Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)
Part 1
STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE DEI SECOLI DI MEZZO
DI J. C. L. SIMONDO SISMONDI
DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI, DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.
_Traduzione dal francese._
_TOMO X._
ITALIA 1818.
STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE
CAPITOLO LXXV.
_Pontificato di Niccolò V; congiura di Stefano Porcari. — Campagna di Giacomo Piccinino nello stato di Siena. — Disgrazie e deposizione di Francesco Foscari a Venezia._
1447 = 1457.
Nel 15.º secolo la storia politica dell'Italia presenta un maraviglloso contrapposto colla sua storia letteraria; imperciocchè, mentre ogni giorno s'andava sempre più accostando colla ruina della libertà, quella pure de' costumi, dell'energia, e di ogni virtù pubblica e privata, vedevasi per lo contrario nascere ed aggrandirsi la passione per la poesia, l'ammirazione per l'eloquenza, ed in particolare per l'erudizione, che sembravano indicare qualche cosa di più nobile e di più elevato nel carattere del secolo. Ad ogni modo quando si fissano più a lungo gli sguardi sopra i celebri letterati che fiorirono in quest'epoca, per quanto ci sorprenda la loro laboriosa attività, per quanta riconoscenza c'inspirino i capi d'opera dell'antichità ch'essi ci conservarono, ed i capi d'opera de' moderni tempi ch'essi ci apparecchiarono, si scorgono però nel loro carattere e nel loro spirito gli effetti del disordine sociale, e scorgesi la ragione per cui non potevasi niente sperare dal loro lavoro che fosse degno di que' tempi che erano oggetto della loro ammirazione. In fatti i progressi dei lumi nel quindicesimo secolo non erano uno sviluppamento nazionale; non erano la riflessione, la meditazione, l'immaginazione italiana, che avevano fatti nascere i Guarini, i Valla, i Filelfo, i Poggio, ed i Ficino, ma l'ostinato studio di un'antichità che non aveva relazione col tempo presente, ma l'adozione dei pensieri, delle formole di ragionamento, d'immagini e di leggi poetiche, ch'erano state fatte per altre nazioni, per altre lingue, per altri costumi, ed un'assoluta preferenza accordata alla memoria in pregiudizio di tutte le altre facoltà, una servile sommissione del gusto individuale ai modelli ed all'autorità letteraria. Forse quest'assoluto abbandono delle naturali e vere impressioni, del pensiero originale, del gusto particolare d'ogni individuo in una nuova nazione, fu di maggior danno alle lettere in Italia ed in tutta l'Europa, che non furono loro di vantaggio i modelli, greci e romani, malgrado la loro sublime bellezza. Ma soprattutto nella politica del secolo presentemente vedremo come sia stato servile il carattere dato dall'erudizione al pensiero. La storia ci conduce a cercare le pubbliche virtù negli scrittori del quindicesimo secolo, e li troviamo mancanti di elevazione, di nobiltà, di amore di patria, di sentimenti politici.
Le repubbliche ed i piccioli principati produssero dei filologi; la sola Firenze coi suoi Leonardo Bruno, Poggio, Ambrogio Camaldolese e Marzuppini poteva a quest'epoca avere la palma sopra tutti gli altri paesi: ma quantunque tre di questi siano stati un dopo l'altro cancellieri della repubblica, non si videro acquistare nello stato un'influenza proporzionata ai vasti loro studj, nè adoperare utilmente in servigio della patria i sommi loro talenti, nè introdurre ne' consigli e nel foro un'eloquenza persuasiva, nè ricordare colle virtù e coi talenti degli antichi l'antichità che essi imitavano.
Il passaggio a Firenze dell'imperatore Federico III pose al cimento i talenti di questi pretesi oratori e politici. Carlo Marzuppini, ch'era succeduto a Leonardo Bruno d'Arezzo nell'ufficio di segretario della repubblica, venne incaricato di complimentare l'imperatore. Gli addirizzò un discorso in lingua latina, che compose in due giorni; la sacra e profana erudizione, onde l'aveva arricchito, e l'eleganza dello stile eccitarono, l'ammirazione degli uditori. Ma nè i consiglj, nè lo stesso oratore avevano pure pensato allo scopo politico di questo discorso d'etichetta. L'imperatore fece rispondere al Marzuppini dal suo segretario, Enea Silvio Piccolomini, che fu poi Pio II. Questi, ch'era ben più politico che filologo e ch'erasi accostumato nelle deliberazioni del consiglio di Basilea a parlare con uno scopo determinato, fece nella sua risposta alcune domande alla repubblica, ed alcune osservazioni, che richiedevano una replica; ma il Marzuppini, che non vi si era apparecchiato, si trovò incapace di dire una sola parola, e Giannozzo Manetti dovette prendere la parola invece del Marzuppini[1].
[1] _Roscoe Life of Lorenzo the Magnificent, t. I. p, 22._
Questi uomini che non sapevano pensare che dietro gli altri, e che, sempre parlando al pubblico d'eloquenza, lasciarono il loro secolo così sterile nelle cose di quell'arte oratoria, che pure avrebbe dovuto esercitare il suo impero nelle repubbliche; questi uomini avevano più vanità che amore di gloria, più cupidigia che ambizione, e preferivano le corti dei principi nelle quali l'erudizione teorica era più stimata che la scienza applicata. Nelle repubbliche si sentivano umiliati, qualunque volta venivano paragonati a magistrati di fermo carattere, d'idee giuste, quali erano Neri Capponi, Maso degli Albizzi, o Cosimo de' Medici, che, sebbene ignorassero le _eleganze del parlare latino_ e l'arte di prendere a prestito dagli antichi dei falsi ornamenti, pure sapevano muovere le menti colla forza dei loro pensieri. Si trovavano in migliori acque presso d'un Alfonso, d'uno Sforza, d'un Gonzaga, d'un marchese d'Este, di un Montefeltro; la loro vita era totalmente consacrata ad un genere d'erudizione, che non poteva adombrare il più sospettoso principe, nè turbarne lo stato. Quand'erano chiamati a qualche pubblica incumbenza, non richiedevasi che i loro discorsi d'etichetta fossero l'espressione dell'interno loro convincimento; perciò essi giustificavano senza scrupolo quegli atti tirannici, cui non avevano preso parte. Le incumbenze loro non erano quelle d'analizzare o di giudicare le azioni, ma di velarle con belle frasi ciceroniane; impiegavansi non come pubblici magistrati, ma come retori; non si tenevano responsabili nemmeno agli occhi del mondo de' loro pensieri o dei loro giudizj, ma soltanto del loro stile; e quando avevano l'opportunità di sostenere il pro ed il contro, di parlare successivamente in due opposti sensi, vi ravvisavano una doppia gloria, avendo con ciò occasione di mostrare in tutto il suo lume il loro merito d'oratore e di sofista.
Per avere in tal modo separata la scienza dall'azione, l'eloquenza dalla politica, lo stile dal pensiero, gli eruditi del quindicesimo secolo non procurarono ai tempi in cui fiorirono nè maggiori virtù pubbliche, nè nuovi lumi intorno alle scienze che hanno relazione col governo. Non pertanto alcuni di loro s'innalzarono alle più sublimi cariche della repubblica cristiana. Uno de' più illustri ad un tempo e de' più fortunati fu forse Tommaso da Sarzana, che sotto il nome di Niccolò V occupò la cattedra pontificia nel periodo da noi percorso. Protettore zelante degli eruditi, ai di cui lavori aveva avuta tanta parte, splendido rimuneratore delle belle arti, di cui ne moltiplicò in Roma i capi d'opera, non si mostrò egualmente favorevole alle opinioni liberali come alle arti liberali. Egli aveva presa nella società dei clienti e dei protetti di Cosimo de' Medici quell'indifferenza per la libertà, che rimpicciolì la loro anima; e segnalò il suo regno mandando al patibolo l'ultimo patriotta romano, e rendendo vano l'ultimo sforzo fatto per la libertà di Roma.
Niccolò, allora chiamato Tommaso, era figlio di Bartolomeo Parentucelli, medico pisano, ammogliato a Sarzana, ed era nato nel 1398. Aveva ricevuto i primi ordini in età di dieci anni, poi era stato mandato a Bologna per continuarvi i suoi studj[2]. Essendo egli affatto povero, era stato costretto a tenersi lontano da questa università dai diciotto fino ai ventidue anni, onde venire a Firenze a tenere scuola ai figliuoli di Rinaldo degli Albizzi e di Palla Strozzi[3]. Quando tornò a Bologna, il cardinale Niccola Albergati lo prese al suo servigio e lo nominò suo maggiordomo. Tommaso lo accompagnò da principio a Roma, poi nelle sue legazioni in Francia, in Inghilterra, in Germania, supplendo presso di lui, per lo spazio di vent'anni, le incombenze d'intendente, di segretario e di medico[4]. Il cardinale Albergati avendolo ricondotto a Firenze presso Eugenio IV, ebbe Tommaso opportunità di legare domestichezza coi più illustri letterati colà riuniti, quali erano Leonardo Bruno d'Arezzo, Giannozzo Manetti, Poggio, Carlo Marzuppini, Giovanni Aurispa, Guasparro di Bologna, ed altri molti. Usavano questi di adunarsi ogni mattino sull'angolo del palazzo, e di disputare, sola maniera in allora praticata dai dotti per far mostra del loro ingegno. Tostocchè Tommaso aveva accompagnato in palazzo il suo padrone, raggiugneva quest'adunanza, vestito con una semplice tonaca turchina, e con una berretta da prete; e prendeva caldamente parte nella disputa[5].
[2] _Janotti Manetti vita Nicolai V., Script. Rer. Ital., t. III, p. II, p. 907-911. — Barth., Facii, l. IX, p. 141._
[3] _Comment. della vita di P. Niccolò composto da Vespasiano, e mandato a Luca degli Albizzi, t. XXV, R. I. p. 270._
[4] _Vita Niccolai V a Janottio Manetti, p. 915. — Vespasiano, vita di Niccolò, p. 271._
[5] _Vespasiano vita di Niccolò, p. 271._
Tommaso di Sarzana aveva di già fatto vantaggiosamente conoscere il suo gusto per i classici, avendo arricchiti con giudiziose note i manoscritti copiati di suo pugno[6]; perciò quando Cosimo dei Medici aprì al pubblico nel convento di san Marco la collezione dei manoscritti di Niccolò Niccoli, chiese a Tommaso istruzioni intorno al modo di distribuire una biblioteca, intorno alla divisione dei libri ed alla formazione del catalogo. La scrittura dettata per soddisfare a tali inchieste, non servì soltanto di norma per la distribuzione della biblioteca di san Marco, ma inoltre per quella della Badìa a Fiesole, del conte di Montefeltro ad Urbino, e di Alessandro Sforza a Pesaro[7]. Il cardinale Albergati aveva generosamente provveduto al mantenimento di Tommaso, procurandogli due beneficj semplici, uno de' quali fruttava trecento scudi; e morendo gli avea lasciato altri beni. Ma la generosità di Tommaso, e più ancora le sue spese in libri ed in copisti superavano di molto le sue entrate[8]. Dopo la morte del cardinale Albergati, Eugenio IV chiamò alla sua corte questo dotto ecclesiastico col titolo di vicecameriere apostolico, e lo mandò di nuovo in Germania col cardinale di sant'Angelo per persuadere i Tedeschi a rinunciare alla loro neutralità tra il concilio di Basilea e la corte di Roma. Di ritorno da questa missione lo fece vescovo di Bologna, e poi cardinale nell'anno medesimo che non doveva terminare, prima che il nuovo prelato salisse sulla cattedra di san Pietro[9].
[6] _Roscoe life of Lorenzo, t. I, p. 42. — Vespas. vita di Niccolò, p. 273._
[7] _Vespasiano vita di Niccolò V, t. XXV, p. 274._
[8] _Vespasiano vita di Niccolò V, t. XXV, p. 275._
[9] _Janottii Manetti vita Nicolai V, p. 916. — Platina vite de' Pontefici in Niccolò V, p. 416. Edit. Ven. 1730._
Eugenio IV essendo morto il 23 febbrajo del 1447, vennero consacrati nove giorni alle pompe funebri, prima che i cardinali entrassero in conclave. Durante quest'interregno Alfonso s'avvicinò a Roma, e stabilì il suo soggiorno in Tivoli onde dare maggior peso al suo partito. Tutti i baroni romani cercavano di far valere i loro diritti; Battista Savelli pretendeva di avere quello di custodire le chiavi del conclave, ma i cardinali non vollero riconoscerlo. D'altra parte il consiglio della città di Roma, adunato nella chiesa d'Araceli, riclamava tutti i privilegj anche recentemente esercitati dal popolo; fu propriamente in questo consiglio che Stefano Porcari, gentiluomo romano d'incontaminata riputazione, cominciò a farsi conoscere. Il pontefice or ora morto aveva disgustati i Romani colla sua incostanza e col disprezzo di tutte le leggi; la tirannide del patriarca Vitelleschi, che fu lungo tempo il suo favorito, aveva eccitata l'indignazione. Il Porcari che sospirava dietro la libertà, e che voleva imitare le virtù dell'antica Roma più che il suo idioma, esortò i cittadini adunati ad approfittare di quest'unica circostanza per consolidare la loro costituzione. «Non trovasi, loro disse, in tutti gli stati della Chiesa così piccola e misera città, che non abbia leggi e statuto, e che contro un annuo tributo non goda della sua libertà: dovrà la sola Roma esser priva d'un beneficio comune? Non si trova così piccola e misera terra, che, quando la morte la rende libera dal suo tiranno, non approfitti dell'interregno per ricuperare i suoi diritti, o almeno per porre un limite alle prerogative de' suoi oppressori; alla sola Roma mancherà l'energia, che hanno i più oscuri popoli[10]?» Ma l'arcivescovo di Benevento, che presiedeva a quest'assemblea, vietò a Porcari di continuare, e lo denunciò in appresso al nuovo papa come un uomo pericoloso.
[10] _Diario Rom. di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1131. — Platina vita di Niccolò V, p. 417. — Leonis Bapt. Alberti de Porcaria conjuratione, t. XXV, p. 309._
I cardinali, che entrarono in conclave nella chiesa di santa Maria sopra Minerva, erano diciotto. Rendevasi dunque necessaria per la nomina del papa l'unione di dodici voci. Il cardinale Prospero Colonna in due differenti scrutinj, tenuti in diversi giorni, ebbe solo dieci voci; gli altri erano divisi, e Tommaso di Sarzana veniva appena indicato. Dopo il secondo scrutinio il cardinale di Maurienne alzossi e disse: «Miei padri, non prodigare il tempo, niente può riuscire tanto pericoloso alla Chiesa quanto questo ritardo: Roma è agitata; il re d'Arragona trovasi alle nostre porte; Amedeo di Savoja ci tende delle imboscate; il conte Francesco Sforza è in guerra con noi; qui noi soffriamo mille disagi nella nostra reclusione; affrettiamoci adunque di nominare un pontefice. Ecco un angelo di Dio, un agnello innocente che di già riunì dieci suffragj, non gliene mancano che due; un solo di voi si alzi e gli dia il suo, e la cosa sarà fatta, che un'altra voce non gli mancherà.» Tutti rimasero immobili; finalmente alzossi Tommaso di Sarzana per andare a dare la sua voce al Colonna; ma il cardinale di Taranto, trattenendolo per la sua veste, lo supplicò ad aspettare ancora, a pensare a ciò che andava a fare, a ricordarsi che nominando un papa, dava un Dio alla terra, un uomo che avrebbe il potere di legare e di sciogliere, d'aprire e di chiudere il cielo, che questa scelta domandava mature considerazioni. «Tutti questi ritardi (ripigliò il cardinale di Aquilea) non sono chiesti che per impedire l'elezione di Prospero Colonna; ma dimmi tu stesso, quale papa vorresti fare?» — «Il cardinale di Bologna, Tommaso di Sarzana» (rispose il cardinale di Taranto) — «Piace a me pure (rispose quello di Maurienne)» e gli altri furono subito dello stesso parere, e si riunirono in un istante i dodici suffragj. Era il 6 marzo del 1447; e Prospero Colonna, il decano del sacro collegio, annunziò allora al popolo adunato, che il papa era stato nominato[11].
[11] _Orat. Aeneae Silvii de Creat. Nicolai V, t. III, p. II, p. 894._
Il pontefice, assistito dalla sua personale considerazione, e dall'appoggio dell'imperatore e del re di Francia, riuscì in aprile del 1449 a far cessare lo scisma prodotto dal concilio di Basilea, e ottenne l'abdicazione di Felice V. Amedeo di Savoja ripigliò l'antico suo nome, ma venne dalla corte di Roma riconosciuto come cardinale e legato della santa sede in Germania, e tutti i cardinali da lui creati furono ammessi nel sacro collegio[12].
[12] _Platina vita di Niccolò V, p. 420._
Le antiche lettere approfittarono bentosto dell'innalzamento del più zelante loro ammiratore. Egli chiamò alla sua corte moltissimi copisti e traduttori dal greco e dal latino. Mandò dei dotti in traccia di manoscritti, che faceva loro comperare per conto suo in ogni parte dell'Italia, della Germania, dell'Inghilterra, della Grecia e del Levante. Negli otto anni del suo regno furono tradotti in latino più autori greci che non eransene tradotti in cinque secoli prima di lui e sotto cento diversi papi. Strabone, Erodoto, Tucidide, Zenofonte, Polibio, Diodoro, Appiano, Filone giudeo, vennero sotto il regno di Niccolò V posti in mano di coloro che non intendevano il greco. Molte opere di Platone, d'Aristotile, di Teofrasto si aggiunsero a quelle che di già si avevano. I padri ed i teologi dei primi secoli della Chiesa non furono dimenticati, e si tradussero le opere di Eusebio di Cesarea, di Dionigi Areopagita, di Basilio, di Gregorio Nazianzeno, di Giovanni Grisostomo, di Cirillo: nello stesso tempo si studiarono con ardore le lingue orientali, e lo stesso Giannozzo Manetti venne incaricato dal pontefice di fare una traduzione della sacra scrittura sul testo ebraico; lavoro rimasto imperfetto per la morte di Niccolò V[13], il quale non era meno sollecito dei progressi dell'erudizione che di quelli dell'architettura. In tutte le città de' suoi stati riparò o edificò chiese; ingrandì, decorò e cinse di sontuosi edificj le pubbliche piazze, e rialzò le distrutte mura. Assisi, Cività Vecchia, Cività Castellana riconoscono da lui ornamenti che sorprendono in così piccole città. Fabbricò magnifici palazzi in Orvieto ed in Spoleti; costrusse in Viterbo bagni per gl'infermi, degni di ricevere non solo private persone, ma principi. Intorno alla stessa Roma rialzò le mura mezzo ruinate, ristaurò la maggior parte delle chiese, che di que' tempi erano quaranta, e profuse particolarmente le splendide sue cure alle sette principali basiliche. Quella di san Pietro in Vaticano cadeva in ruina; Niccolò vi fece cominciare sopra i disegni di Bernardo Rosellini e di Gio. Battista Alberti una nuova tribuna più vasta dell'antica. Egli voleva innalzare nella capitale de' Cristiani un tempio, la di cui magnificenza non avesse esempio, di già n'erano gettati i vasti fondamenti, ma i muri non avevano ancora tre gomiti d'altezza sopra il suolo, quando la morte di Niccolò V fece sospendere questo prodigioso edificio, che non si ripigliò che mezzo secolo dopo da Giulio II coll'opera di Bramante[14]. Per supplire a queste regie spese aveva nel 1450 accordato un giubileo, che riempì i tesori della Chiesa, e passar fece in pochi giorni ne' forzieri de' Medici, banchieri della santa sede, parecchie centinaja di migliaja di fiorini[15].
[13] _Vita Nicolai V a Jan. Manetto, t. III, p. II. Rer. Ital., p. 926-927. — Vespas. Vita, t. XXV, p. 282._ — Aggiugne i nomi di tutti i dotti incaricati da Niccolò delle varie traduzioni, e l'ammontare dei premj loro dati.
[14] _Jannozio Manetti, t. III, p. II. Rer. Ital., p. 934-940._
[15] _Vespasiani Comment., t. XXV, p. 279._
Nello stesso tempo Niccolò V soddisfece pure al suo gusto per le arti, fondando la biblioteca del Vaticano; egli adunò cinque mila volumi in quel palazzo pontificio, ed allora non credevasi che dopo i tempi di Tolomeo altra biblioteca avesse mai avuta così gran copia di libri[16]. I dotti, cui era destinata, e coi quali viveva familiarmente, lo amavano teneramente, e lo apprezzavano e rispettavano. Pare che Niccolò V fosse di carattere faceto, semplice, ingenuo. Quando il Vespasiano andò a trovarlo dopo l'elezione, il papa gli disse sorridendo: «Ebbene i vostri compatriotti di Firenze avrebbero creduto che un povero prete, fatto per suonare le campane, fosse nominato pontefice?» Il Vespasiano rispose, che quel popolo, che lo conosceva, erasene rallegrato, perchè da lui sperava la pace; ed il papa replicò subito, che se Dio gli dava grazia di soddisfare il suo desiderio, altr'arma mai non adoprerebbe in sua difesa che la croce di Gesù Cristo[17].
[16] _Ivi, p. 282._
[17] _Vespasiani Comment., p. 279._
In fatti non era altrimenti l'ambizione di accrescere il dominio papale, meno ancora quella di rendere potente la sua famiglia, che potevano far trascurare a Niccolò V i suoi doveri di comune pastore dei fedeli. Ma nella sua amministrazione temporale, che per lui non era che un interesse affatto secondario, non sapeva soffrire opposizione. I privilegj riclamati dai suoi sudditi gli facevano perdere quel tempo ch'egli avrebbe voluto consacrare alla Chiesa, alle lettere ed alle arti, e si sbrigava con sollecite decisioni. Altronde, avendo vissuto tanti anni nell'altrui dipendenza, non conosceva che le relazioni di padrone e di servitore, e chiedeva quell'illimitata ubbidienza ch'egli aveva tanto tempo prestata ad altri. I magistrati romani continuavano a considerarsi come rappresentanti del popolo e della repubblica, ed egli voleva ridurli al rango di semplici agenti del sovrano pontefice. Il Porcari, che di buon'ora aveva manifestato il suo amore di libertà, che coi suoi discorsi cercava sempre di tener viva nel popolo quell'antica fiamma, era in particolar modo sospetto al papa. Ciò non impedì che Porcari fosse nominato Podestà d'Anagni; ma questa carica veniva probabilmente conferita dalla città, come costumavasi universalmente in Italia[18]. Al suo ritorno, dopo avere terminate le incumbenze della sua carica, il Porcari non perdette di vista il suo favorito progetto di rendere la libertà a Roma. Un tumulto, eccitatosi pei giuochi di piazza Navona, parvegli una propizia occasione di tentare qualche cosa; in questa circostanza si compromise di nuovo, e venne esiliato a Bologna, con ordine di presentarsi ogni giorno al cardinale Bessarione, allora governatore di quella città[19].
[18] _Vespasiani Comment., p. 309._
[19] Leon Battista Alberto vorrebbe far intendere che il Porcari avrebbe dovuto essere riconoscente per tal favore; ma quand'anche vi avesse avuta qualche parte Niccolò, la carica di podestà di così piccola terra poco utile e poco onorifica poteva essere per un uomo della condizione del Porcari. _De Porcaria Conjurat. Comm., t. XXV, R. I. p. 309._
Fu in tempo di quest'esilio, che Stefano Porcari concepì il progetto di far scuotere ai suoi compatriotti un giogo, ch'essi risguardavano come ignominioso. Il governo era omai tutto tra le mani degli ecclesiastici, la maggior parte di oscuri natali, forastieri, ed innalzati dall'intrigo ad una potenza, cui non erano stati preparati dalla loro educazione. Ma i Romani si vergognavano di dovere ubbidire a cotal gente; riguardavano come una usurpazione il potere dei papi, che ne' suoi cominciamenti, tre in quattro secoli prima, era stato limitato da quello dei caporioni, veri rappresentanti dello stato, e che in appresso aveva fatto luogo a quello della repubblica finchè la corte si era tenuta in Avignone, ed avea durato lo scisma. La temporale autorità dei pontefici, ristabilita da Martino V nel 1420, appena era stata riconosciuta quindici anni di seguito. Eugenio IV ne fu nuovamente spogliato nel 1434, e fu costretto ad esiliarsi da una città, in cui i legittimi magistrati non volevano permettergli di risiedere. Dopo la sua tornata, continui abusi di potere, sanguinose esecuzioni, non precedute da regolare giudizio, guerre e ribellioni sempre rinascenti nelle vicinanze di Roma, non avevano che fatto troppo conoscere, che il governo de' prelati aggiugneva tutti i vizj dell'anarchia a quelli del despotismo. Durante il regno di Niccolò il malcontento era diventato estremo tanto nella nobiltà che nel popolo. La protezione delle lettere e delle arti non dev'essere pel governo che un oggetto secondario; ed i Romani potevano essere mal governati da quello stesso papa, che ristaurava i manoscritti e gli edificj dell'antichità. I prelati erano vinti dall'ebbrezza del potere, dal lusso, dalle ricchezze, da tutti i vizj de' principi, mentre richiedevasi dal loro ordine un contegno ed una decenza, di cui più alcuno non dava l'esempio.