Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)

Part 20

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Aveva Braccio incaricato Niccolò Piccinino, il migliore de' suoi capitani, di custodire con quattro compagnie di sessanta corazzieri la porta dell'Aquila, e di non abbandonare quel posto, per qualsiasi motivo. Aveva mandata tutta l'infanteria sulle alture, perchè attaccasse i nemici alle spalle, tostocchè fossero dalla cavalleria disordinati. Il 2 giugno del 1424 diede cominciamento alla battaglia alla testa de' suoi corazzieri tre volte meno numerosi che quelli del Caldora; e col consueto suo impeto spinse bentosto il nemico alle falde della montagna, e lo sgominò affatto. Michelotto Attendolo, uno dei parenti dello Sforza, fece allora avanzare l'infanteria, con ordine di approfittare della mischia per cacciarsi sotto i cavalli, e ferirli di fianco; ed infatti i pedoni dello Sforza smontarono in poco tempo molte compagnie de' corazzieri di Braccio, e sparsero il disordine nel rimanente. In questo istante Niccolò Piccinino, volendo riordinare i suoi commilitoni, abbandonò la guardia della porta che gli era stata affidata, malgrado il contrario ordine di Braccio, e mentre questi non aveva potuto dare i convenuti segni all'infanteria, quando aveva appunto bisogno di farla scendere dalle alture che occupava; la battaglia fu perduta, perchè i primi abbandonarono la loro posizione ed i secondi si ostinarono a restare ove si trovavano. Quando gli abitanti dell'Aquila videro che le loro porte erano libere, uscirono in numero di sei mila e piombarono alle spalle dell'armata di Braccio, il quale mentre scorreva le file per incoraggiare i suoi soldati, fu ferito nella gola da un colpo di spada, e rovesciato da cavallo. I suoi guerrieri, sentendo che era caduto, si posero tutti in fuga. Braccio, rialzato dai suoi nemici, venne condotto alla tenda del Calodra: ma egli non volle mai nè rispondere, nè fare segno alle generose offerte ed ai conforti che gli davano i suoi nemici. A molti de' suoi soldati, ch'erano con lui prigionieri, venne permesso di recarsi presso al loro generale e di parlargli senza testimonj, ma non ottennero giammai da quell'anima alteramente feroce alcun segno d'aggradimento delle loro cure, nè mai volle prendere cibo. Sebbene i medici avessero dichiarato che la ferita non era mortale, dopo avere passati tre giorni senza mangiare o bevere o pronunciare una sola parola, morì di cinquanta sei anni il 5 giugno del 1424. I gemiti ed i singhiozzi de' suoi soldati risuonarono nel campo de' vincitori; ed una vittoria conseguita colla morte di così grand'uomo riuscì rincrescevole agli stessi suoi nemici. Il suo cadavere fu mandato a Roma, ove il papa lo fece seppellire in luogo profano, siccome scomunicato[459].

[459] _Vita Brachii Perusini a J. Campano, l. VI, p. 620. — Joh. Simonetae de R. G. a Franc. Sfortiae, l. I, p. 192-200. — Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiae, p. 729-732. — Ann. Bonincontrii Miniat., p. 133. — Giornali Napoletani, p. 1092. — Lettre de Martin V, au roi de Castille. Ann. Eccl. 1424, § 16, t. XVIII, p. 69._

La morte di Braccio distrusse in un istante il principato ch'egli aveva formato. Perugia il 19 di luglio aprì le porte al papa, a condizione che gli emigrati del partito de' Raspanti non sarebbero richiamati in città, e che il castello di Montone, patrimonio degli antenati di Braccio, verrebbe consegnato al conte Oddo suo figliuolo. Le altre città dello stato della Chiesa seguirono l'esempio di Perugia, e Martino V rivocò la scomunica pronunciata contro di loro[460]. Capoa ed i varj feudi, ch'erano stati accordati a Braccio nel regno di Napoli, tornarono alla regina. Il conte Oddo, figliuolo di Braccio, coll'ajuto di Niccolò Piccinino, raccolse una parte dell'armata paterna, ed i Fiorentini, che di quest'epoca avevano estremo bisogno di truppe, presero questi due generali al loro soldo con quattrocento lance, ossiano mille due cento corazzieri[461].

[460] _Annales Eccl. Rayn. 1424, § 16, p. 69. — Vita Martini V ex additamentis ad Ptolom., p. 866. — Math. de Griffon. Memor. Hist., p. 230. — Cher. Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXIX, t. II, p. 646._

[461] _Commentari di Neri di Gino Capponi, p. 1163._

Il duca di Milano, non contento di avere violato il trattato conchiuso coi Fiorentini, disponendo di Sarzana, città posta al di là della Magra e dei confini ch'egli medesimo aveva stabiliti ne' trattati alle sue conquiste, aveva pure mandate, dietro domanda del legato, truppe a Bologna per attaccare Castel Bolognese, ove si erano rifugiati gli eredi della casa Bentivoglio[462]. Da ogni lato le sue armate s'andavano avvicinando alla Toscana, ove cercava di ravvivare il partito che in addietro vi aveva avuto suo padre. Dopo la morte di Giorgio degli Ordelaffi, signore di Forlì, accaduta il 25 gennajo del 1422, la di lui vedova Lucrezia degli Alidosi, figlia del signore d'Imola, era rimasta tutrice di suo figlio, Teobaldo degli Ordelaffi, in età di soli nove anni, e governava il suo piccolo stato sotto la protezione dei Fiorentini. Ma sua cognata, Catarina degli Ordelaffi, erasi posta alla testa del partito ghibellino di Forlì. Incoraggiata dalle segrete offerte del duca di Milano, eccitò il popolo a prendere le armi ed il 14 maggio del 1423 fece arrestare sua cognata Lucrezia, e scacciare tutti gli Imolesi e tutti i Fiorentini che questa aveva chiamati a Forlì, introducendo in loro vece in città una guarnigione milanese[463]. Questa era dal canto del duca di Milano un'espressa violazione del trattato di pace; perciocchè aveva riconosciuto che tutta la Romagna fosse sotto la protezione dei Fiorentini, ed erasi obbligato a non prendere parte nelle rivoluzioni di questa provincia. I Fiorentini mandarono a Forlì Pandolfo Malatesti, per liberare la fortezza assediata dai Milanesi; ma questo principe fu battuto il 6 settembre 1423 a ponte a Ronco dal generale del duca di Milano, e da quell'istante la guerra si accese in Romagna[464].

[462] _Math. de Griffon. Memor. Histor., p. 229. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 612. — Poggio Bracciolini Hist. Flor. l. V, p. 324._

[463] _Chron. Foroliv. Frat. Hieronimi, t. XIX, p. 890. — Ann. Foroliv., t. XXII, p. 212. — Chron. Tarvisinum Redusii de Quero, p. 851. — Poggio Bracciolini Hist., l. V, p. 323._

[464] _Andrea Biglia Histor. Mediol. l. IV, p. 63. — Commentarj di Neri di Gino Capponi, p. 1162._

Filippo Maria più non si tenendo obbligato da alcun rispetto, fece entrare in Romagna Agnolo della Pergola con una più numerosa armata. Questo generale, passando a canto ad Imola, sorprese questa città il 10 febbrajo del 1424, approfittando del gelo che aveva agghiacciate l'acque delle fosse in modo da potervi camminar sopra[465]. Luigi degli Alidosi, preso nella sua capitale, fu mandato nelle prigioni di Milano; pochi giorni dopo Guid'Antonio di Manfredi, signore di Faenza, dichiarossi a favore del duca, ed il papa, favoreggiando lo stesso partito, richiamò da Bologna il legato Condolmieri perchè creduto amico dei Fiorentini[466].

[465] _Chron. Foroliviense Frat. Hieron., p. 891. — Math. de Griffon. Memor. Histor., p. 229. — Cron. di Bologna, p. 613._

[466] _Poggio Bracciolini Histor., l. V, p. 328. — Cronica di Bologna, p. 614._

La guerra per questi ultimi ricominciava sotto i più svantaggiosi auspicj; Braccio, che doveva essere il loro principale difensore, e che riceveva un'annua pensione come prezzo de' servigj che doveva prestare ad ogni inchiesta, dopo avere lungo tempo deluse le loro istanze era stato rotto con tutta la sua armata. I deputati fiorentini erano stati spogliati dai vincitori nel suo campo, ov'eransi recati per portargli sessanta mila fiorini pel soldo delle truppe[467]. Per rimpiazzarlo i dieci della guerra avevano assoldato Carlo Malatesti, signore di Rimini, ed avevano adunata sotto i di lui ordini un'armata di dieci mila cavalli e di tre mila pedoni, i di cui principali capi erano Pandolfo Malatesti, Orso Orsini, Luigi degli Obizzi, e Niccolò di Tolentino[468]. Ma Carlo, avendo voluto soccorrere il conte Alberico da Barbiano, alleato della repubblica, che trovavasi assediato da Pergola nel suo castello di Zagonara, il 27 luglio venne a battaglia col generale milanese, dopo avere con una lunga marcia in disastrose strade e sotto una violenta pioggia stancata la sua gente ed i cavalli, onde fu compiutamente rotto e fatto prigioniero con molti suoi ufficiali. Il duca di Milano, che talvolta lasciava la sua bassa e perfida condotta per agire con cavalleresca generosità, accolse il Malatesti colle più vive dimostrazioni di affetto e di rispetto, quando gli fu condotto prigioniero a Milano; dimenticò la sua nimicizia, per non risguardarlo che come uno degli amici di suo padre ed uno de' suoi tutori, e dopo averlo trattenuto alcun tempo tra le feste ed i piaceri della sua capitale, lo rimandò libero senza taglia con tutti i prigionieri. Da quest'istante il Malatesti, vinto dalle cortesie del duca, abbandonò i Fiorentini per attaccarsi a questo principe[469].

[467] _Joh. Simonetæ, l. I, p. 197._

[468] _Poggio Bracciolini Hist., l. V, p. 329. — Andreæ Billii Histor. Mediol., l. IV, p. 67._

[469] _Poggio Bracciolini, l. V, p. 332. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1163. — Andreæ Billii Hist. Mediol., l. IV, p. 68. — Ann. Bonincontrii Miniat., p. 133. — Cron. di Bologna, p. 615. — Chron. Foroliv., t. XIX, p. 894._

Il conte Oddo, figliuolo di Braccio da Montone, e Niccolò Piccinino giunsero in appresso a Firenze cogli avanzi dell'armata disfatta innanzi all'Aquila. Il Piccinino, dopo avere raccolti i soldati fuggiti alla rotta di Zagonara, tenne in dovere alcuni castelli dello stato d'Arezzo che di già apparecchiavansi alla ribellione; ma quando volle in appresso passare in Romagna cadde, mentre attraversava la valle di Lamone, il 1.º febbrajo del 1425, in un'imboscata di contadini; cadde morto il conte Oddo, egli stesso venne fatto prigioniero, e dispersa per la terza volta tutta l'armata fiorentina[470]. Vero è che il Piccinino prigioniere venne condotto presso Guid'Antonio Manfredi, signore di Faenza, il quale aveva motivo d'essere scontento del duca. Ammesso alla sua confidenza, gli fece sentire quanto più vantaggiosa gli sarebbe l'alleanza de' Fiorentini che non quella del Visconti, e lo persuase a cambiare partito. Il signore di Faenza dichiarò la guerra al duca di Milano il 29 marzo del 1425 e rese la libertà al generale suo prigioniero[471].

[470] _Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1163. — Macchiavelli delle Istor. Fiorent., l. IV, p. 26. — Math. de Griffonibus Memor. Histor., p. 230._

[471] _Chron. Tarvis. Redusii de Quero, p. 852. — Poggio Bracciolini Histor. Florent., l. V, p. 332._

Nello stesso tempo i Fiorentini fecero avanzare un'altra armata nella Liguria, mentre che di concerto con Alfonso d'Arragona avevano armata una flotta di ventiquattro galere catalane, che presentossi in faccia al porto di Genova il 10 aprile del 1425. L'antico doge, Tomaso di Campo Fregoso, era a bordo di questa flotta, sperando di ridestare lo zelo de' partigiani di sua famiglia, dei Fieschi e di tutto il partito guelfo. Ma invano egli chiamò i Genovesi a scuotere il giogo di Filippo e dei Ghibellini; l'odio del popolo contro i Catalani era più forte che l'odio per la tirannide; e la flotta arragonese dovette ritirarsi, e l'armata fiorentina in cui trovasi un fratello del doge, fu battuta a Rapallo[472].

[472] _Poggio Bracciolini, l. V, p. 330. — Joh. Simonetæ, l. II, p. 203. — Joh. Stellæ Ann. Genuens., p. 1292. — Ubertus Folieta Genuens. Histor., l. X, p. 558. — Ricordi di Giovanni Morelli. Deliz. degli Erud., t. XIX, p. 65._

Niccolò Piccinino, che la repubblica risguardava come il suo più fedele capitano, avendo avuto qualche diverbio coi dieci della guerra, lasciò il servigio dei Fiorentini per passare a quello del duca di Milano, che di già aveva preso al suo soldo Francesco Sforza con due mila cavalli[473]. Poco dopo Bernardino della Carda degli Ubaldini, nuovo generale della repubblica, fu battuto ad Anghiari il 9 di ottobre da Guido Torello: e per ultimo il 17 dello stesso mese i Fiorentini provarono un'eguale disfatta alla Fagiuola; era questa la sesta, dopo cominciata la guerra, senza che in mezzo a tante perdite ottenessero nulla di prospero[474].

[473] _Poggio Bracciolini, l. V, p. 335. — And. Billii, l. IV, p. 70. — Simoneta, l. II, p. 203. — Ann. Bonincontrii, p. 134. — Capponi Comment., p. 1164. — Leon. Aretini Com. de suo temp., p. 933._

[474] _Ricordi di Gio. Morelli, p. 68._

A questa serie di sciagure i Fiorentini opposero un indomabile coraggio. Adunarono per la settima volta la loro armata, e si posero in su le difese. Intanto andavano affrettando ad unirsi a loro tutte le potenze interessate a mantenere l'equilibrio dell'Italia, e spedirono ambasciatori all'imperatore Sigismondo, al papa ed ai Veneziani. Il primo troppo occupato dai Turchi e dagli Ussiti, ed il secondo accecato dalla sua collera, non le promisero verun soccorso[475]; ma i Veneziani parvero commossi, onde la repubblica mandò loro tre successive ambasciate per affrettarli a dichiararsi; ed i signori di Mantova, di Ferrara e di Ravenna, che cominciavano a temere per sè medesimi l'ambizione del Visconti, appoggiarono le istanze de' Fiorentini[476].

[475] _Poggio Bracciolini, l. V, p. 336. — Gio. Battista Pigna Stor. de Principi d'Este, l. VI, p. 546._

[476] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1086. — Marin Sanato Vite dei Duchi di Venezia, p. 976. — Platina Histor. Mant., l. V, p. 802._

Un trattato di pace legava ancora per cinque anni il duca di Milano e la repubblica di Venezia; ma il duca non mostravasi scrupoloso osservatore di tali obblighi, ed erano palesi le sue pretensioni sulle città di Verona, di Vicenza ed ancora di Padova e di Treviso, perchè suo padre le aveva possedute prima che venissero in potere della repubblica. Bentosto un uomo, rifugiatosi a Venezia dopo essere stato ne' consigli del duca, fece sentire alla repubblica che invano differirebbe una guerra, cui in verun modo non avrebbe potuto sottrarsi.

Era questi il conte Francesco Carmagnola, lungo tempo il favorito del duca di Milano, di cui aveva per così dire creata la potenza. Per compensarlo de' suoi meriti il duca lo aveva ricevuto nella propria famiglia, e datogli il nome di Visconti; ma dopo qualche tempo era caduto in disgrazia del suo signore, cui davano grandissima cagione di gelosia le immense sue ricchezze, l'affetto de' soldati, e perfino la memoria de' suoi servigj, troppo importanti per un principe ingrato. Di già il comando della flotta Genovese, destinata all'impresa di Napoli, era stato tolto al Carmagnola per esser dato a Guido Torello[477]. Non molto dopo Filippo volle privare il Carmagnola del comando di trecento cavalli, che questi conservava unitamente al governo di Genova, onde il generale scrisse al duca supplicandolo di non allontanare dai soldati un uomo come lui, nato e cresciuto tra le armi; ma egli non ebbe risposta. Partì in allora per Abbiate Grasso, ove trovavasi la corte; e per la prima volta il Carmagnola si vide negato l'ingresso agli appartamenti del sovrano, sotto pretesto che il duca era occupato in affari: insistette, e non gli fu risposto; alzò la voce in maniera di farsi sentire da Filippo, protestando la propria innocenza, accusando gl'invidiosi, e giurando in fine che si farebbe desiderare, e che quello che gli chiudeva la porta, si pentirebbe un giorno di non averlo ascoltato. Subito dopo partì co' suoi cavalieri, e più non fermossi, finchè non giunse ad Ivrea sul territorio del duca di Savoja. Presentossi ad Amedeo, di cui era nato vassallo; gli appalesò i progetti del Visconti contro di lui, lo esortò a prendere le armi fin ch'era in tempo, ed a prevenire l'attacco del suo nemico, poichè non poteva schivarlo[478]. Attraversò in appresso la Savoja e la Svizzera per recarsi a Venezia, ove giunse il 23 febbraio del 1425, ed operò ancora con maggior calore presso il senato di questa repubblica, che non aveva fatto presso il duca di Savoja per vendicarsi di un principe che dimenticava i suoi beneficj, lusingandosi di abbassarlo come lo aveva innalzato. Dal canto suo Filippo, informato delle pratiche del Carmagnola, gli fece confiscare tutti i suoi beni, che in allora davano il reddito di quaranta mila fiorini[479].

[477] _Joh. Stellæ Ann. Genuens., p. 1289._

[478] _And. Billii Histor. Mediol., l. IV, p. 72. — Joh. Simonetæ, de R. G. Francisci Sfortiæ, l. II, p. 201._

[479] _Redusii de Quero, Chron. Tarvis., p. 854. — Marin Sanuto Vite de' Duchi di Venezia, p. 978. — Gio. Battista Pigna Stor. de' Princ. d'Este, l. VI, p. 549._

Subito dopo il suo arrivo in Venezia era stato il Carmagnola preso al servizio della repubblica con trecento lance; ma il senato non si riduceva ad accordargli intera confidenza, dubitando che potesse essere simulata la sua contesa col duca, e sapendosi che altri ministri del duca si erano rifugiati presso i suoi nemici per averne il segreto, e per tradirli. La signoria tardava ancora a dare una soddisfacente risposta agli ambasciatori fiorentini: temeva di venire in aperta rottura col duca e voleva prendere consiglio dagli avvenimenti. Frattanto ogni mese sentivansi accaduti nuovi disastri alla repubblica fiorentina, e Lorenzo Ridolfi, uno dei dieci della guerra, ch'era venuto in qualità d'ambasciatore a Venezia, gridò nel consiglio con impazienza: «Signori, i vostri indugi hanno di già reso Filippo Visconti e duca di Milano, e signore di Genova, e sagrificando noi, voi andate a farlo re d'Italia; ma noi pure, se saremo forzati di assoggettarci a lui, lo faremo imperatore[480].»

[480] _Gio. Batt. Pigna Stor. de' Principi d'Este, l. VI, p. 550. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 979. — Poggio Bracciolini Histor. Flor., l. V, p. 336._

Un tentativo del duca di Milano per far avvelenare a Treviso il Carmagnola dissipò tutti i dubbj che i Veneziani avevano sul reciproco odio del principe e del suo generale[481]; e ciò diede maggior peso alle rimostranze del Carmagnola. Il senato si adunò finalmente il 14 dicembre del 1425, per prendere una finale risoluzione; e gli ambasciatori di Firenze, quelli di Milano, ed il Carmagnola furono ammessi a parlare innanzi a così augusta assemblea.

[481] _And. Billii Hist. Mediol., l. V, p. 81. — Poggio Bracciolini Hist., l. V, p. 338._

Lorenzo Ridolfi, dopo avere ricordato l'odio che costantemente si mantenne tra i tiranni e le città libere, odio che può rimanersi coperto, ma non mai spento in fondo dei cuori; dopo avere dimostrato quale era stata la costante politica della casa Visconti, e la serie delle sue usurpazioni; finalmente dopo avere dimostrato che il duca aveva violati tutti gli obblighi contratti con Firenze, chiamò i Veneziani a pensare al proprio pericolo. «Di già, egli disse, noi ci siamo spogliati con questa guerra; abbiamo sparse per tutta l'Italia le gemme ed i giojelli delle nostre spose e delle nostre figlie; e tutto abbiamo venduto quanto avevamo di prezioso per combattere. Le nostre spese ammontano a più di due milioni di fiorini d'oro, che quando si fosse venduta l'intera Firenze non sarebbesi avuta così gran somma. Ma dopo di noi voi sarete i primi ad essere schiacciati. Se voi amate quella libertà di cui si gloria a ragione la vostra città, finchè siete ancora liberi, unite le vostre armi a quelle degli uomini liberi. Dividete con noi la cura della salvezza pubblica, finchè ci resta la forza ed il coraggio di difendere la nostra dignità; imperciocchè noi cerchiamo alleati per dividere con loro il peso della guerra, non per gettarlo addosso a loro: per pesante ch'egli sia noi ne sopporteremo ancora la maggior parte»[482].

[482] _Andreæ Billii Hist. Mediol., l. V, p. 78._

L'ambasciatore milanese purgò il suo padrone dalle imputazioni dei Fiorentini; diede plausibili motivi alla guerra che egli sosteneva contro di loro; e per provare la moderazione dei Visconti, ricordò la lunga amicizia che gli aveva legati ai Veneziani, sebbene dopo le conquiste di Giovanni Galeazzo i due stati fossero diventati limitrofi[483]. Ma Francesco Carmagnola, che parlò l'ultimo, fece evidentemente conoscere quanto il duca fosse alieno dal voler mantenere i trattati che aveva giurati. Palesò i suoi macchinamenti ed i segreti intrighi; soprattutto dipinse il di lui carattere; la sua segreta ambizione, non proporzionata alle forze del suo stato, non al vigore della sua anima, non ai talenti del suo spirito. Mentre i suoi tesori erano esausti, e che l'odio de' suoi popoli era esacerbato, lo rappresentò chiuso ne' suoi giardini ascoltando i vani ragionamenti de' suoi cacciatori, e parlando soltanto di feste e di piaceri coi suoi favoriti. Intanto i suoi generali non potevano ottenere di vederlo, quando ancora per lui si esponevano ai rischi delle battaglie; onde i suoi ministri, contro de' quali niuno era ammesso a parlare, erano in libertà di opprimere il popolo colle imposte. «Egli tiene in prigione (soggiunse egli) mia moglie e le mie figlie, credendo d'essere con ciò ancora mio padrone; ma dovunque io mi sentirò libero, crederò d'avere trovata una patria. Questa città, che apre un asilo ai mercanti di tutte le nazioni e di tutte le religioni, non ne ricuserà certo uno al Carmagnola. Io reco pure tra le vostre mura il mio mestiere, quello della guerra. Datemi delle armi, datemele contro quello che mi ha ridotto a questa dura necessità, e voi allora vedrete se io saprò difendere voi e vendicare me stesso[484].»

[483] _Ivi, p. 79._

[484] _Andreæ Billii Hist., l. V, p. 82. — Poggio Bracciolini, l. V, p. 337._

Il senato di Venezia era di già scosso da questo ragionamento e da quello di Giovan Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, che invocava la protezione della repubblica contro il Milanese[485]: il doge Francesco Foscari terminò di strascinare gli spiriti. «Ajutiamo i Fiorentini, gridò egli, mentre che Dio gli ajuta, mentre s'ajutano pure da sè medesimi: sappia tutto il mondo che i nostri amici ed i nostri veri alleati sono quelli che, come noi, si sagrificano per la libertà; che, ovunque la libertà spiega le sue insegne, venga altresì ripetuto il nome veneziano[486].» Il trattato d'alleanza tra Firenze e Venezia fu sottoscritto. Le due repubbliche si obbligarono a mettere in campo a spese comuni sedici mila cavalli ed otto mila fanti. Promettevano i Fiorentini di equipaggiare una flotta sul mare di Genova, ed i Veneziani di farne rimontare una per il Po. Finalmente tutte le conquiste che colle loro armi potrebbero essere fatte in Lombardia dovevano appartenere ai Veneziani[487]. Il marchese di Ferrara, il signore di Mantova, i Sienesi, il duca Amedeo di Savoja ed il re d'Arragona entrarono successivamente in quest'alleanza, e la guerra fu dai confederati dichiarata al duca di Milano il 27 gennajo del 1426[488].

[485] _Platina Hist. Mant., l. V, p. 802. — Gio. Batt. Pigna Stor. de' Principi d'Este, l. VI, p. 550._

[486] _Andreæ Billii Hist., l. V, p. 85._

[487] _Poggio Bracciolini, l. V, p. 339. — Andr. Navagero Stor. Ven., p. 1086._

[488] _Andreæ Billii Hist. Mediol., l. V, p. 85. — J. Simonetae, l. II, p. 205. — Istor. Anon. di Firenze, t. XIX, p. 973. — Marin Sanuto Vite dei duchi, p. 982._