Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)

Part 14

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Il nuovo elettore di Brandeburgo, Federico, burgravio di Norimberga, cui l'imperatore aveva di fresco promesso il cappello elettorale[307], andò a cercare il papa, e lo ricondusse a Rodolfzell, presso Costanza: tre giorni prima, cioè il 14 maggio, Giovanni era stato con decreto conciliare sospeso da tutte le sue funzioni[308]. Intanto era stata contro di lui formata una scrittura d'accusa divisa in settanta articoli, nella quale venivano ad uno ad uno epilogati tutti gli errori della sua prima gioventù, appoggiandoli alle deposizioni di molti cardinali, arcivescovi e vescovi, e così grande era il numero delle subornazioni, delle violenze, degli adulterj, degli incesti ed altri più odiosi vizj, che la vita d'un solo uomo non sembra poter bastare a tanta corruzione[309]. Giovanni XXIII non volle nè meno vedere l'atto d'accusa; dichiarò di sottomettersi interamente al concilio, di ricevere con rispetto ed ubbidienza la sentenza della sua deposizione, e che si riputerebbe felice, se poteva rendere la pace alla Chiesa col sagrificio della libertà e dell'onor suo. In fatti fu deposto il 29 maggio nella 12.ma sessione del concilio e chiuso nel castello di Gottleben, posto nelle vicinanze di Costanza[310].

[307] Fu investito il 18 aprile del 1417. Lenfant_ Hist. du Concile de Constance, l_. V, p. 466. — Questo principe è lo stipite della reale casa di Prussia.

[308] _Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. II, p. 165. — Gobelinus persona Cosmodromi Aetas VI, c. 94, p. 340._

[309] _Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. II, p. 193._

[310] _Vita Joh. XXIII a Theod. Niemen., p. 30. — Ejusdem vita ex MS. Vaticano, t. III, p. II, p. 848. — Additamenta ad Ptolomeum Lucens., p. 855. — Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. II, p. 188._

La deposizione di Giovanni XXIII era un gran passo fatto per la riunione della Chiesa: Gregorio XII, che aveva ostinatamente resistito al concilio di Pisa, pensava finalmente a sottomettersi a quello di Costanza, perciocchè il piccolo numero de' settatori che gli si erano conservati fedeli dopo l'elezione d'Alessandro V, si andavano riunendo al concilio, e mostravansi al tutto disposti ad abbandonarlo. Spedì dunque Carlo Malatesta, signore di Rimini, suo principale protettore, a Costanza, con facoltà d'abdicare per lui il pontificato, ma senza riconoscere i due pontefici ed i due concilj, contro i quali aveva fin allora lottato. Nella 14.ma sessione, tenuta il 14 luglio 1415, e preseduta dall'imperatore, il vescovo di Ragusi, legato di Gregorio XII, convocò di nuovo l'assemblea, onde darle in nome del suo papa l'esistenza e l'autorità d'un concilio[311]. In appresso Carlo Malatesta lesse una bolla colla quale Gregorio XII rinunciava al pontificato. Questi riprese in allora da sè medesimo il nome d'Angelo Corario, ed i titoli di cardinale e di vescovo di Porto, e morì in Recanati il 18 ottobre del 1417 in età di novant'anni[312].

[311] _Raynald. Ann. Eccles. an. 1415, § 26, t. XVII, p. 457._

[312] _Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. III, p. 262. — Vita Johannis XXIII, ex MS. Cod. Vatich., t. III, p. II, p. 848. — Teodor. Niem. Vita Joh. XXIII, p. 31. — Chron. Foroliviense fratris Hieronimis, t. XIX, p. 887._

Per ispegnere affatto lo scisma altro più non restava a farsi, che ridurre Benedetto XIII a fare una simile cessione; ma questo ostinato vecchio veniva ancora riconosciuto come papa dai re di Arragona, di Castiglia, di Navarra e di Scozia, e dai conti di Foix e d'Armagnacco. Altronde egli pretendeva che il suo diritto al pontificato si fosse omai reso incontrastabile, poichè egli era il solo di tutti i cardinali, creati avanti l'origine dello scisma, che ancora vivesse, di modo che se illegittimi erano tutti coloro che succedettero a Gregorio XI, e s'egli non era papa, aveva solo il diritto di eleggerlo. Sigismondo, ch'era vago di viaggiare, partì alla metà di luglio alla volta di Perpignano, ov'era aspettato dal re d'Arragona e da Benedetto XIII. Ma quest'ultimo, dopo aver parlato sette ore continue per dimostrare i suoi diritti e le sue pretese, offrì di rinunciare al papato sotto inammissibili condizioni, perciocchè non chiedeva meno che di annullare il concilio di Pisa, di chiudere quello di Costanza, adunandone un altro in un luogo di sua ubbidienza, nel quale darebbe la sua dimissione dopo avere egli medesimo eletto un altro papa[313]. Bentosto temette o finse temere di essere arrestato, e fuggì coi suoi cardinali a Collioure, di dove passò a chiudersi nella fortezza di Paniscola, protestando essere questo castello l'arca di Noè, ove solo contenevasi la vera chiesa, mentre che il rimanente del mondo era caduto nello scisma[314].

[313] _Hist. du concile de Constance, Lenfant, l. IV, p. 354. — Vita Joh. XXIII ex Ms. Vaticano, t. III. p. II, p. 849. — Rayn. Ann. Eccl. 1415, § 47, p. 468._

[314] _Hist. du concile de Constance, l. IV, p. 356. — Theodor. Niemensis in vita papae Johan. XXIII, p. 36. — Ejusdem vita ex Ms. Vaticano, p. 851._

Vedendo tanta ostinazione la chiesa di Spagna si separò da Benedetto XIII, e risolse finalmente di riunirsi al concilio di Costanza, ma a condizioni non dissimili da quelle che aveva proposte Gregorio XII. Gli Spagnuoli convocarono il concilio di Costanza come se fino alla loro unione non avesse mai esistito, e quest'assemblea ricevette in tale maniera l'adesione de' cristiani conservatisi sotto l'ubbidienza di Benedetto XIII, come aveva ricevuta quella degli altri due papi[315].

[315] _Hist. du Concile de Constance, l. IV, p. 361. — Raynald. Ann. Eccl. 1415, § 53, p. 472._ — La capitolazione, firmata a Narbona il 13 dicembre del 1415, non venne eseguita che il 15 ottobre del 1516. — Da quest'epoca in poi gli Spagnuoli formarono nel concilio una quinta nazione con una voce eguale agli altri.

La morte di Ferdinando, re d'Arragona, le pratiche di Benedetto XIII, ed il viaggio di Sigismondo in Inghilterra per pacificare questo regno colla Francia, ritardarono il processo che il concilio voleva intentare contro Benedetto XIII; e soltanto nella 37.ma sessione, tenuta il 26 luglio del 1417, questo vecchio fu dichiarato non antipapa, ma deposto per avere colla sua ostinazione prolungato lo scisma con grave danno della cristianità. E per tal modo la santa sede si rese all'ultimo vacante per la deposizione di due papi, e per la volontaria abdicazione del terzo[316].

[316] _Histoire du concile de Constance, l. V, p. 491. — Raynald. Ann. Eccl. 1417, § 12, p. 495._

Ma il concilio non si era soltanto adunato per riunire la Chiesa, ma ancora per riformarla; voleva mettere freno all'arroganza della corte di Roma, impedire la venalità delle grazie spirituali, e far cessare il commercio delle sacre cose, indicato col nome di simonia, ma che per altro formava la principale entrata del papa. Lo scopo di quasi tutte le prediche fatte innanzi al concilio era quello di ricordare ai padri adunati il dovere di riformare la Chiesa; e gli abusi introdottisi in tutto il clero venivano rappresentati con sì odiosi colori, che non sappiamo se più debba ammirarsi l'ardire de' predicatori o la pazienza de' loro uditori. Frattanto altri uomini, che con quasi uguali discorsi avevano preso a riformare la chiesa, furono da questo stesso concilio con tanto accanimento puniti e con crudeltà sì grande, da far sempre torto alla memoria del concilio[317].

[317] Gli oratori conciliarj esponevano al concilio, che solo aveva diritto di riformarli, gli abusi del clero; i novatori ne facevano mostra in faccia al pubblico per creare odio alla chiesa. Lodevole era lo zelo de' primi, pernicioso lo scopo degli altri. _N. d. T._

Prima ancora che cominciasse lo scisma, Giovanni Vicleffo, parroco o rettore di Lutterworth, nel contado di Leicester, aveva in Inghilterra sparse intorno all'usurpato potere della corte di Roma, all'abuso che il clero faceva delle ricchezze, ed ai nuovi dommi che andava nella religione introducendo, alcune opinioni, che la corte romana si affrettò di condannare[318]. Gregorio XI aveva incaricato l'arcivescovo di Cantorberì di esaminare 19 proposizioni eretiche contenute nelle scritture di Vicleffo. Ma questo dottore, intraprendendo una riforma, pare che avesse cercato di evitare i giudizj della Chiesa. Aveva veramente attaccati i dommi della transostanziazione, del purgatorio, dell'invocazione dei santi[319], ma l'aveva fatto in un modo oscuro; onde colle spiegazioni che ne diede in appresso, seppe sottrarsi alla persecuzione, quantunque si andasse più volte rinnovando[320]; e potè morire in pace nella sua parrochia di Lutterworth l'anno 1385. A tale epoca egli aveva di già formata in Inghilterra una numerosissima setta, detta dei Lollardi; e le sue scritture, replicatamente proibite, erano commentate dai nuovi riformatori.

[318] _Hume's History of England, c. 17, t. IV, p. 56. — Histoire d'Angleterre de Rapin Thoiras., l. X, t. III, p. 252._

[319] _Fleury, Hist. eccles., l. XCVII, c. 44, l. XIV, p. 247._

[320] L'ordine di perseguitarlo spedito nel 1382 all'università d'Oxford trovasi in _Rymer: conventiones et acta pub.ª, t. VII, p. 363._

Un gentiluomo, che aveva studiato in Oxford, portò in principio del XV secolo i libri di Vicleffo in Boemia[321]. L'università di Praga, che di que' tempi aveva acquistato grandissimo nome, doveva principalmente la presente fama ad alcuni professori tedeschi, che venivano guardati con occhio di gelosia dai Boemi, dacchè questi avevano cominciato a coltivare con buon successo le lettere: Giovanni Huss, Girolamo da Praga, e Giacobello da Meissen, tre dei più illustri teologi della Boemia, abbracciarono le opinioni di Vicleffo, e le divulgarono colle lezioni e colle prediche. Il non curante Wencislao lasciava ai novatori un'assoluta libertà, ed era inoltre propenso a favorire i suoi Boemi contro i Tedeschi, de' quali aveva motivo di essere scontento. Distinguevasi Giovanni Huss colla severità de' costumi, colla dolcezza del carattere, colla penetrazione dello spirito, e colla sua eloquenza[322]. Era inoltre confessore di Sofia di Baviera, regina di Boemia; e le sue prediche nella chiesa di Betlemme, cui intervenivano egualmente i grandi ed il popolo, gli avevano guadagnati moltissimi partigiani[323].

[321] _Aeneae Silvii Hist. Bohemica, c. 35, p. 102. — Opera Aeneae Silvii vol. I in fol. Basilea, 1551._

[322] _Bohuslai Balbini Epitome rerum Bohem., l. IV, c. 5, p. 431._

[323] _Lenfant Hist. du concile de Constance, l. I, p. 19._

Nel 1410 Giovanni Huss era di già stato citato da Giovanni XXIII per rendere conto nella corte di Roma della sua dottrina. Aveva in allora fatta trattare la sua causa per mezzo di procuratori; e riconoscendo sempre la suprema autorità della Chiesa, si era appellato al giudizio del prossimo concilio, e si recò a Costanza il 3 novembre del 1414, munito di raccomandazione del re e dei grandi della Boemia, e di un salvacondotto dell'imperatore Sigismondo[324].

[324] _Lenfant, Hist. du concile de Constance, l. I, p. 23._

Malgrado il salvacondotto, Giovanni fu arrestato il 28 novembre del 1414, e rinchiuso in duro carcere, ov'ebbe alcun tempo per compagno di disgrazia lo stesso papa Giovanni XXIII. Venne rigorosamente esaminato intorno alle proposizioni che trovavansi condannabili nelle sue opere; ed in pubblico interrogatorio, fattogli in pieno concilio, fu l'oggetto degli amari sarcasmi di qua' medesimi teologi che dovevano pronunciare la sua sentenza. Ma egli, senza lasciarsi sconcertare dalla parzialità de' suoi giudici, nè dall'odio de' suoi persecutori, cercò modestamente di conciliare la sua dottrina con quella professata dalla chiesa romana, ma rigettò con modesta costanza la formola di ritrattazione propostagli il 6 luglio del 1415, onde fu dal concilio condannato ad essere bruciato vivo, e la sentenza si eseguì nello stesso giorno. In mezzo alle guardie ed ai carnefici, coperto di oltraggi e di maledizioni, colle vesti coperte d'immagini del diavolo, cui la sua anima era stata data dal concilio, Giovanni Huss mostrò fino alla fine il coraggio, la serenità e la rassegnazione d'un eroe cristiano[325].

[325] _Lenfant, Hist. du concile de Costance, l. III, p. 275. — Raynald. Ann. Eccl. 1415, § 42, t. XVII, p. 465. — Theodoricus Niemensis vita Johannis XXIII, p. 32._

Girolamo da Praga aveva studiata la teologia a Parigi, ad Eidelberga, a Colonia e ad Oxford. Più giovane di Giovanni Huss mostrava maggiori talenti ed eloquenza; ma non pertanto lo risguardava piuttosto come suo maestro che come suo eguale; con lui dividendo le fatiche dell'apostolato senza aspirare a dividerne la gloria, altra corona non voleva aver comune col maestro e coll'amico che quella del martirio. Arrestato il 25 aprile del 1415 nelle vicinanze di Costanza, si lasciò ridurre, dopo una lunga serie di cattivi trattamenti, a soscrivere l'11 settembre dello stesso anno una ritrattazione della sua dottrina, che poi rivocò il 29 di settembre, e più solennemente poco dopo in una generale congregazione del concilio[326].

[326] _Lenfant, Hist. du concile de Constance, l. IV, p. 390._

Il 23 maggio del 1416 venne tradotto innanzi a quest'assemblea, che doveva giudicarlo. Ma non gli veniva permesso di parlare, che per rispondere strettamente articolo per articolo alle fattegli accuse. «E che dunque! (gridò egli finalmente) dopo avermi tenuto tre cento quaranta giorni nel fango e nel fetore di orribile carcere, ov'ero carico di catene, mentre i miei accusatori venivano ogni giorno ammessi alle vostre adunanze, mi ricuserete voi una sola ora per difendermi? Di già vi si è fatto credere ch'io sono un eretico, un nemico della fede, un persecutore della chiesa, e voi non vorrete accordarmi una sola occasione di farmi conoscere per quello che veramente sono? E non pertanto voi siete uomini e non divinità, esposti all'errore, alla frode, alla seduzione. Qui trattasi della mia vita, ma trattasi ancora dell'onore di un'assemblea, ove si suppongono riuniti tutti i più illustri personaggi del mondo, tutti gli ecclesiastici più illuminati.» Passò in appresso ai testimonj che avevano deposto contro di lui; dimostrò le deposizioni loro dettate dall'odio, dalla malevolenza o dall'invidia, e mostrò con tanta evidenza i motivi di quest'odio, che in tutt'altra materia questi testimonj non avrebbero meritata veruna fede. «Gli uomini, egli soggiunse, più dotti e più santi dell'antica chiesa hanno talvolta opinato diversamente in materia di domma, non per distruggere la religione, ma per far meglio risplendere la verità. Così sant'Agostino e san Girolamo furono discordi, senza che nessuno di loro cadesse in sospetto d'eresia. Altri uomini per altro, e più santi e più giusti ch'io non sono, furono al par di me accusati di turbare l'ordine stabilito, ed oppressi da false testimonianze; molti eroi, molti sapienti dell'antichità, molti apostoli e padri della chiesa, e lo stesso fondatore della nostra divina religione, perirono di crudel morte per giudizio degli uomini, e poc'anzi ancora ed in questo medesimo luogo Giovanni Huss, un uomo di tanta bontà, così giusto, così santo, così indegno di tal morte, fu bruciato! S'avvicina pure il mio supplicio, ed io l'incontrerò con un'anima forte e costante.» Più volte, mentre parlava, venne interrotto da violenti vociferazioni; allora Girolamo taceva, o talvolta faceva tacere la moltitudine, indi ripigliava il filo del suo discorso, supplicando che gli fosse permesso di parlare, poichè era l'ultima volta che avrebbe potuto farlo. La sua anima costante ed intrepida mostrossi sempre imperturbabile in mezzo ai tumulti dell'uditorio. Dolce, modulata, sonora era la sua voce, il suo gestire dignitoso esprimeva la sua indignazione, e moveva a commiserazione, sebbene egli nè la chiedesse, nè cercasse di eccitarla. La sua memoria gli somministrava a proposito tutte le citazioni de' padri, della sacra scrittura, e degli altri autori ecclesiastici e profani, che potevano giovare alla sua causa, come se avesse passati i trecento quaranta giorni della sua prigionìa non entro una fetida ed oscura torre ma in una ricca biblioteca. Avendo ricusato di ritrattare le sue opinioni fu dal concilio condannato alle fiamme. S'avviò al supplicio con volto sereno e soddisfatto, e giunto in su la piazza, ove il suo maestro ed amico era perito della medesima morte a lui destinata, fece la sua preghiera, e spogliossi egli medesimo delle proprie vesti; quando la fiamma cominciava a sollevarsi, intuonò un inno, che fu udito proseguire fino all'istante in cui rese l'anima al creatore[327].

[327] Tutto ciò rilevasi da una lettera di Poggio Bracciolini a Leonardo Aretino. Il primo di questi due storici fiorentini assisteva al concilio e fu presente al supplicio. Il suo racconto è perfettamente conforme agli atti conciliarj. _Hist. du Concile de Constance, l. IV, p. 397._ La lettera del Poggio stampata in diverse raccolte, venne pure riportata da Redusio da Quero nella sua Cronaca di Treviso, _t. XIX, Rer. Ital., p. 829. — Liber Epistol. Poggii, Argentoraci edit. 1512 editum, fol. 114._

Quando in Boemia si ebbe notizia della morte di Giovanni Huss e di Girolamo da Praga i loro discepoli, rimasti orfani, s'intitolarono dal primo, ed invece di lasciarsi scoraggiare, non pensarono che alla vendetta: trenta mila settarj si adunarono sul monte Tabor, e dopo essersi a trecento mense comunicati sotto le due specie, si mossero contro i loro persecutori, condotti alla vittoria da Giovanni di Trockznow, detto Ziska, e dai due Procopj: bruciarono cinquecento chiese: furono profanati i conventi ed i sepolcri dei re, e per la prima volta un regno cristiano scosse interamente il giogo della chiesa romana[328].

[328] _Adlzreitter Ann. Boicæ Gentis, p. II, l. VII, p. 143. — Bohuslai Balbini epitome rerum Bohemicarum, p. 421. — Aeneæ Silvii Hist. Bohemica, c. 356, p. 105. — Ejusdem epistola 130, l. I, p. 660_, in cui parla del suo soggiorno sul monte Tabor. — _Thomæ Ebendorff de Haselbach Chr. Aust., t. II, p. 847._

Il concilio di Costanza, che aveva con tanto rigore proceduto contro i riformatori, non lasciava peraltro d'annunciare la sua determinazione di riformare la chiesa; e Sigismondo stringeva i padri adunati a procedere a così importante opera prima di dare un nuovo capo alla cristianità. La simonia eccitava universali lagnanze, e sotto questo nome contenevasi la riserva di quasi tutte le entrate del clero; perciò tutti coloro che dipendevano dalla corte di Roma opponevansi con tutte le loro forze ad una riforma che doveva ruinarli. La più zelante per la riforma era la nazione tedesca, la più contraria l'italiana. I Francesi per gelosia dell'imperatore abbandonavano spesso la causa comune, e non la difendevano gl'Inglesi per timore che loro si contrastasse il diritto di formare soli una nazione.

Nel secondo e nel terzo anno la divisione andò sempre nel concilio crescendo: quasi tutte le pubbliche sessioni erano turbate da amari vicendevoli rimproveri; spesso la confusione ed il tumulto impedivano d'intendersi, e di continuare la disamina degli oggetti proposti, ed oramai cominciavasi a temere che qualche più violenta scena non dividesse l'assemblea, e non gettasse la Chiesa in uno scisma più difficile a distruggersi che il precedente. Mossi da tali considerazioni i cardinali chiedevano caldamente, che loro si permettesse di procedere all'elezione di un nuovo papa. Favorivano la loro domanda gl'Italiani, i Francesi e gli Spagnuoli, e vi si opponevano l'imperatore, i Tedeschi e gl'Inglesi[329]; i quali in ultimo dovettero pur cedere. Per questa volta soltanto l'elezione del capo della Chiesa venne affidata ad un doppio collegio, l'uno formato da trenta deputati eletti dalle cinque nazioni, l'altro dai ventitre cardinali riuniti delle tre ubbidienze, ed il candidato per essere eletto doveva riportare i due terzi dei suffragj dell'uno e dell'altro collegio. Questi cinquantatre elettori furono, il sette novembre del 1417, chiusi nello stesso conclave, e l'undici dello stesso mese ne uscirono per proclamare Ottone Colonna, cardinale di san Gregorio al Velo d'oro, che prese il nome di Martino V. Aveva il Colonna ricevuto il cappello cardinalizio da Innocenzo VII l'anno 1405, ed era stato addetto ai pontefici di Roma fino all'epoca del concilio di Pisa; dopo la quale epoca aveva abbracciata la causa di Alessandro V, e del suo successore Giovanni XXIII, che prima d'ogni altro cardinale egli aveva seguito nella sua fuga, e cui più lungo tempo d'ogni altro si era conservato fedele[330].

[329] _Gobelinus Persona Cosmodromii Aetas VI, c. 96, p. 344._

[330] _Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. V, p. 529. — Vita Johannis XXIII ex MS. Codice Vaticano, t. III, p. II, p. 852. — Additam. ad Ptolom. Luc., t. III, p. II, p. 856 e 856. — Muller Geschichte der Schweiz, III, Buch. c. 1, p. 100._

Non fu appena eletto il papa, che subito, abbracciando gl'interessi della chiesa romana, tentò di mandare a vuoto tutti i progetti di riforma. Fece con ogni nazione parziali concordati, onde sopprimere gli abusi che davano motivo a più gagliardi lagnanze, ed ottenere per tal via la continuazione degli altri: tali concordati o regolamenti quasi ad altro non si riferivano che ai diritti della corte romana nella promozione dei beneficj, ed alle vesti del clero. Dopo la pubblicazione de' medesimi, pronunciò lo scioglimento del concilio nella quarantacinquesima sua sessione, il 22 aprile del 1418[331].

[331] _Lenfant, Hist. du concile de Constance, l. VI, p. 609. — Gobelinus Persona, Cosmodromii Æctas VI, c. 96, p. 345._

Si era sperato che il concilio avrebbe ristabilita la pace tra la Francia e l'Inghilterra, onde portare le armi della cristianità contro i Turchi, approfittando della divisione scoppiata nella casa Ottomana dopo la morte di Solimano; ma il secondo anno del concilio la battaglia d'Azincourt distrusse le forze de' Francesi[332]; e nel susseguente anno il duca di Borgogna riconobbe Enrico V d'Inghilterra per re di Francia. Sebbene il concilio non pronunciasse sentenza intorno alle vertenze ereditarie tra Giovanna di Napoli e Sigismondo rispetto all'Ungheria, come tra la stessa Giovanna e Luigi d'Angiò rispetto al regno di Napoli ed alla Provenza, pure ogni guerra, finchè i padri della Chiesa si tennero adunati, rimase sospesa tra questi principi, e quantunque Giovanna assumesse i titoli di regina d'Ungheria e di contessa di Provenza, non pensò a portare le sue armi fuori delle province ereditate da suo fratello.

[332] Il 25 ottobre 1415. — _Hist. de France par Villaret, t. VII, p. 173._

Giovanna II era vedova di Guglielmo, figliuolo di Leopoldo III duca d'Austria, e dopo la morte del marito era tornata a Napoli, ove si abbandonava senza ritegno ai vizj che avevano precipitato nel sepolcro suo fratello. Appena salita sul trono fu veduta circondarsi da indegnissimi favoriti; il più screditato dei quali era Pandolfello Alopo, che aveva nominato suo siniscalco, ed in appresso decorato dei titoli di conte e di camerlingo. Egli non aveva più di venticinque anni, e la regina quarantacinque; ed il primo non era raccomandato da altro merito che da quello della sua bella persona[333]. Questo principale favorito e gli altri cortigiani tenevano continuamente occupata la regina in licenziose feste, allontanandola da tutte le cure del governo.

[333] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1076. — Annales Bonin. Miniat., t. XXI, p. 107._