Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)
Part 5
[27] _Piero Minerbetti, 1403, c. 6, p. 472._
Frattanto Catarina, come talvolta accade alle donne, confondeva la violenza e l'impetuosità colla fermezza; credeva di agire come si conviene a uomo ed a principe, quando più s'allontanava dal carattere del suo sesso e dal proprio, e commetteva azioni barbare per ostentare una virile condotta. Dopo di avere ammessi nella reggenza i nuovi consiglieri datile dal popolo, li fece un giorno chiamare per deliberare seco nel castello di Milano[28], e fattili circondare dai suo satelliti, fece decapitare i due Porri e l'Aliprandi, indi esporre sulla pubblica piazza i loro sfigurati corpi. Antonio Visconti e gli altri arrestati con loro vennero chiusi in prigione[29].
[28] Il 7 gennajo 1404.
[29] _Piero Minerbetti, 1403, c. 28, p. 492. — Castello di Castello Chron. Bergom., t. XVI, p. 946. — Andrea Gataro Stor. Padov., p. 873. — Ser Cambi Cron. di Lucca, t. XVIII, p. 838._
Nè meno crudelmente aveva la duchessa trattate alcune città ammutinate. I cittadini d'Alessandria avevano prese le armi in ottobre, e scacciati dalla loro città i ministri dei Visconti: ordinò Catarina a Facino Cane, uno de' suoi generali, di punirli. La città fu presa ed abbandonata ad orribile sacco, dopo il quale Facino Cane[30] se ne fece signore, e più non depose la sovranità[31]. Non molto dopo i Guelfi di Como furono in una sollevazione cacciati dalla loro patria dai Ghibellini; implorarono la protezione della duchessa, la quale mandò a Como Pandolfo Malatesti, altro suo generale, cui andava debitrice de' soldi arretrati. Gli permise di pagarsi col saccheggio de' Ghibellini di Como, ma il Malatesti saccheggiò tutta la città, ed in appresso se ne appropriò il governo[32].
[30] Questo generale era oriondo di Castel sant'Evasio nel Monferrato. _Redusius de Quero Chron. Tarvis., p. 809._
[31] _Piero Minerbetti, c. 18, p. 487._
[32] _Iv., c. 23, p. 487._
Tutte le città ch'erano state assoggettate al dominio dei Visconti trovavansi in preda alla più violenta anarchia. In cadauna eravi qualche famiglia, che ne aveva in altri tempi avuta la signoria, o che almeno aveva primeggiato sugli altri col favore dello spirito di parte; queste famiglie sentivano assai più vivamente il desiderio di ricuperare l'antica loro autorità, che i popoli quello di riporsi in libertà: ogni piccolo stato sentiva meno il peso di un giogo dispotico, che l'avvilimento di vedersi ridotto alla condizione di città di provincia, e si lusingavano tutti di veder rinascere la loro prosperità passata, tornando ad essere capitali di una piccola sovranità; perciò favorirono le famiglie che cercarono di sottrarsi all'autorità dei Visconti per sostituirvi la propria. Cremona fu la prima a ribellarsi. Giovanni Ponzoni, i di cui antenati erano stati capi del partito ghibellino, trovavasi esiliato dalla sua patria, e vi rientrò il 30 maggio alla testa di un branco di gente armata, cacciandone Giovanni da Castione, commissario della duchessa, e rendendo la libertà a tutti i prigionieri. Trovavasi tra costoro Luigi Cavalcabò, antico capo dei Guelfi cremonesi. Quest'uomo ambizioso ed inquieto non fu appena fuori di prigione che cercò di risvegliare in Lombardia la parte guelfa; nome omai dimenticato sotto la lunga oppressione dei Visconti.
Più non trattavasi tra Guelfi e Ghibellini della contesa così lungamente agitata tra gl'imperatori ed i papi, come più non trattavasi, siccome in Toscana, dell'opposizione tra il partito della libertà e quello dell'assoluto potere; imperciocchè i Guelfi lombardi, non meno che i Ghibellini, avevano perduto ogni spirito d'indipendenza. Ma restavano tuttavia antichi odj da soddisfare, antiche vendette da fare; restava più che tutt'altro un'inquieta ambizione, ed il sempre rinascente desiderio di ricuperare un potere già da tanti anni perduto. Tutti i Guelfi nelle città, ne' castelli, ne' villaggi si posero in moto per rialzarzi dall'oppressione in cui gli avevano così lungo tempo tenuti i Visconti, trattarono coi Fiorentini, capi in Italia di tutta la parte guelfa, e formarono una lega generale, alla direzione della quale nominarono Ugolino Cavalcabò, marchese di Viadana, e Gabrino Fondolo, suo amico e suo luogotenente[33].
[33] _Lodov. Cavitellius Ann. Cremon. apud Graevium., t. III, p. 1396. — Campi Cremona Fedele, l. III, p. 107._
Nel mese di luglio Cavalcabò cacciò i Ghibellini fuor di Cremona, e cadde in sospetto d'avere fatto avvelenare Giovanni Ponzone suo rivale e suo liberatore, ma in un'adunanza del popolo fu nominato signore di Cremona[34]. Poco dopo persuase la città di Crema a scacciare coi Ghibellini gli ufficiali del duca di Milano ed a sottomettersi alla signoria dei Benzeni. A Brescia i Guelfi, sostenuti dagli abitanti di piè dell'Alpi, riportarono una compiuta vittoria; a Como per lo contrario i vittoriosi furono i Ghibellini. Franchino Rusca cacciò i Guelfi dalla città e dai villaggi posti in sul lago, ma si ribellò ai Visconti, le di cui truppe lo avevano servito nel condurre a fine questa rivoluzione[35]. Bergamo rimase in potere della famiglia ghibellina dei Suardi, dopo avere scacciati i Coleoni coi Guelfi. A Lodi Giovanni da Vignate, capo dei Guelfi, scacciò i Vestarini ed i Ghibellini. Gli Scotti a Piacenza ed i Landi a Bobbio ricuperarono l'antica loro autorità, mentre la famiglia ghibellina degli Anguisoli veniva esiliata dalle due città. E per tal modo dall'una all'altra estremità della Lombardia un universale fermento rinnovò gli antichi odj da tanto tempo sopiti. Un solo stato spezzavasi in venti separate sovranità, governate da piccoli tiranni; una guerra universale scoppiava ai confini di tutte le province; la guerra civile esauriva ogni comunità; e quel dominio che i Visconti avevano innalzato con tante fatiche, con tante pratiche, con tanti delitti, pareva spegnersi per sempre.
[34] _Jacobi de Delayto, Ann. Estens., t. XVIII, p. 990._
[35] _Bernard. Corio Ist. Mil., p. IV, p. 292._
I Fiorentini, volendo approfittare dell'abbassamento dei loro avversarj, avevano unite nel Bolognese le loro armate a quella del papa. Avevano invitato Francesco da Carrara ad unirsi a loro sotto le mura di Milano, e mentre questi occupava Brescia e ne cingeva d'assedio il castello, Alberico da Barbiano conduceva l'esercito della lega nello stato di Parma. Eravi in allora per comandante Otto Bon Terzo, uno de' migliori generali de' Visconti, parmigiano egli medesimo e di famiglia ghibellina, il quale da Giovanni Galeazzo era stato investito di tutti i beni che appartenevano ai Correggieschi, ed aveva nella sua patria la doppia autorità di comandante militare e di capo di parte[36]. Per assicurarsi la conservazione della città ne cacciò i Rossi con più di due mila Guelfi che si recarono al campo de' Fiorentini[37], e loro fecero aprire volontariamente le porte di molte terre murate. Alberico da Barbiano, dopo avere soggiogata una parte di questa provincia, apparecchiavasi a passare il Po per portarsi sopra Milano; ma Carlo Malatesti che comandava sotto i di lui ordini le truppe del papa lo trattenne inaspettatamente, dando pubblicità ad un trattato che andava maneggiando da lungo tempo.
[36] _Ann. Mediol., c. 164, p. 838._
[37] _Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 983._
Il Malatesti aveva sposata una sorella della duchessa Catarina, figlia di Barnabò Visconti. Finchè visse Giovanni Galeazzo questa parentela poteva essere pel signore di Rimini un altro motivo per odiare colui che aveva fatto perire suo suocero: ma morto il duca, il Malatesti non poteva vedere con fredda indifferenza i pericoli che moltiplicavansi intorno alla duchessa di Milano; tenne segrete conferenze con Francesco dei Gonzaga, comune cognato, il quale erasi conservato fedele a Catarina, e fu pure ammesso a tali conferenze Baldassare Cossa, legato del papa, senza che il Barbiano, il marchese d'Este, o Vanni Castellani, ambasciatore fiorentino, avessero sentore di queste pratiche; ed il 25 agosto del 1403, con estrema maraviglia degli alleati del papa, si pubblicò la pace tra i Visconti e la Chiesa, che raccolse tutto il frutto degli sforzi fatti dai popoli cui erasi associata, facendosi restituire Bologna, Perugia e tutte le città che Giovanni Galeazzo aveva tolte allo stato ecclesiastico, senza nulla domandare a vantaggio dei Fiorentini[38].
[38] _Piero Minerbetti, 1403, c. 7, p. 474; e c. 14, p. 479. — Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 580. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 901._
Il legato ricondusse immediatamente l'armata presso Bologna, e questa città, impaziente di ritornare sotto il governo della Chiesa, non aspettò che Facino Cane, che vi comandava, aprisse le porte. I cittadini presero le armi il 2 settembre, e scacciarono il generale, facendo subito entrare in città le truppe pontificie[39]. Nel seguente ottobre i Perugini, dopo avere avuta una lettera della duchessa di Milano, che loro rendeva la libertà[40]; aprirono egualmente le porte a Giannello Tommacelli, fratello del papa, e richiamarono i fuorusciti[41].
[39] _Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 581._
[40] _Pompeo Pellini Storia di Perugia, p. II, t. XI, p. 137._
[41] _Piero Minerbetti, 1403, c. 17, p. 483. — Sozomeni Pistor. Histor., t. XVI, p. 1178._
I Fiorentini spedirono a Roma ambasciatori per dissuadere il papa dal ratificare un trattato contrario a' suoi primi impegni[42]. L'oggetto dell'alleanza era di ricuperare le città della Chiesa, e di liberare quelle della Toscana. Niuna di queste ultime era per anco sottratta al giogo de' Visconti, ed il papa non ignorava che gli sforzi de' Fiorentini non tendevano che a rendere la libertà alla Toscana, onde non poteva senza taccia di mala fede abbandonarli, dopo aver egli raccolti i frutti dell'alleanza; tanto più che veruna disfatta non dava vero nè apparente motivo alla sua _defezione_[43]. Ma Bonifacio IX, dopo avere calmata con affettati indugi l'indignazione eccitata dalla sua condotta, ratificò, senza nulla cambiare, il trattato conchiuso dal legato[44].
[42] Jacopo Salviati che ci lasciò alcune memorie de' suoi tempi, era uno degli ambasciatori. _Delizie degli Eruditi Toscani, t. XVIII, p. 214._
[43] _Piero Minerbetti, c. 16, p. 481. — Poggio Bracciolini, l. IV, p. 293. — Scip. Ammirato l. XVII, p. 902._
[44] _Piero Minerbetti, c. 19, p. 484._
I Fiorentini abbandonati a sè medesimi non però rinunciarono ai progetti che avevano formati, e continuarono coraggiosamente la guerra. Spedirono due mila cavalli e mille cinquecento fanti ad Ugolino Cavalcabò, il nuovo signore di Cremona[45]. Presero al loro soldo Guido da Fogliano di Reggio, Pietro de' Rossi di Parma ed altri gentiluomini lombardi, ad ognuno dei quali pagarono mille fiorini d'oro al mese, per ajutarli a sostenere la guerra che questi signori facevano intorno ai loro castelli[46]. Ma sopra tutto sforzaronsi di tornare in libertà le due repubbliche toscane che avevano mostrato così accanito odio contro di loro, che avevano fatto loro tanto male, e che per farne loro ancora di più, eransi volontariamente date in mano a Giovanni Galeazzo.
[45] _Ivi, c. 22, p. 486._
[46] _Ivi, c. 30, p. 493._
Il primo tentativo dei Fiorentini per rendere la libertà a Siena non ottenne il desiderato effetto. Francesco Salimbeni e Cocco di Cione, dopo avere tentato coi loro discorsi di risvegliare nel popolo l'amore della patria, erano rimasti d'accordo di prendere le armi coi loro associati il 26 di novembre del 1403, d'attaccare il palazzo pubblico, e di scacciarne san Giorgio di Carreto, governatore della città. Ma i Salimbeni, i Malavolti ed il monte dei dodici erano entrati soli nella congiura, onde la gelosia degli altri ordini la fece mancare. Venne avvisato il governatore di ciò che contro di lui si tramava, e questi avendo tratto Francesco Salimbeni presso al palazzo, intrattenendosi con lui amichevolmente, colà lo fece uccidere dalle sue guardie[47]. I dodici che si armavano per difenderlo furono attaccati e rotti, e molti di loro presi e mandati al supplicio, o in esilio. Il monte dei dodici fu in allora dichiarato escluso da ogni partecipazione al governo, e questo decreto si mantenne in vigore per lo spazio di quasi ottant'anni[48].
[47] _Bernardino Corio Storie Milan., p. IV, p. 294. — Andreae Biglii Histor. Mediol., l. I, p. 14._
[48] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. X, p. 194. — Joh. Bandini de Bartholomeis Senensis suorum temporum hist., t. XX, Rer. It., p. I._
Per altro i Sienesi, che non avevano voluto ricevere la libertà per opera dei dodici o dei Salimbeni, non tardarono a procurarsela da sè medesimi. Alla fine di marzo del 1404 spedirono a Firenze ambasciatori a chiedere pace. Quando cominciò questa negoziazione, il governatore san Giorgio di Carreto, conoscendo di avere perduta in modo l'autorità sua, che non chiedevasi pure il di lui assenso per trattare coi nemici del suo principe, uscì di città spontaneamente, avanti di esserne scacciato. I magistrati ordinarono all'istante che si levasse la biscia dei Visconti da tutti i luoghi pubblici e dalle monete che faceva coniare la repubblica; ed in tal modo fu in Siena, senza rivoluzione, abolita l'autorità del duca di Milano[49].
[49] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. X, p. 195. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 906._
I Fiorentini accolsero lietamente gli ambasciatori Sienesi, restituirono alla loro repubblica tutte le terre che avevano occupate nel di lei territorio, riservandosi soltanto la giurisdizione di Montepulciano, ch'era stata la prima cagione della guerra. Vollero invece che gli esiliati di Siena fossero richiamati in patria, ammettendoli al godimento de' loro beni e diritti. Questo trattato di pace si pubblicò in mezzo al tripudio de' cittadini nelle due città il 4 aprile del 1404[50].
[50] _Piero Minerbetti, 1404, c. 1, p. 497. — Bandini Hist. Senensis, t. XX, p. 7. — Ser. Cambi Cron. di Lucca, t. XVIII, p. 846._
I Fiorentini lusingavansi di giugnere più facilmente a sottrarre i Pisani alla tirannide di Gabriele Maria Visconti. Questo nuovo signore, che non poteva nè proteggere i suoi sudditi, nè nuocere ai suoi nemici, andava non pertanto accrescendo le imposte per supplire alle spese della sua piccola corte, e per sostenere una guerra, cui il popolo non prendeva veruna parte[51]. Quando vide che le imposte ordinarie non bastavano, pretese d'avere scoperta una cospirazione de' Bergolini, e sotto questo colore fece morire un Agliate, un Bonconti ed altri rispettati cittadini, confiscando i loro beni.
[51] _Piero Minerbetti, 1403, c. 24, p. 487. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 903._
Per approfittare del malcontento del popolo, in gennajo del 1404, i Fiorentini mandarono sotto Pisa un grosso corpo di cavalleria, con alcuni ingegneri e poche compagnie d'infanteria. Erano stati avvisati che le mura della città erano mezzo ruinate in vicinanza di un'antica porta ch'era stata chiusa, e che potevano facilmente superarsi[52]. Ma giunti innanzi a Pisa trovarono una nuova fortificazione innalzata nel luogo ch'essi pensavano di attaccare, il nemico informato de' loro progetti, e le mura coperte di soldati e di macchine. Risolsero perciò di ritirarsi dopo avere guastate le campagne.
[52] _Piero Minerbetti, 1403, c. 26, p. 489. — Sozomeni Pistor. Hist., t. XVI, p. 1179._
Questo tentativo invece di nuocere a Gabriele Maria Visconti servì per lo contrario a consolidare il di lui potere, perchè lo determinò ad implorare la protezione di Boucicault, maresciallo di Francia, che in allora teneva il comando di Genova. Quest'illustre generale, che desiderava di vendicarsi sugl'infedeli della schiavitù sofferta tra le catene di Bajazet, cercava modo di trattare con Emmanuele II Paleologo per soccorrerlo nelle sue avversità; onde avea avidamente accettato il vicariato di Genova, di cui ne aveva prese le redini il 31 ottobre del 1401, perchè il popolo che possedeva Pera aveva più d'ogni altro mezzi ed interesse di difendere Costantinopoli[53]. Boucicault era entrato in tutti gl'interessi de' Genovesi e per conto loro si adombrava di tutti gli acquisti che potrebbero fare i Fiorentini; ed in particolare non voleva permettere che questo popolo di mercanti possedesse gl'importantissimi porti di Pisa e di Livorno. Accolse adunque con piacere le proposizioni del Visconti; si fece dare Livorno e le sue fortezze, richiese per conto della signoria di Pisa l'annuo tributo d'un cavallo e d'un falcone pellegrino, ed a tali condizioni avendo riconosciuto Gabriele Maria Visconti come feudatario del re di Francia, intimò ai Fiorentini di non arrecare ulteriore molestia a lui o al suo territorio, se non volevano provocare la collera di Carlo VI. Quando Boucicault vide che questa minaccia non bastava, fece arrestare tutti i negozianti fiorentini che si trovavano in Genova, e porre sequestro sulle loro mercanzie, e non li rilasciò che dopo avere forzata la signoria a segnare una tregua di quattro anni col Visconti, e colla comunità di Pisa[54].
[53] _Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1187._
[54] _Piero Minerbetti, 1403, c. 27, p. 490. — Cron. di Lucca di Gio. Ser Cambi, p. 845. — Sozomeni Pistor. Hist., p. 1180. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 904._
Ad eccezione di Pisa, la Toscana trovavasi liberata da ogni straniera influenza, ed i Fiorentini avevano ad ogni modo ottenuto lo scopo che si erano proposti nella presente guerra. Siena aveva ricuperata la sua libertà; Perugia e Bologna avevano cambiata la tirannide de' Visconti contro il paterno e più pacato dominio della Chiesa; Riccardo Cancellieri di Pistoja aveva fatte proposizioni di pace in settembre del 1403, e per ricuperare i suoi beni aveva ceduto alla repubblica il castello della Sambuca, che chiudeva uno de' più importanti passaggi degli Appennini[55]. Altro adunque a far non le rimaneva per soddisfare a' suoi desiderj, che di punire i signori feudatarj, che avevano abbandonati i Fiorentini per unirsi ai Visconti, onde i dieci della guerra gli attaccarono vigorosamente. Giacomo Salviati, che comandò questa spedizione, tolse agli Ubertini tutti i castelli che possedevano nella val d'Ambra, s'innoltrò dopo contro i conti Guidi ed i conti del Bagno, ed occupò tutte le fortezze che avevano questi gentiluomini ai confini della Romagna, e per ultimo ricondusse all'ubbidienza della repubblica tutta la nobiltà feudataria degli Appennini[56].
[55] _Sozomeni Pistor. Hist., p. 1179._
[56] _Jac. Salviati Mem., Deliz. degli Erud. Tosc., t. XVIII, p. 221. — Piero Minerbetti, 1404, c. 2 e 6, p. 495 e 501. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., t. IV, p. 295._
Al di là di queste montagne i Fiorentini non volevano nè fare acquisti, nè obbligarsi a lunghe alleanze per timore di trovarsi avviluppati in perpetue ostilità. Nondimeno mandarono soccorsi di danaro e di gente ad Ugolino Cavalcabò, signore di Cremona. Pietro de Rossi, uno de' loro alleati, erasi riconciliato in principio dell'anno con Otto Bon Terzo, che governava Parma piuttosto come tiranno che come luogotenente del duca di Milano; avevano convenuto di dividere la sovranità di questa città, ed Otto Bon Terzo aveva offerto di passare al soldo dei Fiorentini contro i Visconti; ma improvvisamente assalì i Guelfi di Pietro de' Rossi che con lui erano di guarnigione nella cittadella di Parma, e li disarmò; poi scagliandosi contro i pacifici borghesi ch'egli credeva affezionati al suo rivale, ne fece un orribile carnificina, e lasciò che fossero saccheggiate le loro case[57]. Pietro de Rossi, scacciato dalla sua patria, venne a Firenze per implorare i soccorsi della repubblica. I decemviri posero sotto i suoi ordini quasi mille cinquecento corazzieri e lo provvidero di danaro e di munizioni da guerra. Ma contuttociò essi più non agivano in Lombardia che come ausiliari degli antichi loro amici; senza venire a trattati di pace, più non maneggiavano la guerra col vigore di prima, e lasciavano che i Visconti lottassero contro le difficoltà in cui trovavansi avviluppati[58].
[57] _Jacob. de Delayto An. Estens., t. XVIII, p. 1001. — Piero Minerbetti, 1404, c. 11 e 12, p. 508. — Redusius de Quero Chron. Tarvis., t. XIX, p. 809._
[58] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. IV, p. 294._
Il popolo milanese, approfittando della debolezza del governo, s'andava agitando per ricuperare la libertà; ma l'ambizione de' grandi, o l'inquietudine de' cittadini non si appoggiavano a nobili desiderj; i primi non cercavano che a soppiantarsi con intrighi di corte, i secondi turbavano l'amministrazione con movimenti insignificanti senza verun progetto determinato, senza verun costante desiderio. Se i Milanesi avessero rimossa dalla sovranità la famiglia Visconti, resa veramente dai suoi delitti indegna di regnare, essi avrebbero riposta la loro repubblica alla testa della lega lombarda, e le avrebbero per lo meno ottenuto lo stesso rango che Firenze occupava in Toscana. Se per lo contrario avessero cercato di consolidare la sovranità innalzata dagli ultimi principi, dando una costituzione alla monarchia, ed assicurando la felicità del popolo sotto la circoscritta autorità d'un capo, la città loro sarebbe rimasta la capitale della Lombardia, e le venticinque città, che Giovanni Galeazzo aveva governate, sarebbero rientrate sotto la loro dipendenza; ma tutte le ribellioni di Milano venivano eccitate da persone faziose, non da virtuosi patriotti. Cercavano essi di strapparsi l'un l'altro di mano il potere, e non pensavano a riclamare o a far valere i loro diritti.
Dal canto suo la duchessa Catarina colla sua imprudente e crudele condotta andava perdendo ogni diritto all'affetto ed alla stima del popolo. La morte dei due Porri e dell'Aliprandi aveva in principio dell'anno eccitato in Milano un grandissimo fermento. Nel mese di aprile, il popolo trovò una mattina cinque cadaveri vestiti di nero e senza testa, che stavano esposti per ordine della duchessa avanti alla porta di sant'Ambrogio. Pensava Catarina che questa misteriosa esecuzione assicurerebbe il suo potere spaventando i faziosi. Ma tutt'all'opposto, sebbene i Milanesi non conoscessero i decapitati, si abbandonarono ai sentimenti di sdegno e di rabbia. Presero le armi ed obbligarono la duchessa a dare in mano ai borghesi le sue fortezze, dalle quali sloggiarono i soldati; il giovane duca Giovan Maria venne affidato a consiglieri ghibellini eletti dal popolo; la casa di Francesco Barbavara fu abbandonata al saccheggio; ed egli si ricoverò in Val Siccida posta sopra Novara, mentre la duchessa andò a chiudersi in Monza, sperando di rimanervi sicura sotto la protezione di Pandolfo Malatesti[59].
[59] _Andreae Biglii Hist. Mediol., l. II, p. 27, t. XIX. — Piero Minerbetti, 1404, c. 8, p. 503. — Sozomeni Pistor. Hist., t. XVI, p, 1181._
Ma quando il duca più non trovossi custodito dalla duchessa sua madre, i faziosi abusarono del suo nome per muovere guerra alla reggente. Vedevansi in ogni città il partito del duca e quello della duchessa azzuffarsi frequentemente[60]; l'ultima fu improvvisamente sorpresa a Monza da Francesco Visconti e gittata in prigione, ove, se può darsi fede alla pubblica voce, morì avvelenata il 16 ottobre del 1404[61]. Pandolfo Malatesti, che trovavasi presso di lei, fuggì a piedi e scalzo, com'egli era, alla volta di Trezzo, e di là passando immediatamente a Brescia, ottenne di avere in sua mano la città e le fortezze, e se ne fece proclamare signore[62].
[60] _Piero Minerbetti, 1404, c. 13, p. 509._
[61] _Ivi, c. 14, p. 510, e c. 25, p. 519. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. IV, p. 294. — Sozomeni Pistor., p. 1183._
[62] _Andreae Biglii Hist., l. II, p. 27._