli portò la desolazione in tutte le province dell'antica Dacia; ma il sovrano di questo barbaro paese aveva fatte ritirare tutte le donne e tutti i fanciulli entro boschi inaccessibili, e tutti gli uomini erano con lui montati a cavallo per inquietare l'armata turca; in mezzo a questi deserti il vincitore ed il vinto trovavansi press'a poco alla stessa condizione ridotti. Pure il feroce Maometto fremè d'orrore, quando giunse colla sua armata presso di Praylab, campo destinato dal principe cristiano alle sue esecuzioni. Un piano di diecissette stadj era tutto sparso di pali, e ventimila persone vi erano state impalate per ordine dell'atroce tiranno. Il più leggiere sospetto bastava per infligere questa pena, che stendevasi sempre a tutta la famiglia del supposto colpevole; e vedevansi nel campo di Praylab sopra quegli infami pali a canto agli adulti, vecchi, donne e fanciulli, molti de' quali ancora lattanti[198]. Verun mostro giammai non spinse la ferocia tanto avanti quanto Dracula; niuno inventò più terribili supplicj. Egli cadde all'ultimo vittima dell'orrore che aveva inspirato; i suoi sudditi lo abbandonarono per suo fratello, che aveva vissuto nel serraglio di Maometto II, come uno de' suoi favoriti; e Blado Dracula, rifugiato a Belgrado, venne arrestato dagli Ungari, che lo fecero morire in prigione[199].
[198] _Laonic. Chalcocondyles de reb. Turc. l. IX, t. XVI, p. 212._ — Pio II racconta varie altre particolarità intorno alle orribili crudeltà di Dracula; ma egli lo chiama Giovanni, mentre dà il nome di Ladislao (Wladislaus, Bladus) ad un capo che Giovanni Uniade avea dato ai Valacchi nel 1456. _Comment. Pii Papae II, l. XI, p. 296, 297._ Il Vaivoda di Valacchia era feudatario del re di Polonia, ed è tra gli scrittori polacchi che devesi cercare qualche notizia intorno ai principi valacchi. Dlugoss, istorico pure polacco e contemporaneo, darebbe luogo a credere che Blado Dracula avesse usurpata la Valacchia, ma che era Vaivoda della Bessarabia; che suo figliuolo Radul gli fu successore in questa provincia, che abbandonò ai Turchi nel 1474 (_Hist. Polon., l. XIII, p. 516_), e che Blado Dracula, dopo tredici anni di prigionia presso gli Ungari, fu da loro rilasciato nel 1476, e perì lo stesso anno nella Bessarabia, di dove voleva scacciare i Turchi. _Hist. Polon., l. XIII, p. 551._
I Turchi chiamano questo principe _Kazykluvoda_, o il _Vaivoda abbondante di pali_; _l'impalatore_. _Demetrius Cantemir Hist. de l'Empiro ottoman, l. III, c. I, § 16, p. 108._
[199] _Laonic. Chalcocondyles, l. X, p. 215._
In mezzo a tanta desolazione della Cristianità nell'Oriente, lo spirito si riposa alcun tempo per la nobile resistenza di Giorgio Castriotto, detto _Scanderbeg_, ossia il Bey Alessandro. Suo padre Giovanni, signore di Croja nell'Albania, di Sfetigrad e delle Valli di Dibra, era stato vinto dai Turchi nel 1418, e costretto di dare in ostaggio tutti i suoi figli, quattro maschi e cinque fanciulle. Giorgio di tutti il più giovane era stato circonciso come i suoi fratelli, educato nella religione musulmana, ed in appresso impiegato nell'armata. Non aveva più di nove anni quando fu dato ai Turchi, e diciotto quando Amurat l'innalzò alla dignità di _Sangiak_, dandogli cinque mila cavalli, ed adoperandolo nelle guerre dell'Asia[200]. Il valore, la destrezza, e la generosità di Scanderbeg, lo rendettero bentosto caro ai Turchi ed illustre nell'esercito ottomano. Egli contribuì a' suoi prosperi successi in Asia ed in Europa, combattè valorosamente contro Giorgio Bulkowitz, despota della Servia, e quante volte fu mandato contro di lui, altrettante tornò vincitore in Adrianopoli[201].
[200] _Marinus Barletius Scodrensis, de vita et moribus, ac rebus gestis Scanderbegii, l. I, p. 7, Argent. in fol. 1537._
[201] _Marinus Barletius, l. I, p. 13._
Il padre di Giorgio Castriotto era morto nel 1432. A quest'epoca Amurat occupò Croja, fortezza quasi inespugnabile posta sulla sommità d'un monte, ventun miglia al nord di Durazzo, e poco discosta dal mare. Vi fu posta una grossa guarnigione musulmana, e tutto il restante del paese venne in potere dei Turchi; Giorgio Castriotto, che da Amurat vedevasi spogliare di tutta la paterna eredità, seppe dissimulare altri dieci anni il suo malcontento, continuò a prestare al sultano segnalati servigj, e dolcemente rifiutò le offerte de' signori Epiroti, che lo invitavano a farsi loro capo. Finalmente gli si presentò la favorevole occasione che stava aspettando, dopo la grande vittoria ottenuta nel 1442 in vicinanza di Sofia e della Morava da Giovanni Unniade, vaivoda di Transilvania, e da Uladislao, re d'Ungheria[202]. Il pascià di Romania era stato totalmente disfatto; Scanderbeg fermò nella sua fuga il segretario di questo pascià, e lo sforzò a spedirgli un ordine diretto al comandante di Croja, perchè gli consegnasse quella fortezza come se ne fosse stato dal Sultano nominato governatore. Dopo ciò il segretario e tutti i Turchi che servivano sotto di lui, e quanti formavano la guarnigione di Croja, o trovavansi sparsi nell'Epiro e nell'Albania vennero sagrificati ad una barbara politica, ed uccisi per suo ordine[203]. Di già dodici mila cristiani si erano adunati sotto le sue insegne, allorchè, se crediamo al suo storico, loro parlò in tal modo: «In questa rivoluzione, o miei amici, io nulla vedo di nuovo, nulla d'inaspettato. Io non aveva mai dubitato del vostro coraggio, dell'antica vostra fedeltà verso mio padre, della vostra nobiltà, siccome io non aveva mai dubitato di me stesso. Spesse volte, mentre sembrava ch'io servissi il tiranno, mi avete invitato a prendere le vostre difese, ed io vado orgoglioso di questa vostra confidenza. Quando non vedendo alcuna fondata speranza, alcun progetto determinato, io vi rimandavo colmi di tristezza alle vostre case, credeste senza dubbio che avessi dimenticata la mia patria, il mio onore, la nostra libertà; pure in allora sotto questo stesso silenzio servivo ai vostri ed ai miei interessi. Trattavasi di cose che dovevano essere fatte prima di dirle, ed apertamente vedevo che voi avevate bisogno di freno e non di sprone. Vi tenni nascosti i miei disegni e le mie disposizioni, non perchè diffidassi della vostra fede, ma perchè l'amore della libertà strascina piuttosto che lasciarsi guidare; quando vi si fosse presentata la più piccola occasione per ricuperarla, voi avreste sprezzate mille morti, avreste congiurate contro di voi mille spade: pure se mancavamo un solo tentativo, avevamo per sempre perduta l'occasione di scuotere il giogo, noi perivamo in mezzo ai supplicj, e coloro che sarebbero stati risparmiati sarebbero stati condannati ad una servitù cento volte più dura di quella che adesso per noi finisce. Voi potevate scegliere in mezzo alla vostra nazione altri ristauratori della vostra libertà; ma per divina disposizione avete preferito di ripromettervi questa libertà da me, piuttosto che cercarla voi medesimi. Uomini tanto coraggiosi, educati nell'indipendenza, non isdegnarono di rimanere tra le vergognose catene dei barbari, per aspettare che io mi unissi a loro. Ma come poss'io usurpare il nome di vostro liberatore? No, certamente, non sono io quello che vi ha recata la libertà; io la trovai presso di voi. Appena ebbi posto il piede sul vostro suolo, appena udiste il mio nome che accorreste, volaste, come se renduti vi fossero i vostri padri, i vostri figli, i vostri fratelli dal seno dei morti, come se tutti gli Dei fossero scesi sulla terra. Io non sono già quello che vi ha date le armi, io vi trovai armati; non ho conquistata io questa città, quest'impero, ma voi me gli avete dati. Dunque io trovai la libertà ne' vostri cuori, sulle vostre fronti, sulle spade, sulle lance; voi vi risguardaste quali fedeli tutori, e mi riponeste in possesso dell'eredità de' miei antenati. Terminate adunque l'opera cominciata con tanta gloria e felicità. Croja è ricuperata, le valli di Dibra sono evacuate dai nemici, tutto il popolo dell'Epiro è liberato, ma rimangono in mano del tiranno de' castelli e delle fortezze. A non considerare che le loro forze ed il numero delle guarnigioni, senza dubbio che abbiamo bisogno di grande arte e di somma costanza. Ma in presenza del nemico e col ferro ardente nelle mani noi potremo meglio giudicarne. Spieghiamo adunque i nostri stendardi, marciamo coll'entusiasmo dei vincitori, e la fortuna ci sarà propizia»[204].
[202] _Marinus Barletius, l. I, p. 15. — Philip. Callimachus Experiens. de reb. Uladislai, l. II, Rer. Hungar. Script., p. 492. — Demetrius Cantemir, l. II, c. IV, § 30, p. 91_ della trad. franc.
[203] _Marinus Barletius, l. I, p. 20._
[204] _Marinus Barletius, l. I, p. 22-23._
In fatti la fortuna assecondò gli Epiroti; sebbene il paese in cui cominciarono la rivoluzione sia situato press'a poco sotto il paralello di Roma tra il 42.º e 43.º grado di latitudine, le alte montagne ond'è coperto lo rendono freddo quanto la Svizzera. Dense nevi coprivano il suolo, tutte le acque erano gelate, e non pertanto Scanderbeg occupò in un mese Petralla, Petralba e Stellusio, fortezze situate sopra la sommità delle montagne; perciocchè in quel selvaggio paese, in cui l'ordine e la pace erano da lungo tempo sconosciute, eransi scelti per abitazione dell'uomo non luoghi proprj all'agricoltura ed al commercio, ma inaccessibili ritiri sulla sommità di rupi scoscese, ove non conduceva che un angusto e difficile sentiero con infiniti avvolgimenti[205].
[205] _Marinus Barletius, l. I, p. 22, 23._
Dopo aver ricuperato quanto apparteneva a suo padre, Scanderbeg adunò un'assemblea de' principali Epiroti suoi eguali, non già ne' proprj, o ne' loro stati, ma in Alessio (Lissa), città posta tra Croja e Scutari, che apparteneva ai Veneziani[206]. I nomi di questi principi, che per più secoli avevano conservato il diritto di proteggere e di condurre alla guerra, piuttosto che di governare vassalli affezionati alle loro famiglie, presentansi rare volte nella storia, e la guerra di Scanderbeg è l'ultima fiamma che li rischiarò prima di consumarli. Vedevansi alla dieta d'Alessio, Arianite Thopia, che governava il paese collocato presso alle bocche di Cattaro, Andrea Thopia, signore dei monti della Chimera, che mai non soggiacquero al giogo musulmano, i Musacchi alleati dei Castriotti, i Ducagini che abitavano le rive del fiume Lodrino, Lecca Zaccaria, signore di Dayna, Pietro Spano, signore di Drivast, la di cui famiglia pretendeva essere discesa da Teodosio il grande, Leccas Dusmano, Stefano Czernowitzch, signore di Montenegro, e varj altri principi, che in questa assemblea trovavansi uniti ai comandanti di Scutari, d'Alessio, e di altre città e fortezze veneziane[207].
[206] Colonia fondata da Dionigi il vecchio, tiranno di Siracusa.
[207] _Marinus Barletius, l. II, p. 37._
Quest'assemblea, a nome di tutta l'Albania, dichiarossi per la guerra che Castriotto faceva prima ai Turchi colle sole forze delle sue signorie: lo nominò generale di tutto l'Epiro; promise un sussidio, che, unito alle saline che di già possedeva, portò le sue entrate a dugento mila fiorini, e gli apparecchiò un'armata di otto mila cavalli e di sette mila fanti[208].
[208] _Marinus Barletius, l. II, p. 44, 45._