Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)

Part 23

Chapter 233,581 wordsPublic domain

[527] _Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1169. — And. Billii Hist., l. VIII, p. 128. — Poggii Bracciolini Hist., l. VI, p. 303._

Nello stesso tempo gli assediati facevano frequenti sortite sotto la condotta di Guinigi e de' suoi figli; due de' quali avevano militato in Lombardia, e sapevano distinguere i valorosi e premiarli; onde ottennero sui Fiorentini frequenti vantaggi, e rialzarono il coraggio dei loro sudditi. Pare che fossero i primi in Italia ad armare i loro soldati di fucili, la di cui invenzione è posteriore d'assai a quella delle bombarde e della grossa artiglieria[528]. L'anno susseguente l'imperatore Sigismondo fece ancora maravigliare gl'Italiani con un corpo di cinquecento fucilieri che lo accompagnava, quando recossi a Roma per esservi coronato[529].

[528] _And. Billii Histor., l. VIII, p. 127._

[529] _Petri Russii Hist. Senens., p. 41._

Paolo Guinigi chiamava da ogni banda truppe al suo soldo, ed invocava l'ajuto di Filippo Maria, de' Veneziani e de' Sienesi. Pareva in particolare che gli ultimi prendessero grandissimo interessamento a di lui favore, risguardando l'attacco contro i Lucchesi come un incamminamento all'acquisto di tutta la Toscana che i Fiorentini meditavano, e temendo di essere in breve privati ancor essi della libertà loro da questa ambiziosa repubblica.

Non pertanto i Sienesi tardavano a decidersi apertamente, ma Antonio Petrucci, uno de' loro concittadini, che professava la milizia, portò egli solo ai Lucchesi que' soccorsi che avrebbe voluto dalla sua repubblica. In principio di questa guerra era stato mandato ambasciatore a Firenze, e vi era stato insultato dal popolaccio. Il desiderio della vendetta aggiugnevasi in lui al desiderio di mantenere l'equilibrio della Toscana, e d'impedire l'oppressione di un popolo alleato della sua patria[530]. Adunò un corpo d'armata ragguardevole assai, ed attraversando il Pisano, lo condusse a Lucca. Passò in appresso alla corte di Filippo Maria, e lo eccitò a soccorrere celatamente l'assediata città, quando non volesse farlo alla scoperta[531].

[530] _Petrii Russi Hist. Senens., p. 28._

[531] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. II, p. 20. — Macchiavelli Istor. Fior., l. IV, p. 52._

Il duca di Milano poteva in allora facilmente soccorrere il Guinigi, perchè teneva nella Lumellina la compagnia di ventura di Francesco Sforza, che da oltre un anno più non sembrava al suo soldo. Filippo non aveva perdonata allo Sforza una rotta che questo generale aveva avuta nelle montagne della Liguria combattendo contro i ribelli genovesi, e lo aveva accantonato al confluente del Ticino e del Po in una specie di relegazione ove tenevalo d'occhio. Assicurasi inoltre che due volte era stato in sul punto di farlo morire[532]. Quando il duca si riconciliò realmente con lui, diede ancora maggiore pubblicità alla precedente loro discordia; annunciò a tutte le potenze d'Italia che lo Sforza avevagli chiesto il congedo per recarsi nel regno di Napoli, e ch'egli più non rispondeva per questo generale che più non era al suo servigio. Lo Sforza, avendo adunati tre mila cavalli ed altrettanti pedoni, entrò in Toscana nel luglio del 1430 per la strada della Lunigiana e di Pietrasanta. Costrinse il campo fiorentino, che assediava Lucca, a ritirarsi; prese Buggiano, minacciò Pescia, e portò la guerra nel paese stesso degli aggressori[533].

[532] _Jo. Simonetae de Rebus Gest. Franc. Sfor., l. II, p. 215._

[533] _And. Billii Hist., l. VIII, p. 130. — Poggio Bracciolini Hist., l. VI, p. 364. — J. Simon., l. II, p. 217._

Frattanto, ossia che Paolo Guinigi cominciasse a trovare che la difesa di Lucca gli costava più che non valeva il possedimento della stessa città, sia che i Fiorentini riuscissero con uno stratagemma a spargere la diffidenza tra di lui ed i suoi sudditi, fatte è che Pandolfo Petrucci, il Sienese che gli aveva procurati i suoi soccorsi, Pietro Cinnami e Giovanni di Chivizzano, magistrati di Lucca, sorpresero alcune lettere dirette dai commissarj fiorentini ed Guinigi: pareva da queste che i commissarj continuassero un trattato incominciato da lungo tempo, promettendogli due cento mila fiorini da pagarsi in più termini, ed il possedimento di alcuni castelli, come un equivalente della città di Lucca, che sembrava avere il Guinigi promesso di dare nelle loro mani[534]. Antonio Petrucci non aveva nè amore nè stima per Guinigi; soccorrendolo, aveva ascoltato il suo odio verso Firenze, non l'amicizia per quegli che difendeva; e se aveva voluto sottrarre Lucca ai Fiorentini prima di prendere le armi contro di loro, lo voleva ancora più caldamente ora che gli aveva irritati colla sua resistenza. Dopo avere cercato di conoscere le disposizioni di Guinigi ed essersi meglio confermato ne' suoi sospetti, concertò con Francesco Sforza i mezzi d'arrestare il signore di Lucca coi suoi figliuoli. Cennami e Chivizzano adunarono una quarentina di congiurati, e Petrucci, che aveva sempre libero l'ingresso degli appartamenti del principe, condusse nel cuore della notte i suoi complici fino alle porte di Guinigi che stava a letto. Questi, alzandosi precipitosamente, gli chiese il motivo di tale visita. «È già lungo tempo, gli rispose Cennami, che avendo usurpato il governo, tu hai attirati alle nostre porte i nostri nemici che ci fanno perire col ferro e colla fame. Noi siamo oramai determinati di governarci da noi medesimi, e siamo venuti a chiederti le chiavi della nostra città ed il tesoro che le appartiene.» — »Il tesoro, rispose Guinigi, raccolto colla mia economia, io lo erogai interamente per allontanare da voi un'ingiusta aggressione; per ciò che risguarda le porte, esse sono in poter vostro, come la mia persona e la mia famiglia: ricordatevi soltanto che io ottenni la signoria e la conservai trent'anni senza spargere sangue; e fate che il fine del mio potere risponda al principio ed al mezzo[535].»

[534] _And. Billii Hist. Mediol., l. VIII, p. 130. — Poggio Bracciolini Hist., l. VI, p. 364._

[535] _Macchiavelli Stor. Fior., l. IV, p. 54._

Guinigi venne in fatti arrestato dai congiurati con quattro de' suoi figliuoli che trovavansi presso di lui. Il maggiore di tutti, Ladislao, era nel campo presso Francesco Sforza, il quale lo fece arrestare nella stessa ora. Furono tutti insieme mandati al duca di Milano, che li fece custodire nelle prigioni di Pavia: Guinigi in capo a due anni morì, senza che accusar si possa veruno della sua morte[536]. I cittadini di Lucca cedettero ad Antonio Petrucci per sua ricompensa tutti gli effetti degli appartamenti del principe; le sue armi e cavalli furono dati allo Sforza, e portato nel pubblico tesoro tutto l'oro e l'argento. Nello stesso tempo un gonfaloniere e gli anziani furono nominati dal popolo, e la repubblica venne di nuovo governata a seconda delle antiche leggi[537].

[536] _J. Stellae Ann. Gen., t. XVII, p. 1304. — Petri Russii Hist. Sen., t. XX, p. 31. — Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. II, p. 20._

[537] Questa rivoluzione accadde in settembre del 1450. — _Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1170. — Andreae Billii Hist. Med., l. VIII, p. 131._

I Fiorentini non avevano cominciata la guerra che per l'odio che nudrivano contro Paolo Guinigi; la sicurezza loro richiedeva, dicevano essi, di non soffrire un tiranno nemico così vicino: sembrava dunque tolta ogni cagione di continuare le ostilità dopo la prigionia del signore di Lucca. Infatti i Lucchesi spedirono immediatamente a domandare la pace a Firenze; rappresentarono che il solo nemico dei Fiorentini era già bastantemente punito del suo fallo; che rispetto a loro, tornati in libertà, erano quello che sempre erano stati, i più fedeli amici della repubblica, i più irremovibili partigiani della causa guelfa. Ma la signoria non ascoltava che la sua ambizione, renduta più ardente dall'esempio delle conquiste dei Veneziani; voleva ad ogni modo avere il possedimento di Lucca, e sebbene da principio offrisse la pace a condizione di cederle Montecarlo e Pietrasanta, ruppe bentosto ogni trattato[538].

[538] _Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1170._

I commissarj fiorentini avevano approfittato di queste prime aperture per intavolare col conte Francesco Sforza un trattato di altra natura. Essi lo persuasero pel prezzo di cinquanta mila fiorini ad abbandonare Lucca, ed a tornare in Lombardia. Lo Sforza ricevette questa somma come il residuo pagamento di un debito contratto dalla repubblica verso suo padre, e ricusò di passare al servigio dei Fiorentini, come n'era richiesto[539].

[539] _Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1170. — Jo. Simonetae de vita Sfortiae, l. II, p. 218. — Poggio Bracciolini Hist., l. VI, p. 365._

I Fiorentini ripresero con nuovo vigore l'assedio di Lucca dopo la partenza dello Sforza; ma il duca di Milano non acconsentì che facessero un acquisto così importante; persuase sotto mano i Genovesi a far valere un trattato particolare ch'essi avevano con Lucca; a domandare ai Fiorentini che levassero l'assedio di questa città, e dietro il loro rifiuto, a spedire verso il Serchio Nicolò Piccinino, cui il duca aveva per questa cagione permesso che andasse ai loro servigj[540].

[540] _Poggio Bracciolini, l. VI, p. 366. — And. Billii Hist., l. VIII, p. 134. — Petri Russii Hist. Senens., t. XX, p. 32._

Guid'Antonio di Montefeltro, conte d'Urbino, comandava l'armata fiorentina, composta di sei mila cavalli e tre mila fanti. Il Piccinino non aveva tanta gente, ma le sue truppe erano fresche e provvedute del bisognevole, mentre le fiorentine avevano sofferto assai dalla cattiva stagione e dalle inondazioni del Serchio. I due campi sulle opposte rive del fiume si osservavano senza poter venire alle mani, quando un corpo della cavalleria fiorentina, avendo scoperto un guado, ne approfittò per attaccare il Piccinino alle spalle. Questi respinse caldamente i nemici, gl'inseguì entro il fiume, ed attraversando il guado ch'essi gli avevano fatto conoscere, piombò addosso all'armata fiorentina, che sgominò interamente, facendola quasi tutta prigioniera. Tutta l'artiglieria, tutte le munizioni e quasi quattro mila cavalli vennero in potere del vincitore[541].

[541] _Poggio Bracciolini, l. VI, p. 367. — And. Billii, l. VIII, p. 127. — Macch. Stor. Fior., l. IV, c. 55. — Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. II, p. 21. — Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1171. — Vita di Niccolò Piccinino, t. XX, p. 1059._

E per tal modo la guerra, in cui erano entrati i Fiorentini colla speranza di conquistare Lucca, poteva di nuovo compromettere la propria loro indipendenza; e se Niccolò Piccinino, per ordine del suo padrone, non si fosse ritirato in mezzo alle sue vittorie, gli sarebbe stata facil cosa il prendere Pisa, che sospirava un'occasione di scuotere il giogo, e di mettere sossopra tutta la Toscana. I Sienesi, ognora più atterriti dagli ambiziosi progetti dei Fiorentini, avevano contratta alleanza coi Genovesi per la difesa di Lucca, ed avevano innalzato al rango di capitano del popolo con pieni voti quello stesso Antonio Petrucci, che aveva con tanta attività recato soccorso ai Lucchesi[542]. Un solo avvenimento parve ai Fiorentini meno sfavorevole, e fu la morte di papa Martino V, accaduta nella notte del 19 al 20 febbrajo del 1431. La sua parzialità pel duca di Milano, e l'odio suo contro la repubblica, avevano pressochè rovesciato l'equilibrio d'Italia. Ebbe per successore il cardinale Gabriello Condolmieri, Veneziano, che fu consacrato l'undici di marzo e prese il nome d'Eugenio IV. Il nuovo pontefice non tardò a far conoscere quanto i suoi affetti fossero contrarj a quelli del suo predecessore. In Roma cercò di tornare in credito gli Orsini, e di spogliare i Colonna smisuratamente arricchiti da Martino V; in Italia parve attaccato alle repubbliche, e fece con loro causa comune contro la casa Visconti[543].

[542] _Il 1.º gennajo del 1431. — And. Billii Hist., l. VIII, p. 140. — Petri Russii Hist. Senensis, t. XX, p. 33._

[543] _Vita Martin. V ex Codice Vaticano, t. III, p. II, p. 868. — Andreae Billii Hist., l. VIII, p. 141._

Non è già che l'ambizione de' Veneziani non fosse eccessiva come quella del duca di Milano. Questi non aveva loro dato alcun giusto motivo di lagnanza, aveva giustificata la sua condotta in Toscana non in modo di purgarsi affatto da ogni cattiva intenzione, ma abbastanza per altro onde dimostrare che si era uniformato ai trattati ed al diritto pubblico allora in vigore. Non pertanto i Fiorentini facevano ai Veneziani vantaggiosissime offerte per muoverli a ripigliare le armi; obbligavansi a mantenere in Lombardia due mila corazzieri, ed a pagare ogni mese venti mila ducati per le spese della guerra, indipendentemente dagli sforzi che farebbero in Toscana contro il comune nemico. I Veneziani, allettati dalla speranza di aggiugnere Cremona alle altre conquiste, accettarono queste proposizioni. Rinaldo Palavicino prometteva di attaccare Parma e Piacenza; Gian Giacomo, marchese di Monferrato, doveva fare un tentativo sopra Asti o sopra Alessandria; il marchese d'Este ed il signore di Mantova erano al soldo dei Veneziani; per ultimo i singolari talenti del Carmagnola promettevano il migliore successo[544]. Dall'altro canto il duca di Milano aveva al suo servizio due non meno formidabili generali, Niccolò Piccinino ed il conte Francesco Sforza. Aveva inoltre resa più intima la sua alleanza coll'ultimo promettendogli in isposa Bianca, sua figliuola naturale, che in allora aveva soltanto sette anni[545]. Sotto questi due generali il duca aveva più di dieci mila corazzieri, i migliori soldati che allora avesse l'Italia.

[544] _And. Billii Hist., l. IX, p. 145. — Petri Russii Hist. Senensis, t. XX, p. 33._

[545] _And. Billii Hist., l. VIII, p. 141. — Simonetae, l. II, p. 218._

Per belle che fossero le speranze concepite dai Veneziani la campagna fu loro da principio in ogni luogo sfavorevole. Il Carmagnola credeva di avere sedotto il comandante di Soncino, ed il 17 maggio avanzavasi poco cautamente per prendere possesso di quel castello. Ma quel comandante aveva dato avviso a Filippo del trattato; Francesco Sforza e Niccolò di Tolentino avevano tesa un'imboscata per sorprendere il nemico. L'armata del Carmagnola fu rotta, presi mille sei cento cavalieri, ed egli stesso non andò debitore della propria salvezza che alla velocità del suo cavallo[546]. Luigi Colonna ebbe pure un notabile vantaggio presso Cremona, ove comandava a nome del duca, e Cristoforo Lavello guastò il Monferrato. Niccolò Piccinino, dopo avere occupati nelle alpi Liguri più di sessanta castelli appartenenti ai Fieschi o ad altri gentiluomini di parte guelfa, e lasciatili saccheggiare dai suoi soldati, entrò in Toscana attraversando i territorj di Lucca e di Pisa.

[546] _Andreae Billii, l. IX, p. 146. — Poggio Bracciolini, l. VI, p. 370. — J. Simonetae, l. II, p. 218. — Marin Sanuto vite dei duchi di Venezia, p. 1013._

Genova, Siena, Lucca, e Giacomo d'Appiano signore di Piombino, erano pure entrati nella lega contro i Fiorentini. La gelosia e l'odio loro raddoppiavano le calamità della guerra, rendendola più nazionale. I Pisani, che sempre sospiravano l'istante di scuotere il detestato giogo dei Fiorentini, mostrarono più apertamente la loro impazienza quando videro avvicinarsi il Piccinino, e furono in sul punto di prendere le armi. Il governo fiorentino non trovò altro espediente per salvare la città, che quello di farne uscire tutti gli uomini abili alle armi dai quindici fino ai sessant'anni, ritenendo come ostaggi le loro mogli e figli. Pure la maggior parte di coloro che furono costretti ad abbandonare la patria andarono ad ingrossare l'armata del Piccinino[547]. Quest'armata passò in appresso sul territorio di Volterra, ove non meno che a Pisa poteva temersi di qualche ribellione: quasi tutti i castelli del volterrano aprirono le porte al Piccinino, che saccheggiò tutta la val d'Elsa di concerto con Niccolò da Tolentino, e con Alberico di Zagonara, generale dei Sienesi. Minacciò pure Arezzo, e quando fu poi dal duca richiamato in Lombardia, lo Zagonara, che gli successe nel comando, proseguì ad impadronirsi de' castelli de' Fiorentini, che coprivano i loro confini dal lato di Siena[548].

[547] _And. Billii Hist., l. IX, p. 148. — Petri Rusii Hist. Senens., p. 34. — Jo. Stellae Annales Genuenses, p. 1305._

[548] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. II, p. 22-28. — And. Billii, l. IX, p. 150. — Poggio Bracciolini, l. VI, p. 371. — Petri Russii Hist. Senens., p. 40. — Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1177._

Mentre ciò accadeva in Toscana, il Carmagnola avvicinavasi alle sponde del Po con un'armata di dodici mila corazzieri ed altrettanti pedoni. S'avanzava su questo fiume Niccolò Pisani con una flotta veneziana di trentasette grandi navi e circa altre cento minori[549]. Il senato veneto aveva risolto di volgere tutte queste forze contro Cremona che ardentemente desiderava di acquistare, e di già la flotta aveva rimontato il Po fino a tre miglia al di sotto di questa città. Dal canto suo il duca di Milano aveva fatta allestire una flotta al di sopra di Cremona sotto gli ordini di Pacino Eustachio: i suoi vascelli erano maggiori in numero, ma più piccoli di quelli de' nemici. Giovanni Grimaldi di Genova era stato chiamato su questa flotta con molti de' suoi compatriotti, per opporre ai Veneziani i soli rivali che potessero disputar loro l'impero delle acque.

[549] _Jo. Simonetae, l. II, p. 219._

Il 22 di maggio, Pacino Eustachio e Grimaldi avevano tentato di approfittare d'una escrescenza di acqua per attaccare coll'ajuto della corrente la flotta veneziana stazionata al di sotto di loro. Ma malgrado questo vantaggio cinque de' più grandi vascelli del duca di Milano, troppo essendosi avanzati, trovaronsi in mezzo ai Veneziani, e costretti ad arrendersi. In tempo di questa battaglia il Piccinino e Francesco Sforza con tutte le truppe del duca di Milano eransi avvicinati al Carmagnola e l'avevano tirato verso loro scostandolo dalle rive del fiume. La vegnente notte gli fecero intendere per mezzo di false spie le disposizioni ch'essi davano per attaccarlo all'indomani, e riuscirono in tal modo ad occupare tutta la sua attenzione. Frattanto essi salivano segretamente coi loro migliori corazzieri sopra le galere di Pacino Eustachio. Nella battaglia navale ch'essi volevano rinnovare all'indomani, le galere serrate nel letto del fiume non potevano battersi che all'arrembaggio; ed in tale stato di cose il coraggio, la forza del corpo e l'armatura impenetrabile dei corazzieri dovevano essere di maggiore vantaggio che le più abili _manovre_ de' marinaj veneziani. Il Trevisani fece indarno chiedere al Carmagnola di spedirgli dei corazzieri, perciocchè credendosi questi sicuro di combattere all'indomani, non voleva indebolire la sua armata.

Finalmente la mattina del 23 di maggio s'avvide il Carmagnola che i generali nemici l'avevano ingannato, e che più non erano in vicinanza. Allora si ravvicinò al Po; ma oramai più non era possibile di far imbarcare i suoi soldati; perciocchè egli occupava la sponda sinistra del fiume, e Pacino Eustachio aveva, in principio dell'attacco, approfittato della violenza delle acque, cresciute per lo scioglimento delle nevi, per ispingere il Pisani sull'opposta riva. Colà continuavasi con indicibile accanimento la battaglia tra le galere. I Milanesi afferravano cogli uncini i vascelli veneziani, e subito i corazzieri dello Sforza e del Piccinino lanciavansi sul ponte dei loro nemici; invulnerabili sotto il ferro ond'erano coperti, combattevano contro uomini che non avevano che una mezza armatura, i quali cadevano sotto i loro colpi. La carnificina era tanto più spaventosa in quanto che i Veneziani non sapevano risolversi a rinunciare alla vittoria sul loro proprio elemento; altronde vedevano sull'altra sponda il Carmagnola che li confortava, e che disponevasi coll'intera sua armata ad ajutarli, tostocchè potessero approssimarsi a lui. Ma finalmente dovettero cedere dopo avere perdute ventotto galere e quarantadue navi da trasporto, che caddero in mano del nemico. Perirono due mila cinque cento uomini, ed un ricco bottino venne in potere dei vincitori. Assicurasi che l'armamento de' Veneziani, distrutto in tal modo in un solo giorno, aveva costato alla repubblica seicento mila fiorini[550].

[550] _And. Billii, l. IX, p. 152. — Jo. Simonetae, l. II, p. 220. — Poggio Bracciolini, l. VI, p. 372. — Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. X, p. 562. — Navagero Stor. Venez., p. 1095. — Marin Sanuto vite dei duchi di Venez., p. 1016._

Di così luminosa vittoria il duca di Milano non approfittò come avrebbe potuto a danno de' Veneziani. Le armate principali rimasero per più mesi come stazionarie, mentre Niccolò Piccinino guastava il Monferrato, e prendendo, uno dopo l'altro, tutti i castelli di quello stato, costringeva il marchese a fuggire nella Svizzera, di dove passò a Venezia. Vero è che i Veneziani lavarono in parte l'affronto sofferto dalla loro marina sul Po. Una piccola flotta, comandata da Pietro Loredano, incontrò il 27 agosto in vicinanza di Portofino, nel golfo di Rapallo, Francesco Spinola con dodici galere genovesi, e dopo una calda battaglia prese quest'ammiraglio con otto vascelli[551]. Ma intanto il Carmagnola rimanevasi in una inazione tanto più strana, quanto più universale era l'aspettazione che sarebbesi affrettato di riparare una disfatta avuta per colpa sua. Il 15 ottobre un distaccamento de' suoi soldati, avuto avviso che a Cremona non si faceva buona guardia, sorprese il ponte di san Lucca, e vi si mantenne due giorni, senza che il Carmagnola, per timore di un'imboscata in sulla strada, si avanzasse per approfittare di così felice avvenimento.

[551] _Poggio Bracciolini, l. VI, p. 373. — J. Stellae Ann. Genuens., p. 1306. — Uberti Folietae Gen. Hist., l. X, p. 563. — Marin Sanuto vite de' duchi di Venezia, p. 1019. — Andreae Billii Hist., l. IX, p. 153._ Colla narrazione di tale avvenimento questo grazioso autore termina la sua storia.

Il gran capitano, ch'era stato l'artefice della potenza di Filippo ed in appresso de' suoi rovesci, non aveva potuto cessare di essere vittorioso, senza che il sospettoso e crudele senato di Venezia non lo credesse traditore. Anche nella precedente guerra gli si era rimproverato d'avere renduti tutti i prigionieri dopo la battaglia di Macalò. In questa gli si dava colpa del disastro della flotta, del cattivo successo dell'impresa di Cremona, e della ruina del marchese di Monferrato, mentre ch'egli rimanevasi nell'inazione. Per altro il Carmagnola rendeva ragione dello sforzato riposo in cui era rimasto; un'epizoozia infierì tutta l'estate tra i cavalli, onde la metà de' suoi cavalieri erano senza, ed i nemici che provavano lo stesso flagello erano rimasti egualmente oziosi per l'impossibilità in cui erano di procurarsi cavalli.