Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)

Part 2

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In tale stato ritrovò il regno Carlo III di Durazzo quando lo conquistò. Egli diede prove all'istante dell'educazione guerriera che aveva ricevuta in Ungheria. I suoi costumi, il suo carattere niente avevano di comune con quelli dei mariti e degli amanti della regina, che avevano prima di lui governato il regno. In poco tempo vi ristabilì la pace nell'interno, e l'avrebbe ancora bentosto reso rispettabile anche al di fuori, se la sua spedizione in Ungheria e l'immatura sua morte, non avessero impedita l'esecuzione de' suoi progetti. Dopo di lui ricominciò l'anarchia, ed alle cagioni di ruina che precedettero il suo regno s'aggiunsero la guerra civile tra le due case di Durazzo e d'Angiò, e la minorità dei due pretendenti al trono.

Durante lo stesso periodo, nuovi principi avevano cercato di acquistare in Italia quell'autorità che gl'imperatori, i papi ed i re di Napoli andavano ogni giorno perdendo. La casa della Scala a Verona e quella de' Visconti a Milano, hanno potuto lusingarsi di condurre a termine questo progetto, e l'una e l'altra portarono alcun tempo le loro speranze fino alla corona d'Italia.

La casa della Scala fu la prima a formare così ambiziosi disegni, che nutrì in tutta la prima metà del secolo, e due volte, sotto Can Grande e sotto Mastino II, fece tremare l'Italia per la sua libertà.

Tra le nuove case che non possedevano feudi ereditarj, e coi maneggi sollevate si erano ad una sovranità che chiamavasi ancora tirannide, la casa della Scala era la più antica. Fino dal 1260 era succeduta alla potenza che il feroce Ezelino aveva in Verona, e da quell'epoca questa città ubbidì alla sua famiglia fino presso agli ultimi anni del quattordicesimo secolo. Ne' tempi in cui l'ambizione di Roberto, re di Napoli, e l'implacabile odio di Giovanni XXII, muovevano acerba guerra a tutti i Ghibellini, questa fazione rimasta priva di protettori per la rivalità dei due imperatori eletti, scelse per suo capo Cane della Scala, chiamato il grande. Colla sua abilità e collo straordinario suo coraggio fece Cane prosperare le armi ghibelline, ed in pochi anni occupò Padova, Vicenza, Treviso, e gran parte della Marca Trivigiana. Egli fu il solo del suo partito che non isperimentasse l'ingratitudine di Luigi di Baviera, e di già soprastava in ricchezze ed in potenza a tutti gli altri signori italiani, quando morì nel vigore dell'età, in mezzo alle sue conquiste. Mastino secondo, suo nipote, che gli successe nella signoria, lo pareggiò in accortezza ed in coraggio, e fu più di lui ambizioso; onde alla forza delle armi aggiunse la frode e la mala fede. Le circostanze lo favorirono. Giovanni di Boemia, che era comparso in Italia come il liberatore dei popoli, parve che non accettasse la volontaria sommissione delle città che per renderle più facile preda di Mastino della Scala. Questi unì all'eredità di suo zio Brescia, Parma, Modena e Lucca: le sue entrate superavano quelle di quasi tutti i sovrani d'Europa, e sembrava vicino l'istante da lui destinato a cingersi il diadema reale che aveva di già fatto apparecchiare. Ma il coraggio e l'energia de' Fiorentini fecero argine alle sue conquiste: sollevarono contro di lui Venezia e tutta la Lombardia; fecero ribellare Padova, conquistarono Treviso e Brescia, e non accordarono la pace a Mastino, che quando ebbe cessato d'essere formidabile.

In fatti, dopo la pace, Mastino, obbligato dalla rivoluzione di Parma a vendere ancora la signoria di Lucca, vide egli medesimo l'abbassamento della sua famiglia. Dopo la di lui morte i suoi figliuoli più non ebbero influenza in Italia, e se ottennero qualche celebrità non la dovettero che ai loro delitti. Si videro i due minori far assassinare il primogenito, cospirare in appresso l'uno contro l'altro, ed il più debole, tratto in prigione, esservi strozzato, dopo alcuni anni, per ordine del fratello che voleva assicurare ai proprj bastardi la paterna eredità. I medesimi delitti si rinnovarono nella seguente generazione. Un fratello, per regnare solo, fece uccidere l'altro, ma l'assassino scontò la pena dovuta a questa colpevole stirpe, quando, spogliato de' suoi stati da Giovan Galeazzo Visconti, fuggiasco, oppresso dalla miseria, morì di veleno.

La seconda casa che aspirò all'impero d'Italia, si rese egualmente odiosa con non minori delitti; ma più lungo tempo conservò i talenti ed alcune di quelle virtù che ingrandiscono e conservano gli stati. L'arcivescovo Ottone aveva il primo, in sul declinare del precedente secolo, innalzata la dinastia de' Visconti alla sovranità di Milano; e quand'egli venne a morte nel 1295, trasmise il suo potere al nipote Matteo, cui gl'Italiani diedero il soprannome di grande. Questo signore fu uno de' più risoluti campioni del partito ghibellino in Italia, e de' più formidabili nemici dei papi. Sperimentò in principio del secolo la volubilità della fortuna, e suo figliuolo Galeazzo, che gli successe, fu, vent'anni dopo, vittima dell'ingratitudine di Lodovico il Bavaro. Ma i Visconti appresero nelle disgrazie a trovare in sè medesimi maggiori sussidi: Azzone, figlio di Galeazzo, allevato come il padre nella scuola dell'avversità, si mostrò più virtuoso che tutti gli altri principi della sua famiglia. Riebbe la signoria di Milano dall'imperatore medesimo che l'aveva tolta a suo padre, vi aggiunse varie altre città, che fino allora avevano ubbidito a parziali signori, e consolidò il suo dominio fondandolo sulla stabile base dell'amore dei popoli. Il regno d'Azzone fu veramente glorioso, poichè questo principe rese cari colle virtù i suoi talenti, e non ismentì la sua moderazione in mezzo alle conquiste.

In mezzo della sua gloriosa carriera Azzone morì inaspettatamente, ed i due suoi zii, Lucchino e Giovanni, che gli succedettero, non seppero, gli è vero, meritarsi l'affetto de' sudditi, ma loro non mancarono i suoi talenti ed il suo coraggio. Questa dinastia ebbe il rarissimo vantaggio d'avere consecutivamente sei capi egualmente distinti. Tutti dovettero lottare contro l'avversa fortuna, e l'arcivescovo Giovanni Visconti, che morì l'ultimo nel 1354 aveva appreso, come i suoi predecessori, a conoscere gli uomini quand'era perseguitato ed esiliato. Egli assoggettò al suo potere Genova, Bologna e gran parte della Lombardia; tentò d'invadere la Toscana e lo stato della Chiesa, e forse, più che verun altro principe del 14.º secolo, trovossi vicino ad ottenere la sovranità dell'Italia. Per altro egli risvegliò la diffidenza de' suoi vicini colla dissimulazione e colla perfidia assai più che colle conquiste, ed i vizj medesimi per mezzo de' quali credeva di vincere, preclusero la strada alle sue vittorie, ed opposero un argine insormontabile alla di lui grandezza.

L'arcivescovo Giovanni fu l'ultimo della famiglia Visconti ch'ebbe qualche magnanimità di carattere; ma la passione delle conquiste, l'insaziabile desiderio di estendere il suo dominio, passò nei suoi successori, che non avevano le più brillanti qualità del suo carattere. La casa Visconti fino al suo ultimo rampollo, mai non rinunciò a' progetti ideati dai primi suoi capi per assoggettarsi l'Italia; in ultimo adoperò le arti della debolezza invece della forza, la perfidia ed i maneggi piuttosto che le armi; ma mirò costantemente allo stesso scopo.

Barnabò, Galeazzo suo fratello, e Giovanni Galeazzo, figliuolo dell'ultimo, che tutta raccolse la loro eredità, erano uomini non meno timidi che ambiziosi, che si resero esosi ai loro sudditi colla crudeltà, coll'avarizia, colle gabelle, e ruinarono le soggette province colle continue guerre. Sotto di loro fu distrutto il commercio, abbandonate le manifatture, trascurata l'agricoltura medesima, e molte fertili campagne della Lombardia che promettono al lavoro così ricche ricompense, rimasero deserte. I guasti de' soldati, ed il peso delle imposte soffocarono ogni industria. Per altro Barnabò e Giovanni Galeazzo, così cattivi economi della fortuna de' loro popoli, sapevano mantenere l'ordine nell'amministrazione delle proprie finanze; e fu questa la causa principale de' loro prosperi avvenimenti. Essi hanno potuto in ogni tempo erogare nelle guerre più vasti redditi che tutti i loro avversarj, e gl'impiegarono con mano liberale nel ricompensare i fedeli servitori, nel tenersi affezionati i piccoli stati deditizj, in fine nel procurarsi partigiani e traditori ne' consigli de' lori vicini o de' loro nemici. Mentre non risparmiavano l'oro per giugnere alla meta della loro politica, prendevansi cura di non dissiparli con insensate prodigalità; perciò trovavansi apparecchiati alla guerra quando i loro avversarj avevano di già esaurite le proprie forze, e sentivansi pressochè sicuri della vittoria qualunque volta giugnevano ad acquistar tempo.

Finchè era vissuto Galeazzo ed avea diviso con Barnabò l'amministrazione degli affari, i suoi particolari vizj avevano ritardati i progressi delle armi di Barnabò, non conoscendo egli l'economia del fratello e del figliuolo: l'amore del fasto e di un'apparente grandezza distruggeva le reali sue forze; erogò prodigiose somme nell'innalzare sontuosi edificj; e fu prodigo de' suoi tesori per unire la sua famiglia per mezzo d'illustri matrimonj ai monarchi d'Europa. Ma quando Giovanni Galeazzo, suo figliuolo, dopo avere aggiunti ai proprj stati quelli di Barnabò, ebbe ristaurate le finanze, dilatò in tutti i sensi i limiti del suo dominio, ed avrebbe indubitatamente fatta schiava tutta l'Italia, che omai più non aveva forza per resistergli, se un'immatura morte non lo sorprendeva nel colmo del suo ingrandimento.

Tali furono nel quattordicesimo secolo le principali rivoluzioni della Lombardia, le quali non hanno potuto condursi a termine che colla ruina di molti piccoli principi o tiranni, che ne' primi tempi di questo periodo regnavano in ogni città. Eransi successivamente veduti i Ponzoni ed i Cavalcabò spogliati della sovranità di Cremona, i Tornielli di Novara, i Fisiraga di Lodi, i Maggi ed i Brusati di Brescia, i Langusco ed i Beccaria di Pavia, gli Scotti ed i Landi di Piacenza, i Pelavicini di san Donnino, i Correggi ed i Rossi di Parma, ed intorno allo stato de' Visconti omai non rimanevano signori indipendenti, che i conti di Savoja ed i marchesi di Monferrato a ponente, e dalla banda di levante i Gonzaga, successori dei Bonaccorsi, i marchesi d'Este di Ferrara, ed i Carrara di Padova.

Gli stati del papa, non meno che quelli della Lombardia, fertili di tiranni, avevano veduto nella medesima età sorgere e perire molte case sovrane. Quella dei Polenta a Ravenna erasi sola sottratta alle generali rivoluzioni, e da lungo tempo signoreggiava quella città senza merito e senza gloria, dimenticata dalla storia, come dai conquistatori che mai non l'attaccarono. Tale non era la sorte de' Malatesti, signori di Rimini: la fama del piccolo loro stato non era in verun modo proporzionata alla di lui estensione, popolazione, o ricchezze, ma bensì al numero de' grandi capitani usciti da questa sola famiglia, che tanta gloria procacciarono al nome de' Malatesti. Vero è che non si sottrassero al contagio della falsità e della perfidia; vizj comuni ai piccoli tiranni; vizj di cui la pubblica voce accusava specialmente i Romagnoli. Ma se talvolta rassomigliarono agli altri signori, mostrarono ancora le virtù che gli altri non avevano; innalzarono la loro riputazione al di sopra di tutti i principi del loro paese, e s'apparecchiarono per tal modo ad essere nel susseguente periodo i protettori delle scienze e delle arti.

Dopo avere riepilogate le rivoluzioni delle case principesche nel quattordicesimo secolo, vediamo adesso quale fu la sorte delle repubbliche. Venezia, la più antica e la più illustre, aveva data nuova forma al suo governo. Tutti i diritti del popolo erano stati trasmessi ad un consiglio, prima rappresentativo, e poco dopo ereditario. La nobiltà, sola sovrana dello stato, aveva con estrema gelosia allontanato il popolo da tutti i pubblici affari, e, non meno che del popolo, gelosa del capo della nazione, in ogni nuova elezione del doge aveva sempre più ristretti i limiti dell'autorità ducale. Una rigorosa aristocrazia amministrava la repubblica colle virtù dei grandi principi piuttosto che con quelle de' popoli liberi. Un'immutabile costanza ne' suoi progetti, una fermezza superiore ai più grandi rovesci, una saggia economia in mezzo a grandi ricchezze, un impenetrabile segreto, ed una politica non traviata dalle passioni, erano le distintive qualità del senato di Venezia. Ma presso di lui non vedevansi i generosi movimenti de' popoli liberi, la giusta indignazione contro la falsità, la clemenza verso il vinto nemico, il sagrificio de' proprj vantaggi alla speranza, e talvolta al lusinghiero sogno di un bene generale. La repubblica di Venezia, circondata da tiranni, lottava contro di loro colle loro armi.

Venezia non ebbe parte alle guerre eccitate da Enrico VII e da Lodovico di Baviera, e non cominciò ad immischiarsi negli affari del continente d'Italia, che quando Mastino della Scala dilatò i suoi confini fino alle lagune, e spinse ancora più in là le sue pretese. La repubblica si associò allora ai Fiorentini per umiliare questo signore, ma quand'ebbe conquistato Treviso, ristabiliti in Padova i Carrara, ed allontanati gli Scaligeri da' suoi confini, fece con questi la pace senza curarsi che i Fiorentini avessero il debito compenso.

Malgrado questa prima guerra continentale e l'acquisto di Treviso, i Veneziani non s'interessavano ancora che assai debolmente per quel paese che dal campanile di san Marco avevano sempre sotto gli occhi. Il mare era il loro elemento, ed oltre i suoi confini andavano essi a cercare alleati e nemici. Il commercio della Tartaria accese, circa nella metà del secolo, la guerra tra essi ed i Genovesi: era questa la terza ch'essi sostenevano contro quest'emula nazione; strascinarono nella medesima i Greci e gli Arragonesi, e fiumi di sangue furono versati dai due popoli sulle coste della Grecia e della Sardegna; ma parve che i Genovesi fossero in complesso i vincitori. Una guerra continentale tenne dietro immediatamente alla marittima, e fu ancora meno fortunata: gli Ungari privarono Venezia di tutta la Dalmazia.

Pareva che la repubblica si fosse rincorata in vent'anni di pace quasi costante, quando una rivoluzione, accaduta nell'impero greco, riaccese una quarta guerra marittima coi Genovesi. Le forze di Venezia si esaurirono intorno alle mura di Chiozza, e la pace di Torino privò Venezia di quanto possedeva nel continente d'Italia. Ma venuto a morte Luigi d'Ungheria, di cui ne avevano sperimentata la potenza, si vide in istato di rialzarsi. Allora si vendicò degli alleati di questo monarca, assecondando l'ambizione di Giovanni Galeazzo, invece di porvi ostacolo; ricuperò col di lui ajuto il territorio di Treviso, ed aspettò dallo spirito pubblico, e dal coraggio de' Fiorentini i sagrificj ch'ella doveva fare.

Allora sembrò che Venezia si allontanasse dalla sua consueta saviezza; ma la sua fortuna la servì meglio contro Giovanni Galeazzo, di quel che avrebbe potuto farlo la sua prudenza. Questo pericoloso vicino morì nell'istante in cui forse non poteva più essere vinto, ed i Veneziani si trovarono ne' primi anni del seguente secolo più potenti contro i suoi eredi, perchè non avevano consumate le loro forze contro di lui medesimo.

L'eterna rivale di Venezia, la repubblica di Genova, era animata da uno spirito affatto diverso, e sperimentava un'affatto diversa fortuna. I nobili di questo stato, non meno ambiziosi di quelli di Venezia, non avevano non pertanto pensato a stabilire nella loro patria una regolare aristocrazia, ma piuttosto ad esercitare sopra la medesima un'influenza oligarchica. Le loro fortezze, i loro vassalli, i numerosi loro clienti, loro ispiravano il sentimento delle proprie forze ed il desiderio dell'indipendenza. Sentivansi troppo forti isolatamente per voler essere confusi in un senato, ove l'individuo scompariva fa faccia all'universalità. L'ambizione non era la sola passione che turbasse la repubblica, che le gelosie ed i privati odj provocavano ogni giorno nuove guerre civili. Uomini di uguale carattere sorgevano tra i borghesi per essere loro rivali. Il governo in mezzo alle loro animosità ed alle loro zuffe non poteva acquistare stabilità, ed era forzato a cambiare ogni giorno partito, forma e piano di condotta. Le più violenti e repentine rivoluzioni toglievano alla repubblica l'influenza che avrebbe potuto acquistare sul rimanente dell'Italia, e la nazione consumava contro di sè medesima tutte le proprie forze. La sua popolazione, le sue ricchezze venivano distrutte dalla guerra civile; s'incenerivano i palazzi della capitale, si guastavano le campagne, ed il commercio era incagliato o distrutto. Ma questo popolo, che sembrava animato per la propria ruina, non lasciava di essere formidabile quando volgeva le sue forze contro esterni nemici. L'impetuoso valore de' Genovesi rimaneva vittorioso in ogni lotta a fronte della politica de' Veneziani.

In principio del quattordicesimo secolo una violenta guerra civile era stata calmata dalla venuta d'Enrico VII, e per la prima volta la repubblica si era sottomessa ad uno straniero sovrano. Dopo la morte d'Enrico VII un partito contrario a quello che lo aveva chiamato diede Genova in mano di Roberto, re di Napoli, ed una nuova guerra civile, una guerra che avrebbe potuto ruinare il più potente impero, ebbe origine da questo cambiamento. Genova in mezzo alle sue burrasche ricuperò la perduta indipendenza, ma nel 1339 una nuova lite successe alle antiche, il popolo scacciò i nobili, creduti cagione delle precedenti turbolenze; si diede un capo col titolo di doge, e sotto la di lui condotta mostrò un nuovo vigore.

Un fiorente commercio riparò ben tosto i disastri della guerra civile. I Genovesi fecero rispettare il nome latino sul mar Nero; posero in salvo contro i Greci l'indipendenza della loro colonia di Pera; umiliarono i Veneziani ed i Catalani nella terza guerra marittima: ma nel mezzo di questa guerra si lasciarono scoraggiare da una disfatta, da cui seppero rifarsi da sè stessi; sagrificarono per la terza volta la loro indipendenza sottomettendosi volontariamente all'arcivescovo Visconti, il più potente signore dell'Italia.

La loro sommissione era condizionata, ed i nipoti dell'arcivescovo, suoi successori, violando le condizioni del contratto, diedero giusto motivo ai Genovesi di sottrarsi alla loro dipendenza. Godettero alcun tempo moderatamente della ricuperata libertà, illustrarono la loro domestica pace con una gloriosa guerra in Cipro; ma poco dopo, strascinati nella guerra di Chiozza, provarono i rovesci prodotti dai loro prosperi avvenimenti e dall'imprudente loro ardire. Dopo la pace coi Veneziani le interne fazioni vennero alle mani con nuovo accanimento: le rivalità tra i popolani avevano preso il luogo di quelle dei grandi, si riaccesero sanguinose guerre, subite rivoluzioni distrussero la forza del governo, ed il popolo snervato dalle fatiche, chiamò per la quarta volta un padrone straniero, e si assoggettò volontariamente alla Francia.

Fiorenza, non meno potente di Venezia e di Genova, figurò ancora più nobilmente nella storia dell'Italia, perchè questa repubblica continentale era attaccata da tutte le sue relazioni alla contrada nel di cui centro trovavasi collocata, mentre le due repubbliche marittime portavano quasi sempre al di là dei mari tutta la loro attenzione ed i loro sforzi. L'intera politica dell'Italia si disaminava ne' consiglj di Firenze, e questo popolo, tanto zelante per la libertà, manteneva colla sua quella dell'intera nazione di cui era parte. Sembra essere stato il solo a concepire l'importanza dell'equilibrio politico, ed a calcolare i pericoli di una monarchia universale.

Firenze in tutto il quattordicesimo secolo ebbe un governo veramente democratico; non perchè il popolo avesse tutto il potere nelle sue mani, o perchè potesse a posta sua cambiare la costituzione; ma perchè aveva tutta la possibile influenza nell'amministrazione, e forse ancora più che non conviene di lasciargliene. La maggior parte de' cittadini di tutti gli ordini era chiamata a vicenda alle prime cariche; i consiglj, numerosi e popolarmente composti, rappresentavano costantemente il voto della nazione; e se trovavasi nel popolo un partito contrario al governo, è perchè in tutte le libere discussioni vi debbe essere una minorità, e che l'intera nazione deliberava come un consiglio di stato intorno ai pubblici affari.

Gli storici fiorentini, le nostre più sicure guide nella storia d'Italia, ci hanno talmente iniziati in tutte le più minute circostanze dell'amministrazione e della politica di questa repubblica, ci fecero così ben conoscere tutte le passioni del popolo e tutti i sentimenti degl'individui, che nel corso d'un secolo abbiamo dovuto vedere più volte i colpevoli attentati di alcuni cittadini, o gli errori dei capi della nazione. Ma volgendo al presente uno sguardo su tutto il secolo, e riunendo le nostre memorie, troveremo senza dubbio la condotta dei Fiorentini giusta, nobile e generosa in tutto il corso di questo periodo più che quella di verun altro stato, e saremo costretti di convenire che il più libero popolo dell'Italia, complessivamente considerato, era pure il più saviamente governato.

Cominciando il quattordicesimo secolo scoppiò in Firenze la sciagurata lite de' Bianchi e de' Neri, e l'esilio de' Bianchi fu una profonda ferita fatta alla repubblica. Non pertanto quando Enrico VII entrò in Toscana, la sola Firenze non si lasciò intimidire dall'autorità imperiale; formò una lega guelfa contro il tedesco monarca, gli creò nemici in Lombardia ed in Roma, sfidò la sua potenza quand'erasi accampato alle di lei porte, e se l'Italia non fu di nuovo ridotta alla condizione di provincia dell'impero germanico, se non fu privata della sua libertà e sottomessa ad uno straniero padrone, alla sola Firenze devesene tutta la gloria.

Due anni dopo la morte d'Enrico VII, tutte le forze dei Fiorentini e dei loro alleati furono disfatte a Montecatini da un generale Ghibellino; ma lungi dall'essere ridotti ad una vergognosa pace da così gran lotta, gli sforzi fatti da loro per vendicarsene fecero tremare i loro nemici.

Castruccio, il più formidabile avversario della repubblica fiorentina, attaccò in appresso Firenze: i soldati da lui formati lo risguardavano come il più grande generale del secolo, ed erano da lui condotti sempre a nuove vittorie. Nel suo regno di dieci anni, Castruccio, appoggiato dai Visconti e da Lodovico di Baviera, espose Firenze a grandi rischi, e le cagionò grandi perdite. Ma la fortuna delle monarchie è appoggiata alla vita d'un uomo, e quella delle repubbliche non si spegne mai. Castruccio morì, e le conquiste da lui fatte caddero in potere de' Fiorentini.

Mentre l'Italia era lacerata dalle fazioni e dalle guerre civili, due uomini, che s'annunciavano come pacificatori, fecero una rapida fortuna. Il legato Bertrando del Pogetto e Giovanni re di Boemia adunarono i Guelfi ed i Ghibellini, i partigiani dell'impero e quelli della chiesa, e fondarono un nuovo dominio che pareva doversi stendere su tutta l'Italia. I soli Fiorentini non furono sedotti dalle promesse e dalle interessate negoziazioni di questi due uomini; essi svelarono i loro segreti progetti; chiamarono a prendere le armi gli stati minacciati; si collegarono coi principi ghibellini, loro ereditari nemici, dimenticando un antico odio per un interesse presente e pubblico, e rovesciarono la nuova signoria innalzata in pochi anni.

Mastino della Scala erasi arricchito colle spoglie del re Giovanni; ma l'ingratitudine di questo signore costrinse i Fiorentini a venire contro di lui alla via delle armi; formarono per superarlo una nuova lega, spogliandolo di parte de' suoi stati, ed incaricando la dinastia guelfa dei Carrara, cui restituirono Padova, di tenere gli occhi aperti sugli ambiziosi disegni del signore di Verona.