Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)
Part 10
Dopo la rivoluzione del 1434 la repubblica di Firenze aveva avuto alla sua testa due uomini d'un merito eguale, sebbene la loro riputazione non siasi conservata eguale, Neri Capponi e Cosimo de' Medici. Il primo, grande politico, destro negoziatore, in guerra generale vigilante e felice, erasi fino dal 1420 renduto caro egualmente ai cittadini ed ai soldati coi continui servigj prestati alla repubblica. Cosimo de' Medici, non meno destro politico, invece della riputazione militare godeva quella di generoso protettore delle lettere, delle arti e della filosofia. Inoltre la sua immensa ricchezza gli somministrava il modo di spargere dappertutto i beneficj, e l'estrema sua generosità lo portava a prevenire tutte le domande di danaro che gli si potevano fare. Appena eravi in tutto il suo partito un cittadino, che non si fosse gratificato. Così, mentre Neri Capponi non aveva che ammiratori e partigiani. Cosimo de' Medici aveva clienti che gli erano affatto devoti[172].
[172] _Machiavelli Ist. Fior., l. VII, p. 274._
Malgrado la rivalità loro e malgrado alcune vicendevoli offese, questi due grandi cittadini conservaronsi tra di loro generalmente uniti, sia per zelo per la repubblica, sia per timore dell'opposto partito degli Albizzi, che, sebbene abbattuto, era ancora potente. Perciò, in ventun anni che furono unitamente alla testa dello stato, fino alla morte di Capponi, accaduta l'anno 1455, trovarono sempre il popolo propenso a continuar loro l'autorità della balìa quando spirava. In questo spazio di tempo fu rinnovata sei volte, e sempre in un modo legittimo dal parlamento adunato dietro inchiesta dei consiglj.
Ma l'autorità dell'ultima balìa terminava il primo luglio del 1455. Non esisteva plausibile ragione per rinnovarla, trovandosi lo stato in pace co' suoi vicini, essendo internamente la fazione degli Albizzi abbattuta affatto, e la rivoluzione da troppo lungo tempo ultimata, perchè si osasse di conservare un regime rivoluzionario. Altronde essendo morto Neri Capponi, Cosimo de' Medici, rimasto solo, eccitava maggiore gelosia. I suoi amici, che mai non avevano avuto intenzione di farlo principe, non erano meno de' suoi nemici diffidenti dell'ingrandimento del suo potere: essi si opposero perciò ne' consiglj al rinnovamento della balìa, e si tornò ad estrarre a sorte la signoria: pure ciò si fece colle liste e colle borse ch'erano state fatte dalle precedenti balìe, e che non contenevano che i nomi degli amici dei Medici. Pietro Rucellai, che entrò in carica il primo luglio del 1455, fu il primo gonfaloniere nominato dalla sorte[173]; la sua magistratura eccitò trasporti di gioja nel popolo, che credette di rientrare soltanto allora nel godimento de' suoi diritti e della sua libertà. Il cambiamento era infatti per lui reale, perciocchè nella precedente amministrazione, i giudizj dei tribunali, e la ripartizione delle imposte erano diventati oggetti di favore e di brighe. I Fiorentini in tutti gli affari contenziosi eransi trovati in necessità di sollecitare e spesso di comperare coi doni il favore de' potenti cittadini che governavano lo stato con Cosimo de' Medici. Ma dopo la cessazione della balìa, non solo la nuova magistratura più non diede orecchio alle raccomandazioni del favore, ma per lo contrario ebbe piacere di maltrattare coloro, innanzi ai quali erasi fin allora tremato. Que' medesimi cittadini, le di cui case pochi mesi prima erano affollate di clienti che recavano doni, si videro abbandonati ed esposti ai sarcasmi della moltitudine. Cosimo de' Medici aveva preveduto questo cambiamento, che a lui non fece torto, perchè i suoi clienti avevano sempre di lui bisogno. Aveva sentito che i suoi amici verrebbero puniti della loro gelosia, ed erasi compiaciuto di vederli colle pratiche loro privarsi essi medesimi del loro credito senza recare pregiudizio al suo[174].
[173] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 82._
[174] _Machiavelli, l. VII, p. 276. — Comm. di Filippo de' Nerli, de' fatti civili di Firenze, l. III, p. 47._
Il governo cercava di estinguere il debito pubblico, ch'era cresciuto assai durante la precedente guerra; uno dei mezzi adottati per accrescere le entrate fu il rinnovamento del catastro del 1427, in forza del quale tutte le proprietà mobili ed immobili di ogni cittadino erano state stimate, ed assoggettate ad un'imposta di un mezzo per cento del capitale. Dopo tale epoca i ricchi avevano trovato modo di sottrarre gran parte de' loro averi alle pubbliche imposte, valendosi del credito che esercitavano sopra i magistrati; onde una legge che stabiliva un'eguaglianza proporzionale nelle imposte, venne risguardata dal popolo come un trionfo. Fu fatta in principio del 1458, e vennero incaricati dieci commissarj di fare entro l'anno il riparto dell'imposta a seconda delle sostanze[175].
[175] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 85._
Bentosto i grandi ed antichi amici di Cosimo lagnaronsi del cambiamento introdotto nello stato, lagnaronsi d'essere abbandonati al capriccio della moltitudine. Le stesse persone, che per gelosia del Medici avevano ostato al rinnovamento della balìa, lo supplicavano adesso di unirsi con loro per ottenerne una. Non avendo voluto Cosimo cedere alle loro istanze, Matteo Bartoli, che fu gonfaloniere ne' due susseguenti mesi, si provò a chiedere la balìa senza di lui; ma non solo non vi riuscì, ma diede luogo a portare una legge ne' consiglj, in forza della quale non poteva adunarsi il parlamento senza essere domandato dagli unanimi suffragj della signoria e del collegio, e senza che la proposizione fosse approvata dai due consiglj[176]. Questo trionfo del partito popolare, cui aveva contribuito lo stesso Cosimo, accrebbe l'avvilimento di quegli amici che si erano da lui allontanati, e fece loro più vivamente desiderare una riconciliazione.
[176] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 85._
Frattanto, dopo aver data questa lezione al suo partito, Cosimo de' Medici credette che fosse tempo di rendergli il primo vigore e d'impedire che Firenze non si accostumasse al godimento della sua libertà. Avendo la sorte dato per gonfaloniere di luglio e d'agosto del 1458 Luca Pitti, Cosimo lasciò a questo ricco, potente ed audace cittadino la cura di adunare un parlamento, determinato di tenersi al coperto da ogni avvenimento, non secondandolo apertamente e non contrariandolo, onde poter approfittare del buon successo, e non essere a parte delle sue perdite, ove la cosa non riuscisse. In fatti il Pitti riempì il palazzo di gente armata, costrinse colle minacce i priori, suoi colleghi, a domandare il parlamento; coprì tutte le uscite della piazza di soldati e di contadini cui aveva distribuite le armi, e l'undici d'agosto del 1458, avendo fatto suonare la maggior campana, tenne un'adunanza del popolo tremante e sommesso, che approvò e sanzionò tutti i regolamenti che a lui piacque di proporre, rinnovando la balìa del 1434, ed aggiugnendovi dieci nuovi elettori e dieci segretarj. Si pretestò pel rinnovamento di quest'autorità dittatoriale della repubblica il pericolo che poteva farle correre la morte di papa Calisto III, gli assassinj del conte Averso dell'Anguillara e l'anarchia di Roma. Si resero depositarj di tutta l'autorità dello stato 352 cittadini, e loro si attribuirono le nomine dei magistrati, i giudizj stragiudiziali e le imposte[177].
[177] _Ist. di Gio. Cambi, t. XX, p. 358._
La balìa fece il più violente uso, che fare si potesse, dell'arbitraria autorità che le era affidata: Girolamo, figliuolo d'Angelo Machiavelli, aveva gagliardamente parlato intorno al pericolo inerente alla convocazione dei parlamenti ed alla sovversione della libertà cagionata dalle balìe. Venne arrestato ed assoggettato alla tortura per forzarlo coi tormenti a palesare, come una trama, i motivi della sua legittima opposizione ad intraprese contrarie alle leggi. In fatti strapparonsi di bocca al Machiavelli i nomi d'Antonio Barbadori e di Carlo Benizi, che dichiarò essere a parte delle sue opinioni; furono ambidue posti alla tortura: dopo di che il Machiavelli e suo fratello, il Barbadori con suo figlio, il Benizi e tre suoi parenti vennero condannati a grosse ammende ed alla relegazione. I due primi non essendosi recati nel luogo del loro esilio, Girolamo Machiavelli fu arrestato per tradimento di uno de' signori della Lunigiana, e dato alla signoria di Firenze, che lo fece morire[178].
[178] _Ist. di Gio. Cambi, t. XX, p. 361. — Niccolò Machiavelli, l. VII, p. 278. — Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 87._
Luca Pitti fu fatto cavaliere in premio del vigore che aveva mostrato. Cosimo de' Medici e tutti gli amici del governo si credettero obbligati a fargli dei regali; egli ne ricevette da tutti coloro che desideravano di guadagnare il suo favore, e dalla stessa repubblica; si dice che ammontassero a ventimila fiorini. Peraltro Cosimo era vecchio e logoro, frequentemente veniva tormentato dalla gotta, onde pareva disgustato degli affari pubblici e trattenevasi in villa la maggior parte del tempo. Luca Pitti, ambizioso ed orgoglioso, approfittava della ritirata del suo amico per innalzarsi. Pareva egli il vero capo della repubblica, e la fazione dominante omai più non chiamavasi il partito di Cosimo, ma quello di Pitti. Per illustrare il suo trionfo, egli prese a fabbricare due palazzi, uno alla distanza di un miglio fuori delle mura e l'altro in città; ne gittò così estesi i fondamenti e con fasto tanto insolito, che Firenze, accostumata ai prodigj dell'architettura, Firenze, che non aveva trovato che Cosimo fosse uscito dai confini della modestia di un cittadino innalzando il palazzo Medici (oggi palazzo Riccardi in via larga), riguardò il palazzo Pitti come un'intrapresa reale. Per terminare questo superbo edificio, diventato poscia la residenza dei gran duchi, Luca Pitti ricevette regali da tutti coloro che avevano bisogno della sua protezione o del suo favore. Non solo i particolari, ma i comuni, che dovevano chiedere qualche cosa ai consiglj della repubblica, s'addirizzavano a Pitti; e tutti sapevano che il suo appoggio non si otteneva, che dandogli materiali pel suo edificio. Tutti i banditi, tutti i malfattori, che avevano ragione di temere la pubblica vendetta, si rifugiavano in quel ricinto, e finchè lavoravano a fabbricare, non erano molestati dagli ufficiali della giustizia, che ivi non osavano inseguirli[179].
[179] _Machiavelli Ist., l. VII, p. 280._
Cosimo de' Medici, che aveva sempre cercato di non offendere gli occhi dei suoi concittadini con verun fasto esteriore, e che, sebbene considerato negli altri stati come principe, non aveva lasciato di essere in patria un semplice cittadino, vedeva con dolore il partito ch'egli aveva formato, e che ancora appoggiavasi al suo nome, dare un tiranno alla repubblica. Egli tenevasi lontano dagli affari, e fabbricava chiese in Firenze e nelle vicinanze; si circondava di letterati, ed occupavasi con Marsilio Ficino del rinnovamento della filosofia platonica, quando in principio di novembre del 1463 ebbe la sventura di perdere il suo secondo figliuolo, Giovanni de' Medici, in età di quarantadue anni. Sopra di questi fondava Cosimo le sue speranze per la grandezza della sua famiglia, sembrandogli che i talenti ed il carattere di Giovanni fossero d'una tempra abbastanza forte per governare la repubblica, per guadagnarsi il cuore de' suoi concittadini, mantenere al di fuori la riputazione de' Medici, e per proteggere nell'interno e far fiorire le lettere e le arti. Il primogenito, Piero de' Medici, allora in età di quarantasette anni era di così debole salute, che non poteva credersi capace di portare il peso degli affari. Il figlio di Giovanni, detto Cosimo, era morto prima di lui, ed i due figli di Pietro erano ancora fanciulli. Il vecchio Cosimo de' Medici facevasi portare pel suo vasto palazzo, pel quale più non poteva girare a piedi, e diceva sospirando: «Questa è troppo gran casa per così piccola famiglia[180]!»
[180] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 91._
Cosimo de' Medici non sopravvisse lungamente al figliuolo di cui non sapeva scordarsi: egli morì nella villa di Careggi il 1.º agosto del 1464 in età di settantacinque anni, egualmente compianto dagli amici e dai nemici. I primi lo amavano per i suoi infiniti beneficj, i secondi avevano di già imparato a temere coloro che dovevano succedergli nel governo della repubblica. Sapevano che Cosimo li forzava ancora a qualche moderazione pel solo credito del suo nome, e tremavano in vista della tirannide, sotto la quale caderebbero, quando lo stato più non avrebbe questo moderatore.
Cosimo, il più grande cittadino che siasi mai innalzato in un paese libero, era stato trent'anni capo della più ricca, potente ed illuminata repubblica che allora esistesse. Con una felicità più costante, ed un più lungo potere di quello di Pericle, egli aveva, come il Greco, arricchita la nuova Atene di tutti i prodigj delle arti. Aveva in Firenze fabbricati il convento e la chiesa di san Marco, quello di san Lorenzo ed il chiostro di santa Verdiana; sulla montagna di Fiesole, san Girolamo e la Badìa; nel Mugello, la chiesa de' Frati minori. Aveva ornati di cappelle, di statue, di quadri, di argenterie destinate al culto, le chiese di santa Croce, dei Servi, degli Angeli e di san Miniato. Aveva per se medesimo fabbricati quattro palazzi in campagna, a Careggi, a Fiesole, a Caffaggiuolo ed a Trebbio: aveva innalzato in città il magnifico palazzo, ora _Riccardi_; finalmente aveva in Gerusalemme eretto uno spedale pei pellegrini. Ma invece d'impiegare, come Pericle, le pubbliche entrate nell'innalzare questi monumenti, che fissarono il gusto della bella architettura, aveva tutto fatto col proprio danaro[181]; e mentre questi pubblici lavori annunciavano un sovrano, e sorpassavano di lunga mano la magnificenza de' più gran re dell'Europa, nè i suoi abiti, nè la sua mensa, nè i suoi servi, nè i suoi equipaggi, superavano quelli della classe comune; egli trattava da eguale e come semplice cittadino ogni Fiorentino; si era ammogliato ed aveva dato marito ai suoi figliuoli ed alle sue nipoti non in famiglie principesche, che avrebbero avidamente cercato il suo parentado, ma in famiglie di Fiorentini, ch'egli risguardava sempre, ed ognuno considerava come sue pari.
[181] _Machiavelli Ist., l. VII, p. 282_. — Nei _Ricordi_ scritti di mano di Lorenzo de' Medici, trovasi ch'egli aveva fatto il conto, che dal 1434 al 1471 la loro casa aveva spesi in edificj, elemosine ed imposte 663,755 fiorini d'oro, equivalente peso per peso a 7,965,060 franchi, e secondo la proporzione ch'esisteva a tale epoca tra il prezzo de' metalli preziosi e quello della mano d'opera, a circa 32,000,000 di franchi. _Ric. pres. Roscoe Life of Lorenzo, t. III, p. 45._
Senza dubbio la riputazione di Cosimo de' Medici si conservò più luminosa, perchè la sua famiglia, dopo di lui, s'innalzò al supremo potere nella sua patria. Quasi tutti gli storici, nati sotto i Medici, vollero adularli nel ritratto del loro capo; coloro che avrebbero potuto tenere un contrario linguaggio si videro forzati al silenzio. Pure un secolo dopo la sua morte, gli amici della libertà accusavano ancora Cosimo de' Medici, d'avere, avanti il suo esilio, eccitata la prima guerra di Lucca per accrescere la propria importanza, e d'averla poi fatta andare a male per perdere i suoi nemici; di essersi arricchito col maneggio del pubblico danaro, da cui il suo credito teneva lontani tutti gli altri cittadini; d'avere estese le sue vendette a tutto quanto eravi nella repubblica di più illustre; e finalmente d'essersi alleato a Francesco Sforza pel solo vantaggio della propria famiglia, e contro il bene della patria[182].
[182] _Jo. Michaelis Bruti Hist. Flor., l. I. in Thes. Antiqu. Ital., t. VIII, p. II, p. 1-24._ Gio. Michele Bruto scriveva in Lione dietro le memorie o sotto la dettatura degli emigrati fiorentini, scacciati dalla loro patria dal duca Cosimo I, e la sua parzialità è manifesta.
Durante l'amministrazione di Cosimo, Firenze fece alcuni acquisti di poca importanza, cioè Borgo san Sepolcro, che comperò dal papa poco dopo la battaglia di Anghiari, Montedoglio confiscato a danno della casa di Pietra Mala, il Casentino a danno dei conti Guidi, e la Val di Bagno a danno della casa Gambacorti. Ma Cosimo aveva sempre avuto l'ambizione di fare per la repubblica un più ragguardevole acquisto, quello di Lucca. Francesco Sforza gli aveva promesso che, tosto che sarebbe duca di Milano, l'ajuterebbe ad occupare quella città, e Cosimo non gli perdonò la sua mancanza di fede a questo riguardo[183]. Pure fu l'unico de' suoi progetti non condotto a fine. In generale la sua amministrazione fu non meno felice che gloriosa, e Firenze riconoscente gli rese la più nobile testimonianza, ordinando che venisse scritto sul suo sepolcro il nome di _Padre della patria_[184].
[183] _Niccolò Machiavelli, l. VII, p. 285._
[184] Sotto il gonfaloniere Niccolò Capponi, l'anno 1465. — _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 94._ — Pio II fa un nobile ritratto di Cosimo de' Medici che aveva molto conosciuto. _Comment. Pii Papae II, l. II, p. 50 ad an. 1459._
CAPITOLO LXXIX.
_Spavento cagionato all'Italia dalle conquiste dei Turchi. — Prime vittorie di Giorgio Castriotto o Scanderbeg. — Guerra de' Veneziani nella Morea. — Pio II sopraggiunto dalla morte quando stava per condurre una crociata nell'Illirico. — Ultime vittorie e morte di Scanderbeg._
1443 = 1466.
L'Italia parve respirare in pace dopo le accanite guerre che avevano accompagnato lo stabilimento delle due nuove dinastie ne' due suoi più potenti stati, quella degli Sforza nel ducato di Milano, e quella del ramo bastardo di Arragona nel regno di Napoli. Questa contrada più non fu travagliata che da brevi e poco importanti guerre fino all'invasione de' Francesi nel 1494. Allora il cambiamento della politica di tutta l'Europa la rese il teatro di una nuova contesa tra le più formidabili potenze, e la ridusse nel corso di un mezzo secolo al rango di tributaria o di suddita degli oltremontani. I trent'anni di pace che godette l'Italia avanti quest'ultima rivoluzione, che pose fine alla sua esistenza politica, vennero consacrati allo studio delle antiche lettere, rendute di meno difficile accesso dopo il ritrovamento della stampa, al rinnovamento della filosofia peripatetica e platonica, della poesia e dell'eloquenza latina, della poesia volgare, del teatro, dell'architettura, della scultura e della pittura. Tutto il lusso dello spirito e dell'immaginazione fu spiegato o preparato almeno in questo luminoso periodo; lo splendore delle arti e delle lettere, favoreggiate da tutte le corti, deve oramai nella storia prendere il luogo delle antiche virtù, di cui più non rimangono tracce, e che eccitavano tanto interesse. La sincerità, il disinteressamento, la grandezza d'animo eransi dileguate colla libertà, la quale, sbandita dalle corti dei signori, non conservavasi nè meno nelle repubbliche. Il sempre crescente potere di un'ambiziosa famiglia ristringeva ogni giorno questa libertà a Firenze ed a Bologna, Genova perdeva la sua nell'anarchia, e Venezia sotto il giogo di una sospettosa oligarchia. Molte belle opere e poche belle azioni illustravano l'Italia, e mentre trovavasi presso i dotti tanto ardore e perseveranza nel lavoro, poco carattere trovavasi presso i magistrati, poco coraggio ne' soldati, poco patriottismo ne' cittadini.
Questa non curanza dei sentimenti e dei doveri pubblici si palesò principalmente nella contesa in cui di quest'epoca l'Italia trovossi impegnata coi Turchi. Diventata tutt'ad un tratto confinante dell'impero musulmano, dal quale non la separava che un angusto braccio di mare, sentì a più riprese lo spavento d'una imminente guerra; risuonò bensì di prediche di crociate, ma non adottò veruna energica misura per sottrarre al giogo degli Osmanli le isole e le colonie possedute dagl'Italiani ne' mari della Grecia; lasciò conquistare le coste della Dalmazia, dell'Epiro e del Peloponneso, che, conservate ai Cristiani, avrebbero loro assicurato l'impero dell'Adriatico, e che, venute in mano ai Turchi, esposero l'Italia in tutta la sua lunghezza al saccheggio ed alle invasioni di un popolo che minacciava la sua religione, i suoi costumi, la stessa sua esistenza. Vero è che quel primo impeto de' Musulmani si allentò più presto che non poteva sperarsi; la loro corruzione non fu meno rapida delle loro vittorie, ed il dispotismo distrusse il loro vigore, prima che avessero terminato di opprimere i loro vicini. Ma il paese in cui le arti e le lettere si rinnovavano con tanto splendore, non si salvò per virtù sua dall'invasione dei barbari, ma andò debitore della sua conservazione a cagioni che prevedere non poteva, nè dirigere, ed alla quale l'infingardaggine del nostro spirito dà il nome di _accidente_.