Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)

Part 16

Chapter 163,702 wordsPublic domain

Braccio aveva sotto i suoi ordini molti illustri capitani attaccati alla sua fortuna; Niccolò Piccinino, che cominciò a militare come semplice soldato sotto le sue insegne, aveva date tali prove d'ingegno e di valore, che di già gli era affidato un importante comando[364]; il Tartaglia, buon soldato e mediocre generale, era miglior esecutore degli altrui progetti, che capace di formarne egli medesimo; finalmente Michele Attendolo, fratello dello Sforza, che in tempo che questi trovavasi in carcere a Napoli, venne a porsi al soldo di Braccio. Ma quando volle questi dare al Tartaglia i feudi di casa Sforza, Michele abbandonò Braccio per andare a difendere il patrimonio della propria famiglia; e, sagrificato dal suo capo, trovò soccorsi nell'amicizia di suo fratello d'armi Niccolò Piccinino, che gli prestò danaro per armare la sua piccola truppa[365].

[364] _Petti Candidi Decembrii Vita Nicolai Piccinini, t. XX, p. 1053._

[365] _Leodrisii Cribellii Vita Sfortiæ Vicecom., p. 671. — Ann. Boninc. Miniat., t. XXI, p. 113._

Nella vegnente campagna Braccio si avanzò verso Roma, che durante la vacanza della santa sede non aveva sovrano. Presentossi innanzi alla città il 3 giugno del 1417 chiedendo che fosse affidata alla sua custodia, finchè un nuovo papa venisse personalmente a prendere possesso della sua capitale. Giacomo Isolani, cardinale di sant'Eustachio e legato di Roma persuase i Romani a chiudere le porte ed a difendersi. Vero è che fu presto forzato di ritirarsi in Castel sant'Angelo, ed a permettere a Braccio l'ingresso in città, il quale prese il titolo di difensore di Roma, e nominò un nuovo senatore[366].

[366] _Vita Brachii Perusini, l. IV, p. 545. — Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Vicecomitis, p. 672. — Diarium Romanum, t. XXIV, p. 1061._

Frattanto lo Sforza non era più prigioniero a Napoli, e trovavasi ancora alla testa delle truppe del regno e delle proprie. Desiderava l'occasione di vendicarsi di Braccio, che accusava di avere vilmente approfittato della sua disgrazia per ispogliarlo. Dietro gli ordini della regina Giovanna, si pose in marcia con un grosso esercito per iscacciare il suo rivale da Roma, e liberare il cardinale Isolani. Una malattia, che cominciava a dilatarsi tra i soldati, consigliò Braccio alla ritirata prima di venire alle mani col suo nemico. Ma l'odio che questi due capi si erano giurato parve raddoppiarsi, in Braccio perchè costretto di fuggire, nello Sforza perchè non poteva mandare ad effetto la vendetta che aveva sperato di fare[367].

[367] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ, p. 679. — Diarium Romanum Antonii Petri, t. XXIV, p. 1064._

CAPITOLO LXIII.

_Papa Martino V viene a stabilire la sua dimora in Firenze; di concerto collo Sforza vuole rilevare in Napoli il partito d'Angiò, mentre Giovanna II adotta Alfonso d'Arragona. — Conquiste del duca di Milano in Lombardia; guerra degli Svizzeri._

1418 = 1422.

Dopo la morte del re Ladislao la repubblica fiorentina godeva una costante tranquillità. Il partito dell'oligarchia guelfa, che aveva ripresa la superiorità nel 1382, mantenevasi in possesso dell'autorità suprema col credito che gli avevano dato le brillanti sue conquiste. Mentre egli governava lo stato, Pisa, Arezzo e Cortona erano state assoggettate ai Fiorentini, ed i confini della repubblica si erano allargati da ogni lato molto al di là de' suoi antichi limiti. La metà della Toscana ubbidiva alla signoria; e mentre che gli stati vicini erano oppressi dalle calamità della guerra, i soli Fiorentini vivevano felici sotto una potente protezione; l'agricoltura faceva prosperare le campagne; le città erano animate da numerose manifatture; ed i capi dello stato, quasi tutti dediti al commercio, accumulavano immense ricchezze, che l'eguaglianza repubblicana loro non permetteva di erogare senza pubblico vantaggio. Le leggi sontuarie reprimevano il lusso e permettevano la magnificenza. I principali cittadini, le loro spose e figlie andavano per la città a piedi; frugale era la loro mensa; semplici e modeste le vesti, e sempre le medesime; non era loro permessa nè l'insolente pompa de' servitori, nè vistosi cavalli e carrozze, nè vesti di porpora, nè ricami, nè giojelli; ma potevano bensì a voglia loro consacrare al divin culto sontuosi templi, o innalzare palazzi la di cui magnificenza ne paraggiasse il buon gusto; e la scuola d'architettura di Firenze si lasciò bentosto a dietro tutte le sue rivali. I cittadini erano in libertà di ornare questi palazzi di sculture e di quadri, e di raccogliervi preziose biblioteche; bentosto artisti, che forse non saranno mai superati, rinnovarono la gloria de' pittori e scultori d'Atene, e bentosto i dotti recarono a Firenze preziosi manoscritti dall'Oriente, dal Ponente e dal Settentrione. Lo stesso commercio rese utili servigi alle scienze; perciocchè le navi che si spedivano a Costantinopoli, ad Alessandria, ec. con istoffe di Firenze, tornavano frequentemente cariche delle opere di Omero, di Tucidide, o di Platone.

Dopo l'espulsione dei Ciompi, Maso degli Albizzi era sempre stato alla direzione della repubblica. Mentre trionfava la fazione nemica, egli aveva sofferta una lunga serie di disgrazie. Suo zio aveva perduta la testa sul patibolo, siccome molti de' suoi amici, le sue case erano state incendiate, ed egli medesimo cacciato in esilio. Ma dopo il suo ritorno la fortuna volle compensarlo delle sofferte calamità con trentacinque anni di prosperità e di gloria. Egli era l'anima di tutti i consigli della repubblica; amici di lui degni lo circondavano, e lo ajutavano, e conoscendo la penetrazione del suo ingegno ed il vigore del suo carattere, mai non osarono di venire in concorrenza con lui. Durante la sua amministrazione la repubblica aveva fiorito; i nemici degli Albizzi erano stati severamente puniti per i mali che gli avevano fatto; gli Alberti e tutti i loro partigiani erano stati esiliati, ammoniti, o spogliati d'ogni autorità; e per ultimo le private ricchezze di Maso eransi accresciute di pari passo colla pubblica fortuna, quand'egli morì del 1417 in età di 70 anni, carico di beni e di onori[368].

[368] _Scipione Ammirato Stor. Fior., l. XVIII, p. 977._

Niccola d'Uzzano, suo amico e contemporaneo, gli successe nell'opinione di cui godeva presso la repubblica, e la conservò fino al tempo in cui Rinaldo, figliuolo di Maso Albizzi, potè occupare ne' consigli il posto di suo padre. Contavansi inoltre tra i capi dello stato, Bartolommeo Valori, Nerone de' Nigi Diotisalvi, Neri di Gino Capponi, e Lapo Niccolini[369]. Vero è che nelle liste dei priori punto non vedonsi i loro nomi occupare distinte cariche, perchè le popolari elezioni e la sorte uguagliavano tutti i cittadini, ma qualunque volta i pericoli dello stato facevano nominare i decemviri della guerra, i capi del partito degli Albizzi occupavano i primi posti in quest'importante magistratura[370]. Inoltre qualunque volta ancora con autorizzazione del parlamento nominavasi una balia per formare di nuovo le borse d'elezione della magistratura, i capi del partito Albizzi presiedevano allo scrutinio, ed avevano cura di chiamare i loro amici alla signoria, escludendo tutte le persone della contraria parte; ed in particolare ricusarono ostinatamente di ammettere agli ufficj pubblici le tre famiglie degli Alberti, dei Ricci, de' Medici. Gli Albizzi, nel principio della loro amministrazione e finchè la memoria del tumulto de' Ciompi ispirava ancora lo spavento, avevano approfittato della pubblica animosità, per ispogliare queste famiglie di parte dei loro beni, per esiliare i più distinti loro capi, e per privare gli altri membri degli onori dello stato. Ma di mano in mano che andavasi dileguando la memoria di quella rivoluzione, il favore pubblico si attaccava di nuovo agli antichi difensori del partito popolare. I progressi della generale prosperità avevano procurata l'agiatezza ed una signorile educazione ai figliuoli di coloro che nel 1378 formavano l'ultima classe del popolo; e questi vantaggi si erano guadagnata la pubblica considerazione, di modo che non vedevansi senza risentimento persone distinte per ricchezze e per istruzione escluse dalle cariche, che avevano occupate i loro padri quando altro non erano che poveri artigiani. E come è della natura delle oligarchie di andarsi sempre più ristringendo, così è proprio loro carattere l'andar sempre eccitando una più viva gelosia.

[369] _Macchiavelli Istor. Fior., l. IV, p. 5. — Vita Nerii Capponii a Barthol. Platina, t. XX, p. 479._

[370] Osservinsi le liste dei dieci della guerra dell'anno 1363 all'anno 1478, t. XIV. _Delizie degli Eruditi Toscani, p. 284. Monumenti._

In mezzo alle sofferte persecuzioni, la famiglia de' Medici non aveva mai abbandonata la mercatura, onde aveva adunate immense ricchezze. Il più distinto uomo di questa famiglia era Giovanni di Bicci. Ai talenti amministrativi aggiugneva Giovanni tanta dolcezza e moderazione, che si era guadagnato l'amore perfino de' nemici della sua famiglia. Tre volte dopo il 1402 aveva seduto come priore nella signoria[371], e suo figlio Cosimo, cui era serbato maggior lustro, ottenne pure lo stesso onore l'anno 1416[372]. Giovanni aveva inoltre fatto parte della magistratura dei dieci della guerra[373]; ma fu lungo tempo tenuto lontano dal supremo rango di gonfaloniere di giustizia. Finalmente ottenne anche questa carica in settembre del 1421[374], e tale condiscendenza del partito aristocratico, eccitò trasporti di gioja nel popolaccio, il quale credeva d'aver ricuperato il suo vindice.

[371] L'anno 1402, 1408 e 1411. — Vedansi le liste dei priori. _Deliz. degli Erud., t. XVIII, p. 210, 310, t. XIX, p. 20._

[372] _Ivi, t. XIX, p. 36._

[373] L'anno 1414. _Monumenti, t. XIV, p. 296._

[374] _Priorato, t. XIX, p. 56._

Ma Giovanni, invece di cercare di farsi un partito nell'opposizione, secondò le politiche viste del governo in tutte le diverse cariche ch'egli occupò. Erano di que' tempi tutte pacifiche, ed i Fiorentini erano determinati a non prendere parte nelle diverse guerre che squarciavano l'Italia. Lasciavano che la Lombardia andasse agitandosi in una spaventosa anarchia fra i tiranni che si erano divisi gli stati di Giovanni Galeazzo ed il figliuolo di questo duca, Filippo Maria, che cercava di ricuperarli. Dopo la morte di Ladislao i Fiorentini avevano rinnovate con Giovanna di Napoli le antiche alleanze che avevano coi re delle due Sicilie. Erano uniti con istretta amicizia a Braccio di Montone, il valoroso capitano che si era formato uno stato ai loro confini, e che aveva promesso di venire a comandare al primo invito le loro truppe. Trovarono inoltre conveniente d'assicurarsi altresì dell'amicizia del papa, tostocchè l'elezione del concilio di Costanza rese un capo alla Chiesa universale; e perchè nel lungo tempo dello scisma, Roma e tutto lo stato ecclesiastico avevano scossa l'autorità pontificia, i Fiorentini offrirono a Martino V un asilo nella loro città finchè gli riuscisse di far valere i diritti de' suoi predecessori, e finchè si credesse sicuro della ubbidienza de' suoi sudditi.

Martino V era partito da Costanza fino dal 16 di maggio del 1418; ma egli viaggiava lentamente assai onde avere il tempo di negoziare in tutti i paesi che attraversava, e di riunire alla santa sede i popoli che in tempo dello scisma eransi accostumati ad una grandissima indipendenza religiosa. Si trattenne in fatti a Berna, a Ginevra, a Torino, a Milano, a Brescia, a Mantova, e non giunse a Firenze che il 26 febbrajo del 1419. Non volle tenere la strada di Bologna, perchè risguardava questa città come ribelle[375].

[375] _Vita Martini V ex Codice Vaticano, t. III, p. II, Rer. Ital., p. 857-862._

Il principale oggetto delle sollecitudini del papa era quello di assicurare i suoi diritti alla cattedra di san Pietro contro i due rivali che ancora gli restavano. Benedetto XIII, chiuso nella fortezza di Paniscola e protetto dal re d'Arragona, lo teneva sempre inquieto; Giovanni XXIII, prigioniere in Baviera, aveva ancor esso de' segreti partigiani, che risguardavano come calunniose le accuse presentate al concilio contro di lui, e perciò violenta ed illegale la sua deposizione. Altronde i Tedeschi, trattando colla Chiesa, avevano mostrato un cotale spirito d'indipendenza, che Martino stava in timore che non rendessero la tiara al suo rivale qualunque volta credessero aver motivo di dolersi di lui[376]. Ottenne adunque colle sue istanze, che Giovanni XXIII fosse trasportato in Italia, avendo intenzione di farlo custodire in Mantova in un perpetuo carcere. Ma Giovanni, viaggiando, trovò modo di fuggire; dall'asilo che aveva ottenuto nella Liguria, si affrettò di scrivere al papa che riconosceva legittima la sua elezione e la propria deposizione; ed la pari tempo implorava la clemenza del suo successore. Gli amici che il fuggitivo teneva in Firenze, ed in particolare Giovanni de' Medici, s'interposero presso Martino affinchè si riconciliasse con un uomo, cui doveva il proprio innalzamento, e di cui aveva difesa la causa fino all'istante in cui lo aveva sagrificato alla propria grandezza. Gli rappresentarono che l'unità della chiesa era meglio assicurata colla volontaria abdicazione di Giovanni XXIII, che colla sua prigionia, e lo persuasero a promettere al deposto papa un favorevole accoglimento in Firenze. Giovanni XXIII, avendo ripreso il nome di Baldassar Cossa, venne il 13 maggio a gettarsi ai piedi di Martino V, e dopo averlo pubblicamente riconosciuto per legittimo papa, da lui ricevette nuovamente, dopo pochi giorni, il cappello cardinalizio, e fu dichiarato il primo del sacro collegio. Ma poco tempo si vide onorare la corte del suo successore, essendo morto, alcuni mesi dopo la sua abdicazione, in Firenze, ov'ebbe dalla signoria magnifici funerali[377].

[376] _Leonardi Aretini Comment. de suo tempore, t. XIX, p. 930._

[377] _Istor. Anon. di Firenze, t. XIV, p. 962. — Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 119. — Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XVIII, p. 983. — Vita Martini V ex additam. ad Ptolomeum Lucens., p. 863._

Martino V, mentre trovavasi ancora a Costanza, aveva accolti gli ambasciatori della regina Giovanna di Napoli, venuti a prestargli omaggio come ad abituale signore del regno; ed aveva mandato a questa principessa suo nipote, Antonio Colonna, per affrettare la liberazione del conte Giacomo della Marca, che la regina di lui consorte teneva tuttavia in prigione. Il Colonna aveva contratta stretta dimestichezza col nuovo amante della regina, ser Gianni Caraccioli, che ben più di Giovanna regnava in Napoli; egli non ottenne che fosse liberato il conte della Marca, ma un trattato assai vantaggioso per il papa e per la di lui famiglia fu conchiuso col favorito. Obbligavasi la regina ad assistere Martino con tutte le sue forze per fargli ricuperare lo stato della Chiesa; prometteva al fratello ed al nipote del papa considerabili feudi nel regno[378], ed ordinava allo Sforza, che a suo nome comandava in Roma, di consegnare la città con Castel sant'Angelo, Civitavecchia, Ostia e tutte le altre conquiste di Ladislao a Giordano Colonna, fratello del papa, che ne prese possesso in di lui nome[379]. Questo stesso Giordano con suo nipote Antonio e due cardinali recossi poi a Napoli, ove dopo lunghi indugi, il 28 ottobre del 1419, coronò in nome del papa la regina[380]. Antonio Colonna ebbe in ricompensa il principato di Salerno, il ducato d'Amalfi, e fu ancora creduto, che la regina lo lusingasse colla speranza di dichiararlo suo successore.

[378] _Giannone Istor. Civile, l. XXV, c. 2, p. 427._

[379] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Attenduli, l. I, p. 682._

[380] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1083._

Questa regina, che il papa aveva in tal modo solennemente riconosciuta, aveva ben poca parte nel governo del suo regno. I suoi amanti ed i suoi generali se ne disputavano il supremo potere, mentre essa non viveva che per abbandonarsi alle sue licenziose passioni. Giacomo della Marca, suo marito, ottenne alla fine, per l'intromissione del papa, d'essere rilasciato dal carcere, ma per vivere in palazzo senza credito e considerazione alcuna, e si può dire sotto la dipendenza di ser Gianni Caraccioli, grande siniscalco e favorito di sua moglie. Egli vide con piacere lo Sforza ed il Caraccioli armare l'uno contro l'altro le loro antiche schiere e disputarsi colle armi in mano il possedimento della regina. La nobiltà di Napoli, omai stanca di portare un vergognoso giogo, sforzò i due rivali a rappacificarsi, e di già cominciava a dar legge alla stessa Giovanna nel suo palazzo[381]. Giacomo si lusingò d'interessare a suo favore quei popoli che per alcun tempo lo avevano riconosciuto per loro re, e che parevano scontenti del presente governo. Egli fuggì sotto mentite vesti in una galera genovese e recossi a Taranto intenzionato di far ribellare alla regina le province meridionali del regno; ma la regina Maria, vedova di Ladislao, che trovavasi a poca distanza da questa città, venne ad assediarvi il fuggitivo re. Giacomo si vide costretto ad imbarcarsi di nuovo; e, tornato in Francia, vestì l'abito di san Francesco, e morì nel suo convento l'anno 1438[382].

[381] _Leodrisii Cribellii, l. II, p. 692. — Ann. Bonincontrii Miniat., p. 117._

[382] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ, l. II, p. 693. — Istoria Civile del Regno di Napoli, l. XXV, c. 2, p. 429._

Giovanna, liberata di suo marito; avrebbe voluto disfarsi egualmente del suo gran contestabile Sforza Attendolo, riuscendole molesta la di lui rivalità col Caracciolo; onde acconsentì di buon grado che passasse colla propria armata ai servigi di Martino V. Lo Sforza andò a Roma coi valorosi che si erano a lui interamente affezionati; ricevette il titolo di gonfaloniere della Chiesa, e si apparecchiò ad attaccare Braccio di Montone, suo antico rivale, che il papa voleva ad ogni modo spogliare del principato ch'egli si era formato con pregiudizio della Chiesa[383].

[383] _Leodrisii Cribellii, l. II, p. 693. — Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 120._

Ma malgrado il sommo suo valore ed abilità poco poteva lo Sforza guadagnare contro un uomo che poteva essergli maestro nell'arte delle battaglie. Braccio, amato da' suoi soldati, temuto da' suoi vicini, fedelmente ubbidito da' suoi sudditi, trovavasi sempre come in propria casa in qualunque paese facesse la guerra. Egli conosceva e prevedeva tutti i movimenti de' suoi nemici, mentre che i suoi erano da loro ignorati: pareva ch'egli tutto vedesse senz'essere veduto. Seppe trarre lo Sforza tra la propria e l'armata di Tartaglia, suo luogotenente, e dopo avergli tolto un corpo d'infanteria, che i magistrati di Viterbo mandarono al gonfaloniere del papa[384], lo attaccò in un angusto passo tra Montefiascone e Viterbo, gli prese due mila trecento cavalieri e lo inseguì fino alle porte di Viterbo, ove a stento potè lo Sforza salvarsi[385].

[384] _Leodrisius Cribellius Vita Sfortiæ Attenduli, p. 694._

[385] _Vita Brachii Perusini, l. IV, p. 555._

Martino V sollecitava la regina di Napoli a somministrare al suo contestabile danaro e munizioni per rifare l'armata: ma il Caraccioli, che aveva udita con piacere la disfatta del suo rivale, e che aveva nuove cagioni di odiarlo, lungi dal permettere a Giovanna di soccorrere lo Sforza, prese le opportune cautele per perderlo interamente[386]. Il papa, adirato di vedersi sagrificato alle private vendette di un amante della regina, nudriva altro segreto motivo d'odio, vedendo senza effetto le speranze che aveva concepite per l'innalzamento della propria famiglia, perchè rifiutavasi la regina di adottare, com'erasene lusingato, per suo figlio Antonio Colonna, di lui nipote. Per vendicarsi di Giovanna, risolse di cambiare tutte le sue alleanze e di favorire le pretese di Luigi III d'Angiò sopra il regno di Napoli. Il malcontento della nobiltà, l'odio dello Sforza, che voleva vendicarsi di Caracciolo, e l'inquietudine del popolo, che vedeva la sua regina di già avanzata in età senza eredi naturali, sembravano dover ravvivare le speranze della casa d'Angiò ed annunciare la prossima caduta di quella di Durazzo. Martino V, prima d'inoltrarsi in così delicati negoziati, risolse di sbarazzarsi della guerra che aveva in su le braccia, ed accettò la mediazione de' Fiorentini per riconciliarsi con Braccio di Montone[387].

[386] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ, p. 699. — Giannone Istor. Civile, l. XXV, c. 3, p. 430._

[387] _Poggio Bracciolini Hist. Florent., l. V, p. 322._

La signoria di Firenze nudriva la più alta stima per questo capitano, che una antica alleanza attaccava alla repubblica, e la di cui fedeltà non erasi giammai smentita; ella invitò Braccio a passare egli stesso a Firenze per trattare col papa. Il viaggio del signore di Perugia, fatto negli ultimi giorni di febbrajo del 1420, ebbe tutta l'apparenza di un viaggio trionfale. I suoi compagni d'armi lo seguivano sopra magnifici cavalli, ed erano riccamente vestiti di drappi di seta ricamati d'oro; quattrocento cavalieri coperti di forbitissime corazze, quasi fossero apparecchiati per un torneo lo accompagnavano: seguivano il loro signore i deputati di Perugia, di Todi, d'Orvieto, di Narni, di Rieti e d'Assisi, cercando a gara di superarsi l'un l'altro nella magnificenza degli equipaggi; e camminavano a lato di Braccio i principi di Foligno e di Camerino. La repubblica aveva apparecchiati lungo la strada alloggi e vittovaglie per tutto questo sontuoso corteggio[388]; il popolo si affollava sul di lui passaggio, ed applaudiva con trasporto all'eroe sempre vittorioso, che aveva di fresco acquistata nuova gloria colla rotta dello Sforza.

[388] _Vita Brachii Perusini, l. IV, p. 562._

Martino V nel suo lungo soggiorno in Firenze non aveva data alla repubblica che una sola testimonianza della sua riconoscenza, innalzando la sua chiesa alla dignità arcivescovile[389]. Altronde mostravasi sempre severo e scontento, faceva conoscere un'abilità nel trattare gli affari ed un egoismo, che stranamente contrastavano colla bontà e colla semplicità, che gli si erano supposte quand'era cardinale[390]. Braccio per lo contrario mostravasi pieno di riconoscenza per la città e per gli ultimi cittadini che lo avvicinavano; il popolo ne ammirava l'affabilità e la cortesia, e paragonando i due illustri ospiti, che Firenze accoglieva nello stesso tempo entro le sue mura, preferiva altamente il guerriero al prete; si deliziava nel vedere i tornei e le feste militari che Braccio celebrava alle porte della città, e manifestava il proprio sentimento con poesie lusinghiere pel generale, e piene di sarcasmo pel papa, le quali questi mai non seppe perdonare ai Fiorentini. Due sgraziati versi, ripetuti sotto le finestre di Martino V da alcuni fanciulli, cancellarono la memoria di tatto quanto la signoria aveva fatto per lui, e lo trassero a cercare nuovi amici e nuove alleanze[391].

[389] _Raynald. Ann. Eccles. an. 1420, § 2, t. XVIII, p. 26._

[390] _Leon. Aretini Commenta de suo tempore, p. 930._

[391]

_Papa Martino_ _Non vale un quattrino._

_Leon. Aretini Comment., t. XIX, p. 931. — Scipione Ammirato Stor. Fiorent., l. XVIII, p. 987._

Per altro il pontefice accolse con bontà Braccio di Montone; accettò la sua apologia per le passate ostilità, e ricevette il giuramento di fedeltà per l'avvenire. Braccio restituì al papa le città di Narni, Terni, Orvieto ed Orta, e ritenne in feudo sotto l'alto dominio della Chiesa quelle di Perugia, d'Assisi, di Cannaria, di Spello, di Jesi, di Gualdo e di Todi. Promise inoltre di condurre le sue truppe contro Bologna, e di costringere questa città a tornare all'ubbidienza della santa sede[392].

[392] _Vita Brachii Perusini, l. IV, p. 566. — Vita Sfortiæ, p. 699._