Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)

Part 15

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Intanto la notizia della morte di Ladislao era stata annunciata a Roma l'otto agosto del 1414; il 10 tutta la città prese le armi, e gli ufficiali furono cacciati di città a nome della Chiesa e del popolo[334]. Lo Sforza, che Ladislao aveva lasciato all'assedio di Todi, lo levò quando intese la morte del re, e dopo di avere cercato invano di ricondurre i Romani all'ubbidienza, continuò il cammino verso Napoli, onde approfittare del credito che gli davano le sue truppe per avere molta parte nel governo; ma appena vi giunse, che Pandolfello Alopo lo fece sostenere, e custodire nella stessa prigione in cui trovavasi da qualche tempo Paolo Orsini[335].

[334] _Antonii Petri Diarium Roman., t. XXIV, p. 1045._

[335] _Leodrisii Cribellii Vita Sfortiæ Vicecom., t. XIX, p. 660. — Giorn. Napoletani, t. XXI, p. 1076._

Molti principi chiedevano le nozze della regina, la quale sentiva il bisogno di un possente appoggio per mantenersi sul vacillante trono su cui era salita. Si decise all'ultimo nel 1415 per Giacomo di Borbone, conte della Marca, sperando ohe la sua unione con un principe della real casa di Francia non la lascierebbe esposta a nuovi attacchi di Luigi d'Angiò, suo competitore. Convenne per altro che suo marito non avrebbe che il titolo di conte e di governatore generale del regno, a sè sola riservando la dignità ed il potere reale[336].

[336] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Vicecomitis, t. XIX, p. 664. — Ann. Bonincontrii Miniatensis, t. XXI, p. 110._

Pandolfello Alopo, ch'era stato costretto di acconsentire a questo matrimonio, volle, prima che avesse effetto, assicurarsi in corte un partito abbastanza forte per mettersi al coperto da ogni timore per parte dello sposo di Giovanna. Andò a trovare in prigione Sforza Attendolo, gli offrì la sua parentela, la mano di Catarina sua sorella, e l'intero favore della regina[337].

[337] Il matrimonio celebrossi il 16 luglio del 1415. _Gior. Napolet., t. XXI, p, 1076. — Ann. Bonincontrii Miniatensis, t. XXI, p. 109._

Il valoroso contadino di Cotignola erasi di già innalzalo al rango de' principi feudatarj; e Ladislao nominandolo grande contestabile del regno, gli aveva dati sette castelli o piccole città nel patrimonio di san Pietro, delle quali le più importanti erano Marta, Cività di Penna e Piano Castagnaro[338]. Inoltre lo Sforza possedeva alcuni altri castelli, come tributario della repubblica di Siena[339]; e siccome colui che non lasciava fuggire occasione alcuna di accrescere i suoi feudi, ch'egli risguardava come base della sua potenza, sposando la sorella del favorito della regina, si fece cedere altri castelli vicini a quelli che di già possedeva[340].

[338] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Vicecomitis, t. XIX, p. 660._

[339] _Bandini de Bartholomæis Hist. Senens., t. XX, p. 15._

[340] _Leodrisius Cribellius de Vita Sfortiæ, p. 664. — Ann. Bonincontrii Miniatensis, p. 110._

Ma l'appoggio principale dello Sforza era una compagnia d'avventurieri, che gli era molto più affezionata di quello che lo fisse mai stato verso i suoi condottieri verun altro di questi corpi. Lo Sforza aveva chiamati presso di sè tutti i suoi parenti; aveva a tutti dato qualche comando nell'armata, e tra questa gente, educata come lui nella povertà e nella fatica, aveva trovati non pochi valorosi guerrieri, ufficiali intrepidi e fedeli, che altra ambizione non nudrivano che quella di rendere potente il capo della loro famiglia, d'eseguire i suoi progetti, e di essere gli stromenti del suo sublime ingegno[341]. L'armata di Sforza era il suo regno, egli l'aveva formata, egli l'alimentava; era l'arbitro assoluto de' suoi movimenti, facendole a vicenda abbracciare i più opposti partiti, sicuro che giammai un solo ufficiale, un solo soldato preferirebbe lo stato, cui temporariamente serviva, al suo generale. Lo Sforza, che conosceva la sua potenza, non poneva limiti alla propria ambizione. Non si proponeva già, come il duca Guarnieri, o come il conte Lando, di arricchire i suoi soldati a spese dei popoli, levando sulle città e sulle province grosse contribuzioni. Egli voleva regnare, e di già aveva veduti altri avventurieri innalzarsi col loro valore al rango di principi. Pandolfo Malatesti governava Brescia, Facino Cane ed Otto Bon Terzo avevano regnato in Alessandria ed in Parma: la debolezza di Giovanna e la lontananza del papa, aprivano al primo conquistatore tutte le province dell'Italia meridionale; e lo Sforza accolse avidamente l'alleanza di Pandolfo Alopo, che pareva sgombrargli la strada a nuove grandezze.

[341] I più rinomati di questi capitani erano Michelino e Michelotto Attendolo, Lorenzo. Santo-Parente, Luigi, Bosio, Foschino, ec. _Ann. Boninc. Miniat., p. 111._

Premeva al favorito ed al suo alleato che lo sposo della regina non s'innalzasse oltre il rango assegnatogli nel contratto nuziale; e quando Giacomo della Marca arrivò da Venezia a Manfredonia, lo Sforza gli si fece incontro, determinato di non permettergli che prendesse altro titolo che quello di conte. Ma i cortigiani dell'estinto re, invidiando Alopo e lo Sforza, eransi recati in folla presso allo sposo della regina, per prevenirlo contro i di lei favoriti. Giulio Cesare di Capoa, uno de' conti d'Altavilla, che aveva raccolti molti de' soldati di Ladislao, e che aspirava al comando delle armate, fu quello che si adoperò con maggiore zelo contro lo Sforza; e col suo esempio trasse tutti gli altri cortigiani a salutarlo col titolo di re. Di concerto con questo principe, quando giunsero a Benevento, si azzuffò col contestabile, onde furono ambidue arrestati per avere sguainate le spade nel palazzo del monarca; ma Giulio Cesare venne subito rilasciato, e lo Sforza gettato in oscuro carcere[342].

[342] In agosto del 1415. — _Leodrisii de Vita Sfortiæ Vicecomitis, p. 666. — Giornali Napoletani, p. 1077._

Il 10 agosto si celebrò il matrimonio di Giacomo della Marca e di Giovanna II, la quale, intimidita dal caso dello Sforza, acconsentì che il marito prendesse il titolo di re. Questi infatti, determinato avendo di voler regnare e riformare i costumi della consorte e della sua corte coi più severi provvedimenti, fece carcerare Pandolfo Alopo, e sottoporre alla tortura, per istrappare dalla sua bocca la confessione delle debolezze della regina; dopo di che lo fece perire con crudele ed ignominioso supplicio[343]. Lo Sforza pure, posto alla tortura, non sarebbesi sottratto alla morte, se sua sorella Margarita, moglie di Michelino Attendolo, non faceva arrestare quattro ambasciatori napoletani che passavano presso al suo campo, e non dichiarava che gli avrebbe trattati nello stesso modo che sarebbe stato trattato suo fratello[344].

[343] _Leodrisius Cribellius de Vita Sfortiae, p. 667. — Giornali Napoletani, p. 1077._

[344] _Ann. Bonincontrii Miniatensis, p. 110._

Il re, per indole diffidente e crudele, superati aveva i consigli e l'aspettazione de' cortigiani; teneva la regina gelosamente custodita quasi prigioniera nel suo palazzo, dandola in guardia ad un cavaliere francese che mai non l'abbandonava. Giulio Cesare di Capoa però ingannando quest'argo, ottenne di parlarle senza testimonj. «Io ero ben lontano, diss'egli alla regina, di prevedere la schiavitù in cui vi vedo precipitata dall'imprudente consiglio da me dato al re; ero ben lontano dal supporre che Alopo e Sforza non sarebbero allontanati dalla corte che per cedere il loro luogo ai Francesi, e che tutti gl'impieghi dello stato caderebbero nelle loro mani. Ma se ho commesso questo primo fallo, dipende altresì da me il porvi riparo. Io posso trarvi dalla vostra prigione e rendervi lo scettro, che vi fugge di mano; basta che voi giuriate soltanto di avere per ben fatto quanto io sono per operare in vostro vantaggio.» La regina promise quanto voleva Giulio Cesare, e seppe allora che questi voleva uccidere suo marito. Per altro bentosto, o perchè spaventata fosse da tale attentato, o perchè diffidasse di Giulio Cesare, o perchè volesse di lui vendicarsi, la regina palesò al re Giacomo l'offerta fattagli da questo signore. Il re si nascose nel gabinetto di Giovanna, per udire, senz'essere veduto, ciò che il conte d'Altavilla le direbbe in una seconda conferenza; e dopo di avere udite le sue proposte, lo fece prendere, e lo mandò al supplicio con tutti i congiurati che aveva nominati[345].

[345] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ, p. 672. — Ann. Bonincontrii Miniat., p. 112. — Gior. Napoletani, p. 1078. — Giannone Stor. Civile, l. XXV, c. 1, p. 419._

Colla rivelazione di questo segreto avendo la regina alquanto ricuperata la confidenza del marito, ottenne dopo un anno di riclusione la licenza di assistere ad una festa che un mercante fiorentino le aveva preparato nel suo giardino il 13 settembre del 1416. Il popolo, che sempre detesta un governo straniero, non sapeva tollerare l'autorità che si arrogavano il re Giacomo, ed i suoi Francesi. Fu vivamente commosso allorchè vide comparire la regina sopra un cocchio scoperto, triste, scolorita, e simile ad una prigionera; i nobili invitarono i borghesi a spalleggiarli, e tutt'insieme diedero mano alle armi per liberare dalla prigionia la loro sovrana. Costrinsero le sue guardie a condurre il cocchio all'arcivescovado, indi le fecero aprire il palazzo della Capuana, mentre il re minacciato fuggì al castello dell'Uovo. Colà non potendo sostenere un assedio, trattò sotto la guarenzia della città cogl'insorgenti, rinviò quasi tutti i Francesi che aveva seco condotti, e restituì alla regina la suprema amministrazione degli affari ch'egli si era usurpata[346].

[346] _Giornali Napoletani, p. 1078. — Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Vicecomitis, p. 673. — Ann. Bonin. Miniat., t. XXI, p. 112. — Ist. Civile di Napoli, l. XXV, c. 1, p. 420._

La regina non poteva far a meno d'un favorito, onde non ebbe appena ricuperata la libertà che s'affezionò a ser Gianni Caraccioli, cui diede la carica di gran siniscalco già occupata da Pandolfello Alopo. Tale scelta era meno indegna della prima; perciocchè alle qualità fatte per piacere a Giovanna, univa il Caraccioli somma prudenza; onde l'amante della regina potè acquistarsi l'amore della nobiltà e del popolo. Nello stesso tempo era stato liberato di carcere lo Sforza, e ristabilito nella carica di gran contestabile: ottenne in feudo la città di Troja ed altre ragguardevoli terre nel suo vicinato col titolo di conte[347]; e subito dopo venne incaricato di combattere contro un rivale degno di lui.

[347] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Vicecomitis, p. 674. — Giannone Storia Civile, l. XXV, c. 2, p. 423._

Un altro capitano di ventura, che non meno dello Sforza era amato dai proprj soldati, prese nello stesso tempo a fondare in Toscana un nuovo principato. Braccio di Montone era stato incaricato da Giovanni XXIII di mantenergli fedele lo stato di Bologna, allorchè questo pontefice era partito alla volta di Costanza; Braccio illustrò la sua dimora in Toscana con brillanti spedizioni contro i signori di Forlì, di Ravenna e di Rimini, ch'erano nemici del pontefice, e che volevano approfittare della sua lontananza per ingrandirsi[348]. Per altro ogni volta che Braccio lasciava Bologna, que' cittadini prendevano le armi per riavere la libertà; ma il suo sollecito ritorno gli sforzava a soggiacere nuovamente al giogo che detestavano[349]. Frattanto Giovanni XXIII fu deposto e chiuso in carcere, onde gli stessi suoi partigiani perdettero la speranza di vederlo giammai ricuperare la tiara; i Bolognesi incoraggiati da Antonio e da Battista Bentivoglio, e da Matteo de' Canedoli, presero un'altra volta le armi il 5 gennajo del 1416 per sottrarsi ad un giogo straniero[350]. Ossia che Braccio non isperasse di potere vincere la resistenza degli abitanti, o che più non si credesse in debito di mantenerli ubbidienti a Giovanni XXIII, si accontentò di trattare con loro. Il papa gli aveva accordati in feudo alcuni castelli del territorio bolognese, che Braccio vendette alla città per trenta mila fiorini; si fece pure rendere cinquantadue mila fiorini di soldi arretrati a lui dovuti, ed a tali condizioni consegnò ai Bolognesi la loro cittadella, ed il godimento dell'antica libertà. Tutti coloro che erano stati esiliati sotto il governo di Baldassar Cossa, vennero richiamati e ristabiliti in tutti i diritti di cittadinanza[351].

[348] _Vita Brachii Perusini a J. Campano, t. XIX, l. III, p. 502. — Chron. Foroliviense Fratr. Hieronimi, t. XIX, p. 884. — Annales Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 108._

[349] _Vita Brachii Perus., p. 505._

[350] _Cherubino Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIX, t. II, p. 603._

[351] Il trattato fatto con Braccio è riferito dal Ghirardacci, _l. XXIX, p. 606_. Il fiorino viene valutato 39 soldi bolognini. _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 606. — Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Vicecomitis, t. XIX, p. 670. — Chron. Foroliviense Frat. Hieronimi, t. XIX, p. 885. — Mathei de Griffonibus Memor. Hist., t. XVIII, p. 223. — Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 111._

Braccio, che aveva arricchiti i suoi soldati colle spedizioni di Romagna, e che riceveva dai Bolognesi una ragguardevole somma di danaro, determinò di condurre la sua armata ad un'intrapresa ch'egli aveva da lungo tempo meditata, e che sempre per diversi motivi aveva dovuto differire. I Perugini che avevano esiliato Braccio, e che da ventiquattro anni si trovavano in guerra colla nobiltà e col partito de' Baglioni, più non pensavano all'inimicizia di quest'illustre emigrato perchè lontano. Essi avevano riavuta la loro libertà dopo la morte di Ladislao, e se la godevano così tranquillamente dopo la deposizione di Giovanni XXIII, che avevano perfino licenziato Ceccolino dei Michelotti, loro compatriotto, che aveva lungo tempo avuto il comando de' loro soldati. Braccio per addormentarli nella piena loro sicurezza trattava di mettersi ai servigi del duca di Milano, e mandava perfino parte de' suoi equipaggi in Lombardia: ma frattanto aveva celatamente preso al suo soldo il Tartaglia, che allora trovavasi in Frascati con sei cento cavalli; promettendogli d'ajutarlo a conquistare i feudi dello Sforza, che di quei tempi trovavasi in carcere a Napoli. Questa fu la prima origine delle nimicizie tra questi due capitani, inimicizia che divise tutte le truppe d'Italia in due scuole ed in due fazioni rivali[352]. Braccio, attraversando rapidamente la Romagna, valicò gli Appennini e presentossi innanzi a Perugia affatto inaspettato. Aveva di già occupati i ponti del Tevere e spinte le sue pattuglie fino alle porte della città prima che i Perugini sapessero da quale nemico erano attaccati[353].

[352] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Vicecomitis, p. 670. — Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 113._

[353] _Vita Brachii Perus., t. XIX, p. 506._

Braccio per approfittare della loro sorpresa diede più assalti alle mura, ma venne sempre respinto con perdita: i suoi soldati penetravano facilmente nei sobborghi, di dove era d'uopo salire il pendio per giugnere alla città, ed una grandine di pietre e di tegole, che venivano scagliate da tutte le finestre e da tutti i tetti, li forzavano a rinculare[354]. I Perugini avevano chiesto soccorso a Paolo Orsini ed a Carlo Malatesta; e mentre questi andavano adunando i loro soldati, invocarono ancora la mediazione dei Fiorentini. Questi, siccome antichi amici ed alleati di Braccio, lo avevano assistito nelle precedenti sue guerre contro Perugia, in allora soggetta a Ladislao; ma dopo che i Perugini ebbero ricuperata la libertà, i Fiorentini desiderarono di proteggerli, e mandarono deputati a Braccio intromettendosi a loro favore; non credettero però di venire ad aperta rottura con un alleato per difendere contro di lui la causa dei proprj nemici[355].

[354] _Vita Brachii Perus., t. XIX, p. 508, 505._.

[355] _Ivi, p. 514._

Frattanto tutto il territorio di Perugia era stato successivamente sottomesso dalle armi di Braccio, avendo riconosciuta la sua autorità cento venti castelli ed ottanta villaggi[356]. La città trovavasi assediata; ed i magistrati per risparmiare il sangue de' cittadini avevano severamente vietato di uscire dalle mura e di combattere; avevano inoltre fatto murare quasi tutte le porte; ma i Perugini erano i più bellicosi popoli dell'Italia, e quando i soldati di Braccio venivano a provocarli, saltavano armati giù dalle mura, o si facevano calare con una fune al basso, per non parere di soverchiare i loro nemici conservando il vantaggio del terreno[357].

[356] _Ivi, p. 517._

[357] _Vita Brachii Perus., t. XIX, p. 518._

Carlo Malatesta, avendo messi insieme a Rimini due mila settecento cavalli, avanzava dalla banda di Assisi, ed aveva sotto i suoi ordini Agnolo della Pergola, che aveva opinione di essere uno de' più valorosi capitani del suo tempo. Ceccolino dei Michelotti aveva adunati mille cavalli a Spello, nell'Umbria, e Paolo Orsini era partito da Roma per soccorrere Perugia, e di già credevasi vicino a Narni. Braccio attaccò bruscamente l'armata di Ceccolino, a Spello; ma non potè forzarla ne' suoi trinceramenti, nè impedirle in seguito di unirsi al Malatesta. Tentò almeno di venire a battaglia con questi due generali prima che loro si aggiugnesse ancora l'Orsini, ed il 7 luglio del 1416 si schierò in un angusto piano fra sant'Egidio ed il Tevere in sulla strada d'Assisi.

I più celebri generali ed i migliori soldati d'Italia trovaronsi gli uni contro gli altri in quasi egual numero da ambo le parti; ma la condizione di Braccio era più pericolosa, perchè i Perugini potevano fare una sortita ed attaccarlo alle spalle, o poteva sopraggiugnere Paolo Orsini e raddoppiare il numero de' suoi nemici. Le due armate, della medesima nazione, del carattere medesimo, non avevano nè più impetuoso, nè maggiore accanimento l'una dell'altra. Braccio divise la sua armata in piccoli corpi assolutamente indipendenti gli uni dagli altri, che attaccavano isolatamente, ed in appresso ritiravansi per rifare i loro ranghi, indi tornar di nuovo all'attacco; il Malatesta, secondo l'antica tattica, non fece che tre corpi della sua armata, cioè le due ali ed il centro. Da una parte la battaglia rinnovavasi senza interrompimento, dall'altra una parziale vittoria non decideva della giornata. Inoltre Braccio aveva fatto apparecchiare moltissimi recipienti pieni d'acqua per abbeverare i suoi cavalli e rinfrescare i soldati dopo ogni scaramuccia, senza che per ciò fare fossero costretti di rompere i loro ranghi. La pugna durò sette ore nel mese di luglio, sotto un ardente sole, e in mezzo ad un aere tutto ingombro di polvere. I soldati del Malatesta, che vedevano scorrere il Tevere in distanza di soli cinquecento passi non potevano resistere alla tentazione di andare colà a dissetarsi, e ruppero le loro ordinanze. Braccio approfittò di quest'istante per piombare impetuosamente sopra di loro[358]. Il Tartaglia da una banda, e gli emigrati perugini dall'altra ne rovesciarono moltissimi nel fiume; ed il solo Agnolo della Pergola riuscì ad aprirsi un passaggio con circa quattrocento cavalli, restando Carlo Malatesta prigioniere con due nipoti e circa tre mila cavalieri. Ceccolino dei Michelotti, che aveva avuta la stessa disgrazia, perchè era l'oggetto del personale odio di Braccio, siccome colui ch'era capo in Perugia d'un partito da lungo tempo a Braccio nemico, fu, per quanto comunemente si crede, ucciso in carcere[359]. I Perugini, scoraggiati della disfatta dei loro ausiliarj, otto giorni dopo aprirono le loro porte a Braccio di Montone, riconoscendolo per loro signore e richiamando tutti i fuorusciti. Il 19 luglio Braccio fece il suo solenne ingresso nella conquistata città, seguito dalla nobiltà emigrata già da 24 anni e dalle vittoriose sue truppe. Accettando la sovranità della sua patria, promise di conservare le sue antiche leggi e parte della sua libertà[360].

[358] _Vita Brachii Perus., l. III, p. 521. — Leodrisii Cribellius Vita Sfortiæ Vicecomitis, p. 672. — Andreæ Billii Hist. Mediol., l. III, p. 52. — Cron. Foroliviense Fratris Hieronymi, t. XIX, p. 886._

[359] _Ann. Bonincontrii Miniatensis, t. XXI, p. 111._

[360] _Vita Brachii Perus., l. IV, p. 539. — Ann. Sanesi Anonimi, t. XIX, p. 426. — Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XVIII, p. 976._

E veramente Perugia non si era assoggettata ad un tiranno simile ai Visconti o agli altri usurpatori di Lombardia. Braccio di Montone era un grande capitano; e se dobbiamo prestar fede al suo biografo, era pure un grand'uomo ed un buon sovrano. Durante l'assedio di Perugia aveva occupato Todi; non molto dopo si diedero a lui spontaneamente Rieti, Narni ed altri castelli dell'Umbria. Paolo Orsini, sorpreso a Colle Fiorito da Tartaglia e da Luigi Colonna, fu ucciso combattendo o forse assassinato il 5 agosto del 1416, e la sua armata dispersa[361]. Carlo Malatesta ed i suoi nipoti dopo cinque mesi di prigionia si riscattarono pel prezzo di ottanta mila fiorini; Spoleti e Norcia pagarono contribuzioni al loro potente vicino, e tutta l'Umbria riconobbe l'autorità di Braccio di Montone[362].

[361] _Vita Brachii Perusini, l. IV, p. 542. — Ann. Bonincontrii Miniat., t., XXI, p. 111._

[362] _Vita Brachii Perusini, l. IV, p. 545. — Chron. Foroliviense Frat. Hieron., p. 886. — Annales Foroliv., t. XXI, p. 210._

Per attaccare il popolo alla sua gloria, volle Braccio che tutte le città da lui conquistate mandassero a Perugia, il giorno dell'apertura de' gran giuochi, un tributo con una bandiera portante il loro stemma. Erano questi giuochi una specie di torneo proprio agli abitanti di questa città, che Braccio ristabilì in tutta la sua pompa, persuaso che nulla era più proprio a mantenere il bellicoso carattere de' suoi concittadini. L'alta e la bassa città formavano due affatto separati quartieri, che in primavera periodicamente combattevano tutti i giorni di festa per solo amore di gloria e non per ispirito di partito. La battaglia si cominciava da due corpi di truppa leggermente armati, e lanciavansi pietre, e cercavano di pararne i colpi con un largo mantello, che i veliti ravvolgevano intorno al sinistro braccio. In appresso due falangi di più pesanti armature coperte entravano in piazza. Sotto ad una compiuta armatura di ferro i combattenti portavano cuscinetti pieni di cottone o di stoppa per ammorzare i colpi. Ogni corazziere teneva una lancia senza ferro colla mano destra, e colla sinistra uno scudo, servendosene a vicenda per ferire e per parare i colpi. La vittoria era di coloro che giugnevano ad occupare il mezzo della piazza, e quand'era terminato il tempo assegnato alla battaglia un araldo d'armi divideva i combattenti abbassando tra di loro uno steccato, e proclamava il vincitore. Talvolta ancora una delle due parti si dava per vinta e mandava a chiedere pace. Due ore venivano destinate alla battaglia de' fanciulli, onde renderli bellicosi fino dall'infanzia; tre ore a quella dei giovinetti ed il rimanente del giorno a quella degli uomini fatti. Malgrado la forza, delle armi difensive e la debolezza delle offensive, non terminava mai il giorno senza che si spargesse sangue. Ogni giorno dieci in venti uomini cadevano morti o feriti; ma non perciò fra le due parti conservavasi verun rancore; e quando la festa era finita, tutte le vicendevoli ingiurie venivano scordate[363]. Così a Pisa, ov'erano in uso somiglianti mischie sul ponte di marmo, abbiamo veduto ancora nel 1807 le parti di santa Maria e di sant'Antonio combattere con un accanimento, che ricordava i tempi di emulazione, d'energia e di gloria della repubblica.

[363] _Vita Brachii Perusini, l. IV, p. 547._