Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)
Part 17
Il papa, dopo il suo ritorno in Italia, aveva trattato coi Bolognesi, ed aveva acconsentito che conservassero la libertà[393]; ma quando potè volgere contro di loro le armi di Braccio, colorì la sua aggressione col pretesto d'una rivoluzione accaduta nella repubblica. Antonio Galeazzo Bentivoglio, figlio di quel Giovanni, che aveva usurpata la signoria in principio del secolo, aveva, come il padre, usurpata la signoria della sua patria, scacciandone i Canedoli suoi rivali. Ma il di lui dominio non ebbe lunga durata; il 26 di gennajo del 1420 aveva approfittato d'una sedizione per usurpare la sovrana autorità[394], e prima che terminasse il giugno dello stesso anno, era di già stato spogliato da Braccio di tutti i suoi castelli, e ridotto ad abdicare la signoria, aprendo le porte della sua capitale alle truppe del papa[395].
[393] _Cherubino Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXIX, p. 623. — Cron. Miscella di Bologna, t. XVIII, p. 608._
[394] _Cherubino Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXIX, p. 631. — Cron. Miscella di Bologna, t. XVIII, p. 609._
[395] _Brachii Perus. Vita, l. V, p. 566. — Ghirardacci, l. XXIX, p. 635. — Cron. di Bologna, p. 611. — Math. de Griffonibus Memoriale Historic., p. 227._
Circa lo stesso tempo Sforza Attendolo erasi pure recato a Firenze per trattare con Martino V. A questo generale il pontefice affidò tutti i suoi segreti, sperando colla di lui assistenza di vendicarsi della regina Giovanna e del Caracciolo. Incontrò non pertanto qualche difficoltà a persuaderlo ad abbandonare il partito di Durazzo, cui aveva giurata fedeltà; per abbracciare quello d'Angiò[396]; ma gli ambasciatori di Lodovico III, che trovavansi presso il pontefice, ridussero lo Sforza a promettere i suoi servigi al loro padrone, anticipandogli ragguardevoli somme, colle quali, messa insieme una nuova armata, questo generale si avviò alla volta di Napoli. Quando giunse a poca distanza di questa città restituì alla regina il bastone di gran contestabile che aveva da lei ricevuto, dichiarandole, che per sottrarsi ai capricci del Caraccioli, rinunciava a qualunque legame verso di lei, e rivocava i giuramenti che le aveva prestati. Dopo tale dichiarazione, credendosi sciolto da qualunque obbligo verso la medesima, proclamò Lodovico III d'Angiò, re di Napoli, ricordando il suo ereditario diritto, fondato nell'adozione di Giovanna I; invitò i baroni angioini e tutti i partigiani dei re francesi ad unirsi a lui ed investì Napoli nel mese di giugno dalla banda di porta Capuana[397].
[396] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ, t. XIX, p. 700._
[397] _Leodrisii Cribellii, t. XIX, p. 702. — Vita Brachii Perusini, l. V, p. 571._
Fa veramente sorpresa il vedere Lodovico d'Angiò scegliere per la conquista d'un regno lontano il tempo in cui la sua patria era quasi soggiogata da uno straniero. Il 21 maggio del 1420, Carlo VI, o piuttosto il duca di Borgogna, in suo nome, aveva soscritto il trattato di Trojes, col quale diseredava il Delfino, e trasferiva ad Enrico V d'Inghilterra il diritto di successione alla corona di Francia. Di già l'Inglese regnava omai in Parigi invece del monarca imbecille, di cui aveva sposata la figlia; il Delfino erasi ritirato a Poitiers, e più non veniva ubbidito che da alcune province poste al mezzodì della Loira, quando Lodovico d'Angiò lo abbandonò, seco conducendo tutti i cavalieri e soldati attaccati alla sua sorte, ed adunando tutto il danaro che potè avere in mezzo alla miseria universale, per andare a far prova di sua fortuna in un paese, in cui suo padre e suo avo non avevano provate che sventure[398].
[398] _Rymer conventiones litteræ et acta publica, t. IX, p. 894. — Histoire de France par Villaret, in 4.º, t. VII, p. 280._
Lodovico aveva armata, parte in Provenza e parte a Genova, una flotta di nove galere e di cinque navi da trasporto; con questa flotta presentossi in faccia a Napoli il 15 agosto, sorprendendo Castell'a Mare, mentre lo Sforza occupava Aversa, che diventò il quartiere generale della parte d'Angiò[399]. Il papa, ch'era l'anima di quest'intrapresa, e che colle sue istigagioni aveva persuasi lo Sforza e Lodovico a cominciarla, affettava ancora di mantenersi neutrale; e si offriva in qualità di arbitro e di conciliatore, e ridusse Lodovico e Giovanna a mandargli ambasciatori a Firenze per giustificare innanzi a lui i loro titoli.
[399] _Leodrisii Cribelli de Vita Sfortiæ, p. 703._
Il deputato di Giovanna era Antonio Caraffa, cui lo spirito versuto e dissimulato aveva fatto dare il soprannome di Malizia. All'istante costui conobbe quali erano le vere disposizioni del pontefice, e ciò che doveva da lui aspettarsi; ma nella sua corte medesima, e quasi sotto i suoi occhi seppe trovare nuovi alleati alla sua sovrana, e suscitare a Martino ed a Lodovico un avversario pericoloso.
Don Garzia Cavaniglia, gentiluomo valenziano era ambasciatore d'Alfonso V, re d'Arragona, di Majorica, di Sicilia e di Sardegna, presso il papa. Cercava di ottenere dalla corte di Roma la cessione dell'isola di Corsica, che nello stesso tempo il suo padrone cercava di togliere colle armi ai Genovesi. Il Malizia offrì all'Arragonese una corona più degna della sua ambizione. Fece sentire a quest'ambasciatore, che Giovanna, ultimo rampollo della prima casa d'Angiò, era padrona di disporre del suo regno a favore di colui che adotterebbe per suo figliuolo; ch'era disposta di dare così magnifica ricompensa a quegli che l'assisterebbe nelle presenti circostanze, e che la politica e l'interesse de' suoi popoli la consigliavano a cercare di preferenza l'amicizia del suo più prossimo vicino. In forza della sua alleanza con Alfonso, le due Sicilie sarebbero di nuovo riunite, e due popoli fratelli, divisi dopo i vesperi siciliani, tornerebbero sotto un solo sovrano, disceso dal canto di donna dagli eroi svevi e normanni, che prima avevano regnato nella Puglia. Cavaniglia abbracciò avidamente il progetto di Malizia, somministrò a quest'inviato della regina i mezzi di recarsi segretamente presso Alfonso, in allora occupato nell'assedio del forte castello di Bonifazio in Corsica. Il re d'Arragona, omai stanco della resistenza dei Corsi, rinunciò volentieri ad una guerra senza gloria, per un'intrapresa che annuciavasi sotto così favorevoli auspicj. Fece immediatamente partire alla volta di Napoli diciotto galere con tre de' suoi migliori generali, promettendo di seguirli egli stesso tra non molto[400].
[400] _Leod. Cribellii Vita Sfortiæ, p. 705. — Ann. Bonincontrii Miniatensis, t. XXI, p. 122. — Giannone Ist. Civile, l. XXV, c. 3, p. 436._
Già da lungo tempo non si ebbe più occasione di parlare del regno di Sicilia, che, perdendo le sue ricchezze e le sue forze sotto una serie di deboli re, minori o insensati, più non aveva parte all'equilibrio d'Italia. Federico II, il sesto re della razza arragonese dopo i vesperi siciliani, era morto del 1368, lasciando sua sola erede la figlia Maria. Questa portò la corona a Martino II, figliuolo del re d'Arragona, il quale era morto senza prole l'anno 1409, onde suo padre, chiamato pure Martino, riunì i due regni. Dopo di lui passarono nel 1410 a Ferdinando, figliuolo di sua sorella e di Giovanni, re di Castiglia. Alfonso era figliuolo di questo Ferdinando, ed aveva cominciato a regnare nel 1416[401]. Per una singolare fortuna questo principe ambizioso e destinato a tanta gloria, era per così dire straniero a tutti i regni da lui governati. In Arragona vedevasi con gelosia circondato dai Castigliani che suo padre aveva con lui condotti, ed il desiderio di sottrarli agli occhi del popolo e delle Cortès, non fu uno degli ultimi motivi, che gli fecero intraprendere la spedizione di Corsica, ed in appresso quella di Napoli[402].
[401] _Tabulæ genealogicae ex Hieronymo Blanca. Hispania illustrata, t. III, tav. 4, 5, 6._
[402] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiae, p. 701._
Così cominciava nel regno di Napoli quella sanguinosa accanita contesa fra i Francesi e gli Spagnuoli, che, inutilmente assopita, doveva di quando in quando rinascere, comunicarsi all'intera Italia in sul finire del quindicesimo secolo, ed essere cagione della ruina de' suoi stati indipendenti. La rivalità tra le due case d'Arragona e d'Angiò doveva più tardi coprire il regno di Napoli di soldati stranieri; ma da principio i due pretendenti alla corona sostennero i loro diritti colle armi italiane, approfittando della rivalità dei due grandi capitani, Braccio di Montone e Sforza.
I luogotenenti di Alfonso si presentarono il 6 di settembre in faccia a Napoli; ed al loro arrivo la flotta di Lodovico d'Angiò, trovandosi più debole, si ritirò. Lo Sforza, che assediava Napoli col duca d'Angiò, fece inutili sforzi per impedire lo sbarco degli Arragonesi, ma fu costretto a ritirarsi; e Raimondo Periglios, comandante dell'armata d'Alfonso, fu ricevuto da Giovanna colle più distinte dimostrazioni d'onore, gli si affidarono Castel Nuovo, e Castello dell'Ovo, perchè li tenesse in deposito pel suo padrone, ed il re d'Arragona venne proclamato figliuolo adottivo della regina di Napoli, ed erede presuntivo del regno[403].
[403] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiae, p. 705. — Giannone Ist. Civile, l. XXV, c. 3, p. 436. — Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1084. — Mariana Historia de las Españas, l. XX, c. II._
Giovanna ed Alfonso mandarono persone di comune confidenza a Braccio da Montone per averlo con onorate condizioni al loro servigio; lo trovarono già tornato a Perugia, intento ad abbellire quella città con sontuosi edificj, mentre i suoi soldati erano distribuiti ne' quartieri d'inverno nelle vicine borgate. Braccio, che aveva di fresco sposata la sorella del signore di Camerino, non potè mettersi in campagna che nella vegnente primavera (1421); ma si valse intanto del danaro rimessogli da Alfonso per adunare nuovi soldati, ed in marzo, prendendo la strada degli Abruzzi, entrò nel regno di Napoli[404].
[404] _Vita Brachii Perusini a J. Campano, p. 576._
La Calabria e quasi tutta la costa orientale del regno aveva abbracciato il partito d'Angiò; ma le battaglie che avevano luogo nelle province erano di non molta importanza, limitandosi i signori feudatarj a guastare di quando in quando il paese de' loro nemici. Intanto le truppe vivevano a discrezione nelle campagne che attraversavano, e gravissimi disordini tenevano dietro alle più leggeri scaramucce. La somma della guerra riducevasi alle porte di Napoli, e colà recossi Braccio per iscacciare d'Aversa lo Sforza e Lodovico d'Angiò. Fu accolto con mille dimostrazioni d'onore da Alfonso, ch'era poc'anzi giunto ancor esso a Napoli; ed essendo creato principe di Capoa, conte di Foggia e grande contestabile del regno, si rese in breve padrone delle fortezze del suo nuovo principato, la maggior parte delle quali trovavansi in potere del nemico[405].
[405] _Vita Brachii Perusini a J. Campano, l. V, p. 582. — Vita Sfortiae Vicecomitis, p 707._
Per altro l'avvicinamento dei due emuli re e di due grandi generali, in così circoscritto spazio, non produsse quegli importanti avvenimenti che si aspettavano. Lodovico III, stanco della sua inazione, passò a Roma presso Martino V, ch'era venuto a soggiornare nella sua capitale in sul finire del precedente anno. Braccio cercava di sedurre i generali dello Sforza, e gli riuscì di staccare da lui Giacomo Caldora, gentiluomo napolitano, che aveva mostrato estrema avversione alla regina. Tentò in appresso il Tartaglia, che aveva altra volta militato sotto di lui, e che lo aveva abbandonato per seguire lo Sforza; ma questi diffidando del Tartaglia, lo fece arrestare; e dopo averlo assoggettato alla tortura, lo condannò alla morte, alienando con tale crudele atto la metà de' suoi soldati che amavano il Tartaglia[406].
[406] _Leodrisii Cribellii Vita Sfortiae, p. 709._
Mentre la guerra più omai non si faceva che colla seduzione e cogl'intrighi, la corte di Giovanna veniva agitata dalle segrete pratiche del grande siniscalco Caraccioli. Vedeva questi con estrema diffidenza il crescente potere di Alfonso, e temeva che questo principe non lo trattasse un giorno come Giacomo della Marca aveva trattati altri amanti della regina. Palesò parte delle sue gelosie a Giovanna, e persuase questa principessa a trattare con Lodovico d'Angiò; e di già parlavasi di rivocare l'adozione d'Alfonso, per sostituirgli il principe francese[407]. Queste pratiche non rimasero lungamente ignote al principe arragonese; e, nella universale diffidenza, questi pensava soltanto ad assicurarsi delle avute fortezze contro la regina, Braccio a dilatare i confini del suo principato di Capoa, lo Sforza a far vivere le sue truppe a spese dei Napolitani; e l'anarchia poteva durar lungo tempo, se Martino V non si stancava di sussidiare Lodovico d'Angiò. L'armata dello Sforza era omai quasi affatto distrutta, e richiedevansi ragguardevoli spese per rifarla. Alfonso minacciava di ricominciare lo scisma facendo in tutti i suoi regni riconoscere Benedetto XIII, che ancora viveva a Peniscola sempre pretendendo di essere il pontefice. Lodovico, cedendo alle istanze del papa consegnò alla Chiesa le due città d'Aversa e di Castellamare, le sole che gli si fossero conservate fedeli. Poco dopo (1322) il papa le restituì alla regina, la quale riprese ai suoi servigi lo Sforza, di cui voleva formarsi un appoggio contro suo figlio adottivo, e che attaccandosi di nuovo alla regina non lasciava di favorire segretamente la casa d'Angiò[408].
[407] _Annales Bonincontrii, t. XXI, p. 124. — Giornali Napoletani, p. 1085._
[408] _Vita Brachii Perusini, l. VI, p. 605. — Leodrisii Cribellii Vita Sfortiae, p. 713. — Ann. Bonincontrii, t. XXI, p. 126._
In questi quattro anni la Lombardia non era stata meno travagliata dalle rivoluzioni di quel che lo fosse il regno di Napoli. Filippo Maria Visconti, duca di Milano, era tutto intento a ricuperare le province che ubbidivano a suo padre, e che si erano ribellate in tempo della minorità sua e di suo fratello. Egli allora non prevedeva che lavorava pel figlio di quello Sforza che aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni di Napoli, e che in questo medesimo tempo, costretto a mutar partito, perdeva quasi affatto il suo credito e la sua armata.
Il duca Filippo Maria conservava con un carattere più debole alcuni tratti di Giovanni Galeazzo suo padre. Era la medesima effeminata ambizione che facevagli sempre desiderare nuove conquiste, senza avere il coraggio di avvicinarsi al suo esercito, o di mirare in faccia il soldato nemico. Colla stessa perfida politica, colla stessa tortuosa condotta ingannava i nemici e gli amici; aveva la stessa arte di nascondere sotto ogni sua azione un secondo fine contrario a quello che mostrava d'essersi proposto; finalmente al suo carattere basso e crudele era, come in suo padre, congiunta una inaspettata generosità. Ma distinguevano Filippo Maria dal padre una minore forza di volontà, minore arte nella condotta de' suoi progetti e nella scelta de' mezzi, minor conoscenza della amministrazione, minori talenti per sorprendere il popolo e per farsi amare[409].
[409] _Petri Candidi Decembrii vita Philippi Vicecomitis, c. 38 e seg., t. XX, p. 999._
Il primo uso che fece il duca di Milano delle forze, che andava ricuperando, fu quello di liberarsi della sua benefattrice con non minore crudeltà che ingratitudine. Beatrice Tenda, vedova di Facino Cane, aveva portato al duca, sposandolo in seconde nozze, la sovranità di Tortona, Novara, Vercelli ed Alessandria, ed il comando d'un numeroso e ben disciplinato esercito, che aveva ristabiliti gli affari dei Visconti. Se la dolcezza, la generosità, la pazienza, la nobiltà del carattere, possono supplire in una donna alla gioventù ed alla bellezza, Beatrice meritava d'essere amata; ma ella contava vent'anni più del marito, il quale, oppresso dalla ricordanza dei beneficj della consorte, stanco delle sue virtù, irritato dalla pazienza medesima ch'ella opponeva ai suoi sregolamenti, l'accusò d'avere violata la fede conjugale con uno de' più giovani cortigiani, cui strappò di bocca colla tortura una falsa confessione. Il timore d'un atroce supplicio, o la speranza d'acquistarsi il favore del sovrano con una calunnia, persuasero questo giovane a rinnovare la sua confessione ai piedi del palco, ove fu condotto colla duchessa in presenza della corte e del popolo. «Siamo noi dunque in un luogo (soggiunse allora Beatrice con fierezza) ove gli umani timori debbano superare il timore del Dio vivente, innanzi al quale siamo vicini a comparire? Ho sofferti come voi, Michele Orombelli, i tormenti coi quali vi è stata estorta quella vergognosa confessione; ma quegli atroci dolori non ridussero la mia lingua a calunniarmi. Un giusto orgoglio avrebbe preservata la mia castità, quand'anche la mia virtù non avesse potuto farlo; per altro, per quanta distanza passi tra di noi, non vi credeva tanto vile da disonorarvi in quell'unico istante che vi si presentava per rendervi glorioso. Frattanto il mondo mi abbandona; il solo testimonio della mia innocenza depone contro di me: dunque più non mi resta, o mio Dio, che ricorrere a te. Tu vedi ch'io sono senza colpa, e che ne vado debitrice alla tua grazia; tu preservasti i miei pensieri come la mia condotta da ogni impudicizia. Oggi forse tu mi castighi d'avere violato con seconde nozze il rispetto da me dovuto alle ceneri del primo sposo. Accetto con sommissione la prova che mi viene dalla tua mano; raccomando alla tua misericordia quello, la di cui grandezza volesti che fosse opera mia, e spero dalla tua bontà, che, come tu conservasti l'innocenza della mia vita, tu conserverai ancora agli occhi degli uomini pura ed incontaminata la mia memoria.» Beatrice e Michele Orombelli perdettero all'istante la testa sul palco[410].
[410] _Andreae Billii Hist., l. III, p. 51._
Giovanni Galeazzo, senza essere egli stesso militare, aveva avuta una rara felicità, o un singolare talento nello scegliere i suoi generali; Filippo Maria non fu meno di lui fortunato. Seppe distinguere Francesco Carmagnola ed accordargli una confidenza proporzionata ai suoi talenti. Francesco Carmagnola era stato dal duca notato all'assedio di Monza, in quel delicato momento, in cui Filippo, vedendosi perduto se non conseguiva l'eredità di suo fratello, erasi posto alla testa dell'armata. Osservò un semplice soldato che inseguiva Ettore Visconti fino tra le file nemiche, e che indubitatamente l'avrebbe fatto prigioniere, se il suo cavallo correndo non cadeva. Filippo diede a questo soldato il comando di un piccolo corpo di truppe, ed ebbe in breve novelle prove del suo ardire e d'una intelligenza ancor più grande del suo valore. Lo creò in allora capo del suo esercito, ed i più strepitosi avvenimenti giustificarono una così felice scelta[411].
[411] _Andreae Billii Hist. Mediol., l. III, p. 39._
Il Carmagnola si dispose a conquistare tutto il paese posto tra l'Adda, il Ticino e le Alpi. I più forti castelli di questa provincia Trezzo, Lecco e Castel d'Adda, gli aprirono le porte nel 1416. Nello stesso anno il duca, contro la fede dei trattati, fece arrestare Giovanni da Vignate, signore di Lodi, che aveva chiamato a Milano sotto pretesto d'avere con lui una conferenza. Il figlio di questo signore venne pure arrestato nella stessa Lodi dalle truppe del Visconti, che scalarono le mura di questa città il 19 agosto del 1416, e Giovanni da Vignate e suo figliuolo perirono in Milano sul patibolo[412].
[412] _Andreae Billii Hist. Mediol., l. III, p. 44._
Filippo Araceli, gentiluomo di Piacenza, aveva consegnata la sua patria al duca di Milano in principio del 1415. Ma avendo poco dopo avuta cagione di lagnarsi del Visconti, gli aveva di nuovo fatto ribellare i suoi concittadini, ed aveva il 25 ottobre dello stesso anno preso il titolo di signore di Piacenza. Araceli contavasi tra i più valorosi ed esperti guerrieri del suo tempo. Adunò tutti i signori della Lombardia, che si erano divisa l'eredità di Giovanni Galeazzo; fece loro sentire, che comune era la causa di ognuno di loro, poichè il duca di Milano pensava a spogliarli tutti. Pandolfo Malatesti, signore di Brescia, Gabrino Fondolo di Cremona, Lotiero Rusca di Como, i Coleoni di Bergamo, i Beccaria di Pavia e Tomaso di Campo Fregoso, doge di Genova, si obbligarono alla vicendevole difesa. Il Visconti mandò nel 1417 il Carmagnola nella bassa Lombardia. È noto che questo generale e Filippo Araceli si fecero un'accanita guerra, e che le principali città di questa provincia furono più volte prese e riprese; ma confuse o perdute sono le memorie di tali avvenimenti, ed incerte le epoche. Il Carmagnola occupò Piacenza, ma non la sua cittadella; onde conoscendo di non poter difendere questa città contro Pandolfo Malatesti che si avvicinava per attaccarla, obbligò tutti gli abitanti ad uscirne coi loro più preziosi effetti, che fece imbarcare sul Po. L'Araceli e Pandolfo Malatesti, quando entrarono in quelle deserte strade, furono sbalorditi da tanta desolazione; i loro soldati, che si erano sparsi nelle case per saccheggiarle, ne uscirono come spaventati non avendovi trovati che vecchi arredi di niun valore. Per lo spazio d'un anno questa grande città rimase deserta, essendovi rimasti nascosti tre soli abitanti in tre diversi quartieri. Frattanto l'erba andava crescendo in tutte le strade fino all'altezza del ginocchio, e la cicuta si alzava innanzi alle porte delle case quasi per vietarne l'ingresso[413].
[413] _Ann. Placentini Antonii de Ripalta, t. XX, p. 874. — Andreae Billii Hist. Mediol., t. XIX, p. 47._
Finalmente Filippo nel 1418 trionfò di tutti i suoi nemici, parte per le proprie perfidie e parte pel valore del suo generale. Filippo Araceli fu scacciato da tutte le terre murate che occupava nel territorio di Piacenza, e costretto a salvarsi in Venezia. Ottenne in allora dalla repubblica il comando di un'armata che fu mandata contro il patriarca d'Aquilea, ed ebbe maggior fortuna sostenendo una causa straniera che la propria. Castellino Beccaria era stato arrestato a Pavia, indi ucciso in carcere per ordine del duca di Milano. Suo fratello Lancellotto, che si era salvato ne' castelli che possedeva fra Tortona ed Alessandria, venne assediato in quello di Serravalle, ed essendosi reso a discrezione, venne appiccato nella pubblica piazza di Pavia[414]. Lotiero Rusca, tiranno di Como, disperando di potersi a lungo difendere in questa città, la consegnò volontariamente al duca, conservando per sè Lugano col titolo di conte[415]. Finalmente il Carmagnola penetrò nella riviera di Genova per ridurre all'ubbidienza ancora Tomaso di Campo Fregoso.
[414] _Andreae Billii Hist. Mediol., l. III, p. 46._
[415] _Vita Phil. M. Vicecom. a Decembrio, t. XX, c. 11, p. 989._