Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)
Part 4
La guerra facevasi al popolo e non all'armata; tutto il corpo della nazione risguardavasi come nemico; i soldati consideravano tutte le proprietà dei popoli presso i quali guerreggiavano come una legittima preda; facevano prigionieri i proprietarj ed i contadini, e non li rilasciavano senza taglia. Perciò niuno poteva tenersi neutrale nella lite del suo paese, niuno serviva il nemico, niuno gli somministrava munizioni o vittovaglie, ma tutti ponevansi in su le difese, e cercavano di sottrarre le loro proprietà ai soldati, onde non fossero rapite. Coloro che non riuscivano a porre in sicuro i proprj effetti, andavano forse soggetti a più grandi perdite che ai nostri giorni; ma d'altra parte non potevasi stabilire un metodo regolare di angariare un paese; nè allora sapevasi togliere ai vinti senza violenza, non solo tutto quanto possedono, ma tutto ciò che devono avere un giorno, e far loro impegnare i loro beni futuri, nella speranza di salvare quelle proprietà, che poi vengono loro tolte.
A que' tempi non eravi quasi veruna casa sparsa ne' campi, abitando tutti gli agricoltori borghi o villaggi posti d'ordinario sopra qualche colle o eminenza suscettibile di difesa. Circondavansi questi villaggi di mura, e si munivano di robuste porte, ond'ebbero poi il nome di castelli. In ogni tempo le proprietà mobiliari più preziose de' contadini erano lasciate in questi castelli, e quando veniva dichiarata la guerra, il governo ordinava di trasportarvi tutte le messi che si erano lasciate in mezzo ai campi, e di chiudervi tutto il bestiame. Accordava quasi sempre l'esenzione delle gabelle a coloro i di cui castelli non credevansi capaci di lunga difesa, e che perciò trasportavano i loro effetti in città. Per tal modo la campagna restava affatto spogliata in pochi giorni, ed il nemico, che proponevasi di vivere col saccheggio, non trovava di che mantenersi.
Veruno stato avrebbe avuto abbastanza soldati per guarnire tutte le fortezze onde era coperto il suo territorio, perchè ogni bicocca era fortificata; ma, sebbene si fosse trascurato di alimentare il genio militare tra i popoli, i contadini erano sempre attissimi a difendere le piazze forti e le donne, i fanciulli, i vecchi concorrevano a respingere gli assalitori, gettando sopra di loro dall'alto delle mura pietre o materie infiammate. I difensori erano difficilmente colpiti dai dardi o da altre armi del nemico, ed il pericolo non cominciava per loro che nell'istante in cui cessava la resistenza; allora venivano saccheggiate le loro proprietà, violate le donne, e gli uomini tratti in ischiavitù.
Perciò tutta la popolazione d'un paese combatteva per la propria difesa; non potevasi occupare una vallata della lunghezza di sei miglia che dopo avere superati otto o dieci castelli con altrettanti diversi assedj. Così il piccolo territorio di Samminiato contava ventotto castelli dipendenti da questa borgata[8]; così lo stato fiorentino, nel quale oggi non trovasi una piazza capace di lunga resistenza, non avrebbe potuto essere conquistato che dopo tre in quattrocento assedj. Se il nemico non trovava viveri nel paese in cui guerreggiava, non poteva nè meno tirarne dal proprio, perchè tutto lo spazio che si lasciava addietro, non essendo sottomesso, i suol convogli erano ad ogni passo esposti ad essergli tolti.
[8] _Bonincontrii Miniatensis Annales, t. XXI, p. 70._
Noi siamo talmente accostumati a calcolare la potenza distruttiva del cannone, che non sappiamo concepire come si potesse non temere il nemico dietro una semplice muraglia, che il più delle volte serviva ancora di parete esterna alle case che le erano addossate. Per altro ancora presentemente queste fortificazioni, usate dai nostri antenati, potrebbero difendersi finchè l'artiglieria non vi avesse praticata una larga breccia, e le rapidissime operazioni delle armate verrebbero stranamente ritardate se fosse d'uopo piantare batterie innanzi ad ogni villaggio. Ma come ispirerebbesi ora mai ai contadini la coraggiosa ostinazione che opponevano negli andati tempi al nemico? Invincibile era in allora la loro resistenza, oggi l'istante della sommissione è preveduto e prossimo; la certezza d'essere vinti un giorno, li fa ubbidienti nell'ora medesima, e tutto il popolo è diventato neutrale nelle guerre, delle quali lascia ogni cura ai soldati.
L'artiglieria, all'epoca cui siamo giunti, era in uso già da un mezzo secolo, ma l'arte degli assedj non aveva ancora fatti che debolissimi progressi. Le bombarde e le spingarde venivano adoperate contro i combattenti, non contro le mura, e non erasi ancora trovata l'arte di battere regolarmente una fortezza in breccia, e di demolirla con una serie di colpi che non possono ripararsi. L'artiglieria di lunga mano superiore a tutte le invenzioni degli antichi per rovesciare i ripari, non lo è ugualmente per combattere gli uomini. Oggi ancora le battaglie si decidono spesso colla bajonetta, che per altro è molto inferiore alle picche o lance de' nostri antenati; le balle non facevano maggior guasto d'assai che le frecce, e spesso non passavano una pesante armatura. In allora per caricare le armi a fuoco dovevasi impiegare molto tempo, e riponevasi il loro principale vantaggio nello spaventare i cavalli coll'esplosione loro e colla fiamma. Non fu che dugent'anni dopo l'invenzione dell'artiglieria, ch'ebbe compimento la rivoluzione che doveva fare nell'arte della guerra.
Un'altra non meno strana rivoluzione si operò più prontamente. Alla metà del quattordicesimo secolo tutti i soldati che militavano in Italia erano stranieri; ed alla fine dello stesso secolo tutti o quasi tutti erano Italiani; l'esperimento che fecero delle forze loro contro i Tedeschi dell'imperatore Roberto, mostrò che non cedevano nè in valore, nè in talenti militari alle più bellicose nazioni.
I Catalani e gli Almogavari, introdotti in Sicilia ed in Calabria dal re Federico, erano stati i primi soldati stranieri che avessero fatto della guerra un mestiere. Dopo la pace di Sicilia una parte di queste truppe mercenarie passò in Grecia sotto il nome di grande compagnia; il rimanente si pose al soldo dei principi o delle repubbliche d'Italia, ed in principio del quattordicesimo secolo il nome di Catalani era comune ai mercenarj di tutte le nazioni.
Enrico VII, Lodovico di Baviera, Giovanni di Boemia e Carlo IV condussero molti Tedeschi in Italia. Quasi tutti, poco affezionati ai principi che gli avevano condotti, presero servigio presso i loro avversarj. Così i sovrani si confermarono nell'abitudine di confidare a braccia mercenarie la difesa de' loro stati. Pure fu nella stessa epoca ed in mezzo al quattordicesimo secolo, che le formidabili compagnie di ventura del duca Guarnieri, del conte Lando, d'Anichino Bongartm, fecero conoscere agl'Italiani tutto quanto dovevano temere da queste terribili bande. Somiglianti truppe, formate nelle guerre di Francia e d'Inghilterra, passarono pure in Italia nella seconda metà del quattordicesimo secolo. Fra Moriale, i capi della compagnia Bianca e della compagnia della Rosa, Giovanni Acuto ed il cardinale di Ginevra discesero consecutivamente dalle Alpi alla testa di soldati francesi, inglesi, provenzali, guasconi e bretoni. Finalmente Lodovico d'Ungheria in tempo del suo glorioso regno aprì a' suoi sudditi la strada dell'Italia, e tutta la cavalleria leggiera delle armate italiane più non fu composta che di soli Ungheri.
I governi trovavansi in ogni tempo apparecchiati alla guerra, senza aver avuto bisogno d'inreggimentare da prima, o d'istruire le loro truppe: in pochi giorni potevano ristaurare col danaro un esercito nel momento in cui un altro era disfatto; potevano in fine far cessare ogni spesa militare nel giorno medesimo in cui soscrivevano la pace. E per tal modo l'indisciplina delle truppe mercenarie, le loro perfidie, le loro pretese, quando si formavano in compagnie di ventura, non poterono per lungo tempo persuadere gli stati d'Italia a rinunciare al loro servigio. Altronde nè i principi, nè le repubbliche si erano ancora arrogato il diritto d'ordinare forzati arrolamenti; i cittadini non erano obbligati a servire lo stato che in tempo di pressante bisogno; le milizie non erano pagate, e non erano giammai obbligate ad allontanarsi per lungo tempo dai loro affari domestici, dai loro focolari. Non avevasi avuto il tempo di esercitarle, e qualunque volta si ponevano a fronte a truppe disciplinate, provavano tali rovesci, che più non osavasi riporre in loro alcuna fiducia.
Per altro quando il nemico penetrava nel territorio d'una città, facevasi ancora talvolta prendere le armi all'intera nazione; ognuno doveva porsi sotto il comando de' suoi ufficiali di quartiere, ed il podestà aveva il supremo comando della milizia. Dava ordine a tutti i cittadini, sotto pena d'ammenda o di corporale castigo, di uscire dalla città per passare al campo intanto che la maggior campana martellava, ed avanti che una candela accesa sotto le porte avesse terminato di bruciare. Il timore del castigo faceva in fatti marciare tutti i cittadini, ma non dava perciò loro l'attitudine di maneggiare le armi, nè il coraggio di battersi. Nella stessa epoca coloro che facevano il mestiere del soldato erano sempre in guerra: nell'istante che un principe li licenziava per avere fatta la pace, gli assoldava un altro per cominciare nuove guerre. In verun tempo la diversità tra le milizie e le truppe di linea era stata così grande, imperciocchè i primi non sapevano cosa fosse la guerra, gli altri non avevano mai vissuto in pace.
Questa diversità inspirava un'alta opinione per un mestiere che poche persone credevansi in istato d'esercitare; la paga di qualunque operajo nelle più lucrose professioni non uguagliava quella del soldato[9]; e questi riceveva ancora frequentemente straordinarie ricompense; si chiudevano gli occhi sulle sue ruberie, e gli si usava indulgenza per ogni eccesso.
[9] Pagavansi ad ogni lancia dai tredici ai sedici fiorini al mese, ciò che ammonta, peso per peso, a circa sessanta franchi per uomo, ed avuto riguardo alla rarità del numerario che valeva quattro volte più che adesso, circa dieci luigi al mese. Vero è che spettavano ai cavalieri il cavallo e le armi. _Cron. di Jacopo Salviati, t. XVIII, Deliz. degli Erud., p. 201. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 807, t. XXII._
La guerra è una passione così naturale all'uomo, che non abbisognano tante ricompense per affezionare i soldati al loro mestiere. Si vedono oggi accontentarsi della paga assai minore di quella dell'ultimo operajo, e non pertanto assoggettarsi a fatiche assai maggiori. Rispetto al pericoli cui devono esporsi, lungi dal pensare a farseli pagare, vi trovano in qualche modo la loro ricompensa; imperciocchè la battaglia, siccome la caccia, ha i suoi piaceri, ed il godimento della vittoria è tanto più vivo quanto il pericolo è stato più grande. Ma questo gusto della guerra non è facilmente creduto dalle persone pacifiche, per essere una conseguenza di emozioni che non conoscono e che non hanno prevedute. Per persuadere gl'Italiani a rientrare nella professione delle armi da loro abbandonata, rendevasi necessario un allettamento più generalmente sentito. L'amore del danaro, il desiderio di menare una vita licenziosa che in allora permettevasi alle truppe, fecero impressione sulla comune degli uomini, e gli spiriti ardenti ed inquieti portarono più in là la loro ambizione e le speranze. Il più grande potere, la più smisurata ricchezza, la sovranità medesima poteva acquistarsi da un soldato di fortuna. Tra i condottieri tedeschi, francesi ed inglesi ch'eransi veduti in Italia giugnere ai primi gradi, molti erano usciti dalle più povere classi della società. Gl'Italiani fecero ancora più sorprendenti fortune quando si posero in su la stessa carriera.
Molti principi di questa nazione si erano innalzati circa la metà del quattordicesimo secolo alla riputazione di buoni capitani, ma le armate ch'essi comandavano erano composte soltanto di stranieri. Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, i Malatesti di Rimini, Ridolfo di Varano, signore di Camerino, e molti altri vennero successivamente chiamati in qualità di generali dalla repubblica fiorentina, dal papa e da altri sovrani. Ambrogio Visconti, figliuolo naturale di Barnabò, formò pure una compagnia di ventura, colla quale corse più volte l'Italia per guastarla. Ma non è per altro a costoro che spetti la gloria d'avere rinnovata la milizia italiana. Essi combattevano con un'armata straniera in mezzo alla loro patria. Alberico conte di Barbiano, che successe a costoro, formò il primo un'armata nazionale, che servì di scuola a tutti i capitani italiani.
Alberico da Barbiano era signore di alcuni castelli nelle vicinanze di Bologna; cominciò nel 1377 a farsi conoscere in un modo che fece più onore a' suoi talenti militari che alla sua umanità. Nell'attacco di Cesena aveva sotto i suoi ordini duecento lance, e molto contribuì alla presa di questa città[10]; ma ebbe altresì parte all'orrendo massacro comandato dal cardinale di Ginevra ed eseguito dai Bretoni. Non molto dopo levò un corpo, tutto formato d'Italiani, che intitolò la compagnia di san Giorgio. In tempo dello scisma servì con questa Urbano VI, mentre i Bretoni erano sotto gli ordini di Clemente VII. Il 28 aprile del 1379 osò di attaccarli innanzi a Marino, ed i suoi avventurieri italiani, che fin allora avevano militato divisi in corpi stranieri, ebbero la gloria di vincere la più temuta truppa dell'Europa.
[10] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 510._
La riputazione del Barbiano andò sempre crescendo dopo questa vittoria. La compagnia di san Giorgio venne risguardata come la gran scuola dell'arte militare in Italia; i fratelli ed i parenti d'Alberico vi entrarono prima degli altri; tutti coloro che dovevano in appresso illustrare il proprio nome nella carriera militare, si associarono a Barbiano. Ugolotto Biancardo, Jacopo del Verme, Facino Cane, Otto Bon Terzo, Broglio, Braccio da Montone, Biordo e Ceccolino dei Michelotti si formarono sotto di lui. Sforza attendendolo, mentre stava lavorando la terra presso al suo villaggio di Cotignola, fu da alcuni soldati invitato ad entrare nello stesso servigio. Gettò la sua zappa sopra una quercia dichiarando che s'ella ricadeva rimarrebbe contadino, e se restava appesa all'albero, risguarderebbe tale presagio come quello di futura grandezza: la zappa non ricadde e Sforza si fece soldato; e suo nipote, duca di Milano, diceva a Paolo Giovio: «tutte queste grandezze di cui tu mi vedi circondato, questi soldati e tante ricchezze, le devo ai rami d'una quercia, che sostennero la zappa di mio avo[11].»
[11] _Paul. Jov. Elog., l. III, c. 2, e nella prefaz. Murat., t. XIX, p. 624._
La maniera con cui arrolavansi le truppe, per lancia rotta, dava ad un molto maggior numero di soldati i mezzi di farsi conoscere. Un gentiluomo si affezionava alcuni de' suoi vassalli, un abile avventuriere si associava alcuni compagni di servigio, e queste piccole compagnie erano indissolubili: anzi andavano sempre ingrossando, e quando il capitano disponeva di venti lance, ossia di sessanta uomini di cavalleria, cominciava a trattare separatamente e con indipendenza coi sovrani che volevano prenderlo al loro servigio.
Le continue guerre del regno di Napoli, sempre lacerato, dopo la morte di Giovanna, dalle fazioni d'Angiò e di Durazzo e dalle rivalità de' signori feudatarj, offrivano impiego a tutti i capitani. Alberico da Barbiano vi militò con distinzione sotto Carlo III, e nel 1384 ottenne da questo monarca il titolo di gran contestabile del regno, che conservò finchè visse[12]. Per altro non si attaccò esclusivamente al servigio dei reali di Napoli; più frequentemente guerreggiò in Lombardia; ottenne la confidenza di Giovanni Galeazzo, e divise quasi sempre con Jacopo del Verme di Verona, capitano a lui non secondo, il comando delle armate ducali.
[12] _Giornal. Napol., t. XXI, p. 1051._
Giovanni Galeazzo, che mai non comandava le sue armate, che non esponeva la sua persona ad alcun pericolo, e che nell'interno del suo palazzo viveva con sospetto e con diffidenza, aveva saputo accordare a questi generali quel grado di confidenza di cui erano degni. Questo principe aggiugneva ai vizj che lo resero odioso, alcune qualità che hanno l'apparenza della grandezza. Amava e proteggeva le lettere, aveva gusto per le arti, ed innalzò gloriosi monumenti della sua magnificenza; ma sopra tutto sapeva distinguere il merito che poteva essergli più utile. Penetrava con infallibile perspicacia il talento politico e militare, avanzava senza gelosia gli uomini distinti, e loro accordava in appresso una inalterabile confidenza; perciò ebbe sempre ne' suoi consigli ed alla testa delle armate i più destri negoziatori, i migliori generali d'Italia.
Giovanni Galeazzo credette, morendo, di potere mostrare ancora la medesima confidenza ad uomini, che aveva lungo tempo lasciati depositarj di tutte le sue forze, e li nominò custodi de' suoi stati e de' figliuoli che lasciava in tenera età. Ma i capitani, che meglio lo avevano servito, fecero ben presto vedere, che fin ch'egli visse gli si erano conservati fedeli per timore, non per amore.
Il testamento di Giovanni Galeazzo divise i suoi stati tra i figli. A Giovanni Maria, il primogenito, che non aveva che tredici anni, diede il ducato di Milano dal Ticino fino al Mincio[13]; ed al secondo, Filippo Maria, che dichiarò conte di Pavia, assegnò le città poste a ponente del Ticino, o al levante del Mincio[14]. Aveva pure un bastardo, detto Gabriele Maria, cui lasciò le signorie di Crema e di Pisa[15].
[13] Le città di Cremona, Como, Lodi, Piacenza, Parma, Reggio, Bergamo e Brescia. — Ebbe pure le città di Bologna, Siena e Perugia.
[14] Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno e Bassano.
[15] _And. Bilii Hist. rer. Mediol., l. I, p. 12, Scrip. Rer. Ital., t. XIX. — Bern. Corio Hist. Milan., p. IV, p. 286._
Questi principi, troppo giovani per governare da sè stessi, furono dal padre lasciati sotto la tutela d'un consiglio di diecisette personaggi, de' quali doveva essere capo Francesco Barbavara di Novara, già cameriere di Giovan Galeazzo. La duchessa madre, Catarina, figlia di Barnabò Visconti, doveva avere la presidenza del governo. Jacopo del Verme, Alberico da Barbiano, Antonio, conte d'Urbino, Pandolfo Malatesta, Francesco dei Gonzaga e Paolo Savelli erano membri del consiglio di reggenza. E per tal modo tutti i migliori generali d'Italia trovavansi al soldo dei giovanetti principi, e tutti i vicini stati erano in pace con loro, tranne i Fiorentini e Francesco da Carrara.
Ma nel 1402, i Fiorentini che non avevano potuto trovare verun alleato, quando la salute e la libertà dell'Italia dipendevano dalla loro resistenza, formarono facilmente una potente lega per attaccare e spogliare gli eredi di Giovan Galeazzo. Si volsero prima che ad ogni altro, al papa Bonifacio IX, che aveva giusti motivi di malcontento contro il duca di Milano. Le città di Perugia, di Bologna e di Assisi erano state sottratte al suo alto dominio; il Visconti aveva persuasi molti feudatarj della santa sede a fargli la guerra; e di concerto coi Colonna, cercava perfino di togliergli la sovranità di Roma[16]. Non pertanto finchè Giovan Galeazzo visse, Bonifacio non osò farne lagnanza, nè porsi in istato di difesa. La prima notizia dell'infermità del duca rese il papa coraggioso, e gli fece rinnovare un trattato coi Fiorentini, poi, quando ebbe certezza della sua morte, soscrisse un trattato di alleanza colla repubblica, in forza del quale prometteva di aggiugnere cinque mila cavalli ai sei mila che darebbero i Fiorentini, onde muover guerra agli eredi Visconti, e ritoglier loro tutti gli stati ingiustamente occupati dal loro genitore[17].
[16] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. IV, p. 291._
[17] _Piero Minerbetti, 1402, c. 15, p. 465. — Scipione Ammirato, l. XVII, p. 894._
Era appena soscritto il trattato, quando Giannello Tommacelli, fratello del papa, s'avanzò contro Perugia con mille cinquecento lance, onde sostenere gli emigrati che volevano rientrare nella loro patria: di già gli si erano arresi quattordici castelli, e la città chiedeva di capitolare, quando Otto Bon Terzo si avanzò per liberarla, e costrinse alla ritirata il fratello del papa, che mancava egualmente di coraggio e di cognizioni militari[18]. Dal canto loro i Fiorentini guastarono alcune parti dei territorj di Siena e di Pisa, ma non impedirono a Gabriele Maria Visconti di recarsi in quest'ultima città con Agnese Mentegatti, sua madre, per prendere possesso della signoria che gli era stata data da Giovanni Galeazzo, e difenderla dai nemici[19].
[18] _Piero Minerbetti, c. 17, p. 467. — Pompeo Pellini Istoria di Perugia, p. II, l. XI, p. 132._
[19] _Marangoni Croniche di Pisa, p. 825._
In gennajo del 1403 i Fiorentini rinnovarono i decemviri della guerra, onde spingere le operazioni ostili con maggior vigore. Malgrado la loro democratica gelosia non solo affidavano questa carica per un anno, ma d'anno in anno riconfermavano nell'impiego que' decemviri che ben meritavano della patria[20]. Questi magistrati, formando un nuovo esercito, riuscirono ad avere al loro soldo alcuni di que' capitani, i quali essendo stati da Giovanni Galeazzo nominati nel consiglio di Reggenza, sembravano interamente addetti al duca di Milano. Ma di già una segreta gelosia divideva questo consiglio, ed i generali erano ansiosi di portare le armi contro coloro che avevano lungo tempo serviti. Alberico da Barbiano accettò il comando dell'esercito fiorentino, ed il marchese d'Este, Malatesti di Rimini e Pietro da Polenta, signore di Ravenna, presero servigio sotto le sue insegne ed abbandonarono i Visconti[21].
[20] _Piero Minerbetti 1402, c. 10, p. 469. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 896._
[21] _Piero Minerbetti 1403, c. 1, p. 470. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 578._
Carlo Malatesti di Rimini e Paolo Orsini comandavano le truppe del papa, e Baldassare di sant'Eustachio, che fu poi Giovanni XXIII, dirigeva le loro operazioni come legato di Romagna[22]. Quest'esercito si adunò lentamente in giugno e luglio, attaccò Bologna, difesa da Facino Cane e da Galeazzo Porro, e costrinse Lodovico degli Alidosi, signore d'Imola, a lasciare l'alleanza dei Visconti[23].
[22] _Poggio Bracciolini, l. IV, p. 292._
[23] _Piero Minerbetti, c. 13, p. 478. — Bern. Corio Ist. Milan., p. IV, p. 291. — Jacobi de Delayto An. Esten., t. XVIII, p. 982._
Francesco Barbavara, che Giovanni Galeazzo aveva nel suo testamento nominato presidente del consiglio di reggenza, aveva cominciata la sua carriera come cameriere del duca, onde i signori, che facevano parte del consiglio, non sapevano perdonargli la bassezza de' suoi natali, nè riconoscerlo per loro superiore[24]. Quanto più lo vedevano onorato della confidenza della duchessa, maggiormente si disgustavano del governo, e nell'istante che avrebbero dovuto provvedere gagliardamente contro gli attacchi de' Fiorentini, del papa e di Francesco da Carrara, non pensavano che ai mezzi di nuocere al Barbavara, che credevano l'amante di Catarina[25]. Due Visconti, lontani parenti dell'estinto duca, si posero alla testa dei malcontenti, ed accusarono il Barbavara e la duchessa di favorire i Guelfi[26]. Essi persuasero i due Porri, Antonio e Galeazzo, e Galeazzo Aliprandi, gentiluomini milanesi e ghibellini, ai quali Giovanni Galeazzo avea mostrata molta confidenza, ad unirsi con loro per sollevare il popolo. Tutta la città risuonò di grida sediziose del popolaccio che domandava la morte del Barbavara, e molti de' suoi amici furono uccisi[27]. La duchessa spaventata si chiuse con lui nel castello, e gli ammutinati nominarono senza la partecipazione di lei un nuovo consiglio di reggenza.
[24] _Andrea Biglia Histor. Mediol. l. I, p. 12._
[25] _Redusius de Quero Chron. Tarvisinum, t. XIX, p. 809._
[26] _Bernard. Corio Ist. Milan., p. IV, p. 297._