Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)

Part 9

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Gino Capponi, commissario de' Fiorentini presso l'armata ed uno dei dieci della guerra, fu nominato governatore di Pisa col titolo di capitano del popolo. Quando entrò in città adunò i cittadini a parlamento sulla pubblica piazza; loro promise che Firenze li tratterebbe dolcemente e li risguarderebbe come fedeli sudditi. Cercò infatti di affezionarli alla loro sorte colla dolcezza e colla giustizia della sua amministrazione, non trascurando ad un tempo i più vigorosi provvedimenti per assicurarsi della loro sommissione. Mandò a Firenze tutti i Gambacorti con duecento capi delle più nobili famiglie di Pisa, che colà furono tenuti dalla repubblica in qualità di ostaggi[157]. Molti gentiluomini pisani abbracciarono in tale occasione la milizia, o vi fecero inscrivere i loro figli, onde trovare nell'indipendenza degli accampamenti la libertà che perdevano nella loro patria, e combattere ancora come soldati avventurieri i loro oppressori, contro ai quali più non potevano impugnare le armi come cittadini. Dopo un lungo esilio fra gli stranieri, dopo frequenti e sempre inutili tentativi per liberare la loro patria, dopo una rivoluzione eccitata in Pisa quando era già da un secolo sottomessa, e dopo uno sgraziato assedio che i Pisani sostennero con tutta l'energia de' loro antenati, alcuni finalmente abbandonarono l'Italia, e tramandarono ai loro discendenti, come una preziosa eredità, l'amore del sacro nome di patria e l'odio dell'oppressione. Coloro che rimasero in Pisa conservarono più lungo tempo che verun altro popolo sottomesso un'energia che quasi sempre viene distrutta dalla servitù. La città che pel corso di cinque secoli aveva dominato il mar Tirreno con tanta gloria, più non ebbe dopo tale epoca esistenza politica, nè influenza, nè storia[158]; ma i cuori de' suoi abitanti non erano ancora sottomessi; ed i Fiorentini non furono sicuri della sommissione di Pisa che quando videro coperte di erba le sue deserte strade.

[157] _Piero Minerbetti, c. 7, p. 561. — Poggio Bracciolini, l. IV, p. 305._

[158] Alcun Pisano non volle scrivere la storia di questi infelicissimi tempi. Il Marangoni ed il Tronci che sono di molto inferiori a quest'epoca, pare che ne ignorino perfino le minute circostanze; verun nome venne conservato dalla storia, veruna famiglia, veruno individuo si distinse in questa comune sciagura.

I Fiorentini non giunsero a conquistare Pisa, che adottando essi stessi, e facendo adottare agli altri stati una politica contraria agli antichi loro principj; quella d'isolare tutte le guerre, e lasciare che ognuno si misurasse col suo particolare nemico, senza che i forti si alleassero ai deboli; e senza che il mantenimento dell'equilibrio in Italia assicurasse l'esistenza di tutti.

Nel corso d'un intero secolo i Fiorentini avevano tenuta una più generosa politica. Invece d'ingrandirsi colle loro vittorie essi mai cercato non avevano che l'altrui vantaggio, e sempre dopo le loro perdite si erano veduti abbandonati dagli alleati. Si vergognarono finalmente d'essere stati ingannati, come se la buona fede dell'ingannato non fosse più gloriosa che la destrezza dell'ingannatore. Essi non si lasciarono distogliere dalla loro intrapresa da niuna rivoluzione d'Italia, e nel tempo che spingevano le loro conquiste fino al mare, Milano prese una nuova forma, Venezia acquistò stati in terra ferma, e Ladislao di Napoli sollevossi repentinamente sopra le abbattute fazioni del suo regno, di modo che si andò a stabilire in Italia un nuovo equilibrio fra meno numerosi ma più potenti stati. Per farne conoscere le basi più non ci rimangono a descrivere che le rivoluzioni degli stati della Chiesa e della Puglia.

Lo scisma che divideva la Chiesa dopo il 1378 sembrava che più terminare non potesse. I pontefici rivali, che lo avevano cominciato, erano ambidue morti, ma l'uno e l'altro avevano avuto un successore nominato dalla propria fazione. I nuovi papi più non si battevano con tanta violenza di scomuniche come i loro predecessori; ma malgrado l'apparente loro moderazione, sforzavansi di conservare la loro dignità senza prendersi pensiero del riposo e dell'unione della Chiesa. Conoscevano l'uno e l'altro che non giugnerebbero giammai ad avere l'universale dominio del cristianesimo, ma preferivano di regnare sulla metà de' fedeli piuttosto che discendere dal trono; e tutti i segreti loro sforzi miravano a prolungare lo scisma che la cristianità voleva terminare.

Roberto di Ginevra, o Clemente VII, era morto in Avignone il 16 settembre 1394, ed all'istante i re di Francia, d'Inghilterra e d'Arragona, l'università di Parigi, gli elettori di Magonza e di Colonia, e papa Bonifacio IX, avevano scritto ai cardinali francesi pregandoli a non nominare il successore dell'estinto pontefice, ed a cogliere quest'occasione per terminare lo scisma. Ma i cardinali temevano di essere costretti a porsi presso il vivente pontefice in qualità di colpevoli e di ribelli ridotti a chiedere grazia, non come eguali che si riconciliano. Affrettaronsi perciò di chiudersi in conclave, ed il dodicesimo giorno nominarono papa il cardinale d'Arragona Pietro di Luna, che prese il nome di Benedetto XIII[159]. Sebbene questo cardinale avesse avuto parte nell'elezione di Clemente VII aveva lungo tempo tentati tutti i mezzi di conciliazione; aveva altamente biasimato il rigore del papa, che vi si rifiutava, ed aveva riputazione d'essere il più moderato della fazione, ed il più proprio a ristabilire la pace della Chiesa.

[159] _Lenfant, Histoire du Concile de Pise, l. I, p. 61._

Prima dell'elezione tutti i cardinali si erano obbligati a non ricusare di prestarsi a qualunque sagrificio, e nominativamente alla cessione del papato, per ottenere l'unione della Chiesa; Benedetto ratificò questa promessa con giuramento dopo essere stato proclamato[160]; ma invano la cristianità volle fargli eseguire questa promessa, ch'egli opponeva sempre scrupoli a scrupoli, e considerandosi come vero papa, non voleva, diceva egli, privare la Chiesa del suo legittimo capo, per sottometterla forse ad uno scismatico scomunicato. I Francesi mostravansi più che ogni altra nazione zelanti per la riunione, perchè la corte d'Avignone stava interamente a carico loro, e non si manteneva che con una scandalosa simonia. Carlo VI adunò un concilio generale a Parigi il 12 febbrajo del 1395; ma quest'assemblea intimò senza effetto ai due papi di abdicare per la pace della Chiesa. Un secondo concilio nazionale venne adunato nel 1398, e questi determinò di sottrarre la Chiesa all'ubbidienza dei due papi, per obbligarli alla riunione; e perchè Benedetto XIII vi si rifiutava Boucicault venne ad assediarlo nel castello d'Avignone, ove lo costrinse a capitolare il 14 aprile del 1399[161]. Questi promise di deporre la tiara tostochè farebbe lo stesso ancora Bonifacio, o che la di lui morte aprirebbe un'altra strada alla riconciliazione della Chiesa.

[160] _Dachery Spicilegium, t. VI. — Lenfant, Histoire du Concile de Pise, l. I, p. 62._

[161] _Lenfant, Histoire da Concile de Pise, l. II, p. 96._

Intanto Wencislao aveva annunciato a Carlo VI che l'Allemagna e l'Italia si leverebbero dall'ubbidienza di Bonifacio IX, quando la Francia più non ubbidisse a Benedetto, ma tale promessa non ebbe esecuzione. Wencislao erasi impegnato al di là delle sue forze, e la di lui deposizione, e l'elezione di Roberto mutarono tulle le disposizioni della Germania. I Francesi addolcirono la loro severità verso Benedetto, ch'essi avevano tenuto prigioniere nel suo palazzo d'Avignone, e questo papa coll'ajuto del duca d'Orleans fuggì il 12 marzo 1403 attraversando le guardie normanne che lo circondavano. Tosto che trovossi libero, i suoi cardinali lo raggiunsero, e tutta la Francia rientrò sotto la di lui ubbidienza[162].

[162] _Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. II, p. 114._

Benedetto, ch'era stato ristabilito soltanto dopo di avere promesso di cooperare all'estinzione dello scisma, mandò quattro ambasciatori a Roma nel 1404 per trattare con Bonifacio IX; ma questi non proponevano vicendevoli cessioni, ma soltanto assemblee dei due papi e dei loro cardinali per riformare la Chiesa[163]. Mentre gli ambasciatori di Benedetto trattenevansi in Roma aspettando i riscontri di Bonifacio, questi morì il 29 settembre del 1404.

[163] _Piero Minerbetti, 1404, c. 17 e 18, p. 315._

Bonifacio era stato piuttosto guerriero che ecclesiastico; aveva assoggettata Roma alla sua autorità, e durante il suo regno di quindici anni, l'aveva conservata ubbidiente col supplicio di tutti coloro che avevano cercato di scuotere il giogo. Ma quando fu morto, il popolo prese le armi sotto la direzione dei Colonna e dei Savelli; le voci di _viva la libertà_ risuonarono in tutti i quartieri della città, e gl'insorgenti occuparono la chiesa di santa Maria d'Araceli, ove si fortificarono, mentre i cardinali erano rinchiusi nel palazzo quasi contiguo al Campidoglio[164]; in mezzo a tanto tumulto elessero Gusmano di Sulmona, cardinale di Bologna, che prese il nome d'Innocenzo VII. Prima di procedere all'elezione ogni cardinale aveva giurato di non rifiutarsi quando fosse nominato papa, a verun sagrificio, non escluso quello dell'abdicazione della sua dignità per mettere fine allo scisma[165].

[164] _Ivi, c. 20, p. 517. — Diario di Stefano Infessura, t. III, p. II, p. 1115._

[165] _Piero Minerbetti, c. 21, p. 517._

Innocenzo VII, prima di pensare alla pace della Chiesa, dovette occuparsi di quella di Roma, ove tutte le strade erano chiuse da steccati, ed ove il popolo armato faceva in ogni lato risuonare la voce di libertà. L'ambizioso Ladislao di Napoli eravi accorso per approfittare di questo disordine, ma la diffidenza che eccitava questo principe riconciliò il popolo col suo pontefice: castel sant'Angelo e città Leonina, ossia il Vaticano, vennero confidati alla guardia d'Innocenzo VII, il Campidoglio fu restituito al popolo, e le sue fortificazioni distrutte. Si convenne che il senatore verrebbe nominato dal papa fra i tre candidati presentati dal popolo, ed il governo della repubblica romana fu dato ad una magistratura che doveva rinnovarsi ogni due mesi, e che chiamossi _i dieci della libertà_[166].

[166] _Ivi, 1404, c. 22, p. 518._

Innocenzo VII era vecchio, savio e moderato; il suo carattere e gli scrupoli della sua coscienza parevano guarentire l'esecuzione delle convenzioni che aveva stipulate, sia coi cardinali, sia coi Romani; ma la cupidigia della sua famiglia non tardò a farlo agire contro il proprio disinteresse, ed i maneggi di Ladislao gl'inimicarono nuovamente il popolo.

Ladislao, figlio di Carlo III, aveva cominciato nel 1392 a rialzare dal suo profondo avvilimento il partito di Durazzo. Faceva in allora le sue prime campagne, e quando uscì di Gaeta, la regina Margarita sua madre lo raccomandò affettuosamente ai baroni che componevano la sua armata. Educato in mezzo ai pericoli, circondato nella sua fanciullezza da guerre civili e da congiure, mentre colle forze fisiche s'era sviluppato in lui il coraggio, il suo spirito s'era pure avvezzato all'intrigo ed alla dissimulazione. Il suo valore e quello delle sue truppe, sempre da lui condotte, erano superiori ad ogni pericolo; nè rispetti d'onore o di probità mettevano ostacolo all'esecuzione de' suoi progetti. Frattanto la virtù cominciava ad essere tenuta in minor pregio che la destrezza. I talenti ed il valore di Ladislao gli andavano sempre acquistando nuovi partigiani; i popoli più in lui non vedevano che l'unico rampollo del sangue de' loro re; Bonifacio IX lo rappresentava come il solo figlio legittimo della Chiesa, mentre il suo rivale trovavasi avvolto nello scisma[167]. Nel 1399, grandi baroni, che fino a tale epoca eransi mostrati i più zelanti per la casa d'Angiò, Raimondo di Balzo degli Orsini, ed i Sanseverini, passarono sotto le di lui insegne; Napoli gli aprì le porte, Carlo d'Angiò, fratello del re Lodovico II, ritirossi in castel nuovo dove fu assediato, mentre lo stesso re Lodovico lo era in Taranto; onde questi principi, dopo una lunga resistenza, furono forzati a consegnare le fortezze ai loro nemici, ed a ritirarsi in Provenza[168].

[167] _Leon. Aretinus Comment. de suo tempore, t. XIX, p. 921._

[168] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1066. — Giannone Ist. Civ. del Regno di Napoli, l. XXIV, c. 5, p. 388._

Ladislao ne' susseguenti anni assodò la propria autorità sul regno, di fresco abbandonato dal suo rivale; e dopo avere, successivamente prese tutte le fortezze che trovavansi in mano de' Francesi, si fece a punire i partigiani che questi avevano avuti tra la nobiltà. Egli estese le sue vendette a tutti coloro che avevano appartenuto alla fazione Angioina, sebbene avessero in appresso fatta la loro pace, e l'avessero corroborata con importanti servigj: i Sanseverini, la casa da Marzano, ed il duca di Venosa, ai quali doveva le sue ultime vittorie, provarono ancor essi la memoria ch'egli conservava della passata loro nimicizia.

Vedevasi appena assicurato sul trono di Napoli, che fu chiamato come suo padre Carlo III, al trono d'Ungheria. Sigismondo aveva disgustata tutta la nobiltà colle sue dissolutezze e colle sue crudeltà; fu arrestato, in tempo d'una religiosa ceremonia, in mezzo alla sua corte, nella primavera del 1401, ed affidato ai due fratelli Gara, figli del palatino Niccola ch'egli aveva fatto perire, i quali lo tennero in prigione nel castello di Soklos, mentre i deputati della nobiltà invitavano Ladislao ad attraversare l'Adriatico per ricevere la corona di santo Stefano[169].

[169] _Joh. de Thwrockz Chron. Hung., l. IV, c. 9, p. 223._

Ma Ladislao, occupato trovandosi in tale epoca nel suo secondo matrimonio colla principessa Maria di Cipro[170], non potè passare personalmente in Ungheria, e vi mandò soltanto Luigi Aldemari, suo ammiraglio, che con cinque galere ricevette nel 1402 la sommissione di Zara, Vrana, Spalatro, Traù, Sebenico e di altre città, che in addietro appartenevano ai Veneziani[171]. L'anno susseguente soltanto Ladislao passò a Zara, e vi si fece coronare il 5 agosto come re d'Ungheria. Ma frattanto avendo Sigismondo guadagnato l'amore della palatina di Gara, era stato da lei liberato dalla sua prigione[172]; aveva ricuperato il regno d'Ungheria, e minacciava la Dalmazia. Ladislao, invece di pensare a contrastargliene la corona, tornò a Napoli, e dopo alcuni anni vendette ai Veneziani per cento mila fiorini Zara e tutte le piazze che gli erano rimaste in Dalmazia, rinunciando per tal modo definitivamente a tutti i suoi diritti sull'Ungheria, e ritornando alla repubblica la sua antica sovranità[173].

[170] Ladislao, in età soltanto di quattordici anni, aveva sposata nel 1389 Costanza di Clermont, figlia del conte Manfredi, il più grande signore della Sicilia. Costanza aveva portato al suo sposo una ricca dote, di cui si era valso nelle sue prime intraprese. La sua bellezza e le sue virtù l'avevano resa l'idolo della sua corte. Frattanto essendo stata abbattuta in Sicilia la fazione de' Clermont, Ladislao, annojato di sua moglie, dimandò una dispensa a Bonifacio IX per ripudiarla. Costanza, che passionatamente amava suo marito, udì con sorpresa, mentre ascoltava con lui la messa (l'anno 1392), il vescovo di Gaeta leggere una bolla del papa che annullava il suo matrimonio e lo vide innoltrarsi verso di lei per toglierle l'anello nuziale. La Chiesa non ammetteva allora il divorzio, e lo scandalo accresceva il dolore di questa sventurata regina, che venne relegata in un'oscura casa, sotto la custodia di due vecchie. Dopo due anni Ladislao la fece di là uscire perchè sposasse, il 26 dicembre del 1395, Andrea di Capoa, figlio del conte d'Altavilla, uno de' suoi favoriti. Costanza, mentre veniva dal novello sposo strascinata all'altare, gli disse in presenza di tutto il popolo: «Conte Andrea, puoi tu crederti il più felice cavaliere del regno, poichè avrai per tua amante la legittima sposa del re Ladislao, tuo signore.» _Bonin. Miniat. Ann. t. XXI, p. 61 e 67. — Giannone Ist. Civile, l. V, c. 4 e 5._

[171] _Jo. Lucii de Regno Dalmat. et Croat., l. V, c. 4, p. 420._

[172] _Joh. Thwrockz Chron. Ung., l. IV, c. 10, p. 224._

[173] _Jo. Lucii de Regno Dalmat., l. V, c. 5, p. 424._ — L'atto di vendita è del giorno 9 giugno, 1409.

Ladislao, abbandonando la corona di Ungheria, meditava nuove conquiste di province a lui più vicine. Lo stato ecclesiastico pareva posto in sua balìa. La morte di Bonifacio IX e le turbolenze che accompagnarono l'elezione del suo successore, potevano agevolare al re di Napoli la conquista di Roma, senza che avesse bisogno di portare apertamente le armi contro la santa sede, cui andava debitore della sua corona. Egli limitossi ad incoraggiare i Romani nel loro spirito d'indipendenza, e d'inasprirli contro il papa, onde ridurlo ad allontanarsi dalla città, affine di potersi poi presentare egli medesimo come protettore del popolo[174].

[174] _Leon. Aretin. Comment., p. 921._

«Circa quest'epoca, scrive Leonardo Aretino nelle memorie de' suoi tempi, io fui chiamato a Roma da Innocenzo VII, venni accolto con bontà dal pontefice, e n'ebbi onorificenze ed impieghi, che mi distinsero tra i suoi più intimi famigliari. Parvemi allora che il popolo romano abusasse assai della libertà che aveva ricuperata. Delle famiglie principesche quelle de' Colonna e de' Savelli erano le più potenti; e gli Orsini non avevano allora autorità, perchè sospetti di favorire il pontefice. Ricca e numerosa era la corte, avendo molti cardinali in gran parte di alta condizione. Il papa risedeva nella basilica del Vaticano; era desideroso di riposo, e sarebbesi accontentato della sua situazione, se gli si fosse permesso di goderne; ma la malvagità di alcuni uomini, che avevano grandissima influenza sul popolo, doveva alla fine impedire la continuazione della pace. Ogni giorno andavano crescendo i sospetti, e perchè il re faceva passare a Roma la sua cavalleria, il papa fu pure costretto ad adunare soldati; questa fu la cagione delle turbolenze.

«Fuori di Roma, lungo la strada che dalla Toscana conduce nel Lazio, avvi un ponte sul Tevere detto Milvio, o Ponte Molle. È questo fortificato, ed il papa vi teneva guarnigione; ma i Romani pretendevano d'averlo essi in guardia, affinchè venisse chiusa questa strada a chi tentar volesse d'invadere il Lazio. L'attaccarono una notte all'impensata, ma la guardia si difese; e la zuffa fu ostinata da ambedue le parti. Sopraggiunse finalmente la cavalleria del papa in sul fare del giorno, e ruppe gli assalitori, molti de' quali furono feriti, altri uccisi. I fuggitivi entrati in città si fermarono al Campidoglio adunandovi la moltitudine. Era un giorno festivo, ed il popolaccio ozioso e riscaldato dal vino diede mano alle armi, e spiegate le insegne s'avanzò affollato ad attaccare la dimora del pontefice. Dal canto loro i nostri soldati s'apparecchiano alla pugna, dispongono le armi loro, si fanno a vicenda coraggio, si serrano nelle loro file e mettono castel sant'Angelo nel migliore stato di difesa. La notte sospese l'attacco del popolo, ma i due partiti si tennero sotto le armi. Il Tevere li separava, ed assicurava le due parti da ogni improvviso assalto. Ne' susseguenti giorni si trattò di ristabilire la pace, ed a tale oggetto molti cittadini romani si presentarono al pontefice. Mentre questi, usciti da una conferenza, tornavano a casa loro, furono attaccati avanti alla mole Adriana; undici furono presi e gli altri salvaronsi colla fuga. I primi furono condotti a Luigi dei Migliorotti, nipote del pontefice, per ordine del quale erano stati presi, e furono crudelmente uccisi. Trovavansi tra costoro due de' signori che il popolo romano aveva scelti per governare la repubblica; erano gli altri distinti cittadini, alcuni de' quali avevano mostrato di essere parziali per la Chiesa.»

Il Migliorotti era rimasto offeso dall'alterigia che i deputati romani avevano manifestato nelle loro conferenze, ed era uscito di concistoro per apparecchiare questa sanguinosa scena, quand'appunto i deputati proponevano più moderate condizioni e che le due parti parevano ravvicinarsi[175].

[175] _Piero Minerbetti, 1405, c. 11, p. 532. — Jacobi de Delayto Annales Estenses, t. XVIII, p. 1034. — Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 93._

«Quando la notizia di quest'avvenimento si sparse per Roma, prosiegue Leonardo Aretino, si corse alle armi; le strade si affollarono di popolo, e tutta la città risuonava di clamori e d'imprecazioni. Corsi io medesimo in quel giorno grandissimo pericolo, perchè, credendo le ostilità sospese, mentre la deputazione romana trovavasi presso il pontefice, io aveva passato il fiume ed era entrato in città. Tosto che intesi il tumulto volli ritirarmi alla mia abitazione, ma trovai il ponte Adriano occupato da gente armata: erano i parenti e gli amici degli uccisi che si apparecchiavano a vendicarli. Gli ebbi appena riconosciuti, che diedi a dietro fuggendo a briglia sciolta, finchè giunto in una rimota strada, scesi di cavallo, mi avviluppai nel mantello del mio servitore e mi misi di nuovo tra la folla. Passai così, senz'essere riconosciuto, in mezzo agli armati, e giunsi presso i nastri. Il primo oggetto che ferì i miei occhi fu il mucchio de' cadaveri di coloro che erano stati uccisi, lasciati in mezzo alla strada lordi del proprio sangue, e coperti di larghe ferite. Mi fermai, compreso di orrore, ed osservando i loro volti, riconobbi tra questi alcuni de' miei amici, che mi cavarono le lagrime. Mi recai in appresso all'appartamento del pontefice, e lo trovai immerso nella più crudele afflizione. Egli non aveva la menoma parte in questa carnificina; era uomo dolce e pacifico e niente più ripugnava al suo carattere ed alla sua bontà quanto lo spargimento del sangue umano. Egli si lagnava della sua sorte, ed alzava gli occhi al cielo in atto di chiamare Dio in testimonio della sua innocenza[176].»

[176] _Leon. Aretini Comment., t. XIX, p. 922._

Frattanto colui che comandava per il papa in Castel sant'Angelo, sembrava vacillante nel suo partito. Luigi dei Migliorotti non aveva bastanti truppe per difendere il Vaticano; onde nella medesima notte Innocenzo VII fu costretto di fuggire a Viterbo. Erasi di poco allontanato, quando Ladislao, chiamato dai Colonna e dai Savelli, entrò in Roma con una piccola armata, e chiese al popolo la signoria. Ma i Romani non avevano scacciato un pacifico sovrano per darsene uno affatto militare. Accusarono i Colonna ed i Savelli d'avere tradita la patria, ed altamente manifestarono la loro avversione al giogo de' Napolitani. Un cittadina ricusò ostinatamente di ricevere in sua casa i soldati che vi dovevano avere il loro quartiere, onde volendo questi entrarvi a viva forza, prima i vicini, poi tutti i Romani presero le sue difese. Un'accanita zuffa cominciò allora tra i Romani ed i Napolitani, che si prolungò fino alla notte; ma infine Ladislao dovette uscire di Roma, ed altro non potendo fare, fece appiccare il fuoco in quattro diversi quartieri[177].

[177] _Piero Minerbetti, 1405, c. 12, p. 534. — Diario della città di Roma di Stefano Infessura, t. III, p. II, p. 1177. — Giannoni Istor. Civile, l. XXIV, c. 6, p. 373_.

L'attentato di Ladislao per impadronirsi di Roma riuscì vantaggioso ad Innocenzo VII. I Romani cercarono di riconciliarsi con lui; gli mandarono ambasciatori, i quali, dopo una lunga conferenza, lo persuasero, il 13 marzo 1406, a rientrare nella sua capitale[178]. Questo papa morì il 5 novembre dello stesso anno; potendosi un'altra volta terminare lo scisma, si sagrificò di bel nuovo il vantaggio della Chiesa al personale interesse dei cardinali. Dichiararono questi di volere, piuttosto che un papa, eleggere un procuratore del loro partito, per deporre il pontificato[179]. Ma, malgrado il giuramento d'abdicare prestato da cadaun di loro, essi sperare non potevano che il papa, che verrebbe eletto, mostrasse all'occasione maggiore disinteressamento ch'essi medesimi.