Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)

Part 8

Chapter 83,471 wordsPublic domain

Giacomino, fratello del } _arrestato da suo_ precedente } nipote 1357_ 1372 } insieme 1350. Francesco I, loro nipote } _prigioniero di Giovanni } Galeazzo 1389_ 1393

Francesco II o Novello 1390 _giustiziato a Venezia_ 1406

Francesco Terzo } } _strozzati con lui_ 1406 Giacomo } } figli di Francesco II. Ubertino } _morto a Firenze_ 1407 Marsilio } _decapitato a Venezia_ 1435

La casa della Scala aveva cominciato a regnare a Verona per

Mastino della Scala nominato signore l'anno 1260, _ucciso_ li 17 ottobre 1277

Alberto, suo fratello, 1277, _morto naturalmente_ 1301

Bartolomeo, figlio d'Alberto, 1301, _mort. nat._ 1304

Alboino, frat. del preced., 1304, _mort. nat._ in dic. 1311

Can Grande, frat. del prec., 1312, _mort. nat._ in lug. 1329

Alberto II. } figli d'Alboino, { _mort._ 13 settembre 1352 } ma Alberto prese { } poca parte al governo, { Mastino II. } 1329. { _mort._ 3 giugno 1351

Can Grande II. } figli di Mastino, { _ucciso dai fratelli_ 1354 Can Signore. } insieme { _mort. natur._ 1375 Paolo Alboino. } 1351. { _ucciso in prigione { dal fratel. morib._ 1374

Bartolommeo II. } { _assassin. dal } figli naturali di { fratello_ 1380 } Can Signore, insieme { _fuggitivo nel_ 1388 Antonio } 1375. { _avvelenat. nel_ 1390

Guglielmo figlio d'Antonio ristabilito l'anno 1404, _morto_ pochi giorni dopo.

Antonio. } } suoi figli, _fuggitivi e proscritti_. Brunoro. }

CAPITOLO LX.

_I Fiorentini conquistano Pisa. — Seguito dello scisma, che viene mantenuto da Ladislao re di Napoli. — Concilio di Pisa. — Deposizione di Gregorio XII e di Benedetto XIII. — Elezione di Alessandro V._

1405 = 1409.

Quando Francesco da Carrara ricevette nelle prigioni di Venezia l'ordine di apparecchiarsi alla morte, rifletteva con amarezza all'abbandono in cui lo avevano lasciato i suoi amici, ed alla ingratitudine di coloro ch'egli aveva colmati di beneficj. Alcuno de' suoi alleati non aveva fatto un passo per salvarlo: eppure in quell'epoca medesima i Guelfi trionfavano in tutte le parti dell'Italia, i quali, associati alla sua fortuna per una alleanza ereditaria, sembravano chiamati dalla loro affezione, dalla politica stessa a difenderlo, se apprezzavano una volta i loro doveri, ed i veri loro interessi.

Tre nuovi signori guelfi erano sorti in Lombardia coll'assistenza di Francesco da Carrara sopra le ruine della casa Visconti. Ugolino Cavalcabò era sovrano di Cremona, Giorgio Benzoni di Crema, e Giovanni da Vignate di Lodi. Veruno di costoro prese parte alla guerra di Padova. Vero è che Cavalcabò aveva già ceduto il suo luogo ad un altro usurpatore. Egli aveva di già sagrificati alla sua gelosia molti rispettati cittadini, quando fu sorpreso a Manerbio il 14 dicembre del 1404, e fatto prigioniere da Astorre Visconti dopo la perdita di una battaglia. Il suo favorito, Gabrino Fondolo, soldato di fortuna, da lui fatto suo generale e suo primo ministro, continuò la guerra per liberarlo o per vendicarlo, e rimase padrone della fortezza di Cremona, e de' principali castelli, mentre che un altro Cavalcabò, chiamato Carlo, fu dichiarato signore della città. Ma intanto Ugolino approfittò delle turbolenze di Milano, e fuggì di prigione l'anno 1406. Stava per iscoppiare in Cremona una guerra civile tra i due Cavalcabò, che ugualmente volevano essere soli signori della loro patria, quando Gabrino Fondolo più potente che i due Cavalcabò si offrì come mediatore. Gl'invitò ad adunarsi nella sua fortezza con tutti i membri della famiglia Cavalcabò, ove il 26 luglio 1406 aveva loro imbandito un lauto pranzo, dopo il quale doveva regolarsi tra i convitati la divisione della sovranità. Ma quando Fondolo vide tra le mani de' suoi satelliti tutti i capi di parte, tutti i grandi, tutti coloro che potevano opporsi ai suoi disegni, terminato il banchetto, diede il segno d'una orribile carnificina: le sue guardie precipitaronsi sui convitati, ed uccisero Ugolino e Carlo Cavalcabò con settanta de' principali cittadini di Cremona, quasi tutti della casa Cavalcabò. Gabrino Fondolo, dopo quest'orribile uccisione, venne riconosciuto signore di Cremona, e si collocò senza trovare opposizione tra i principi d'Italia[127].

[127] _And. Billii Hist. Mediol., l. II, p, 28. — Redusii de Quero Chron. Tarvis., p. 805. — Campi Crem. fedele, l. III, p. 109._

Pandolfo Malatesti, uno dei generali di Giovanni Galeazzo, fondò circa lo stesso tempo un quarto principato guelfo in Lombardia. La sua famiglia regnava da lungo tempo in Rimini col favore del partito della Chiesa; ma Pandolfo pareva indifferente tra le fazioni, che oramai non avevano più scopo, e consultava nella sua condotta la propria ambizione, e non lo spirito di partito. Abbiamo di già osservato, che mandato a Como dalla duchessa di Milano per ritornare la pace a questa città, l'aveva abbandonata al saccheggio. Como era l'emporio del commercio tra l'Italia e la Svizzera[128], e questo assassinio, che precipitò la caduta della duchessa di Milano, a nome della quale erasi eseguito, rese Pandolfo più caro ai soldati. Quando fuggì da Monza mezzo vestito e con un solo piede calzato, venne assai ben accolto dalle guarnigioni di Trezzo e di Brescia, e fu proclamato signore di quest'ultima città, tostocchè si ebbe avviso della morte della duchessa.

[128] _And. Billii, l. I, p. 26._

Vero è che il signore di Padova non poteva lusingarsi che uomini di tale carattere gli rimanessero fedeli nella sventura, perciocchè non erano diretti da altro principio che dall'ambizione, e dovevano il loro innalzamento soltanto ai delitti; ma egli aveva riposte le sue speranze nella costante amicizia della repubblica fiorentina, che già da quindici anni era associata alla di lui fortuna ed alle sue battaglie, ed attaccata alla sua famiglia da un'alleanza ereditaria. Nè il Carrara sarebbe rimasto deluso se non fossero stati strascinati i Fiorentini dalla più violenta tentazione che potesse agire sopra di loro, e non avessero impiegate tutte le forze nell'importante acquisto di Pisa.

Abbiamo osservato che Gabriele Visconti, signore di Pisa, erasi procurata la protezione di Giovanni le Meingre, detto Boucicault, maresciallo di Francia, che comandava in Genova a nome di Carlo VI; e che col mezzo suo aveva dai Fiorentini ottenuta una tregua di quattro anni. Boucicault col suo coraggio e colla sua severità aveva ristabilito l'ordine in Genova, aveva obbligati i Genovesi a deporre le armi, e fatto dichiarare il suo governo irrevocabile dietro inchiesta dei medesimi Genovesi[129]. Ma di già un generale malcontento cominciava a manifestarsi contro di lui in quella città, a motivo che le accuse di lesa maestà ch'egli aveva fomentate, portavano la desolazione nelle famiglie, e che le gabelle oppressive ruinavano il popolo; onde Boucicault, temendo un ammutinamento[130], volle acquistarsi al di fuori più potenti amici che non era il signore di Pisa. Persuase perciò il Visconti a vendere la sua signoria per dividere con lui il prezzo che ne otterrebbe, ed in giugno del 1405 diede commissione ad un fiorentino, che allora trovavasi in Genova, di proporre segretamente alla sua repubblica questo acquisto[131].

[129] _Uberti Folietae Genuensis Hist., l. IX, p. 523._

[130] _Ivi, 527._

[131] La proposizione venne fatta a Gino Capponi, di cui abbiamo alcune memorie. _Coment. dell'acquisto di Pisa, t. XVIII, Rer. Ital., p. 1127. — Scip. Ammirato, l. XVII, p, 914. — Paolo Tronci Annali Pisani, p. 493._

Per prezzo della vendita di Pisa, Boucicault domandò prima quattrocento mila fiorini, promettendo di erogare per altro parte di questa somma nel soccorrere Francesco da Carrara, amico dei Fiorentini e suo. La negoziazione cominciata a Genova si continuò a Vico Pisano, ov'erasi recato Gabriele Visconti. Sentiva questi che la sua autorità in Pisa stava per isfuggirgli di mano, ma d'altra parte egli temeva che Boucicault si appropriasse tutto il danaro che ricaverebbe dalla vendita de' suoi stati.

Mentre egli stava ancora deliberando, i Pisani ebbero sentore delle cominciate negoziazioni, e per non essere venduti ai Fiorentini, loro eterni rivali, presero le armi il 21 luglio del 1405, attaccarono le truppe del Visconti ovunque le incontrarono, e costrinsero questo signore a ripararsi nella sua fortezza con duecento corazzieri, ed alcuni arcieri che teneva al suo soldo[132].

[132] _Piero Minerbetti, 1405 c. 7, p. 527._

Nel tempo che questa rivoluzione faceva più vivamente sentire al signore di Pisa il bisogno di fedele consiglio, perdette la madre, che fino a tale epoca aveva con lui divise le cure del governo. Mentre essa attraversava un angusto ponte per visitare le mura della fortezza, atterrita dal subito scoppio d'un pezzo d'artiglieria si lasciò cadere e morì. Il Visconti pochi giorni dopo strinse il mercato coi Fiorentini, cedendo loro la cittadella di Pisa ed i castelli di Librafratta e di santa Maria in Castello pel prezzo di dugentosei mila fiorini, pagabili in diverse epoche[133].

[133] _Gino Capponi Comment., p. 1129. — Piero Minerbetti, c. 8, p. 530._

Ma non solamente Gabriele Maria Visconti fu costretto di dividere col Boucicault il prezzo della sua eredità, ma fu in appresso spogliato dal maresciallo della parte che gli era rimasta, e perì in Genova in settembre del 1408, condannato a perdere la testa per una calunniosa accusa di tradimento.

La cittadella di Pisa fu consegnata al Fiorentini il 31 agosto del 1405, e Lorenzo Raffacani ne prese il comando. Ma sebbene i Pisani stringessero vigorosamente l'assedio di questa fortezza, e che avessero stabiliti alcuni pezzi d'artiglieria dalla parte della città per batterla in breccia, Raffacani non volle prendere seco che alcune compagnie di milizia e congedò i corazzieri del Visconti che vi trovò di guardia. La cittadella era legata alle mura della città da una torre detta di sant'Agnese, contro la quale erano tutte dirette le bombarde dei Pisani. Impiegavansi a que' tempi parecchie ore nel caricarle; e nel momento in cui le milizie le vedevano disposte a tirare, uscivano tutte dal suo ricinto, aspettando in luogo più sicuro l'effetto dell'esplosione. Avendo i Pisani notata questa pratica, apparecchiarono tutto quanto abbisognava per una scalata, e tosto che i Fiorentini, per timore d'una scarica, abbandonarono la torre, essi montarono all'assalto, e se ne impadronirono senza trovare resistenza. La fortezza fu presa il 6 di settembre due ore prima di notte con tutti coloro che vi stavano di guardia, e fu subito dal popolo spianata fino ai fondamenti[134].

[134] _Gino Capponi Com. p. 1131. — Piero Minerbetti, c. 9, p. 531. — Bonincontrii Miniat. Ann., t. XXI, p. 93. — Cron. di Jacopo Salviati Del. degli Erud., t. XVIII, p. 243._

Non erasi appena saputo a Firenze che la fortezza di Pisa era perduta, quando si videro giugnere cinque ambasciatori pisani incaricati di domandare la pace. Essi rappresentarono l'occupazione della loro cittadella come una violazione della tregua conchiusa nel precedente anno. Il cielo, soggiugnevano, si era di già dichiarato in loro favore, e loro aveva resa in una maniera quasi miracolosa questa parte della loro città; ma essi non volevano abusare dell'accaduto, e mediante la restituzione di Librafratta e di santa Maria erano pronti a rendere ai Fiorentini tutto quanto avevano pagato a Boucicault e a Gabriele Visconti[135].

[135] _Gino Capponi Com., p. 1131. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 919._

Ma i Fiorentini erano troppo alieni dal voler rinunciare ad un'intrapresa cui credevano attaccato il loro onore. Malgrado i consigli di alcuni più moderati cittadini[136] rifiutarono le offerte dei Pisani; ordinarono a Jacopo Salviati, loro capitano, di cominciare subito le ostilità[137], e fecero venire il conte Bertoldo Orsini, cui affidarono il 5 ottobre il bastone del comando[138].

[136] _Poggio Bracciolini, l. IV, p. 297._

[137] _Cron. di Jacopo Salviati, p. 243._

[138] _Piero Minerbetti, c. 15, p. 537. — Gino Capponi, p. 1132._

I Pisani per resistere a quest'attacco, cercarono avanti ogni altra cosa di riconciliare in città le contrarie fazioni. I Raspanti erano stati posti in possesso dell'autorità da Giacomo d'Appiano, e v'erano stati conservati dal Visconti, i Bergolini trovavansi esclusi dal governo e la famiglia Gambacorti era esiliata. Il partito perseguitato fu di nuovo ammesso a dividere i diritti della sovranità; l'obblio delle passate ingiurie ed una riconciliazione senza riserva vennero giurate sugli altari; i capi delle due fazioni fecero colare il proprio sangue nella coppa consecrata prima di bevere in comune, e numerosi matrimoni suggellarono la pace tra le due parti. Ma Giovanni Gambacorti, nipote di Pietro e capo della sua famiglia, seco non portava dal suo esilio che il desiderio di regnare nella sua patria; onde a forza d'intrighi si fece proclamare capitano del popolo, come lo era stato suo zio, ed approfittò dell'ottenuta autorità per opprimere i suoi antichi nemici, per ispogliarli, e spesso ancora per farli perire[139].

[139] _Piero Minerbetti, c. 17, p. 538. — Poggio Bracciolini, l. IV, p. 298._

I Pisani si erano lusingati che il Gambacorti, in forza della sua ereditaria alleanza coi Fiorentini, potrebbe riconciliarli con questi formidabili nemici, ed in fatti il nuovo capitano non fu appena installato che mandò a chiedere pace; ma i Fiorentini ricusarono di trattare, pretendendo di avere comperata Pisa dal suo legittimo signore, e dichiarando che vedevano ne' suoi abitanti non un popolo indipendente, ma sudditi ribelli[140].

[140] _Poggio Bracciolini, l. IV, p. 299._

I Fiorentini non credevano quasi possibile cosa l'aprire una breccia nelle mura di Pisa, di modo che proposero di ridurre la città colla fame, mentre la loro armata attaccherebbe successivamente i diversi castelli del territorio. I Pisani dal canto loro sforzavansi di provvedersi di vittovaglie, al quale oggetto spedirono alcune galere a cercare frumento in Sicilia; una di queste, sorpresa nel suo ritorno dai vascelli che i Fiorentini avevano fatti armare a Genova, rifugiossi sotto la torre di Vado. Un fiorentino, detto Pietro Marenghi, profugo dalla patria perchè colpito da sentenza capitale, colse questa circostanza per rendere a' suoi concittadini un segnalato servigio. Egli lanciossi dalla riva con una fiaccola in mano, avvicinandosi a nuoto alle galere, malgrado le saette che lanciavansi contro di lui. Sebbene ferito in tre luoghi continuò molto tempo a sostenersi sotto la prora finchè vide il fuoco appiccato in modo alla galera nemica da non potersi più spegnere. Ella bruciò in faccia alla torre di Vado; mentre Pietro Marenghi riguadagnava la costa. Egli fu perciò richiamato con onore in patria[141].

[141] _Matth. Palmerii de Captivitate Pisarum t. XIX, p. 176._

I Pisani cercavano di avere al loro soldo qualche condottiere che potesse formare per loro un'armata. I loro deputati avevano trattato con Agnello della Pergola, che con sei cento cavalli trovavasi allora negli stati della Chiesa. Questo capitano si mosse per venire a Pisa attraversando lo stato di Siena. Ma i dieci della guerra di Firenze, avuto avviso della sua marcia, lo fecero attaccare, nell'istante ch'egli meno se lo credeva, dal nipote del papa, che avevano preso di fresco al loro soldo, e distrussero o dissiparono la piccola armata di Agnello[142].

[142] _Piero Minerbetti, c. 22, p. 542. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 920. — Paolo Tronci Ann. Pisani, p. 497._

Gaspare dei Pazzi, altro capitano che conduceva ai Pisani sei cento cavalli dai contorni di Perugia, venne disfatto il 24 settembre da Sforza da Cotignola al passo della Cornia; ed i suoi soldati, inseguiti fino a Massa di Maremma, non si sottrassero alla prigionia che abbandonando i loro cavalli e le armi, e promettendo di non servir più contro i Fiorentini[143].

[143] _Piero Minerbetti, c. 26, p. 544. — Leodrisii Cribellii de vita Sfortiæ Vicecomitis, t. XIX, l. I, p. 642._

Invano i Pisani offrirono la loro signoria a Ladislao l'ambizioso re di Napoli, il quale non sentivasi ancora abbastanza sicuro ne' proprj stati per estendere sulla Toscana i suoi progetti di conquista. Egli ottenne dai Fiorentini l'assicurazione che non si opporrebbero alla sua spedizione di Roma, e viceversa promise di non agire contro di loro avanti a Pisa[144]. Otto Bon Terzo, che alla testa del partito ghibellino erasi fatto signore di Parma e di Reggio e che adunava un'armata in queste due città, accettò dai Fiorentini una grossa somma, per la quale promise di non dare soccorso ai Pisani[145].

[144] _Piero Minerbetti, c. 23, p. 543._

[145] _Gino Capponi, p. 1133._

In principio del 1406 l'armata fiorentina occupò la val d'Era, la Maremma, la contea di Monte Scudajo, e quasi tutti i castelli che avevano in sul principio abbracciato il partito di Pisa[146]. In appresso quest'armata si divise; un corpo formò l'assedio di Vico Pisano, ragguardevole castello posto dieci miglia sopra Pisa, alla destra dell'Arno, mentre l'altro corpo s'avvicinò a questa città per istringerne il blocco. Occuparono la foce dell'Arno sette galere ed una galeotta, che i Fiorentini avevano fatte armare a Genova; s'alzarono due ridotti presso san Pietro in Grado sulle due rive del fiume, e fu fatto tra i medesimi un ponte fortificato, privandosi in tal modo Pisa di ogni comunicazione col mare[147]: onde i vascelli che i Pisani avevano mandati in Sicilia a cercare vittovaglie furono presi dai Fiorentini il 22 di maggio, quando tornarono ne' mari della Toscana[148].

[146] _Piero Minerbetti, c. 28, 29 e 30, p. 545. — Scipione Ammirato, l. XVII, p. 923._

[147] _Piero Minerbetti, 1406, c. 2, p. 549. — Paolo Tronci Ann. Pisani, p. 499._

[148] _Gino Capponi, p. 1134. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 928._

Pareva che la fortuna congiurasse contro i Pisani, e gli stessi avvenimenti da loro più desiderati tornavano tutti a loro svantaggio. L'Arno, ingrossato il giorno dell'Ascensione da violenti piogge, ruppe il ponte che univa i due ridotti; gli assediati non furono lenti ad approfittarne per attaccare il più debole. Ma Sforza e Tartaglia, i due generali dei Fiorentini, che trovavansi sull'opposta riva, spinsero i loro cavalli nel fiume, e con estremo pericolo guadagnarono l'opposta sponda, onde i Pisani fuggirono atterriti quasi senza combattere[149].

[149] _Gino Capponi, p. 1135. — Poggio Bracciolini, l. IV, p. 302._

Questi due capitani erano de' più riputati che allora contasse l'Italia. Fino a tal punto la loro rivalità aveva giovato all'impresa; ma una crescente gelosia, una oramai scoperta animosità, cominciavano a turbare le operazioni dell'armata ed a rianimare le speranze dei Pisani. Gino Capponi, uno dei dieci della guerra, si recò da Firenze al campo per riconciliarli, e vi riuscì; ma credendo pericolosa la loro vicinanza, prepose un di loro al corpo d'armata che cingeva la parte superiore di Pisa, l'altro a quella che stava al di sotto, e la città trovossi per questo divisamento bloccata più strettamente che mai[150].

[150] _Gino Capponi, p. 1137._

L'ardore del sole in quelle campagne insalubri, la cattiva aria e le malattie delle armate parvero finalmente venire in soccorso degli assediati. I soldati erano assaliti da nojosi insetti, febbri pestilenziali si manifestavano nel campo, e cominciavano a spargervi lo scoraggiamento. I dieci della guerra ne conobbero appena i primi sintomi, che mutarono gli accantonamenti de' soldati; posero gli uni ne' castelli perchè si ristorassero dalle sostenute fatiche, e tennero gli altri in un continuo movimento, persuasi che l'ozio, in cui languisce il soldato, sia la prima causa delle sue malattie[151].

[151] _Math. Palmerii de capt. Pisarum, p. 183._

D'altra parte la fatica, la miseria, la fame, esponevano i Pisani alle stesse malattie, senza che questi avessero mezzo di ripararvi. Avevano voluto liberarsi delle bocche inutili, ma i Fiorentini le facevano rientrare in città[152]. Improvvisamente a mezzo luglio i Pisani spiegarono lo stendardo del duca di Borgogna, e spedirono araldi d'armi ad avvisare i Fiorentini che si erano dati a questo potente signore, ed erano stati ricevuti sotto la di lui protezione. Ma perchè il duca non aveva armata per liberarli, i Fiorentini continuarono l'assedio e spedirono un'ambasciata a questo principe[153].

[152] _Marangoni Croniche di Pisa, p. 833._

[153] _Jacopo Salviati, p. 249._ Fu egli medesimo uno degli ambasciatori. — _Gino Capponi, p. 1138._

Giovanni Gambacorti aveva diretta la difesa dei Pisani con una quasi assoluta autorità, ma quando vide il popolo in preda agli orrori della fame, disperando di potersi più lungamente difendere, prese a trattare segretamente coi Fiorentini. Le condizioni ch'egli domandava, e che studiosamente nascondeva ai suoi compatriotti, riferivansi tutte al suo particolare vantaggio. Voleva il diritto di cittadinanza a Firenze colla proprietà di tre case, il vicariato di Bagno, molti castelli nelle sue vicinanze, ed un'indennità di cinquanta mila fiorini[154]. Queste condizioni vennero accettate, ed il Gambacorti aprì la porta di san Marco all'armata fiorentina nella notte dell'8 al 9 ottobre 1406, e nella stessa notte le truppe occuparono pure il quartiere del Borgo. All'indomani avanzaronsi in città, precedute da carri pieni di pane e di altri viveri, che i soldati medesimi distribuivano al popolo[155]. Tutte le provigioni erano consunte, e più non trovaronsi in città nè grani, nè farine, ma soltanto alcuni magazzini pieni di zuccaro e di cassia, e tre vacche magre. Gli abitanti si erano nutriti di erbe, che coglievano nelle strade e lungo le mura; sarebbe loro stato impossibile di sostenersi ancora molti giorni; ma non pertanto non pensavano ad arrendersi. Intesero con indignazione il vergognoso mercato con cui il Gambacorti gli aveva venduti, ed il loro ultimo sentimento, perdendo l'antica loro indipendenza, fu il desiderio della vendetta e l'odio contro il tiranno che li tradiva[156].

[154] Il trattato diviso in 36 articoli termina la cronica del Marangoni, p. 835-842. Contiene pure un gran numero d'esenzioni personali e di privilegj per diversi membri della famiglia Gambacorti.

[155] _Gino Capponi, p. 1139. — Poggio Bracciolini, l. IV, p. 303. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 930._

[156] _Gino Capponi, p. 1142. — Poggio Bracciolini, l. IV, p. 304. — Bern. Marangoni, p. 834. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 933. — Paolo Tronci An. Pis., p. 501. — Cron. di Pisa, t. XV, p. 1088._ — Tutte le croniche di Pisa finiscono a questo avvenimento. Il Tronci per altro riferisce ancora in quattro o cinque pagine alcuni fatti insignificanti fino al 1440.