Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)
Part 21
Il Carmagnola adunò le sue truppe nello stato di Mantova, mentre il marchese d'Este formava un'armata sul Panaro, ed i Fiorentini ingrossavano quella che Niccolò di Tolentino, loro generale, comandava in Toscana. Il Carmagnola voleva aprire la campagna colla sorpresa di Brescia. Aveva molti partigiani in quella città, ch'egli aveva di già tolta a Pandolfo Malatesti, e di cui si era fin d'allora dichiarato il protettore. Tutti i Guelfi che abitavano in un separato quartiere circondato di mura, erano malcontenti della casa Visconti che gli opprimeva; alcuni soldati avevano pure promesso d'aprire la cittadella ai Veneziani; ma si suppone che il duca di Milano, dopo avere scoperta la loro trama, prendesse le opportune misure per conservare le fortezze, e chiudesse gli occhi sulle pratiche de' Guelfi, che pure gli erano note, onde prendere motivo, tostocchè si manifestassero, d'infierire contro quella fazione e di confiscarne i beni[489].
[489] _Andreae Billii Histor., l. V, p. 86._
La città di Brescia era in allora formata di molti quartieri difesi da separate fortificazioni. Eravi sulla montagna che la signoreggia una fortezza circondata da doppie mura, e sostenuta da torri, le une alle altre assai vicine. Un secondo giro di mura formava sotto alla prima una seconda fortezza, abitata dai Ghibellini; al di sotto, in sulla diritta, trovavasi la terza, detta la cittadella nuova, spettante alla Porta Filaria; ed era a mano manca l'altro quartiere, che stendesi nel piano, formante la più bassa parte di Brescia, che chiamavasi città guelfa. In questo solo quartiere fu introdotto il Carmagnola il 17 marzo del 1426, senza che gli fosse pur data la porta di Garzetta, che trovasi in fondo alla città, perchè custodita dalla guarnigione milanese[490].
[490] _J. Simonetae, l. II, p. 205. — Poggio Bracciolini Hist., l. V, p. 340. — Platina Hist. Mant., l. V, p. 804. — Redusius de Quero Chron. Tarvis., p. 855._
La prima notizia dell'occupazione di Brescia cagionò molta gioja in Venezia ed in Firenze; ma quando seppesi che il Carmagnola non era padrone che di alcune strade e di poche piazze, mentre tutti i luoghi forti della città si conservavano pel duca di Milano, si perdette la speranza ch'egli vi si potesse mantenere, tanto più che Guido Torello, Francesco Sforza, Niccolò Piccinino ed altri illustri capitani si avanzavano per riprendere così importante città. Per altro il Carmagnola supplì colla sua attività al pericolo della propria situazione; separò con una fossa larga e profonda il quartiere ch'egli occupava dalla più vicina fortezza, ed intraprese nel tempo medesimo l'assedio di porta Garzetta. Quando Niccolò di Tolentino, generale dei Fiorentini, giunse nel suo campo, cominciò pure l'assedio di due cittadelle; e perchè non potessero ricevere esterni soccorsi, le chiuse con una fossa lunga più di due miglia, e larga venti piedi sopra dodici di profondità. In questi diversi assedj si rinnovavano le zuffe senza interrompimento; e l'artiglieria, che cominciava in allora ad essere comunemente adoperata, essendo più micidiale che per l'addietro, distruggeva facilmente quelle fortificazioni che non erano state fatte per resistere alla sua furia. La porta di Garzetta fu la prima ad arrendersi, e poco dopo la cittadella nuova. Angelo della Pergola ricondusse dalla Romagna per ordine del duca l'armata con cui vi aveva sostenuta la guerra e passò il Panaro per negligenza, o per connivenza del marchese d'Este, che aveva sopra di sè la difesa di quel passaggio. Per tal modo tutti i condottieri del duca si trovavano riuniti in vicinanza di Brescia, formando un esercito di oltre quindici mila corazzieri con un proporzionato numero d'infanteria: ma la gelosia de' capi e la loro insubordinazione posero ostacolo ai profitti che tirar potevano da così ragguardevoli forze. Essi non attaccarono le linee del Carmagnola che quand'era troppo tardi per poterle superare, e furono respinti con perdita; indi i Bresciani, assediati nelle diverse loro fortezze, dovettero successivamente arrendersi. Cinque diverse capitolazioni cedettero a lunghi intervalli i diversi quartieri della città ai Veneziani: la cittadella vecchia ultima si arrese il 20 novembre del 1426, e compì la conquista di Brescia[491].
[491] _Poggio Bracciolini Hist., l. V, p. 341. — Redusius de Quero Chron. Tarvis., p. 856. — Navagero Stor. Venez., p. 1089. — Marin Sanuto vite de' duchi di Venezia, p. 896. — Andreae Billii, l. V, p. 91. — Joh. Simonetae, l. II, p. 208. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1164._
Quando Agnolo della Pergola evacuò la Romagna per ordine del suo signore, restituì al papa le due città d'Imola e di Forlì, che aveva occupate un anno prima. Nello stesso tempo il duca dichiarò di non avere intrapresa la guerra che pel vantaggio della Chiesa, spogliata de' suoi stati dai tiranni[492]. Perciò Martino V offrì subito la sua interposizione per riconciliare le due repubbliche col duca. Mandò il cardinale di Bologna a Ferrara per invitare ad un congresso le potenze belligeranti. Colà infatti si recarono i loro deputati, e quelli del duca di Milano mostravansi disposti a fare tutte le cessioni che potessero essere chieste. Le città della Romagna, il di cui possedimento era il principale motivo della guerra, erano restituite al papa, i castelli conquistati da Agnolo della Pergola erano stati ripresi dai Fiorentini; il duca non chiedeva d'essere messo in possesso di Brescia, come nè pure di alcuni villaggi occupati dal duca di Savoja in Piemonte; anzi acconsentiva di cedere ai Veneziani il restante del territorio bresciano. La pace venne dunque firmata il 30 dicembre del 1526. Ma il duca non aveva maggiore costanza nel sottomettersi alle privazioni, di quel che avesse coraggio nel sopportare i rovesci; quindi aveva appena sottoscritto questo trattato, che non seppe tollerarne le condizioni; e riprese subito le armi per vendicarsi di coloro, che lo avevano ridotto ad accettare una vergognosa pace[493].
[492] _Math. de Griffonibus Memor. Histor., p. 231._ È questa l'ultima volta che noi citiamo questo storico, il quale morì poco dopo, il 3 luglio del 1426. — _Annales Forolivienses, t. XXII, p. 214._
[493] _Leonardi Aretini Comment., p, 934. — Navagero Stor. Venez., p. 1090. — Marin Sanuto Vite dei duchi, p. 990. — And. Billii Histor., l. V, p. 92. — J. Simonetae, l. II, p. 209. — Poggio Bracciolini, l. V, p. 344._
CAPITOLO LXV.
_Seconda guerra de' Fiorentini col duca di Milano. — Rivoluzioni nello stato della Chiesa. — Tentativi dei Fiorentini sopra Lucca; questa città ricupera la libertà. — Terza guerra col duca di Milano. — Morte del Carmagnola._
1427 = 1432.
I Milanesi si erano accostumati al dominio della casa Visconti: una lunga serie di principi, molti de' quali dotati di non comuni talenti, taluni ancora di virtù, avevano attaccato a questa dinastia l'onore nazionale; la sua autorità veniva risguardata come legittima, ed il diploma che innalzava Giovanni Galeazzo alla dignità ducale aveva dissipati gli ultimi scrupoli di coloro che ancora condannavano l'originaria usurpazione di Ottone Visconti. Gli uomini vorrebbero sempre rispettare coloro cui sono forzati di ubbidire, e ne soffre il personale orgoglio, quando debbono arrossire pei loro padroni. Perciò tutto quanto poteva esservi di spregevole nel carattere di Filippo Maria, veniva avvedutamente dissimulato. Si evitava di giudicare questo principe intorno ai molti atti di perfidia, intorno alla sua condotta verso la sua prima consorte, alla sua ingratitudine verso i più fedeli servitori. Mentre i suoi popoli gemevano sotto il peso delle contribuzioni, e che i suoi stati venivano guastati da continue guerre, cercavansi pretesti per giustificare queste medesime guerre, nelle quali veniva strascinato da insaziabile ambizione, ed ascrivevasi a saggia politica la pusillanimità con cui nascondevasi agli occhi del pubblico, come davasi il nome di filosofia alla effeminata sua mollezza, ed alla sua ricercatezza de' piaceri[494].
[494] Pietro Candido Decembrio, scrivendo la di lui vita, rese conto de' suoi costumi, delle sue abitudini del suo vestire, del suo vitto così circostanziatamente, come se l'uomo di cui faceva il ritratto avesse meritato d'essere il modello de' principi. Vedansi in particolare i trenta ultimi capitoli, _t. XX, p. 1000 e seguenti_.
Non pertanto quando a Milano s'intese a quali condizioni aveva il duca accettata la pace che gli era stata offerta dai confederati, il popolo mostrossi scontento che il suo sovrano si fosse sottomesso a tanta umiliazione. Non sapevasi comprendere come si fosse scoraggiato per la perdita di una sola città, quando la sua armata numerosa di quindici mila corazzieri non aveva ancora combattuto; mentre i Fiorentini erano stati, nel precedente anno, disfatti in sei grandi battaglie, senza che le loro perdite gli avessero ridotti alla più leggiera umiliazione. I gentiluomini milanesi credettero compromesso l'onor loro e quello dello stato dal trattato che il duca aveva accettato; ascrissero a pusillanimità le cessioni che aveva fatte, ed afferrarono questa circostanza per domandare che la nazione avesse qualche parte nel proprio governo.
Una deputazione della nobiltà di Milano supplicò il duca a rompere un trattato contrario all'onor suo ed alla sua sicurezza; a non evacuare otto fortezze dello stato di Brescia ch'egli si era obbligato di dare ai Veneziani, ma che servivano di antimurale ai suoi stati; di non permettere ai suoi nemici di fortificare una testa del ponte sulla riva destra dell'Oglio; e per ultimo di non accordare al timore ciò che la forza non aveva potuto togliergli. Soggiugnevano che se il duca voleva affidarsi allo zelo ed alla lealtà de' suoi sudditi, i Milanesi lo renderebbero in breve vittorioso di tutti i suoi nemici. Quando Filippo Maria volle più partitamente sapere ciò che poteva da loro ripromettersi, i nobili Milanesi risposero che si obbligavano a mantenere dieci mila cavalli ed altrettanti fanti sotto le armi, purchè il duca lasciasse loro l'amministrazione delle entrate della città di Milano, e rivocasse le regalie usurpate dai suoi cortigiani. Filippo, dopo di avere discussa questa proposizione nel consiglio de' suoi favoriti, ricusò di dare motivo al popolo d'immischiarsi negli affari dello stato, onde non far rigermogliare tra i Milanesi quelle abitudini repubblicane che i suoi antenati avevano avuto cura di estirpare; ma per altro risolse di ricominciare la guerra, onde approfittare dei sussidj indicatigli dalla municipalità di Milano. Di mano in mano che i Veneziani licenziavano alcune compagnie di corazzieri, egli andava assoldandole, ed in sul cominciare della primavera, invece di evacuare le fortezze, in conformità del trattato, spinse improvvisamente le sue truppe nello stato di Mantova[495].
[495] _Andreae Billii Hist. Mediol., l. V, p. 92-94. — Poggio Bracciolini Hist. Fior. l. V, p. 345._
Il Carmagnola aveva abbandonata l'armata veneziana per rimettersi in salute, avendo molto sofferto per una caduta da cavallo; e durante la di lui assenza, i Milanesi avevano ottenuto qualche vantaggio sopra i suoi luogotenenti. Una flotta, che il duca aveva fatta costruire sul Po, scese questo fiume senza trovare opposizione, ed occupò Casal Maggiore, mentre Niccolò Piccinino assediò Brescello. Ma i Veneziani armarono ben tosto una flotta di trenta galere, che rimontava il Po sotto gli ordini di Francesco Bembo. Questa giunse fino a breve distanza da Cremona; ove il 21 maggio incontrò Pacino Eustacchio, l'ammiraglio dei Milanesi. Niccolò Piccinino ed Agnolo della Pergola trovavansi sulla sponda meridionale del fiume con sette mila cavalli ed otto mila fanti, e credevansi a portata di proteggere la loro marina, o per lo meno d'intimidire i loro nemici, onde confortarono Paccino Eustachio, che diffidava delle proprie forze, ad entrare in battaglia, lasciandosi portare dalla corrente del fiume contro i Veneziani che stavano al di sotto di lui. Quattro galere milanesi, ajutate dalla rapidità della corrente, attraversarono combattendo tutta la flotta nemica, ma le altre non osarono seguirle, e Francesco Bembo, approfittando della loro oscitanza, le andò cacciando contro la riva settentrionale per separarle dall'armata di terra, e dopo un'accanita battaglia, che non terminò che il secondo giorno, prese o bruciò tutta la flotta milanese[496].
[496] _Andreae Billii Hist., l. VI, p. 96. — Poggio Bracciolini Hist., l. V, p. 346. — Redusii de Quero Chron. Tarvis., p. 861. — Platinae Hist. Mant., l. V, p. 806. — Marin Sanuto vite del duchi di Venezia, p. 995._
Per altro l'ammiraglio veneziano non potè trarre molto vantaggio da così segnalata vittoria, non avendo truppe da sbarco per tentare veruna conquista in su gli occhi del Piccinino, che lo seguiva a poca distanza. Bensì bruciò avanti a Cremona tre ridotti che il duca aveva fatto innalzare per signoreggiare la navigazione del Po, e si avanzò fino alla foce del Ticino a poca distanza da Pavia; ma qualunque volta misero piede a terra i suoi soldati, vennero battuti o dispersi, e bentosto tornò alla volta di Venezia senza tentare colla sua flotta verun altra impresa[497].
[497] _Andreae Billii Hist., l. VI, p. 97. — Joh. Simonetae vita F. Sfortiae, l. II, p. 210. — Platinae Histor. Mant., l. V, p. 807._
Il Carmagnola, tornato alla sua armata in allora numerosa di dodici mila cavalli, si fece a trattare con vari castellani delle fortezze del duca, che cercava di guadagnare col danaro. Il Piccinino, avuto di ciò sentore, seppe ridurlo con fallaci promesse innanzi a Gottolengo, e colà lo sorprese il giorno della Ascensione, facendogli mille cinquecento prigionieri[498]. Fu questo pel Carmagnola un ammaestramento, che in appresso più non si espose in presenza ai nemici senza avere fortificato il proprio campo con doppio ricinto di carri, sul quali era solito di collocare costantemente numerose scolte. Due mila buoi aggiogati ai carri seguivano ovunque la sua armata e facevano intorno alla medesima una linea difficilmente superabile.
[498] _Andreae Billii, l. VI, p. 98. — Poggio Bracciolini, l. V, p. 348. — Joh. Simonetae, l. II, p. 210. — Gio. Batt. Pigna Stor. de' princ. d'Este, p. 560._
Intanto il Carmagnola si portò alla volta di Cremona con intenzione di assediarla. Dal canto suo credette il duca Filippo Maria di dovere, per la prima volta dacchè faceva la guerra, incoraggiare le sue truppe colla propria presenza. Venne a soggiornare in Cremona, mentre il suo campo trovavasi distante tre miglia da questa città. All'una ed all'altra armata nuovi corpi e nuovi capitani giugnevano ogni giorno. Gli stati, diventati più potenti e più ricchi, impiegavano maggiori forze per combattersi. Assicurasi che a quest'epoca si contarono nel solo territorio di Cremona circa settanta mila combattenti componenti i due eserciti[499]; lo che sembrava cosa prodigiosa in tempi, ne' quali si aveva memoria che tre in quattro mila corazzieri spargevano il terrore dall'una all'altra estremità dell'Italia. Omai la moltiplicità dei soldati sforzava a mutare il sistema militare, e ad estendere il piano della campagna sopra più vaste contrade; mentre in addietro le armate quasi stazionarie in un solo luogo, senza avanzare o rinculare, difendevano tutto un anno il passaggio d'un piccolo fiume o il possedimento di un villaggio.
[499] _Andreae Billii Hist. Mediol. l. VI, p. 100. — Joh. Simonetae de G. F. Sfortiae, l. II, p. 211. — Platinae Hist. Mant., l. V, p. 808._
Il campo del Carmagnola a Casal Secco era da un largo fosso separato da quello dei Milanesi. Ognuna delle due parti temeva di passarlo, e preferiva di essere attaccata piuttosto che d'attaccare. Pure il 12 di luglio, i generali milanesi, che bramavano di distinguersi in presenza del loro sovrano, cominciarono l'attacco, e penetrarono perfino nel campo del Carmagnola. Ma l'estremo calore della stagione rendeva il terreno polveroso, e tostocchè la cavalleria cominciò la carica, si trovò ravvolta in così densa nube di polvere, che ad ogni corpo riusciva impossibile il conoscere o il seguire la stessa direzione. Quando dopo un'ostinata zuffa si suonò dalle due parti la ritirata, molti cavalieri, credendo di recarsi al loro quartiere, entrarono in quelli de' loro nemici. Il Carmagnola, rovesciato da cavallo, fu veduto combattere lungo tempo a piedi; Giovanni Francesco Gonzaga fu alcun tempo in mezzo ai nemici; e Francesco Sforza penetrò senza compagni fino nel centro del campo veneziano; e tutti tre sarebbero rimasti prigionieri se alcuno dei combattenti avesse potuto vedere a pochi passi di distanza; ma all'ultimo le due armate si separarono senza sensibile vantaggio dall'una o dall'altra parte[500].
[500] _Platinæ Hist., Mant., l. V, p. 808. — Navagero Stor. Venez., p. 1091. — Redusii de Quero Chron. Tarvis. p. 862. — Gio. Batt. Pigna Stor. de' principi d'Este, l. VI, p. 562. — Scip. Ammirato, t. II, l. XIX, p. 1038. — J. Simonetae, l. II, p. 112._
Intanto dalla banda d'occidente erano contemporaneamente entrati nello stato di Milano Amedeo, duca di Savoja, Gian Giacomo, marchese di Monferrato, e Rinaldo Pallavicini. Il duca tornò nella sua capitale per opporsi ai loro guasti, e spedì contro di loro Ladislao Guinigi, figlio del signore di Lucca, che dopo di essere stato alcun tempo incerto tra la lega ed il duca, erasi finalmente attaccato a questi. Ladislao obbligò i Piemontesi a ritirarsi; ma i Fiorentini non perdonarono a suo padre quest'atto d'ostilità contro i loro alleati[501].
[501] _Andreae Billii Histor., l. VI, p. 100. — Joh. Simonetae de Gestis Francisci Sfortiae, l. II, p. 213._
Filippo, allontanandosi dalla sua armata di Cremona la lasciò sotto il comando di quattro generali rivestiti di uguale autorità. Niccolò Piccinino aveva adunati quasi tutti i soldati di Braccio da Montone, e ritornato l'essere a quelle bande lungo tempo famose. Lo Sforza comandava la truppa rivale ch'era stata formata da suo padre. Guido Torello era stato dal duca posto alla testa delle truppe che aveva messe insieme il Carmagnola e più volte condotte alla vittoria. Per ultimo Agnolo della Pergola, invecchiato nelle battaglie, aveva egli medesimo formata la propria armata. Questi capi, eguali di rango, di reputazione, di abilità, nudrivano gli uni verso gli altri tanta gelosia, che comunicavasi ancora ai loro soldati. Perciò il Carmagnola, la di cui autorità era riconosciuta da tutta la sua armata, aveva un grandissimo vantaggio sopra i suoi nemici tanto pel segreto che per la rapidità dei movimenti. Prese quasi in sui loro occhi Bina e Casal maggiore, ed ognuno di tali acquisti fu cagione di nuova contesa nel campo de' suoi nemici. Non è già che tra le sue genti non si trovassero di quegli uomini fieri ed indipendenti, che a stento sanno ubbidire, perciocchè formavano parte della sua armata i tre principi sovrani di Mantova, di Faenza e di Camerino, i due parenti dello Sforza Michelotto e Lorenzo Attendolo, i commissarj dei Fiorentini e de' Veneziani, e finalmente Paolo Orsini, che più d'ogni altro voleva essere emulo del suo generale[502]. Ma il Carmagnola aveva tanta dignità; era così risoluto e tranquillo ne' pericoli, che que' medesimi che più degli altri lo accusavano d'arroganza, non esitavano mai, quando dovevano ubbidirgli.
[502] _Andreae Billii Histor., l. VI, p. 101._
A Filippo Maria era nota la gelosia dei suoi generali, ma egli la fomentava invece di apporvi rimedio; non volendo farne alcuno tanto grande, che lo potesse adombrare; nè voleva favorire uno di loro in modo da scontentare gli altri sicchè lo abbandonassero. E quando si vide finalmente costretto a sottoporre ad una sola la volontà di tanti capi, volle che il suo generalissimo fosse a tutti superiore per natali e per grado, più che per riputazione militare, di cui gli altri sarebbero invidiosi. Fece venire Carlo Malatesti, figlio del signore di Pesaro e nipote dell'altro Carlo Malatesti, signore di Rimini, e gli affidò il supremo comando dell'armata[503].
[503] _Joh. Simonetae de R. G. a Franc. Sfortiae, l. II, p. 213._
Il Carmagnola cercò di provocare il nuovo generale e di metterlo in opposizione co' suoi luogotenenti, che ben sapeva più di lui esperti. Lo andava dunque bersagliando, affettava disprezzarlo, senza per altro offrirgli la battaglia che quando aveva a suo favore il vantaggio del terreno. Andò finalmente il 10 di ottobre ad attaccare il villaggio di Macalò poco discosto dall'Oglio, e due in tre miglia dall'armata milanese, ma in luogo circondato da pantani. Il calore della state gli aveva in parte asciugati di modo che la superficie più dura, che copriva il fango, poteva ben sostenere i pedoni, ma non la cavalleria. Il Carmagnola aveva diligentemente fatto riconoscere questo pantano; onde ne sapeva ogni sentiere praticabile, e dietro ogni macchia, sopra ogni tratto di più solido terreno, aveva posto dei soldati, mentre apparentemente lasciava senza guardie l'_argine_ tortuoso che attraversava il pantano. I soldati milanesi domandavano altamente la battaglia, e si consideravano come insultati dalla presa di Macalò fatta in sui loro occhi. Il Malatesti prendeva parte al loro risentimento, mentre nel consiglio di guerra molti de' capitani rappresentavano il pericolo dell'attacco[504]. Ma la vinse il partito più azzardoso, allorchè coloro che lo proponevano diedero ad intendere che i loro avversarj mancavano di coraggio. Pochi capitani, valorosi nel pericolo, hanno avuto il coraggio più nobile e più virtuoso di sprezzare una così fatta imputazione, quando lo chiedeva l'interesse della loro armata e della patria.
[504] Tutti i biografi dello Sforza, del Piccinino, del Malatesti ec., assicurano che il rispettivo eroe s'oppose alla battaglia voluta dagli altri capi.
L'armata milanese si pose dunque tutta intera sulla stretta strada che attraversava il pantano, ed improvvisamente, quando più non poteva dare a dietro, fu assalita a destra ed a sinistra dagli arcieri. Allora la cavalleria leggiere e l'infanteria del Carmagnola comparvero ai due lati; e quando i Milanesi uscivano dall'argine per respingere il nemico, cadevano nel fango, e non potevano più muoversi. Tostocchè la colonna fu posta in disordine, i fanti del Carmagnola si avanzarono verso l'argine, e cacciando le spade nel ventre de' cavalli milanesi, rovesciarono i cavalieri, che, oppressi dal peso delle loro armi, più non potevano levarsi in piedi. Guido Torello trovò mezzo di salvarsi con suo figlio per un sentiere che gli venne fatto di scoprire a traverso al pantano; il Piccinino scorrendo tutto l'argine si aprì una via in mezzo ai nemici, e Francesco Sforza tornò a dietro; ma Carlo Malatesta fu fatto prigioniere con otto mila corazzieri, senza che, per quanto vien detto, ne sia rimasto morto un solo. Tutti gli equipaggi ed immense ricchezze caddero in potere del vincitore[505].
[505] _Andreae Billii Hist., l. VI, p. 103. — Poggio Bracciolini Hist., l. VI, p. 351. — Gio. Batt. Pigna stor. de' Princ. d'Este, l. VI, p. 563. — Platinae Hist. Mantuana, l. V, p. 809. — Jo. Simonetae, l. II, p. 213. — Redusii de Quero Chron. Tarvisin., p. 863. — Marin Sanuto vite dei duchi di Venez., p. 998._