Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)
Part 7
I contadini si erano ritirati in città coi loro bestiami e coi migliori effetti; ogni borghese ne aveva ricevuti molti nella sua casa, altri erano alloggiati nelle chiese e nei conventi, altri finalmente eransi ridotti a dormire sotto i portici delle strade. In breve l'unione di tanti uomini e di tanti animali, il cattivo nutrimento, le immondezze di cui riempivasi la città, produssero l'ordinario loro effetto: una terribile peste manifestossi in Padova coi medesimi sintomi che alla metà del precedente secolo avevano cagionato tanto spavento. Quasi tutti gli ammalati morivano il secondo o il terzo giorno. Alcuni carri attraversavano ogni mattina la città per raccogliere i morti; sul loro timone era stata posta una croce, sotto alla quale ardeva sempre una piccola lucerna, invece delle candele che in altri tempi accompagnavano tutti i feretri. Un solo prete seguiva il carro funebre, che portava ad un tratto dai quindici ai venti cadaveri; cadevano vittime del contagio quattro in cinquecento persone al giorno. In ogni cimitero eransi cavate vaste e profonde fosse, ove ponevansi i cadaveri a strati fino alla loro superficie. Dopo che un padre aveva deposto il figliuolo sul carro funebre, un figlio il genitore, uno sposo la consorte, era d'uopo che cogli occhi ancora bagnati di lagrime riprendesse sollecitamente le sue armi per rintuzzare gli attacchi de' suoi nemici[105].
[105] Andrea Gataro, che perdette suo padre nella peste, assicura, che rapì quaranta mila persone. _Ist. Padov., p. 921._ — Andrea Biglia dà lo stesso numero. _Histor. Med., l. I, p. 20._ — Giacomo di Delayto riduce le perdita a ventotto mila. _Ann. Est., p. 1029. — Marin Sanuto, p. 817 e 827._
I castelli del territorio di Padova non avendo più comunicazione colla capitale, nè sperando di essere soccorsi, si sottraevano gli uni dopo gli altri all'autorità del Carrara, per fare più sollecitamente ed a migliori condizioni la pace coi Veneziani. Este si arrese il 14 d'agosto, e Montagnana il 15. Il provveditore Zeno cercò di guadagnare con larghe offerte Luca di Lione, nobile padovano, che comandava a Monselice: questi ricusò con orrore le vergognose offerte; ma prese occasione da questa comunicazione per entrare in trattato a nome dello stesso Francesco da Carrara, e si recò espressamente a Padova per sapere a quali condizioni accetterebbe di capitolare. Francesco dichiarò, che consentirebbe di cedere la capitale e di rinunciare alla sovranità, purchè fosse posto in libertà Giacomo suo figlio; che la signoria gli pagasse cento cinquanta mila fiorini per indennizzazione; che ratificasse le donazioni da lui fatte in tempo del suo governo, e guarentisse i privilegj e le antiche consuetudini di Padova[106].
[106] _Gataro Stor. Padov., p. 923. — Jac. de Delayto, p. 1030._
Mentre che Carlo Zeno era a Venezia per consultare la signoria intorno a queste condizioni, Francesco da Carrara approfittò dell'arrogante confidenza de' suoi nemici per batterli. Adunò le milizie della città, che trovavansi ridotte a quattro mila settecento individui, sebbene vi fossero incorporati i contadini rifugiati, quando nel precedente anno oltrepassavano i dodici mila. Alla testa di questa gente sorprese il 18 agosto il campo di Paolo Savelli, che la Brenta separava da quello di Galeazzo di Mantova: ne bruciò gli alloggiamenti, atterrò la bandiera di san Marco e quella del capitano, ed arrecò alla repubblica il danno d'oltre cento mila fiorini[107].
[107] _And. Gataro, p. 924. — Jac. de Delayto, p. 1030. — And. Billia, l. I, p. 19. — Marin Sanuto, p. 821._
Di ritorno al campo Carlo Zeno comunicò le offerte della signoria al Carrara: questa rendeva la libertà a suo figlio, gli permetteva di condurre con lui trenta carri coperti, e gli dava sessanta mila fiorini. Carrara, di consentimento del suo consiglio, era disposto ad accettare queste condizioni, quando per sua sventura ricevette la stessa notte una lettera di Bartolommeo dell'Armi, governatore de' suoi figli a Firenze, la quale lo avvisava che i Fiorentini avevano comperata Pisa, e che, cessata l'inquietudine loro per questo lato, non indugierebbero a soccorrerlo. Alcuni priori di Firenze avevano avvalorata questa speranza coi loro discorsi, ed il signore di Padova, credendosi omai certo dei loro soccorsi, dichiarò che si difenderebbe fino all'ultima estremità[108].
[108] _Andrea Gataro, p. 926. — Navagero Stor. Ven., p. 1078._
La lunga resistenza dei castelli del territorio di Padova aveva divise le forze degli assedianti. Posti sopra isolate colline in mezzo a vaste campagne, avevano lungo tempo resa vana l'industria degl'ingegneri veneziani: ma Campo san Piero si arrese l'undici di settembre, e Monselice, ch'era stato provveduto di vittovaglie per sette anni, perdette nello stesso giorno per un fortuito incendio i suoi magazzini, e dovette capitolare tre giorni dopo Campo san Piero. Nel seguente ottobre vennero l'un dopo l'altro occupati dai Veneziani Stra, san Martino, Arlenga, Cittadella e Castel Baldo. La Brenta più non attraversava Padova avendola gl'ingegneri deviata per altro canale, onde i mulini della città non avevano più acqua. Paolo Savelli era morto di malattia, ma Galeazzo di Mantova, che gli era succeduto nel comando dell'armata veneziana, stringeva vigorosamente l'assedio[109].
[109] _Andrea Gataro, p. 928. — Jacob. de Delayto, p. 1029. — Marin Sanuto, p. 818-821._
Il 2 di novembre i Veneziani, che avevano nel loro campo otto mila cavalli e più di sedici mila pedoni, diedero un generale assalto alla città che attaccarono su quattro punti diversi; ma furono dovunque gagliardamente respinti. Il loro capitano, Galeazzo di Mantova, venne rovesciato dal muro con un colpo di lancia da Francesco da Carrara; fu pure ferito il provveditore veneziano Francesco Bembo; e la battaglia che aveva durato dalle due ore avanti giorno fino alla notte, finì senza che gli assedianti avessero ottenuto verun vantaggio[110].
[110] _Andrea Gataro, p. 929. — Jacob. de Delayto, p. 1030_.
Per riempire la città di terrore gli assedianti attaccarono alle loro frecce viglietti, coi quali minacciavano per parte della signoria di mettere Padova a ferro ed a fuoco trattandola come Zara e Candia, se gli assediati non si arrendevano prima che passassero dieci giorni[111]. Francesco Terzo medesimo eccitava suo padre ad arrendersi, ed a preservare la patria dagli orrori ond'era minacciata; ma il Carrara ricordavasi del passato esilio, non voleva nuovamente gustare l'amarezza del pane straniero, e sforzavasi di rianimare il coraggio de' suoi concittadini colla speranza di vicino soccorso. Assicurava di averne avuta la promessa dal re di Francia, dal re d'Ungheria, da suo fratello il conte di Carrara che serviva con mille lance sotto gli ordini di Ladislao re di Napoli, e che scordava le loro private nimistà per salvare la sua patria[112]. Per altro egli medesimo non faceva fondamento sulle speranze che cercava d'ispirare agli altri, e solo credeva di poter lusingarsi di qualche ajuto per parte dei Fiorentini; ma questi, impegnati trovandosi in una pericolosa guerra per la conquista di Pisa, non volevano dividere le loro forze, nè tirarsi addosso la potente inimicizia de' Veneziani[113].
[111] _And. Gataro, p. 931._
[112] _Jacob. de Delayto, p. 1007._
[113] _And. Gataro, p. 931._
Finalmente le guardie delle porte di santa Croce lasciaronsi sedurre da un Vicentino detto Giovanni di Beltramino, e lo fecero entrare la notte del 17 novembre con cinquanta fanti. Egli cominciò ad uccidere i traditori che gli avevano aperta la città, indi fece avanzare le truppe veneziane[114]. Francesco da Carrara si portò quasi subito contro ai nemici, e dopo inutili sforzi per ricuperare la porta, cercò almeno di trattenere tanto tempo i nemici, finchè gli abitanti del sobborgo si ritirassero coi loro più preziosi effetti nel ricinto interno, perciocchè la città ne aveva ancora due, ossia ogni quartiere di Padova era circondato di mura, e poteva separatamente difendersi. Ma sebbene da pertutto si suonasse campana a martello e che gli amici del principe chiamassero i cittadini a difendere con lui il loro onore ed i loro beni, la maggior parte invece di prendere le armi non pensava più che a nascondere i più cari effetti, onde salvarli dall'imminente sacco. Francesco da Carrara, quasi abbandonato, domandò un armistizio ed un salvacondotto per recarsi al campo veneziano. Vi fu accompagnato da Paolo Crivelli e da Michele di Rabatta, gentiluomo del Friuli, la di cui fedeltà non erasi giammai smentita. Dichiarò ai provveditori veneziani ed a Galeazzo di Mantova, che recavasi presso di loro per rendere la città ad onorevoli condizioni; e che quando non potesse ottenerle, era risoluto di difendere fino alle ultime estremità i due ricinti di mura che ancora gli restavano[115].
[114] _Marin Sanuto, p. 828._
[115] _Andrea Gataro, p. 934. — Jacob. de Delayto, p. 1031._
Risposero i provveditori di non avere sufficienti poteri per trattare col Carrara; ma lo invitarono a dare la città nelle loro mani, ed a passare in seguito a Venezia per trattare direttamente colla signoria. Credette il Carrara di dover preferire alla loro parola quella di un rispettato militare. «Capitano, disse egli a Galeazzo di Mantova rivolgendosi a lui, a voi io affido senza timore la mia città e le mie fortezze. Promettetemi soltanto sull'onor vostro, che se io non anderò d'accordo colla signoria voi me le ritornerete nello stato in cui vi saranno consegnate.» Dopo averne avuta la parola, Francesco tornò in Padova per fare dal consiglio della comunità eleggere otto deputati, ed eleggerne due egli medesimo, onde trattare a Venezia intorno alle condizioni della resa della piazza[116].
[116] _Andrea Gataro, p. 934. — Jacobi de Delayto, p. 1031. — Marin Sanuto, p. 828. — Piero Minerbetti, c. 21, p. 541._
Il doge e la signoria ricusarono di ascoltare gli ambasciatori del signore di Padova, ma ricevettero cortesemente quelli della città, e loro promisero di conservare a Padova tutti i suoi privilegj, purchè i cittadini si arrendessero essi medesimi senz'aspettare che i Carrara trattassero per loro. Fu all'istante convenuto che due degli ambasciatori tornerebbero a Padova, e che persuaderebbero il popolo ed i consigli a riporsi in possesso della sovranità. Per facilitare questa rivoluzione Galeazzo di Mantova invitò Francesco da Carrara e suo figlio ad una conferenza nel suo campo. Li trattò in seguito a cena, ed all'indomani li mandò parte volontariamente e parte per forza, prima ad Oriago ed in seguito a Mestre.
Durante questo tempo, i due ambasciatori tornati a Padova, vi avevano spiegato l'antico stendardo della comunità, la croce rossa in campo d'argento. Una ventina di sediziosi tentarono di eccitare un tumulto colle grida di _viva san Marco! viva il popolo! morte ai Carrara!_ Ma i cittadini non vi presero parte, e non cercarono nè di rovesciare, nè di difendere la di già distrutta autorità dei loro signori. Un podestà, nominato dai sediziosi, aprì nel medesimo giorno, 19 novembre 1405, le porte di Padova a Galeazzo ed ai provveditori, che presero possesso della città a nome della repubblica di Venezia[117].
[117] _Andrea Gataro, p. 937. — And. Billii Hist., l. I, p. 21._
Quando il Carrara seppe che la sua capitale era stata ceduta ai Veneziani invitò Galeazzo di Mantova a mantenergli la data fede. In particolare Francesco Terzo insisteva per rientrare in possesso del castello, determinato com'egli era di difenderlo fino all'ultima estremità, ed a seppellirsi sotto le sue ruine. Invano attestava il generale, che la signoria tratterebbe i due principi generosamente, poichè ciò era smentito dal rifiuto di ricevere i loro ambasciatori. Frattanto Francesco da Carrara non tardò a conoscere che l'entusiasmo de' suoi compagni d'armi era spento, e che più non troverebbe chi volesse con lui consacrarsi a sicura morte. Conobbe pure che Galeazzo non vorrebbe o non potrebbe mantenere la data fede, e che insistendo sull'esecuzione d'una ineseguibile condizione si farebbe d'un protettore un nemico. Acconsentì adunque d'imbarcarsi con suo figlio per rendersi a Venezia scortato da Galeazzo e da Francesco di Molino. Al loro arrivo nel quartiere di san Giorgio furono accolti dalle terribili grida del popolo _a morte i Carrara!_ all'indomani, 30 novembre, Galeazzo lasciò i suoi prigionieri per andare ad interporre a loro favore i suoi buoni ufficj; ma quando vide l'animosità della signoria, più non osò di rivederli. Egli risentì e manifestò fors'anche in un modo troppo veemente la sua profonda indignazione pel colpevole abuso che si faceva della sua parola: il senato non sapeva soffrire i rimproveri de' suoi militari, e Galeazzo morì dopo poche settimane[118].
[118] _Jacobi de Delayto, p. 1031. — Andrea Gataro, p. 938. — Marin Sanuto p. 829._
All'indomani i due principi di Carrara furono introdotti avanti alla signoria; essi gittaronsi alle ginocchia del doge Michele Steno, che li rialzò e li fece sedere uno alla sua destra e l'altro a sinistra. Il doge ricordò loro che la repubblica gli aveva ajutati a ricuperare Padova da Giovan Galeazzo, e rimproverò loro la propria ingratitudine, ma senza amarezza. I Carrara non risposero a questi rimproveri che chiedendo grazia e misericordia[119]. Furono non pertanto mandati in prigione, ove trovarono Giacomo da Carrara il secondo figlio di Francesco, il quale dopo essere stato arrestato a Verona cinque mesi prima, nulla aveva potuto sapere intorno alla sorte della sua famiglia, e che non aspettavasi di vederla riunita in così funesto soggiorno. L'istante in cui gli sventurati principi si riconobbero, cavò le lagrime agli stessi carcerieri.
[119] _Marin Sanuto, p. 830._
La signoria non si affrettò di decidere la sorte dei principi da Carrara. Il consiglio dei pregadi aveva nominato il 24 dicembre cinque commissari per formare il loro processo e per rilegarli nel luogo che troverebbero più conveniente. Ma Jacopo del Verme, che trovavasi in allora al servigio dei Visconti, e che odiava mortalmente i Carrara, recossi espressamente a Venezia per isvegliare contro di loro la diffidenza del consiglio dei dieci. «I Carrara, egli disse, furono un'altra volta spogliati dei loro stati, e furono un'altra volta prigionieri presso i loro vincitori; ma si rialzarono da questo abbassamento per diventare più che mai formidabili ai loro vicini. La loro attività, i loro talenti, e più di tutto l'odio implacabile onde erano animati loro procacciarono alleati, armi e soldati. I loro antichi sudditi si ribellarono nel 1390 per riporli sul trono. È facile lo scorgere che quest'amore de' Padovani pei loro principi vive ancora, allorchè si considerano tutti i patimenti che soffrirono senza lagnarsene nell'ultima guerra. L'odio ereditario del Carrara contro Venezia è d'assai anteriore alla guerra di Chiozza; trent'anni di nimistà e di vicendevoli ingiurie lo cimentarono in modo da farne la loro dominante passione. Per tenere in dovere uomini animati da un così fatto odio, da un tale desiderio di vendetta, non havvi altra sicura prigione che quella del sepolcro.»
Il consiglio dei dieci chiamò il processo al suo tribunale e decretò la morte dei Carrara. Il 16 gennajo del 1406 il confessore del signore di Padova andò ad annunciargli in prigione la sua sentenza ed a disporlo alla morte. Francesco, dopo avere dato un primo sfogo al suo sdegno, gittossi a' piedi del monaco per confessare divotamente i suoi falli, e ricevere da lui la comunione. Si fu appena ritirato il confessore, che due capi del consiglio dei dieci e due capi della quarantia entrarono nella prigione con venti carnefici. Francesco da Carrara, che non voleva riconoscere l'autorità del tribunale che lo condannava, nè lasciarsi scannare come una vittima, preso il suo sgabello di legno, il solo mobile che si trovasse in quella prigione, s'avventò contro i suoi uccisori. Oppresso da tanta gente si difese alcun tempo valorosamente, ma all'ultimo rovesciato al suolo, e tenuto per le mani e pei piedi venne strozzato da Bernardo Priuli colla corda d'una balestra[120]. All'indomani fu sepolto onorevolmente nella chiesa di santo Stefano degli Eremitani. Francesco Novello (dice il Gataro, suo storico e suo amico) era di mediocre grandezza e di belle proporzioni, sebbene alquanto grosso. Bruno era il suo volto e piuttosto severo, elegante il suo discorso, il suo carattere dolce e misericordioso, vaste le sue cognizioni, ed eroico il suo coraggio[121].»
[120] _Redusius de Quero, p. 818._
[121] _Andrea Gataro, p. 940._
Il giorno seguente lo stesso confessore andò a portare ai figliuoli Carrara l'ordine di prepararsi alla morte. Teneramente si abbracciarono, e ricevettero assieme la comunione; indi Francesco Terzo fu condotto il primo al luogo ov'era stato strozzato suo padre, e vi perì nella stessa maniera per mano di Bernardo Priuli; vi fu poi condotto Giacomo, il quale dopo avere raccomandato a Dio l'anima di suo padre, del fratello e la propria, scrisse a sua moglie Belfiore da Camerino per consolarla nella sua disgrazia, e tese la testa al laccio.
Francesco, che al battesimo aveva ricevuto il nome di Terzo perchè era destinato ad essere di quel nome il terzo signore di Padova, aveva quando morì trentun'anni. Era grande della persona, ma portava la testa bassa; era bruno ed alquanto losco dell'occhio destro. Era, secondo Gataro, un valoroso e saggio cavaliere, ma inclinato alla crudeltà, alla collera, alla vendetta. Suo fratello Giacomo contava ventisei anni; aveva un'elegante figura, una dolce fisonomia, un cuore dolce e compassionevole, e il suo discorso gli acquistava gli animi. A queste qualità, che lo rendevano a tutti caro, aggiugneva l'ereditario valore della sua famiglia[122].
[122] Redusio da Quero, nemico di tutta la famiglia dei Carrara, parla con tenerezza di Giacomo. _Chron. Tarvis., p. 819. — Jacob. de Delayto, p. 1036._
Restavano tuttavia in Firenze due legittimi figli di Francesco da Carrara. La signoria di Venezia fece pubblicare a suono di tromba che accorderebbe un premio di quattro mila fiorini a colui che le darebbe in mano vivi l'uno o l'altro di questi principi, e tre mila a colui che gli ucciderebbe. Questo premio promesso al delitto non sedusse verun assassino. Ma i figli legittimi della casa di Carrara perirono senza prole. Ubertino il primogenito morì a Firenze di naturale malattia, il 7 dicembre del 1407, in età di diciott'anni[123]. Suo fratello Marsiglio dopo avere molti anni servito Filippo Maria duca di Milano, il 6 marzo del 1435 fece un tentativo per rientrare in Padova e ricuperare la sovranità de' suoi maggiori. Ma la trama formata dai suoi partigiani venne scoperta, e mentre Marsiglio fuggiva con piccolo seguito, fu fermato e condotto a Venezia, ove il consiglio dei dieci lo fece decapitare il 24 marzo del 1435[124].
[123] _Redusius de Quero, p. 820._
[124] _Andrea Gataro, p. 942._ Questo storico finisce la sua narrazione alla morte dei principi da Carrara, e spesso fa scordare la sua prolissità con interessanti particolarità.
Rodolfo, fratello naturale di Francesco Novello, fu ritenuto in prigione a Venezia fino al 1417. In tale anno fuggì, ma fu ben tosto ripreso, e probabilmente condannato a morte. _Cronica di Bologna, p. 590. — Navagero Stor. Veneziana, p. 1099._
Se l'antico odio tra la casa dei Carrara e la repubblica di Venezia scema l'orrore che devono ispirare questi giuridici assassinj; veruno somigliante motivo poteva scusare la crudeltà del senato verso gli eredi della casa della Scala. Antonio, loro avo, aveva perduti i suoi stati per essere entrato, come alleato della repubblica, in una sgraziata guerra. Guglielmo visse sotto la protezione dei Veneziani, e la di lui morte, attribuita al Carrara, era stato il pretesto dell'ultima guerra. Per ultimo i figli di Guglielmo, Antonio e Brunoro, avevano perduta la protezione del signore di Padova, ed erano in oltre stati da lui posti in prigione a motivo delle loro negoziazioni colla repubblica. Trovavansi allora nel territorio di Trento; imperciocchè Francesco da Carrara aveva loro data la libertà, prima di perdere i suoi stati. Fecero chiedere di essere rimessi in possesso di Verona, e la signoria invece di rispondere pose una taglia sulle loro teste. Allora i due fratelli si separarono, e Brunoro passò ai servigi dell'imperatore, e vi si tenne molti anni[125].
[125] Eravi ancora l'anno 1423 quando Andrea Biglia scriveva la sua storia, _l. I, p. 18. — Marin Sanuto, p. 832._ — Brunoro seguì Sigismondo nella sua spedizione d'Italia l'anno 1432. — _Petri Russii Fragm. Hist. Senens., t. XX, p. 41._ — L'odiosa politica del consiglio dei dieci non può essere paragonata che al suo atroce sistema di procedura criminale. Nel dubbio, credeva di dover punire; e sopra l'indizio d'un delitto facevasi l'assurdo dovere di condannare un accusato malgrado l'intimo convincimento della sua innocenza. Carlo Zeno, il più virtuoso cittadino, il più grand'uomo di Venezia, venne accusato al consiglio dei dieci d'avere ricevuto da Francesco da Carrara quattrocento ducati d'oro; i libri del signore di Padova, ch'erano stati sorpresi, attestavano questo pagamento senza indicarne il titolo. Zeno riconobbe immediatamente d'avere ricevuta tale somma all'epoca indicata. Era, diceva lo Zeno, il pagamento di eguale somma ch'egli aveva prestata al Carrara quando era fuggito da Asti. Tutte le circostanze appoggiavano quest'asserzione, che avrebbe dovuto implicitamente credersi in vista del conosciuto carattere dello Zeno. Veruno de' suoi giudici osava solamente sospettarlo di corruzione; pure lo privarono di tutti gl'impieghi e lo condannarono alla prigionia di due anni, disonorando, per quanto dipendeva da loro, l'uomo che aveva coperto di maggiore gloria il nome Veneziano. _Caroli Zeni vita, l. IX, p. 345._
Tutte le province possedute dalle famiglie delle Scala, e da Carrara, e tutta la Marca Trivigiana erano ridotte all'ubbidienza della repubblica di Venezia. Lo stendardo di san Marco volteggiava a Treviso, a Feltre, a Belluno, a Verona, a Vicenza ed a Padova. Il senato mandò in tutte questa città due senatori, che presedessero al loro governo, l'uno come podestà, l'altro come capitano del popolo.
La repubblica superava in potenza tutti i più vasti stati d'Italia, se per altro la potenza può acquistarsi coi delitti, e se, ancora agli occhi della politica mondana, l'odio e la diffidenza che eccita la perfidia, non compensano tutto il vantaggio degli acquisti ch'ella procura. Poichè Venezia ebbe acquistati degli stati in terra ferma, andò trascurando le province d'oltre mare, il commercio, la marina, vere basi della sua potenza, per avvilupparsi nella politica del continente; ella prese parte in tutte le guerre ed in tutte le rivoluzioni, ed eccitò contro di sè quella gelosia, quel profondo universale odio che, dopo un intero secolo di politici maneggi e di guerre, scoppiò finalmente colla lega di Cambray[126].
[126] Terminando la storia dei principi da Carrara e della Scala, tornerà forse comodo al lettore di avere qui una tavola cronologica di queste due dinastie. Quella dei Carrara aveva dominato in Padova ottantasette anni, cominciando nel 1318.
Giacomo Grande da Carrara nominato dal popolo principe di Padova. _an._ 1318 _mort._ 1324.
Nicolò, fratello di Giacomo } { 1326 } 1324 { Marsilio, nipote di Giacomo } { e di Nicolò } { 1338
Ubertino, nipote di Marsilio 1338 1345
Marsilietto Pappafava _assassinato dal da Carrara 1345 seguente_ 1345
Giacomo II, figlio di } Nicolò detto qui sopra 1345 } _assassinato da un } bastardo da Carrara_ 1350