Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)
Part 3
Mastino vendicossi de' Fiorentini quando offrì loro di vender Lucca. La guerra che dovettero sostenere contro i Pisani pel possedimento di questa città, la disfatta delle loro truppe, e la perdita di Lucca quando ne avevano di già pagato il prezzo, furono i minori disastri di questa guerra, la quale precipitò i Fiorentini sotto la tirannide del duca d'Atene. Altra volta avevano essi dato un capo, o protettore alla loro repubblica, col titolo di signore; ma questa fu la prima volta che si assoggettarono ad un padrone. Per altro non gli rimasero lungo tempo soggetti: una tirannide di undici mesi bastò a stancare la pazienza del popolo ed a riunire tutti gli ordini dello stato contro il tiranno, che venne rovesciato quando fu unanime il voto della nazione.
Indebolita dal governo del duca, sotto il quale perdette tutte le sue conquiste, dalla carestia, in tempo della quale diede così luminose prove di generosità, e più ancora dalla terribil peste del 1348, pure la repubblica fu la prima che potesse frenare l'ambizione dell'arcivescovo di Milano. Tutte le forze di questo signore vennero nel 1351 a coprirsi di vergogna innanzi a Scarperia.
Negli anni successivi Firenze conchiuse coll'imperatore Carlo IV un trattato non meno onorevole che vantaggioso. Sola di tutti gli stati d'Italia ebbe il coraggio di ricusare ogni accomodamento colla grande compagnia de' soldati avventurieri, e due volte li costrinse ad uscire dal suo territorio. Senza porti e senza marina protesse la libertà dei mari e fece rispettare la bandiera adottata dai suoi mercanti; finalmente in mezzo agli orrori della peste sostenne contro Pisa una gloriosa guerra, che terminò dettando essa le condizioni di una giusta ed onorevole pace.
Un'odiosa intrapresa dei legati della santa sede contro Firenze gettò questa repubblica nel partito opposto alle sue antiche alleanze. Doveva gastigare i luogotenenti del papa di un atto della più nera ingratitudine, della più rivoltante perfidia; e lo fece con una grandezza di lei degna, abbracciando la causa di tutti i popoli che gli stessi uomini avevano traditi od oppressi. Proclamò la libertà delle città vassalle della Chiesa, ed in pochi mesi rovesciò la potenza di coloro che l'avevano offesa, e restituì a trenta popolazioni quella medesima libertà di cui essa godeva.
Appena ultimata questa guerra, una congiura pose per alcun tempo il governo in mano del popolaccio, e sospese per tutto quel tempo il suo vigore e la sua energia; ma in breve si rialzò da questo assopimento, e fu il solo in Italia che avesse il coraggio e la forza d'entrare in guerra contro Giovanni Galeazzo Visconti, e di porre con un'ostinata resistenza insormontabili confini alla sua ambizione.
In un secolo abbondante di rivoluzioni, in un secolo in cui l'ambizione, scatenata in tutti gli altri stati, adoperava senza scrupolo gli artificj della viltà e della frode per ingrandirsi, tale fu la condotta sempre aperta, sempre giusta, sempre coraggiosa, e nel tempo medesimo sempre savia di una prudente repubblica, in cui la prima magistratura non durava che due mesi ed ove un migliajo di cittadini disaminavano sempre i pubblici affari. La gloria nazionale è veramente la proprietà d'un popolo, quando è, come a Firenze, il frutto delle virtù di tutti piuttosto che la ricompensa dell'abilità del governo, e questa nazione può di pieno diritto andar superba della sua condotta, allorchè mutando continuamente capi, pure conservasi sempre ferma ed irremovibile in una sempre gloriosa carriera.
La repubblica di Firenze trovò una fedele alleata in quella di Bologna, per tutto il tempo che questa si mantenne indipendente; ma i Bolognesi erano meno attaccati che i Fiorentini alla loro libertà, o furono meno fortunati nel difenderla. Erano indeboliti da più violenti fazioni, ed i loro capi manifestavano mire più personali nell'uso della vittoria, e una più implacabile vendetta verso i vinti.
I vantaggi ottenuti dai Ghibellini sui Guelfi, quando i primi erano diretti da Castruccio e da Azzone Visconti, persuasero l'anno 1327 i Bolognesi a porsi sotto la protezione di Bertrando del Pogetto, legato del papa, siccome i Fiorentini avevano implorata quella del duca di Calabria. Ma la tirannide del legato durò sette anni, ed ebbe tutto il tempo d'introdurre la corruzione in tutte le parti della repubblica. Invano i Fiorentini ajutarono Bologna a scuotere il giogo, che non ottennero di renderle quello spirito fiero ed indipendente che l'avrebbe conservata libera.
Questa repubblica, snervata da uno straniero padrone, più non ebbe mezzi di difendersi contro l'ambizione di uno de' suoi cittadini, reso pericoloso dalle sue immense ricchezze. Nel 1337 si pose sotto la sovranità di Taddeo de' Pepoli, ed i suoi figliuoli la vendettero l'anno 1350 all'arcivescovo di Milano. Un tiranno più crudele, Giovanni Visconti d'Oleggio, gli successe nel 1355. I Fiorentini tentarono inutilmente, in varie circostanze di liberare i loro fratelli, ma i Bolognesi non ebbero bastante coraggio per assecondarli; essi altro non ambivano che di passare sotto il dominio della Chiesa, e vi tornarono in fatti, ma dopo avere perduta la loro popolazione, le ricchezze loro, e ciò che più non potevano riacquistare, l'antico loro carattere. Furono essi gli ultimi ad unirsi a' Fiorentini in tempo della generale rivoluzione degli stati della Chiesa, ed i primi a firmare una pace parziale colla medesima. In appresso lo scisma rese loro quella libertà che per sè soli non erano capaci di riavere; rientrarono in allora nell'alleanza de' Fiorentini, e li secondarono contro Giovanni Galeazzo, ma verso la fine del secolo soggiacquero un'altra volta agl'intrighi ed all'ambizione di un loro concittadino; e la tirannide di Giovanni Bentivoglio aprì la via al duca di Milano per occupare di nuovo la loro città.
Nel precedente secolo, Lucca era stata la costante alleata di Firenze; ma nel quattordicesimo questa città addetta ad una fazione nemica, pagò pochi anni di gloria con una lunga infelicità. Fino al 1314 i Lucchesi eransi conservati fedeli al partito guelfo ed agli antichi loro alleati. Castruccio, richiamato quest'anno da' suoi concittadini, aprì le porte della sua patria ad Uguccione, capo dei Ghibellini, al quale dopo due anni successe egli medesimo. Innalzato al supremo potere dalla confidenza meritata dal suo partito, creò la gloria delle armi lucchesi, che poi si spense alla di lui morte. Egli estese le sue conquiste al di là di Sarzana, nella riviera del Levante; sottomise Pistoja, Volterra e Pisa, e corse tutto il territorio fiorentino, ove niuno ardì resistergli. Lodovico di Baviera, che in lui riconosceva il più valoroso campione dell'impero, lo creò senatore di Roma, e volle, quando fu coronato imperatore, che Castruccio gli cingesse la spada imperiale. Per ricompensarlo eresse i suoi stati in ducato, distinzione che gl'imperatori non avevano ancora accordata ad alcun altro: ma tanta grandezza, tanta gloria svanirono all'istante alla morte di Castruccio. I suoi figliuoli furono spogliati della paterna eredità e mandati in esilio, tutte le città da lui soggiogate vennero in potere de' suoi nemici, e la stessa Lucca, venduta e rivenduta dai Tedeschi, rimase successivamente soggetta a Gherardino Spinola, a Giovanni di Boemia, a Mastino della Scala, ai Fiorentini ed ai Pisani. Dopo cinquantacinque anni di servitù, nel 1369, i Lucchesi riacquistarono finalmente la libertà dall'imperatore Carlo IV. Negli ultimi trent'anni del secolo cercarono di rimediare in silenzio ai mali che avevano sofferti. Troppo deboli e troppo poveri per figurare nella lega guelfa, cui si erano di nuovo attaccati, non richiamarono la nostra attenzione, che quando, soccombendo alla peste che desolava la loro città, ebbero la sventura, l'ultimo anno del secolo, di essere ridotti in servitù da un usurpatore senza talenti.
Siena che nel XIII secolo era stata la rivale di Firenze, che aveva offerto un asilo agli emigrati ghibellini, e gli aveva in seguito ristabiliti trionfanti nella loro patria, Siena fu nel quattordicesimo secolo quasi costantemente fedele alla fazione guelfa e quasi sempre alleata de' Fiorentini. Ma i Sienesi in tutto questo periodo di tempo ebbero pochissima influenza sugli altri paesi d'Italia, e se talvolta richiamarono la nostra attenzione, non fu che per le passioni politiche onde furono agitati, e che vestirono nella loro città un particolare carattere. Ogni partito sembrava che avesse in Siena una più pronunciata tendenza verso l'oligarchia, ed una più ingiusta gelosia contro tutti gli altri ordini de' cittadini. L'oligarchia mercantile, che fu la prima ad avere le redini del governo dal 1283 al 1355, inspirò forse questo carattere alla nazione colle cure che si prese per escludere il popolo da ogni potere. L'ordine dei nove fu trattato ingiustamente dopo la sua espulsione, perch'egli stesso aveva ingiustamente trattati tutti gli altri ordini. I dodici, che subentrarono nel luogo dei nove, i riformatori e l'ordine del popolo, che altro più non erano che una fazione, vollero tutti governare soli. Frattanto la repubblica era diventata il patrimonio delle ultime classi della società; i vizj del popolaccio, il suo inconsiderato impeto, la sua credulità, la sua indifferenza per le leggi dell'onore, si comunicarono al governo, il quale si staccò per i suoi falli medesimi da tutti i suoi alleati naturali, e, confidando piuttosto in un tiranno che in un popolo libero, cadde in sul finire del secolo ne' lacci che gli aveva tesi il duca di Milano.
La libertà di Perugia soggiacque nella stessa epoca agli stessi artificj, e nel modo medesimo che quella di Siena. Avanti la metà del quattordicesimo secolo, questa città erasi sordamente fatta ricca in seno della libertà. La sua alleanza con Firenze le fece alcun tempo occupare un distinto rango tra le città guelfe d'Italia, che si univano per difendere la libertà. Ma una certa ferocia che i Perugini manifestarono nelle loro fazioni, esaurì ben presto con torrenti di sangue le forze della repubblica. Un nuovo Catilina cospirò non contro la libertà, ma contro l'esistenza della sua patria. Dopo di lui, altri faziosi cercarono nelle guerre civili piuttosto la vendetta che il potere. I Perugini vennero violentemente staccati dall'alleanza dei Fiorentini, e subito dopo oppressi e snervati dalla stanchezza del loro furore si assoggettarono volontariamente a Giovanni Galeazzo.
Tutte queste repubbliche toscane avevano abbracciata la parte guelfa, e da questa riconobbero lungo tempo il mantenimento della loro libertà. Ma il 14.º secolo fu testimonio del lungo decadimento di un'altra repubblica addetta alla parte ghibellina fino da' più remoti tempi, e che prima d'ogni altra aveva additata ai Toscani la libertà e la gloria. La repubblica di Pisa non aveva mai cambiato partito; i capi delle sue diverse fazioni lo seguivano con più o minore accanimento; ma il popolo mantenevasi costantemente fedele agli stessi principj. Questa costanza doveva conservare tra Pisa e Firenze una costante opposizione, e l'odio di questi due popoli, ch'ebbe tanta parte nel destino de' Pisani e fu cagione della sua ruina ne' primi anni del quindicesimo secolo, non è affatto spento ancora nell'età presente.
La grande disfatta della Meloria, e le leggi dettate dai Genovesi ai Pisani, avevano allontanati gli ultimi dal mare verso il fine del tredicesimo secolo. Colla distruzione della marina guerriera, il commercio aveva perduta la sua attività, le lontane colonie erano state abbandonate, e le coste marittime, altre volte popolate di marinaj, rimasero deserte quando più non furono difese dalle galere della repubblica. Ma i Pisani si erano volti a cercare un'altra gloria, che tenesse luogo di quella delle conquiste d'oltremare. Sforzaronsi di compensare cogli acquisti di terra ferma le perdite che avevano sofferte in altre parti, ed il loro valore che si sostenne luminosamente quando gli altri popoli d'Italia avevano quasi abbandonato l'uso delle armi, giustificò i loro titoli a questa novella gloria.
Pisa era dunque la più militare repubblica della Toscana; onde, più che alcun'altra, ebbe bisogno di affidare le forze dello stato ad un solo uomo. Il suo governo ebbe quasi sempre un capo che d'ordinario era un grande capitano. Ma se l'ambizione di questi tendeva ad occupare il supremo potere, i suoi desiderj non ebbero mai pieno soddisfacimento, perchè la nazione, tenendo sempre aperti gli occhi sopra di lui e sopra i proprj diritti, si abbandonò assai meno alle fazioni in presenza del supremo magistrato che poteva proporsi d'opprimerle tutte.
Il conte Fazio di Donoratico era capitano del popolo e capo della repubblica di Pisa, quando Enrico VII entrò in Italia. L'attaccamento de' Pisani al partito imperiale, li determinò a rompere la pace loro procurata dalle vittorie di Guido di Montefeltro nel 1293; essi sprezzarono le forze riunite di tutti i Guelfi della Toscana, le tennero occupate essi soli mentre Enrico VII andava a cercare a Roma la corona imperiale; essi versarono spontaneamente il proprio sangue, e prodigarono i loro tesori per servigio di questo monarca, il di cui cuore generoso non potè ricompensare tanto attaccamento che con una inefficace riconoscenza. Enrico morì quando Pisa riponeva in lui le sue più alte speranze; tutti i suoi nemici, ch'egli aveva fatti tremare, si unirono contro la repubblica, mentre niuno de' suoi alleati osò di abbracciare le difese d'una città, che offrivasi spontaneamente in premio a' suoi liberatori. I Pisani, abbandonati alle proprie forze, ruppero, sotto il comando d'Uguccione della Fagiuola, l'armata guelfa di tutta l'Italia il doppio più forte della loro; seppero allontanare il generale cui dovevano i loro prosperi avvenimenti, tosto che lo videro abusare della sua autorità per giugnere alla tirannide, e terminarono una gloriosa guerra con una moderata pace.
Pisa conservava ancora oltremare una potente colonia; la Sardegna era feudataria della repubblica, quando, la notte dell'undici aprile 1323, tutti i Pisani furono uccisi in quasi tutte le parti della Sardegna per una perfidia del giudice d'Arborea e d'Oristagni, e questa parte dell'isola venne abbandonata agli Arragonesi. Malgrado le forze di lunga mano superiori del nemico monarca, malgrado l'abbandono in cui erano rimasti i Pisani, opposero una vigorosa resistenza all'invasione. Manfredo della Gherardesca, che li comandava, fece perdere quindici mila uomini agli Arragonesi in una serie di battaglie, e finalmente incontrò egli medesimo una gloriosa morte sul campo di battaglia. La repubblica perdette per sempre la Sardegna, e colla Sardegna gli ultimi avanzi della sua potenza marittima.
Era appena ultimata questa guerra quando la smisurata ambizione di Castruccio, e la perfidia di Lodovico di Baviera ne sollevarono un'altra contro i Pisani per parte del monarca e del partito medesimo di cui eransi meritata la riconoscenza con tanti sagrificj. I Pisani furono assediati da Lodovico, e dopo avere con lui capitolato, la capitolazione fu violata, e per lo spazio di dieci anni rimasero a lui soggetti.
Frattanto dodici anni di pace rifecero le forze dei Pisani, e quando seppero che Mastino della Scala stava per vendere Lucca al migliore offerente, risolsero di acquistare colle armi una città cui non avevano abbastanza denaro per comperare. Assediarono i Fiorentini nella fortezza, di cui questi avevano allora pagato il prezzo, gli scacciarono, e si fecero bentosto assicurare la loro conquista con un trattato fatto col duca d'Atene, in allora signore di Firenze.
La repubblica di Pisa, diventata più potente coll'acquisto di Lucca, pensò a riparare le perdite che la peste e le precedenti guerre le avevano cagionate. Il primo flagello avendo distrutta la famiglia Gherardesca, che lungo tempo occupò il primo rango nello stato, prese le redini del governo un'altra famiglia arricchitasi colla mercatura. I Gambacorti, meno appassionati pel partito ghibellino, conoscevano meglio i vantaggi della pace, onde conservarono molti anni l'alleanza de' Fiorentini: ma il contrario partito, favoreggiato prima da Carlo IV, e verso il finire del secolo, da Giovanni Galeazzo, fu due volte vittorioso, due volte trasse i Pisani in una pericolosa guerra coi Fiorentini, e due volte le disgrazie della guerra si trassero dietro lo stabilimento d'una tirannide; da prima quella di Giovanni dell'Agnello, poi l'altra di Giacomo d'Appiano.
I due partiti de Guelfi e de' Ghibellini non eransi conservati, come nei precedenti secoli, egualmente favorevoli alla libertà. Ovunque, fuorchè a Pisa, i Ghibellini avevano fondata la tirannide: onde i Pisani, sebbene liberi, essendo Ghibellini, trovaronsi in tutte le guerre di partito uniti ai nemici di tutti i popoli liberi. Essi pagarono a caro prezzo la loro confidenza in que' perfidi alleati; i tiranni di Lombardia si presero la cura di assoggettare Pisa ad un signore; e quando i Visconti ebbero consegnata la repubblica ad un padrone, non dovettero fare che un passo per succedere a questo signore, approfittando della confidenza de' Pisani per ridurli in servitù.
Tali furono nel corso del quattordicesimo secolo le vicende de' principali stati d'Italia. L'esplosione di tante rivali passioni, la complicazione di tanti opposti interessi, che gettarono la storia in una quasi inevitabile confusione, influirono potentemente sullo spirito e sul carattere di coloro che vissero in mezzo a questo turbine.
Nelle corti lombarde potevasi imparare quali erano i misterj della più tortuosa politica, e fin dove giugnevano le feroci passioni, sciolte da qualunque legame della morale e dell'onore; l'occhio penetrava negli abissi del delitto fino alla più spaventosa profondità. Assai diversi erano questi mostruosi governi da quelli talora benefici, spesso viziosi e quasi sempre effemminati, tra i quali era divisa l'Italia a' nostri giorni. Ma il delitto dà alcuna volta terribili ammaestramenti, niuno può darne la corruzione. Un grande carattere poteva svilupparsi sotto Giovanni Galeazzo per giudicarlo e prevenire i suoi colpi, per combatterlo o per odiarlo; ma il sonno della morte aveva oppressi tutti i sudditi de' piccoli principi, che in età di molto posteriore a Giovanni Galeazzo, caddero vittima di maggiore potenza.
Nel quattordicesimo secolo le repubbliche formavano in Italia un'altra scuola, e permettevano di fare un più nobile studio dell'uomo. Le rare qualità di alcuni individui, ed il grande carattere di tutto un popolo, presentavansi simultaneamente all'osservatore. La virtù era tuttavia onorata, la fedeltà delle promesse era ancora risguardata come un dovere delle nazioni, ed i grandi sagrificj dell'interesse personale al bene della patria non erano affatto rari. Vero è che i costumi più non erano semplici ed illibati, e la conoscenza del male aveva sparsi in ogni luogo troppo famosi esempj: i popoli non eransi mantenuti fedeli al solo amore di libertà, al solo amore di patria; troppe passioni personali avevano trovato il mezzo di soddisfarsi: ma l'umana natura conservava ancora sufficienti tracce della primitiva sua grandezza per insegnare al filosofo, al vero politico tutto ciò ch'ella avrebbe potuto e dovuto essere, onde lo studio dell'uomo poteva essere compiuto così nel bene come nel male.
CAPITOLO LVIII.
_Arte militare degl'Italiani in principio del quindicesimo secolo. — Anarchia della Lombardia. — Nuovi tiranni si dividono gli stati di Giovanni Galeazzo. — Bologna e Perugia restituite alla Chiesa. — Siena torna in libertà._
1402 = 1404.
Il modo con cui guerreggiavasi in Italia in sul finire del quattordicesimo secolo e ne' primi anni del quindicesimo è talmente diverso dal presente, che le determinazioni de' generali parranno spesse volte inconcepibili ai nostri lettori, ed inesplicabili i risultamenti delle campagne. La presente arte della guerra differisce meno da quella dei Greci o dei Romani, che non da quella del quindicesimo secolo, sebbene in allora la moderna artiglieria fosse universalmente adoperata; e la tattica di Filippo o quella di Scipione sarebbe più applicabile ai nostri eserciti che quella di Giovanni Acuto, o di Alberico da Barbiano.
L'essenziale differenza, e quella che determina tutte le altre, è che la cavalleria pesante formava in allora il nervo delle armate, mentre adesso, siccome ai tempi romani, è l'infanteria. Quest'ultima era stata lungo tempo composta di contadini, o di borghesi mal disciplinati, che combattevano senz'arte e senza coraggio, e che d'ordinario non sostenevano la prima carica della cavalleria. Altronde sprezzavansi troppo i pedoni per prendersi cura di perfezionare le loro ordinanze, tutti gli sforzi del genio militare si ristrinsero al miglioramento de' corazzieri. Credevasi in fatto d'averli resi superiori alla cavalleria di tutti i popoli dell'antichità, e tenevasi per indubitato che la migliore infanteria non potesse sostenerne l'urto.
Non pertanto questi cavalieri, affatto coperti di ferro, che combattevano con lunghe lance, con pesanti spade, e con armi affatto gigantesche, non potevano venire alle mani quando alcun ostacolo poteva contrariare o ritardare il corso de' loro cavalli; la più debole fortezza li tratteneva; un piccolo fiume, una fossa, bastavano a rompere le loro ordinanze; non potevasi combattere nelle montagne, e nè pure nelle pianure, quando un generale stava trincerato nel suo campo, ove d'ordinario non si poteva senza somma temerità tentare di forzarlo. Per lo più conveniva per venire a battaglia, che i due generali fossero d'accordo, e che, dopo avere mandato ed accettato il guanto della pugna, ognuno dal canto suo facesse appianare il terreno ove dovevasi combattere. Ma nulla è tanto raro quanto una battaglia volontaria da ambedue le parti, perciocchè l'un generale o l'altro ha sempre a temere qualche svantaggio, o ha qualche mezzo per giugnere a' suoi fini senza battersi. Altronde i condottieri facevano di que' tempi la guerra per speculazione, di modo che risparmiavano il più che potevano il sangue de' loro soldati ed il loro proprio, i loro cavalli, le loro munizioni, i loro equipaggi.
Il più delle volte in tutto il corso di una guerra non accadeva alcuna vera battaglia e talvolta non accadevano nemmeno zuffe: in tal caso tutte le ostilità si limitavano ad una o più _cavalcate_, chiamandosi con tal nome le spedizioni ne' paesi nemici. Un generale invadeva una provincia con intenzione di bruciare le case, di distruggere le messi, di rubare le mandre; tutti gli abitanti fuggivano innanzi a lui e si chiudevano entro le terre murate. Siccome egli non poteva trattenersi per assediarle, proseguiva il cammino guastando tutto quanto trovavasi sul di lui passaggio. Intanto il generale nemico provvedeva i castelli di truppe, seguiva l'armata a qualche distanza, spiava l'opportunità di sorprenderla, piombava addosso ai cacciatori, li forzava a non allontanarsi dal campo, ed in pochi giorni obbligava quasi sempre l'aggressore a dare a dietro ed a rientrare nel proprio paese per mancanza di vittovaglie.