Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)
Part 22
Ma era spento ogni odio tra i soldati de' campi nemici, e quando la battaglia non aveva costato sangue, terminavasi senza che i combattenti conservassero risentimento gli uni contro gli altri. I vincitori altro omai non vedevano ne' loro prigionieri che fratelli d'armi, gran parte de' quali avevano servito insieme nelle precedenti guerre; quindi trovavansi vincolati d'amicizia e da guerresca ospitalità con uomini diventati loro avversarj. Quasi tutti coloro ch'erano stati presi a Macalò avevano militato sotto il Carmagnola, e nel corso della campagna avevano più volte mostrato di conservare l'antico amore per questo generale. Nella notte successiva alla battaglia i soldati di Carmagnola accordarono quasi tutti la libertà ai soldati nemici da loro presi; onde i commissarj veneziani recaronsi la mattina alla tenda del generale, rimproverandogli di perdere tutto il frutto della vittoria con tale imprudente liberalità. Il Carmagnola ordinò allora che fossero innanzi a lui tradotti tutti i prigionieri che ancora si trovavano nel campo, e non se ne rinvennero che quattrocento. «Poichè i miei soldati, disse egli a questi, hanno data la libertà ai vostri fratelli d'armi; io non voglio essere meno generoso; andate voi pure, siete liberi.»[506] I Veneziani non mostrarono verun risentimento per questa mancanza di deferenza alla loro rimostranza; anzi il consiglio dei dieci mostravasi affezionatissimo verso il Carmagnola; aveva di già cominciato a diffidare di questo generale, e di già lo trattava come un uomo che aveva determinato di sagrificare.
[506] _Andreae Billii Histor., l. VI, p. 104. — Navagero Stor. Venez., p. 1092._
La perdita di una battaglia altro omai non era che una perdita di danaro. Il duca di Milano dovette somministrare nuovi cavalli e nuove armi ai soldati rilasciati dal Carmagnola: due soli armajuoli di Milano gli vendettero cinque mila corazze, ed in breve si rimontò una nuova armata. Il Carmagnola ricusò di spingere le sue truppe fin presso alle porte di Milano, come volevano i commissarj veneziani. Forse sentiva ancora qualche compassione per l'antico suo padrone dopo averlo bastantemente umiliato, e fors'anco temeva di avventurarsi in un paese nemico, ove numerose milizie avrebbero supplito alla mancanza di truppe di linea; ma invece attaccò e sottomise Montechiaro, Orci e Pontoglio, e presso quest'ultimo castello ebbe luogo l'ultimo fatto d'armi di questa campagna, nel quale fu rotto di nuovo Niccolò Piccinino[507]. Nello stesso tempo Angelo della Pergola morì improvvisamente a Bergamo per uno sbocco di sangue; Ericio, segretario del duca, ch'era stato cagione della disgrazia del Carmagnola, morì ancor esso con tre altri capitani di Filippo; onde questi, indebolito da tante perdite, pensò di nuovo a fare la pace. Trattò prima con Amedeo, duca di Savoja, che staccò dalla lega delle due repubbliche, lasciandogli Vercelli che questi aveva conquistata. Sposò sua figlia Maria, ed il 2 di dicembre del 1427 soscrisse una pace separata[508].
[507] _Andreæ Billii Hist., l. VI, p. 105._
[508] _Poggio Bracciolini Hist. l. VI, p. 352. — Jo. Simonetae, l. II, p. 215._
Durante l'inverno il papa spedì di bel nuovo a Ferrara il cardinale Nicolò Albergati per riprendere le negoziazioni; era quello stesso cardinale che aveva conchiuso il trattato del precedente anno. Ad eccezione dei Veneziani, tutti desideravano la pace. Firenze soccombeva sotto gli sforzi che aveva fatti in cinque anni continui, senz'avere acquistato un solo villaggio, o raccolto verun altro frutto da tanti sagrificj; i signori di Ferrara e di Mantova, il Palavicini ed il marchese di Monferrato erano ruinati dalla guerra; il duca di Milano perdeva coraggio, perchè da lungo tempo l'imperatore Sigismondo, cui chiedeva soccorsi, non gli dava che vane speranze. Lo stesso Carmagnola aveva soddisfatto alla sua vendetta, ed il di lui carattere altero ed impetuoso era continuamente offeso dal cupo e sospettoso contegno dei procuratori di san Marco, che mai non lo abbandonavano, e spiavano tutti i suoi andamenti. Egli desiderava che la pace col duca gli facesse ricuperare i suoi beni, e riporre in libertà la consorte e le figlie. Ma egli stesso aveva fatto conoscere ai Veneziani il piacere delle conquiste; ed omai la loro ambizione era più attiva ed insaziabile che quella di verun monarca. In questa medesima epoca essi trovavansi in quasi continua guerra coi Turchi; il loro commercio veniva disturbato dai pirati; erano bloccate le piazze marittime che possedevano nella Grecia, talvolta uccise le loro guarnigioni, e passati a fil di spada dai Barbari tutti gli abitanti che s'erano posti sotto la loro protezione[509]. Ma il consiglio dei dieci più omai non riguardava le sue fortezze del Levante che come banchi di commercio, che contribuivano bensì alla ricchezza ma non alla grandezza dello stato; si consolava delle perdite cogli acquisti che andava facendo in terra ferma, e trascurava la marina, che in altri tempi avea formata la gloria di Venezia, per impiegare tutte le entrate dello stato nel mantenere soldati, aspirando a conquistare tutta la Lombardia.
[509] Così il 13 marzo del 1430 fu tolta ai Veneziani la città di Tessalonica. — _Marin Sanuto vite dei duchi di Venezia, p. 1000._
I Fiorentini, in forza del loro trattato coi Veneziani, eransi obbligati a continuare la guerra, finchè fosse piaciuto di continuarla a questi ambiziosi alleati. Per altro sollecitavano il senato a dichiarare su di ciò le sue intenzioni, e tutti gli altri confederati sembravano apparecchiati a staccarsi dalla lega. Alfonso d'Arragona, in sull'esempio d'Amedeo di Savoja, aveva fatta una pace particolare col Visconti, il quale gli aveva fatta sperare la cessione dell'isola di Corsica; e finchè potesse ottenerne l'assenso dai Genovesi, aveva dato in mano all'Arragonese Lerici e porto Venere[510]. I Veneziani, che prima avevano domandato la cessione di Brescia, Bergamo e Cremona con tutto il loro territorio, si accontentavano adesso delle due prime città con parte del distretto della terza. Fu loro accordata l'Adda per confine dalla banda di Milano, ed il duca rese al Carmagnola i suoi beni e la sua famiglia. Gli altri confederati non ottennero alcun vantaggio dalla pace; soltanto Filippo Maria si obbligò, come aveva precedentemente fatto, a non immischiarsi negli affari di Toscana e di Romagna. Riconobbe per alleati de' Veneziani i signori di Ferrara, di Mantova e di Monferrato, ed i conti Palavicino e san Pellegrino nello stato di Parma. Riconobbe pure, quali alleati de' Fiorentini, i Sienesi, i Fregosi, gli Adorni ed i Fieschi di Genova, i signori di Romagna e Paolo Guinigi di Lucca: quest'ultimo, che si era posto tra i nemici de' Fiorentini, venne avvertitamente annoverato tra i loro alleati per privarlo della protezione del duca di Milano. Il trattato di pace fu soscritto il 18 di aprile del 1428[511].
[510] _Jo. Stellae Annales Genuens., l. XVII, p. 1300. — Marin Sanuto vite dei duchi di Venez., p. 1000._
[511] _And. Billii, l. VI, p. 107. — Poggio Bracciolini, l. VI, p. 352. — Marin Sanuto vite dei duchi di Venezia, p. 1000. — Gio. Batt. Pigna, l. VI, p. 564._ — Redusio di Quero finisce a quest'epoca la sua cronaca di Treviso, _t. XIX, p. 866_.
Sebbene l'Italia sentisse estremo bisogno di godere alcuni anni di riposo, onde riparare le perdite fatte in tante guerre, pure dopo pochi mesi ricominciarono nel suo seno le ostilità. Il segno di una nuova guerra fu dato negli stati della Chiesa, quasicchè questa provincia si dolesse d'essere stata risparmiata nelle precedenti turbolenze. Ma sebbene sembrasse che Martino V avesse fatto prosperare i paesi riuniti sotto il suo dominio, non era altrimenti amato o stimato dai suoi popoli. Le imposte da lui moltiplicate non in ragione de' suoi bisogni, ma dell'avidità d'accumulare tesori, eccitavano universali lagnanze; e le sue smoderate liberalità verso i parenti che colmava d'onori e di ricchezze, dividendo con loro le entrate, le fortezze, i soldati, risvegliavano la gelosia della nobiltà e del clero. Finalmente le città, subordinate per lo innanzi a' rispettivi signori, sospiravano tuttavia lo splendore delle piccole loro corti, l'emulazione che esse eccitavano, le ricompense, le distinzioni, gli onori che accordavano al merito, le ricchezze che mantenevano in paese. Imola, Forlì, Ascoli e Fermo parevano deserte dopo avere perduti gli Alidosi, gli Ordelaffi, i Migliorotti. Bologna, più potente e più ricca, ed accostumata ad una più intera libertà, sospirava la costituzione della sua antica repubblica[512]. Il papa teneva in Roma, può dirsi come ostaggio, Antonio Bentivoglio, figlio di quel Giovanni, che in principio del secolo aveva usurpata la signoria di Bologna. Egli credeva di dover meno diffidare della contraria fazione, alla testa della quale vedevasi la famiglia Canedoli; pure si formò appunto una congiura tra questi per tornare la patria in libertà.
[512] _And. Billii Hist. Mediol., l. VII, p. 113._
Si conservò un profondo segreto dai congiurati, tra i quali trovavansi i capi delle principali famiglie di Bologna[513]. Una comune impazienza di scuotere il giogo dei preti, un disprezzo universale per la loro debole e languida amministrazione, erano i legami che univano i congiurati, e loro assicuravano l'ajuto del popolo. Infatti, il 1.º agosto del 1428, quando presentaronsi armati sulla pubblica piazza, si udirono da ogni banda le grida di _vivano le arti e la libertà!_ Furono atterrate le porte del palazzo pubblico, che venne abbandonato al saccheggio, mentre il legato si vide costretto a fuggire. Si elessero il gonfaloniere e gli anziani per governare la repubblica di Bologna secondo le antiche sue costumanze, e Luigi di Sanseverino fu preso al soldo dalla nuova signoria con una compagnia di ventura, ch'egli aveva avuto sotto i suoi ordini nella guerra di Milano[514].
[513] Oltre i Canedoli, vi si contavano i Zambeccari, i Pepoli, i Ramponi, i Griffoni, i Ghisilieri, i Gozzadini ec.
[514] _Andr. Billii Hist., l. VII, p. 112. — Cron., di Bologna, l. XVIII; p. 617._
Ma i Bolognesi non potevano scegliere un più sfavorevole momento per ristabilire l'antica loro libertà. Tutti i loro vicini, spossati da lunghe guerre, temevano troppo di entrare in nuovi litigi. I Fiorentini, ereditarj alleati di Bologna, e protettori di tutte le città libere, ricusarono di riconoscere il nuovo governo. I vicini signori, accostumati a ricercare un soldo straniero, offrirono i loro servigi al papa, il solo sovrano che allora fosse in caso di pagarli. Ladislao Guinigi, figlio del signore di Lucca, venne spontaneamente ad attaccare i Bolognesi, prima d'averne avuta commissione da Martino V[515]. Fece subito lo stesso Carlo Malatesti, signore di Rimini, mentre Giacomo Caldora, scelto dal papa per suo generale, adunava le sue truppe nello stato di Modena. Antonio Bentivoglio, per gelosia dei Canedoli, si avvicinò a Bologna, facendo in tutti i castelli, nei quali aveva qualche influenza, spiegare le insegne della Chiesa; di modochè la nuova repubblica fu bentosto bloccata da ogni banda, e privata d'ogni esterno soccorso.
[515] _Cronica di Bologna, p. 619._
La guerra di Bologna si trattò con quel misto di mollezza e di ostinazione che forma il carattere delle guerre ecclesiastiche. I soldati, come se fossero stati capitanati da preti, non cercavano di acquistar gloria con verun atto di vigore o di coraggio; non accadevano nè fatti d'armi di qualche importanza, nè sanguinose zuffe, nè notabili assedj, ma altronde le armate non si annojavano per la lentezza delle operazioni, quasi sapessero che il tempo nulla importava alla Chiesa, e che l'ostinazione è la più sicura guarenzia del buon successo per colui che può aspettare. Dopo un anno di scaramucce, il 30 agosto del 1429, si fece una convenzione, in forza della quale l'esercizio della sovranità venne diviso tra il legato del papa e la signoria[516].
[516] _Andr. Billii Hist., l. VII, p. 115. — Ann. Bononienses. Hieron. de Bursellis, p. 870. — Cron. Miscella di Bologna, p. 623._
Ma la guerra aveva esacerbato l'odio delle due fazioni. La signoria per le spese della guerra era stata costretta di ricorrere a straordinarie oppressive imposte. Essa erasi difesa contro le cospirazioni dei partigiani della Chiesa con una sospettosa vigilanza, ed aveva più volte puniti i loro attentati con una crudele severità. Era stato versato del sangue dalle due fazioni, ed i trattati di pace non erano sufficienti a soffocare tanto odio. L'abate Zambeccari fece inumanamente assassinare nella sala del consiglio cinque amici dei Bentivoglio, che accusò di voler far trionfare la loro fazione[517]. Bentosto il legato si vide costretto ad uscire di città, e le ostilità ricominciarono alla metà di luglio del 1430, continuando colla stessa mollezza che aveva caratterizzato la precedente guerra; e malgrado gli sforzi fatti dai Bolognesi per ottenere la pace, ed i diversi mediatori da loro adoperati, si protrasse la guerra fino al 22 aprile del 1431. A tale epoca si terminò con un trattato conchiuso con Eugenio IV, ch'era succeduto il 3 di marzo a Martino V[518].
[517] Il 2 aprile del 1430. _Cron. di Bologna, p. 624._
[518] Martino V era morto il 22 febbrajo 1431. _Cron. di Bol., p. 632._
Il più potente vassallo della Chiesa, Carlo Malatesti, signore di Rimini, era morto nell'intervallo delle due guerre il 14 settembre del 1429. Esperto generale, sebbene spesse volte sventurato, egli godeva in Italia di una considerazione assai maggiore della sua potenza; era riguardato come il più virtuoso principe del secolo; sapevasi che aveva presi per suoi modelli i più illustri uomini dell'antichità, de' quali studiava attentamente la storia; ed in fatti frequentemente scorgevasi nella sua condotta una generosità ed una grandezza romana, da lungo tempo affatto sconosciuta agli altri signori d'Italia. La di lui morte riuscì fatale alla sua casa. Egli non aveva prole, ma Pandolfo Malatesti, suo fratello, morto un anno prima, aveva lasciati tre figliuoli legittimati, tra i quali si divise l'eredità dei signori di Rimini. Un terzo fratello, Malatesta, signore di Pesaro, riclamò contro una legittimazione, che dava ai bastardi un'eredità cui credeva avere diritto egli solo. Ricorse al papa, il quale avidamente accolse l'occasione di regolare la successione del più potente de' suoi vassalli, o piuttosto di spogliarlo. Martino V diede molti castelli, che appartenevano ai Malatesti, a Guido di Montefeltro suo parente; riunì al diretto dominio della santa sede Borgo san Sepolcro, Bertinoro, Osimo, Cervia, la Pergola e Sinigaglia, non lasciando ai tre nipoti di Carlo che le tre città di Rimini, Fano e Cesena, delle quali formò a favor loro tre piccole sovranità feudatarie della Chiesa[519].
[519] _Andr. Billii Hist. Mediol, l. VII, p. 116. — Ann. Foroliv. Anon., t. XXII, p. 215._
Mentre ciò accadeva negli stati della Chiesa, la Toscana non era tranquilla. L'esaurimento delle loro finanze aveva costretti i Fiorentini ad accrescere le imposte per pagare gli enormi debiti contratti nell'ultima guerra; essi fissarono allora una nuova maniera di percezione, che chiamarono _catasto_[520]. Era una stima di tutte le private proprietà, mobili ed immobili, dietro la quale ognuno era tenuto al pagamento della mezza per cento sul suo capitale. Dopo che il catasto fu terminato a Firenze, la signoria volle pure estenderlo alle città suddite della repubblica; ma quasi tutte ostinatamente ricusarono d'assoggettarvisi, ed i cittadini si lasciarono piuttosto mettere in prigione che fare la dichiarazione dei proprj beni. In particolare la città di Volterra riclamò i privilegj che le erano stati accordati nel trattato d'unione, e la promessa fattale di non accrescere i tributi che pagava _ab immemorabili._ Un Volterrano, chiamato Giusto d'Antonio, dopo essere stato tradotto in prigione a Firenze, fu rilasciato dietro promessa di dare la chiesta dichiarazione; ma appena giunto a Volterra invitò i suoi concittadini alle armi in nome della libertà. Il popolo furibondo si sollevò, e non essendovi guarnigione in città, occupò subito le porte e la cittadella. Estremo fu il terrore a Firenze quando si ebbe avviso di questa sedizione, perchè la causa che aveva fatti sollevare i Volterrani era comune a tutte le città suddite, e sapevasi che grandissimo in tutte era il malcontento e la gelosia. I popoli soggetti ad una repubblica sono più bramosi della libertà, che vedono vicina senza parteciparne, di quello che lo sieno i popoli sottoposti ad un signore; ed è veramente cosa assai umiliante d'essere sudditi in mezzo a cittadini. Pure la prontezza con cui le milizie fiorentine marciarono contro Volterra spense la ribellione, prima che potesse dilatarsi. Palla Strozzi, spedito dalla signoria per offrire il perdono ai Volterrani, e far loro comprendere i pericoli cui si esponevano, ottenne in pochi giorni di cambiare le loro disposizioni; Giusto d'Antonio, il capo de' sollevati, fu ucciso dai suoi compagni, e la città venne aperta senza condizioni ai Fiorentini[521].
[520] _Catasto_, da cui ci è fatto _Catastro_, significa mucchio, _Accatastare_, è un ammucchiare ciò che si vuol misurare, come la legna, ec.
[521] _Macchiavelli Ist. Fior., l. IV, p. 28-35. — And. Billii Hist. Med., l. VII, p. 117. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1165._
Niccolò Fortebraccio, figlio d'una sorella di Braccio di Montone, ed uno de' capitani più addetti ai Fiorentini che serviva da più anni, era stato spedito contro Volterra; e quando questa città fu sottomessa ai Fiorentini, eccitarono sotto mano Fortebraccio ad invadere il territorio lucchese. Desideravano vendicarsi di Paolo Guinigi, signore di Lucca, che nell'ultima guerra si era accostato al duca di Milano contro di loro; ma prima di attaccarlo apertamente volevano conoscere le disposizioni de' suoi sudditi a suo riguardo, ed i suoi mezzi di difesa. Effettivamente Fortebraccio cominciò il 22 di novembre a guastare il territorio di Lucca, ove si presentò come condottiere e capo di avventurieri armati per conto proprio[522].
[522] _Comment. di Gino Capponi, p. 1166. — Petrii Russii senens. Hist. Fragm., p. 27. — Leon. Aretin. Comment., p. 934._ — Quest'ultimo assicura che Fortebraccio operava spontaneamente, e senza partecipazione del governo fiorentino.
Paolo Guinigi aveva regnato in Lucca trent'anni con minore splendore di Castruccio, ma in un modo meno ruinoso per la sua patria; aveva utilmente studiata la scienza dell'amministrazione, e la città di Lucca gli fu debitrice di molte savie leggi e di molte economiche istituzioni, che conservò fino all'età nostra. Durante il lungo suo regno egli mantenne quel piccolo stato sempre in pace, e quasi si sottrasse alla storia, che nulla ebbe a dire sul conto di Lucca in tale spazio di tempo. Pure Guinigi non ottenne d'essere amato, non possedendo alcuna di quelle luminose qualità che eccitano l'entusiasmo, e che possono talvolta far dimenticare al popolo la perduta libertà. Aveva un carattere negativo, senza generosità, senza grandezza, senza genio, senza valore, come pure senza vergognosi vizj e senza crudeli passioni. I suoi sudditi, vedendo sul loro territorio Niccolò Fortebraccio, lo ritennero mandato dai Fiorentini, e risguardarono il loro signore come perduto. Tutti i castelli ai confini, ed in particolare quelli di Val di Pescia, mandarono a prendere dai vicarj più vicini dello stato fiorentino gli stendardi della repubblica, che spiegarono sulle loro torri. Quando la signoria fu informata di tali movimenti, adunò i tre consiglj, e quasi di comune assenso fu decretata la guerra il 14 dicembre 1429 contro il signore di Lucca[523].
[523] _Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1167._
In quest'occasione si vide con sorpresa che il partito che aveva fatta più gagliarda opposizione alla precedente guerra, quando trattavasi di salvare la libertà della repubblica e dell'Italia, votò a favore di questa, sebbene non avesse altro fondamento che l'ambizione e la sete delle conquiste. Niccolò di Uzzano l'antico capo del partito guelfo, fece quanto poteva per impedirla, ma molti giovani influivano più di lui ne' consiglj della repubblica. Rinaldo degli Albizzi era giunto all'età necessaria per poter dirigere il partito in addietro formato da suo padre, e fu in tale occasione secondato da Cosimo e da Lorenzo, figli di Giovanni de' Medici. L'ultimo era morto in questo stesso anno dopo di avere colla moderazione, colla dolcezza, colla saviezza, spinta la sua famiglia ad un altissimo grado di potenza[524].
[524] _Macchiav. Stor. Fior., l. IV, p. 35 e 39. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. VI, p. 354._
I Fiorentini assoldarono Nicolò Fortebraccio colla di lui armata, ed in pari tempo spedirono nello stato di Lucca Bernardino della Carda con ottocento cavalli. Erano talmente spossati dall'ultima guerra, che non ottennero mai d'avere più di due mila corazzieri. Per l'infanteria non impiegarono che le proprie milizie; ma il signore di Lucca, da tutti abbandonato, era così debole che ben prevedevasi che non avrebbe fatta lunga resistenza. I commissarj della repubblica fiorentina furono i primi a venire in di lui soccorso colla cattiva loro condotta. Astorre Gianni, che aveva avuto il carico di sottomettere la Garfagnana, si portò nella valle di Serravezza, presso Pietrasanta, e sebbene gli abitanti affezionati al partito guelfo ed ai Fiorentini fossero spontaneamente andati ad incontrarlo per porsi sotto la protezione della repubblica, egli abbandonò il loro paese al saccheggio e le persone loro agl'insulti de' soldati. Così brutta slealtà eccitò l'universale indignazione, e gli abitanti di Serravezza, ridotti alla mendicità, riempirono la Toscana di amare lagnanze. Invano la signoria richiamò e degradò Astorre Gianni, invano restituì i loro beni agli abitanti di Serravezza, e cercò di compensarli de' sofferti danni; i delitti di cui i brutali guerrieri disonorano le armi di un popolo, conservansi nella memoria degli uomini come macchie indelebili; l'odio che ispirano prepara anticipatamente i loro disastri, e le stesse vittorie arrecano vergogna alla nazione che gli adopera[525]. Inoltre altri commissarj fiorentini non si mostrarono gran cosa meno avidi. Pareva che Rinaldo degli Albizzi si fosse scordato lo scopo della guerra per non occuparsi che della preda; egli seguiva il campo meno per dirigere l'armata, che per comperare a basso prezzo dai soldati gli effetti ed i bestiami che predavano. Gli abitanti della campagna, che avevano prese le armi, perchè attaccati al partito guelfo, abbandonavano con dispiacere quest'armata di ladri; i castelli tornavano all'ubbidienza di Lucca, da cui si erano sottratti; i medesimi soldati fiorentini concepivano disprezzo pei loro commissarj, che operavano così bassamente, e ricusavano d'ubbidire. I dieci della guerra avevano ordinato l'assedio di Lucca; ma l'armata ricusò di stare accampata in tempo delle piogge dell'inverno, e prese quartiere a Cappannola, tre miglia lontana dalle mura, dando così tempo agli assediati d'apparecchiarsi alla difesa[526].
[525] _Macchiavelli Ist. Fiorent., l. IV, p. 45._
[526] _Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1168. — Nicolò Macchiavelli, l. IV, p. 51._
Filippo Brunelleschi, uno de' più grandi architetti che producesse Firenze, propose di approfittare delle medesime piogge, che impedivano le operazioni militari, per attaccare la città. Il Serchio, che attraversa il piano in cui è posta Lucca, soverchiava le sponde ingrossate dalle lunghe piogge, e Brunelleschi propose di dirigerne la corrente contro le mura per aprirvi una breccia colla violenza delle acque. Ma i Lucchesi, dopo avergli permesso di condurre quasi a termine questo lavoro lungo e dispendiosissimo, ch'egli aveva intrapreso, ruppero di notte l'argine da lui innalzato, ed inondarono talmente il piano, che i Fiorentini dovettero allontanarsi da Lucca[527].