Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)

Part 6

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Per tal modo tutta la Lombardia trovossi divisa tra nuovi tiranni. Filippo Maria, il più giovane de' fratelli Visconti, risedeva in Pavia, ma l'autorità sopra questa città era stata nuovamente usurpata dai Beccaria, che l'avevano in altri tempi signoreggiata. Facino Cane regnava in Alessandria, Giorgio Benzoni a Crema, Giovanni da Vignate, figliuolo d'un macellajo, a Lodi, i Suardi a Bergamo, i Coleoni a Trezzo, Cavalcabò a Cremona, Francesco Rusca a Como; ed i popoli calpestati dai nuovi padroni, e dai loro soldati, erano omai ridotti a desiderare il giogo più uniforme dei Visconti.

CAPITOLO LIX.

_Conquiste di Francesco da Carrara in Lombardia. — Gelosia de' Veneziani; gli dichiarano la guerra; vigorosa resistenza del Carrara, che perde successivamente Verona e le sue principali fortezze; egli è forzato ad arrendersi, ed il consiglio dei dieci lo fa morire co' suoi figliuoli._

1404 = 1406.

Quando cominciarono le turbolenze eccitate in Lombardia dalla morte di Giovanni Galeazzo, la duchessa di Milano aveva offerta la pace a Francesco da Carrara, signore di Padova, di cui temeva il risentimento ed il valore. Il Carrara vi acconsentiva a condizione che gli fossero restituite Vicenza, Feltre e Belluno, onde potesse, com'egli diceva, lasciare la signoria d'una città a ciascuno de' suoi figliuoli. Non pertanto dietro l'interposizione de' Veneziani si era accontentato di Feltre e di Belluno, e la duchessa aveva promesso di dargli queste due città nel giugno del 1403[63]. L'odio che Jacopo del Verme e Francesco Barbavara, consiglieri di Catarina, portavano al signore di Padova, fece rompere questo trattato all'atto che doveva eseguirsi; onde il Carrara, dopo avere riclamata la guarenzia de' Veneziani, che gli diedero una risposta insignificante, entrò il 12 agosto nel territorio di Verona con una formidabile armata. Non avendo potuto riportare alcun vantaggio sopra Ugolotto Biancardo, che comandava le truppe de' Visconti, passò nello stato di Brescia, ed i Guelfi gli aprirono le porte di quella città[64]. Ma le truppe del duca eransi chiuse nella cittadella, ed avanti che il Carrara potesse forzarle ad arrendersi, sopraggiunsero Otto Bon Terzo e Galeazzo di Mantova con mille lance, che costrinsero il signore di Padova a ritirarsi[65].

[63] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 865._

[64] _Andrea Gataro Stor. di Padov. p. 867. — Bern. Corio Stor. Milan., p. IV, p. 294._

[65] _Andrea Gataro, p. 868. — Piero Minerbetti, 1403, c. 11, p. 475._

In principio del 1404 Facino Cane fu mandato a Vicenza dalla duchessa con un ragguardevole corpo d'armata per portare la guerra nel padovano; ma il Carrara, appostando le sue milizie dietro i canali ed i fiumi che attraversano e circondano i suoi stati, rispinse le truppe milanesi, e determinò finalmente Facino Cane a condurre altrove i suoi soldati, onde approfittare per sè medesimo dell'anarchia in cui trovavasi la Lombardia[66].

[66] _Andrea Gataro, p. 872._

Lo stesso giorno in cui ritiravasi Facino Cane, Guglielmo della Scala entrò in Padova per domandare a Francesco Carrara di prendere parte in un'intrapresa che egli meditava intorno a Verona. Guglielmo era figlio d'Antonio, l'ultimo signore della Scala; nel suo esilio era stato beneficato assai dal Carrara[67]. Sperava che fosse giunto l'istante in cui potrebbe ricuperare la sovranità de' suoi maggiori, ed assicurava il signore di Padova che gli antichi sudditi della sua famiglia desideravano di ritornare sotto il suo dominio, e convenne con lui, che qualora col suo ajuto rientrasse in Verona, egli lo assisterebbe poi con tutte le sue forze per ricuperare Vicenza. I due principi soscrissero le condizioni di questo trattato il 27 marzo del 1404[68].

[67] _Ivi, p. 873._

[68] _Andrea Gataro, p. 874._

Il 30 di marzo l'armata del Carrara si mosse sotto gli ordini di Filippo da Pisa. Niccolò, marchese d'Este, genero del signore di Padova, sopraggiunse ad ingrossarla con cinquecento corazzieri[69], e questi generali cinsero d'assedio il castello di Cologna. Mentre richiamavano colà l'attenzione de' nemici, tenevano vive segrete corrispondenze coi malcontenti di Verona, sotto le di cui mura recossi improvvisamente l'armata che assediava Cologna la notte del 7 aprile, ed ajutata da' partigiani de' suoi antichi signori, vi penetrò scalando le mura, onde Ugolotto Biancardo, che vi comandava a nome del duca di Milano, dovette ritirarsi nella fortezza[70].

[69] _Gio. Battista Pigna Stor. dei Princ. d'Este, l. V, p. 465._

[70] _Andrea Gataro, p. 877. — Jacobi de Delayto Ann. Estens., t. XVIII, p. 995._

Ma nel momento medesimo che acquistava la sua capitale, Guglielmo della Scala era troppo infermo per poter sostenere il movimento del cavallo. Se dobbiamo dar fede a Gataro, storico che, malgrado la sua parzialità pei Carrara, inspira confidenza per tutte le minute circostanze che egli riferisce, Guglielmo della Scala era travagliato da dissenteria accompagnata da continua febbre, e fino dal 20 marzo, in cui giunse a Padova, era stato curato dai medici del principe, e la sua malattia aveva di già per alcuni giorni fatta ritardare l'esecuzione de' suoi progetti[71]. Redusio da Quero, autore contemporaneo, capitale nemico del signore di Padova, pretende invece che questi, allorchè Guglielmo entrò in Padova, gli avesse fatto dare un lento veleno[72]. Frattanto lo Scala venne riconosciuto per signore di Verona, e tutti i suoi concittadini si presentarono a rendergli omaggio. La fatica dell'inaugurazione faceva peggiorare il di lui male; e la gioja d'essere rientrato in patria e risalito sul trono de' suoi padri veniva funestata da' suoi crescenti dolori. Dopo quindici giorni di signoria Guglielmo morì il 21 d'aprile. Il popolo, e quasi tutti gli scrittori contemporanei accusarono Francesco da Carrara d'aver fatto avvelenare questo signore[73]. Vuolsi per altro osservare, che la frequenza di tali delitti li faceva agevolmente credere; e noi dobbiamo andare guardinghi nel macchiare la memoria d'un principe, che in tutta la sua condotta ci sembra nobile e generoso; altronde questo delitto era inutile, perchè Guglielmo della Scala lasciava due figli, Antonio e Brunoro, che Carrara investì immediatamente dell'eredità del loro padre[74].

[71] _Andrea Gataro, p. 873._

[72] _Redusius de Quero Chron. Tarvisinum, p. 813._

[73] _Andreæ Bilii Hist., l. I, c. XIX, p. 18. — Piero Minerbetti, 1404, c. 3, p. 499. — Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 997. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 807. — Gio. Battista Pigna Stor. dei Princ. d'Este, l. IV, p. 467._

[74] Corio, lo storico di Milano, mentre accusa Guglielmo di avere circa questi tempi fatto avvelenare Carlo Visconti, suo commilitone, ascrive la morte di Guglielmo a fatica ed a naturale malattia. _Stor. di Milan., p. IV, p. 296._

Il 29 aprile Ugolotto Biancardo, assediato nella fortezza di Verona, fu forzato di cederla agli assalitori, e Francesco da Carrara vi pose guarnigione. Intanto Francesco Terzo, figliuolo primogenito del signore di Padova, assediava Vicenza con un'altra armata. Da lungo tempo i Vicentini ed i Padovani erano animati da vicendevole odio, onde i primi si ostinavano a difendersi. Dal canto suo la reggenza di Milano tutto poneva in opera per soccorrere il Biancardo, e mentre Facino Cane cercava di gettare rinforzi nella città assediata, gli ambasciatori della duchessa cercavano di persuadere la repubblica di Venezia a dichiararsi contro il Carrara.

I Veneziani eransi mostrati indifferenti sui progressi di Giovanni Galeazzo Visconti, e non avevano presa parte contro di lui quando questo principe minacciava di occupare tutta l'Italia. Ma il doge Michele Steno, e Francesco Foscari, capo della quarantia, fingevano adesso di essere inquieti per l'ingrandimento di Francesco Carrara, principe bellicoso, ambizioso, non meno accorto politico che grande capitano, il quale, sebbene si mostrasse affezionato alla signoria, pensava indubitatamente a vendicare i mali che quindici anni prima aveva questa procurati a lui ed al di lui padre[75]. La duchessa di Milano aveva mandati a Venezia come ambasciatori, il vescovo di Feltre, il generale Jacopo del Verme, cui Francesco da Carrara aveva confiscati i beni a Verona[76], ed Ugo Scrovegno, emigrato padovano, le di cui sostanze erano pure state poste sotto sequestro; il personale loro odio seppe risvegliare l'ambizione del doge e dei Veneziani. Offrirono da principio di cedere alla signoria Feltre e Belluno come prezzo della loro alleanza[77]; vi aggiunsero poco dopo Vicenza, e tutto quanto possedeva la casa Visconti oltre l'Adige[78]. Il doge che desiderava la guerra per illustrare colle conquiste il suo principato, adoperò qualche artificio per allontanare dal consiglio dei _Pregadi_ tutti i favorevoli alla casa da Carrara, e non pertanto non vinse la parte che per un solo suffragio[79]. La guerra fu dunque decisa, e Giacomo Soriano, gentiluomo veneziano, venne spedito a Vicenza per prendere possesso di quella città, i di cui abitanti avevano direttamente implorata la protezione della signoria.

[75] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII, p. 794._

[76] _Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 998._

[77] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 806. — Sandi Storia Civile Veneta, l. VI, c. 3, p. 358._

[78] Ser Cambi assicura che i Veneziani pagarono dugento mila fiorini per le città loro cedute, _Cron. di Lucca, p. 841._

[79] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 794._

Il 25 aprile 1404 la bandiera di san Marco fu posta sulla gran torre di Vicenza, e spedito un trombetta a Francesco Terzo da Carrara per ordinargli di togliere l'assedio da una città che apparteneva alla repubblica. Il trombetta, avendo in qualche maniera provocata la collera del giovane signore, fu ucciso in sua presenza; e questa violazione del diritto delle genti venne ben tosto severamente punita su tutta la casa da Carrara[80].

[80] _Andrea Gataro, p. 883. — Redusius de Quero Chron. Tarvis., p. 814. — Jacobi de Delayto Ann. Est., p. 1005. — Piero Minerbetti, 1404, c. 7, p. 502. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 807._

Francesco da Carrara recossi nel campo del figliuolo con intenzione di dare il 1.º maggio un assalto alle mura di Vicenza; ma avendo ricevuta una lettera della signoria, che altamente lo minacciava se non levava l'assedio, il Carrara si contenne, sperando di evitare a tal prezzo la guerra colla repubblica; abbandonò i suoi progetti, e ricondusse le truppe a Padova[81].

[81] _Andrea Gataro, p. 885._

Mentre le cose trovavansi in questo stato fu avvisato che Brunoro ed Antonio della Scala negoziavano dal canto loro con Venezia, per guadagnarsi contro di lui medesimo la protezione della signoria, e sottrarsi alla guerra, onde lo vedevano minacciato. Di già questi principi gli avevano date altre cagioni di malcontento, forse ingrandite dalla propria ambizione. Si credette autorizzato dalla loro ingratitudine a spogliarli di quanto egli medesimo loro aveva dato. Li fece arrestare il 17 maggio, e suo figliuolo, Giacomo da Carrara, partecipò al popolo veronese, adunato nella pubblica piazza, i motivi di tale determinazione[82]. Il 24 dello stesso mese Francesco da Carrara si fece proclamare signore di Verona[83].

[82] _Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 999._

[83] _And. Gattaro, p. 887. — Andrea Navagero Stor. Veneziana, p. 1076._

Frattanto gli ambasciatori di Firenze e quelli della Chiesa cercavano d'accordo col marchese d'Este di ristabilire la pace[84], ma tanto erano eccessive le domande de' Veneziani che non potevasi aprire alcuna negoziazione. Questi avevano di già persuaso Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, ad invadere il territorio di Verona[85]. Jacopo del Verme aveva preso possesso in loro nome delle città di Feltre e di Belluno[86], ed il 18 giugno, ruppe a mano armata le dighe della Brenta presso all'Anguillara, onde inondare il territorio di Padova[87]. Per altro la guerra non ancora era stata formalmente dichiarata. Francesco da Carrara, avvisato di tali ostilità, adunò il consiglio del popolo, che aveva conservato o ristabilito a Padova, ad oggetto di assicurarsi l'affetto de' suoi sudditi. Gli manifestò le ingiurie che aveva ricevute dalla repubblica, dicendo come avesse sempre cercato di contenersi in faccia alla medesima come un figliuolo rispettoso, piuttosto che come un buon vicino; ma soggiunse che vedevasi ora costretto a prendere le armi per difendere i suoi legittimi diritti, e, dietro il parere del suo popolo, dichiarò la guerra ai Veneziani il 23 giugno del 1404[88].

[84] _Ann. Estens. Jacob. de Delayto, p. 1006. — Piero Minerbetti, c. 9, p. 506. — Marin Sanuto, p. 808. — Giovanni Battista Pigna, l. V, p. 469._

[85] _Platina Hist. Mantuana, l. V, p. 795._

[86] _Redusius de Quero Chr. Tarvis., p. 814. — And. Navagero, p. 1077._

[87] _Jacobi de Delayto, p. 1009_.

[88] _Andrea Gataro, p. 890._

Il senato veneto erasi fatto una regola di non adoprare che armi straniere e mercenarie. Non voleva affidare ad un cittadino un'autorità di cui poteva essere tentato di abusare; nè voleva pure dargli occasione d'acquistare troppa gloria, o permettere al popolo di accostumarsi alla milizia. I condottieri, che la repubblica prendeva al suo servigio, non ottenevano mai d'introdurre i loro soldati in Venezia, di modo che gli stessi loro tradimenti non potevano esporre la capitale ad alcun pericolo; e lo stato in allora più ricco dell'Europa poteva intraprendere senza verun timore una guerra, per sostenere la quale non esponeva che danaro.

Si raccolse adunque al soldo della repubblica, sotto il comando di Malatesta da Pesaro, un'armata di nove mila corazzieri. Militavano sotto il Malatesta Paolo Savelli, Taddeo del Verme, i Polenta da Ravenna, il conte dell'Aquila ed altri celebri capitani[89]. Francesco da Carrara, che non aveva tanta gente, compensò colla sua attività la disuguaglianza del numero; persuase Francesco di Gonzaga ad accettare una tregua, che doveva durare fino al 27 agosto, e ridusse suo genero, il marchese Niccolò d'Este, ad unirsi a lui contro i Veneziani. Niccolò riacquistò in pochi giorni il Polesine di Rovigo, antico dominio di sua famiglia, ch'egli aveva precedentemente ceduto alla repubblica per guarenzia di un debito[90]. Finalmente il Carrara, approfittando de' profondi canali che attraversano tutta la Venezia, fortificò i confini del suo territorio, con fosse e ridotti, e li difese come una fortezza. Col suo bravo generale, Filippo di Pisa, si appostò presso Pieve di Sacco, dietro le linee da lui formate, ed il 20 agosto rispinse valorosamente un attacco generale dei Veneziani su tutto il confine dello stato di Padova[91].

[89] _Andrea Gataro, p. 891. — Jacobi de Delayto Annales Esten. p. 1009. — Piero Minerbetti, c. 9, p. 505._

[90] _Marin Sanuto, p. 810. — Piero Minerbetti c. 16, p. 511. — Gio. B. Pigna, l. V, 476._

[91] _Andrea Gataro, p. 892. — Jacobi de Delayto, p. 1010. — Marin Sanuto, p. 809. — Piero Minerbetti, c. 10, p. 506._

Spirava il 27 agosto la tregua conchiusa col Gonzaga, onde il Carrara fu forzato di dividere le sue forze per resistere ad un nuovo attacco. Una violenta burrasca disperse in tempo di sua assenza le truppe che custodivano le linee di Pieve di Sacco. Mentre le sentinelle medesime cercavano di sottrarsi alla dirotta pioggia che cadeva, alcuni soldati veneziani trovarono nella casa di un contadino, che stavano saccheggiando, un trave abbastanza lungo per fare un ponte che attraversasse il canale; lo gettarono senz'essere osservati; i più arditi passarono il canale, ed agevolarono agli altri il modo di rendere questo ponte più solido e più largo, di modo che quando furono scoperti trovavansi omai in sufficiente numero per conservare il posto; onde il 6 di settembre l'armata veneziana entrò tutta nel primo circondario fortificato del territorio di Padova[92].

[92] _Andr. Gataro, p. 899. — Jacobi de Delayto, p. 1010._

Accorse ben tosto il Carrara per salvare le sue campagne dalla ruinosa invasione de' nemici; si ritirò dietro una seconda linea di canali che si affrettò di fortificare; indi, stendendo le sue truppe tra Oriago, Stra e Vico d'Aggere, coprì almeno tutto il paese che restava alle sue spalle. Frattanto a cagione di una contesa insorta tra il Malatesta e Paolo Savelli l'armata veneziana si divise fra questi due generali: il Carrara approfittò di questo avvenimento per battere separatamente l'ultimo, e per togliere all'esercito nemico un convoglio di vittovaglie che conduceva Taddeo del Verme[93].

[93] _Andrea Gataro, p. 902. — Jacobi de Delayto, p. 1016._

Ma il signore di Padova, malgrado i suoi talenti ed il suo coraggio, non era abbastanza forte per lottar solo contro i Veneziani. Avevano questi richiamato da Candia il marchese Azzo d'Este, che alcuni anni prima aveva eccitata una guerra civile nello stato di Ferrara, e gli facevano rimontare il Po colla loro flotta per attaccare il marchese Niccolò[94]. D'altra banda Jacopo del Verme aveva condotti a Francesco Gonzaga potenti rinforzi, e tutti due assieme attaccavano il territorio di Verona, ove successivamente prendevano molti castelli. Gli abitanti di questo paese non erano in verun modo affezionati alla casa di Carrara, e non mostravano veruno zelo per difenderla. Finalmente i Veneziani avevano congedato il Malatesta, e riunita la loro terza armata sotto Paolo Savelli. Era quest'armata la più ragguardevole che si fosse veduta servire in Italia, e costava ogni mese cento venti mila ducati alla signoria, la quale, abbastanza ricca per nulla risparmiare di tutto quanto poteva tornar utile al buon successo, consumò due milioni di ducati nella sola guerra di Padova[95].

[94] _Andrea Gataro, p. 905. — Marin Sanuto p. 811._

[95] _Navagero Stor. Venez., p. 1079._

Paolo Savelli, non avendo potuto forzare il ricinto che difendeva i Padovani, in sul finire di novembre diede al suo esercito i quartieri d'inverno nello stato di Treviso. Il Carrara, che temeva di perdere l'amore del suo popolo, se lo affaticava con un troppo aspro servigio militare, si affrettò dal canto suo di rimandare gli abitanti di Padova alle loro case. Ma la ritirata del Savelli non era che uno stratagemma; erasi egli comperati dei traditori a Stra, i quali gli aprirono un passaggio a traverso alle linee così lungamente difese. Il 2 dicembre egli attraversò la Brenta, ed entrò nel cantone di Pieve di Sacco il più ricco ed il più fertile del territorio padovano. Francesco da Carrara, accorso per respingerli, fu ferito in una mano, le sue truppe dovettero ritirarsi, e tutte le campagne de' suoi stati vennero miseramente saccheggiate[96].

[96] _Andrea Gataro, p. 907. — Jacob. de Delayto, p. 1021. — Piero Minerbetti, c. 28, p. 520. — Marin Sanuto, p. 813._

Il principio del 1405 non fu meno della fine del precedente anno funesto al Carrara. Il marchese di Ferrara, suo genero, ed il solo suo alleato, lo abbandonò. Minacciato dalle flotte veneziane, mancante di vittovaglie, e circondato da un popolo malcontento, egli soscrisse una separata pace, e cedette ai Veneziani il Polesine di Rovigo, e le fortezze che aveva innalzate lungo il Po[97].

[97] _Jacob. de Delayto, p. 1024. — Redusius de Quero, p. 816. — Piero Minerbetti, 1405, c. 1, p. 522. — Marin Sanuto, p. 814. — And. Navagero, p. 1077. — Gio. B. Pigna, l. V, p. 483._

Francesco da Carrara aveva chiesto inutilmente soccorso ai Fiorentini, in allora occupati nelle negoziazioni di Pisa. Egli non riceveva soccorso nè da loro nè da verun altro suo antico amico, molti de' suoi sudditi cominciavano a scoraggiarsi, altri a manifestare qualche malcontento, e pareva che Giacomo di Carrara, suo fratello naturale, avesse preso parte in una congiura contro di lui[98]. Francesco cercò in allora di porre in sicuro da ogni pericolo i suoi più giovani figli, e parte de' suoi beni. Il primogenito, Francesco Terzo, era in Padova il suo più fermo sostegno, ed il secondo, Giacomo, comandava per lui in Verona. Il Carrara non volle allontanare da sè questi due valorosi guerrieri, che dovevano avere con lui comuni l'estrema sua fortuna ed i pericoli delle battaglie; ma fece passare a Firenze i più giovani figli, Ubertino e Marsiglio, i suoi figli naturali, quelli de' suoi fratelli e di suo figlio. Colà mandò pure tutti i giojelli di maggior valore ed ottanta mila fiorini in danaro[99]. Avendo in tal modo provveduto alla sorte di questa parte della sua famiglia, aspettò con tranquillità e con inalterabile costanza l'aggressione d'un nemico, che aveva forze assai maggiori delle sue.

[98] _And. Gataro, p. 914. — Jac. de Delayto, p. 1026._

[99] _And. Gataro, p. 915. — Jacob. de Delayto, p. 1037. — Cronica di Lucca di Ser Cambi, p. 849._

Il 25 maggio del 1405 Castelcaro fu contemporaneamente attaccato dalla flotta veneziana e dall'armata di terra. Dopo una vigorosa ma breve resistenza il Castello fu reso, onde, il territorio di Padova trovandosi aperto da ogni banda, Paolo Savelli condusse le sue truppe sotto la capitale, di cui intraprese l'assedio il 12 giugno[100].

[100] _And. Gataro, p. 916. — Jac. de Delayto, p. 1027._

Da un altro lato Jacopo del Verme e Francesco Gonzaga stringevano Verona. Que' cittadini non erano da verun affetto ereditario attaccati ai Carrara, e di mal animo soggiacevano ai sagrificj resi necessarj da una guerra cui essi non prendevano veruno interesse, e quando videro attaccate dal nemico le loro mura, risolsero di far cessare la resistenza di Giacomo da Carrara, ed occupata il 22 giugno la gran piazza, domandarono di trattare con Gabriello Emo, provveditore veneziano, che seguiva l'armata. Ottennero per altro un salvacondotto per Giacomo da Carrara, di cui rispettavano le virtù, un salvacondotto, affinchè potesse ritirarsi ove meglio credesse colla sua moglie e co' suoi effetti preziosi[101]. Venne accordata a Verona una vantaggiosa capitolazione, promettendo inoltre la signoria di conservarne ed accrescerne i privilegi. Il 23 giugno l'armata di Jacopo del Verme entrò in questa città e vi spiegò lo stendardo di san Marco[102]. Giacomo da Carrara, ritenuto alcun tempo prigioniero contro il tenore della convenzione, avendo tentato di fuggire, fu ripreso e mandato nelle prigioni di Venezia[103].

[101] _Andrea Gataro, p. 918. — Piero Minerbetti, c. 4, p. 525._

[102] _Marin Sanuto, p. 820. — Andrea Navagero, p. 1078._

[103] _Andrea Gataro, p. 920. — Piero Minerbetti, c. 6, p. 526. — Redusius de Quero, p. 816. — Jac. de Delayto, p. 1027._

L'armata che aveva presa Verona venne poco dopo ad unirsi a quella che assediava Padova. Il primo luglio Paolo Savelli stabilì il suo campo a Bassanello, ove fu mandato Carlo Zeno, come provveditore, dalla repubblica. Il Gonzaga e Jacopo del Verme vi giunsero dopo pochi giorni. Francesco da Carrara aveva divisa con suo figlio, Francesco Terzo, la difesa della sua patria; egli vegliava la notte con una metà de' cittadini, e Terzo coll'altra metà la custodiva di giorno[104].

[104] _Andrea Gataro, p. 921._