Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)

Part 13

Chapter 133,534 wordsPublic domain

Qualunque fosse il desiderio che nudriva Sigismondo di unire immediatamente all'impero le città della Lombardia a norma degli obblighi imposti ai suoi predecessori, non si trovò abbastanza forte per attaccare il duca Filippo Maria, ed entrato in Italia, si ristrinse a trattare i soli affari della Chiesa. Recossi a Lodi, che in allora dipendeva da Giovanni di Vignate, e colà si scontrò in tre ambasciatori di papa Giovanni XXIII coi quali doveva fissare il luogo in cui sarebbe convocato il nuovo concilio. Il papa, stretto dalle armi di Ladislao, abbandonato dai suoi alleati, e temendo il biasimo della cristianità, non osava rifiutarsi ad adunare un concilio, sebbene temesse di essere da lui giudicato. Aveva prima data commissione ai suoi legati d'insistere perchè l'assemblea si tenesse in qualche città d'Italia; ma quando ebbero l'ultima udienza di congedo, stracciò le sue istruzioni, e loro diede facoltà piene ed assolute[282]. L'imperatore ed i Tedeschi temevano l'influenza della politica di Roma sopra il concilio, e la corruzione del clero italiano. Volevano un'assemblea affatto libera per procedere alla riforma della Chiesa, che stava loro a cuore forse più che l'unione, e scelsero la città imperiale di Costanza, che, posta quasi nel centro della cristianità, sembrava opportunissima a tenervi un concilio ecumenico. I legati di Giovanni XXIII approvarono questa scelta, ma quando il papa ebbe notizia di tale risoluzione, ne fu profondamente afflitto. Previde l'indipendenza e la severità di un'assemblea, cui non si mancherebbe di denunciare la sua condotta, e che, composta essendo in gran parte di oltramontani, poco avrebbe a sperare o a temere da lui. Non pertanto ratificò quanto avevano fatto i suoi legati, e recossi presso Sigismondo per concertare preventivamente tutto ciò che rendevasi necessario per il concilio[283].

[282] _Leon. Aretini Comment. de suo tempore, p. 928. — Storia d'Agobbio di Guernieri Bernio, t. XXI, p. 936._

[283] _Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. I, p. 9. — Joh. Stellæ Ann. Genuen., XVII, p. 1250. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 603._

I due capi della cristianità si trattennero lungamente insieme nelle due città di Piacenza e di Lodi, che l'una e l'altra appartenevano a Giovanni di Vignate[284]. Visitarono ancora Cremona, e l'imperatore accordò alcune grazie a Gabrino Fondolo tiranno di questa città[285]. Essendo ambidue saliti alla sommità del campanile della cattedrale, di dove scopresi quasi l'intera Lombardia ed il maestoso corso del Po, Gabrino Fondolo, che aveva di già ottenuto colla più nera perfidia la sovranità di cui godeva, ebbe un istante il pensiero di precipitare l'imperatore ed il papa dall'alto di quel campanile per cagionare nella cristianità una inaspettata rivoluzione, di cui egli avrebbe approfittato. Quando, undici anni dopo, questo tiranno era vicino a perdere la testa in Milano per ordine di Filippo Maria, dichiarò di non essere d'altro pentito che del non aver dato esecuzione a tale pensiero[286].

[284] Questo signore ricevette in tale occasione da Sigismondo il titolo di vicario imperiale. _Joh. Bap. Villanovæ Laudis Pompeiæ Hist., l. III, p. 916. Ap. Grævium._

[285] _Campi Cremona Fedele, l. III, p. 110._

[286] _Campi Cremona Fedele, l. III, p. 114._

Frattanto l'imperatore ed il papa avendo concepito qualche sospetto intorno alla fedeltà del loro ospite, abbandonarono subito Cremona[287]. L'imperatore rendendosi a Como ebbe una conferenza con Filippo Maria duca di Milano; il papa prese la strada di Ferrara per tornare a Bologna; ma tutti e due prima di separarsi avevano pubblicati d'accordo editti e bolle per invitare il clero della cristianità ad unirsi a Costanza il 1.º novembre del 1414, e tutta la Chiesa aspettava con impazienza l'apertura di quest'augusta assemblea dalla quale sperava il ristabilimento della sua antica purità ed il ritorno della pace[288].

[287] _Redusii de Quero Chron. Tarvisin., p. 827. — Ann. Genuens., p. 1251._

[288] _Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. I, p. 12. — Idem, Hist. du Concile de Pise, l. VII, c. 16, p. 190._

CAPITOLO LXII.

_Concilio di Costanza; termina il grande scisma d'Occidente. — Giovanna II di Napoli, e suo marito Giacomo, conte della Marca. — Grandezza e rivalità dei due condottieri, Braccio di Montone e Sforza di Cotignola._

1414 = 1418.

In principio del quindicesimo secolo il rispetto lungamente accordato ai capi del clero aveva dato luogo a sentimenti di odio e di dispetto: lo scisma aveva scosse tutte le credenze; e nella sua durata, eransi distrutte tutte le illusioni vantaggiose ai pastori della Chiesa. I papi ed i cardinali d'ogni partito attaccavano i loro avversarj con una violenza, che tutti rendevali egualmente odiosi. Essi sforzavansi di accreditare gli uni contro gli altri le più vergognose accuse, e s'intentavano reciprocamente i più scandalosi processi. Si andavano per tal modo accumulando agli occhi del popolo le pretese prove delle iniquità del clero, e si terminava per dar fede a tutti gli accusatori. Coloro che i santi maledivano, ed i concilj coprivano d'anatemi, risguardavansi quali uomini macchiati di tutti i delitti. Non potrebbe farsi una più sanguinosa satira dei capi della Chiesa, che raccogliendo ciò che gli scrittori ecclesiastici più riputati hanno lasciato scritto intorno al clero. Ma quanto i loro panegirici ci si resero sospetti in altre circostanze, altrettanto dobbiamo in questa diffidare dei loro libelli. Il clero ha virtù e vizj che gli sono ugualmente proprj; si comprende come il disordine s'introduca in un corpo che fa professione di santità; ma non saprebbesi nè comprendere, nè credere che le sue scelte cadano sempre sopra i più vili uomini, e che faccia esso per suoi capi coloro la di cui condotta è più propria a disonorarli[289]. Se Giovanni XXIII, come ci viene dipinto, fosse stato un avaro e tiranno, un avvelenatore educato in mezzo ai pirati ed un mostro di lascivia[290], nè il concilio di Pisa avrebbe seguiti i suoi consigli, nè Alessandro V sarebbesi affidato alla di lui amicizia, nè un conclave l'avrebbe fatto capo della cristianità.

[289] Queste osservazioni applicate ai tempi dello scisma sono verissime, e quanto soggiugne in appresso dimostra che non volle parlare che di quell'infelicissima epoca. _N. d. T._

[290] Tale è il ritratto che ci lasciò Teodorico di Niem, uno de' suoi segretarj. _Vita Johannis XXIII, p. 5, apud Meibomium Scrip. Germ., t. I._ — Viene confermato dall'atto d'accusa ricevuto contro di lui nel concilio di Costanza.

Non pertanto devesi accordare che tra i padri della Chiesa non erano cosa rara l'ambizione, la venalità, i disonesti costumi e la mondana politica; e questo può giustificare, non dirò già le amare invettive degli scrittori, ma per lo meno l'universale malcontento. Bonifacio IX aveva cominciato a fare quello scandaloso commercio delle indulgenze, che doveva più tardi essere cagione in Germania di tanti sconvolgimenti. I suoi nunzj, arrivando in una città, appendevano alle finestre della casa, in cui abitavano, un'insegna collo stemma del papa e colle chiavi della Chiesa; ergevano nella cattedrale, a canto all'altar maggiore, tavole coperte di magnifici tappeti, simili a quelle de' banchieri, per ricevere il danaro di coloro che venivano a comperare indulgenze; essi annunciavano al popolo l'assoluta autorità loro data dal papa di liberare dal purgatorio le anime degli estinti, e di accordare il più compiuto perdono di tutti i delitti a coloro che volevano farne acquisto. Il clero tedesco riclamava invano contro questo vergognoso traffico di grazie spirituali; perciocchè quelli che osavano disapprovarlo venivano scomunicati e perseguitati come ribelli dalla corte di Roma[291]; di modo che i più religiosi uomini dell'Europa, i più illuminati filosofi d'ogni ubbidienza chiedevano d'accordo la riforma della Chiesa nel suo capo e ne' suoi membri.

[291] _Theod. Niemensis vita Johannis XXIII, p. 7. Apud Meibomium, t. I, Scrip. German._

Ma mentre che il settentrione e l'occidente dell'Europa volevano scuotere il giogo della superstizione e dell'anarchia romana, gl'Italiani più omai non risguardavano il cristianesimo che come una invenzione politica di cui approfittavano, e presero a difendere con zelo opinioni e pregiudizi, cui essi più non davano fede[292].

[292] A torto qui l'autore mette a fascio i furbi, che risguardavano la religione come uno stromento di temporale guadagno, ed i buoni e veri cattolici, che veramente erano allora pochissimi, i quali, deplorando gli abusi de' suoi ministri, amavano di buon cuore e di buona fede la Chiesa e la sua dottrina, che non può essere macchiata dalle prevaricazioni di alcuni de' suoi ministri. _N. d. T._

Quando i tre concilj, di Pisa, di Costanza e di Basilea, attaccarono successivamente l'autorità dei papi, gl'Italiani si sforzarono di sostenerla come una proprietà nazionale. Essi vedevano la corte di Roma distribuire con prodigalità temporali grazie, cui desideravano di partecipare, lusingandosi tutti di godere un giorno della benefica influenza che un semplice prete esercitava su tutta l'Europa. Vedevansi attaccati come nazione, perchè venivano accusati d'avere comunicati al clero tutti i vizj ond'era accusato; quindi si difesero nazionalmente, e questa contesa diede loro uno spirito di corpo, che prima non conoscevano. Bastava che un prelato fosse italiano, perchè riuscisse sospetto a coloro che bramavano la riforma, e bastava che fosse loro sospetto perchè questi si attaccasse al papa e facesse con lui causa comune. Altronde gl'Italiani non erano legati alla Chiesa, nè da caldo entusiasmo, nè da viva fede, nè da un sentimento religioso o da un bisogno del loro cuore. Appena la credenza loro influiva sulla propria condotta; e se essi conservavano tale credenza, devesi attribuire alla niuna cura che si prendevano di esaminarla. Vedevansi pochissimi Italiani abbracciare con fervore le pratiche di divozione che s'indicavano quali sicuri mezzi per giugnere al cielo. Il secolo più non produceva santi, tranne alcune donne interamente separate dal mondo. Più non vedevansi dottori approfondire i misterj della fede, muovere nuove dispute intorno al domma, e richiamare a sè l'attenzione universale coi loro talenti per la controversia, colla scienza teologica, o coll'arditezza de' loro sistemi. Più non vedevansi eretici in Italia, perchè la religione cattolica più non era l'oggetto delle meditazioni de' pensatori. Tutti coloro che aspiravano ad acquistarsi credito in filosofia, coloro che collo studio degli antichi volevano innalzarsi a qualche gloria, prendevano i sapienti dell'antichità, Aristotile e Platone come fiaccole della loro fede; questi consultavano essi e non i padri della Chiesa intorno a quanto dovevano credere[293]. Tutti gli uomini di stato non avevano omai altra religione che la loro politica; per ultimo, il popolo, sempre allettato dai grandi spettacoli, sempre entusiasta per le belle arti ed affezionato alle feste, mantenevasi attaccato al culto de' suoi padri non per proprio convincimento, ma per immaginazione. Osservando l'ordinaria sua condotta non sarebbesi pur sospettato che fosse cristiano; ma una grande calamità, o la pompa d'una festa lo richiamava nelle chiese; non vi portava affetto ma abitudine, nè credeva che di più si richiedesse per la salute.

[293] Il lettore cattolico vedrà in tutto questo lungo tratto ripetuta l'apologia che i protestanti sogliono fare alla loro separazione dalla vera Chiesa. Intorno a ciò vuol leggersi _Bossuet, Storia dalle variazioni delle chiese protestanti_. _N. d. T._

In Italia il clero era numerosissimo, ma nè troppo ricco, nè troppo potente. Il solo papa era sovrano temporale, mentre tutti i vescovi ed abati de' monasteri erano rientrati nell'ordine di semplici cittadini. Le loro entrate d'ordinario non eccedevano i bisogni del loro rango, e siccom'essi non erano esposti alle seduzioni del potere e della ricchezza, la condotta loro era per lo più esemplare. I soli depositarj dell'autorità del papa, i legati ed i cardinali, erano talvolta cagione di scandalo. In Germania ed in Inghilterra per lo contrario le ricchezze del clero risvegliavano la cupidigia del governo, mentre in Italia i preti soggiacevano in comune cogli altri cittadini alle pubbliche tasse, e spesso ancora pagavano in proporzione più che i laici; perciò niuno pensava a spogliarli, ed alcuna gelosia non favoriva i progetti dei riformatori.

Perciò l'Italia si rimase indifferente alla riforma della Chiesa; quell'Italia, che aveva dato l'esempio dell'indipendenza religiosa, e che sola aveva disprezzate le minacce e le scomuniche dei papi, quando questi facevano tremare tutta l'Europa, non rivolse contro il culto stabilito la letteratura e la filosofia che coltivava con tanto impegno; ed il clero italiano si collegò tutto a favore del papa. Nel quindicesimo secolo cominciò un'accanita disputa tra i riformatori del settentrione ed il clero del mezzodì, e si andò invigorendo, e ravvivando più volte fino al susseguente secolo. I paesi settentrionali si separarono finalmente dalla Chiesa romana, mentre questa, resa inespugnabile dalle stesse sue battaglie, ne' paesi che le si conservarono fedeli, ricuperò l'impero sopra gli spiriti e le coscienze che pareva avere affatto perduto. E per tal modo la superstizione e l'ignoranza subentrarono all'incredulità ed allo scetticismo.

Giovanni XXIII convocando il concilio a Costanza non ignorava, che colla scelta di questa città veniva ad accordare un grandissimo vantaggio ai Tedeschi, i più caldi avversarj dell'autorità pontificia. Il suo assentimento gli era stato strappato nell'epoca in cui le conquiste di Ladislao omai più non gli lasciavano alcun ricovero in Italia; ma la morte di questo principe, cui era succeduta Giovanna II, sua sorella, variava affatto la situazione del papa ne' suoi stati. Egli credeva non avere di che temere da una donna debole ed inclinata ai piaceri; mentre l'assemblea della Chiesa, innanzi alla quale egli doveva comparire, gl'ispirava un terrore che non sapeva dissimulare. Ma invano cercava egli di eludere la sua promessa; l'intiera cristianità era convocata; i più potenti monarchi volevano ad ogni modo mettere fine allo scisma, ed i cortigiani medesimi di Giovanni XXIII lo supplicavano caldamente a recarsi a Costanza[294].

[294] _Leon. Aretini Comment. de suo tempore, t. XIX, p. 929. — Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 109._

Assai difficile è il dare imparziale giudizio di Giovanni XXIII, non essendosi quasi conservati che i libelli ingiuriosi de' suoi nemici[295], e la scandalosa accusa, per altro approvata da lui medesimo, e ratificata da un concilio. Non pertanto il costante alleato de' Fiorentini, l'ospite e l'amico di tutta la famiglia dei Medici, il protetto di Luigi II d'Angiò, che adoperò tutta la propria influenza per fargli ottenere la tiara, non può essersi macchiato di tutti i delitti onde venne imputato. Se fosse stato quale ci viene dipinto, niuno avrebbe osato mostrarsi suo amico. La sua condotta ci fa piuttosto conoscere un uomo destro ma debole, che accortamente sapeva giudicare gli altri, e prevedeva con sottile accorgimento l'esito degli avvenimenti, ma che non aveva la necessaria fermezza per evitare i pericoli dai quali sentivasi minacciato, e che in seguito si assoggettava alle calamità con cristiana umiltà e con una dolcezza degna di compassione.

[295] Un solo biografo di Giovanni XXIII parla della sua beneficenza, della sua carità e del buon governo di Bologna ne' nove anni che vi presiedette. _Additam. ad Ptolomeum Lucensem, t. III, p. II, p. 854._

Esposto agli attacchi di un formidabile conquistatore che gli aveva tolti quasi tutti gli stati, fece uso per avere danaro de' mezzi inventati dai suoi predecessori, ma perfezionò forse questo traffico spirituale, ed accrebbe in modo le entrate di santa chiesa, da meritarsi l'accusa di simonia che gli fu data. Impiegò poi il danaro che aveva con tali mezzi raccolto, e si pretese che lo moltiplicasse colla più scandalosa usura[296]. Rispetto ai suoi costumi furono certo poco severi, come quelli di tutta la sua corte; ma non deve facilmente credersi che nella sola Bologna abbia avuto dugento amiche, come lo attestò Teodorico di Niem[297], o che abbia sedotte trecento religiose, come leggevasi in uno degli articoli dell'accusa datagli innanzi al concilio[298].

[296] Teodorico di Niem assicura che i suoi commessi, prestando sopra pegno quattrocento fiorini rimborsabili entro quattro mesi, facevansi fare una ricevuta di cinquecento. _Vita Johan. XXIII, p. 8._

[297] _Ivi, p. 6._

[298] _In Codice Vindobon. Elstrawiano. Ap. von der Hardt, t. IV, p. 228. — Lenfant Hist. du Concile de Const., l. II, p. 184._

Avendo Giovanni XXIII deputato il cardinale Isolani a prendere possesso di Roma, partì egli medesimo da Bologna il primo ottobre, prendendo la strada di Costanza. Desiderava di procurarsi in vicinanza di questa città qualche potente protettore, e lo trovò: Federico, duca d'Austria, gli si fece incontro fino a Trento, l'accompagnò a traverso al Tirolo, e fece con lui stretta alleanza, promettendo di dargli sicuri mezzi per allontanarsi da Costanza, qualunque volta lo desiderasse[299]. Giovanni XXIII entrò in questa città il 28 ottobre con nove cardinali di sua ubbidienza, ed il 5 di novembre fece l'apertura del concilio. A tale epoca l'assemblea non era ancora molto numerosa, perchè l'imperatore Sigismondo era stato a ricevere la corona germanica ad Aquisgrana, ed i prelati dell'ubbidienza di Giovanni XXIII, che recaronsi i primi al concilio, non erano per anco tutti riuniti; ma la politica, la divozione, la curiosità chiamavano ogni giorno nuovi viaggiatori a Costanza, e vi si contarono in certi tempi fino a cento mila forastieri, tra i quali trovavansi i più distinti personaggi di tutto il cristianesimo[300].

[299] _Thomæ Ebendorfferi de Haselbach Chron. Aust. Ap. Her. Pez Scrip. Aust., t. II, p. 845. — Jo. Muller Geschichte der Schweiz. III Buch, 1 capitel, p. 25. — Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. I, p. 16._

[300] _Lenfant Hist. du Conc. de Constance, p. 50._

Oltre i cardinali, gli arcivescovi e vescovi, molte altre persone, ecclesiastiche e laiche, dovevano prendere parte alle deliberazioni; molti abati, semplici preti e dottori di teologia eranvi stati chiamati, come pure i deputati degli ordini religiosi e militari, e gli ambasciatori dei re, dei principi e delle repubbliche. Tra i subalterni grandissimo era il numero di coloro ch'erano addetti alla corte di Roma; e se si fossero presi i suffragi per teste, ritenendoli tutti come eguali, gli uditori, gli scrittori ed i procuratori del papa e dei cardinali avrebbero reso padrone delle deliberazioni Giovanni XXIII. Per evitare tale inconveniente risolse il concilio di prendere i suffragi non per testa ma per nazioni. Si divise così il concilio in quattro camere, tedesca, italiana, francese ed inglese, e più tardi vi si aggiunse la spagnuola. Ogni nazione deliberava a parte, ed il suo presidente nelle pubbliche sessioni dava in nome di tutti il suo assenso ai decreti della Chiesa[301].

[301] _Vita Joh. XXIII ex MS. Vaticano, t. III, p. II, R. Ital., p. 847. — Hist. du Concile de Constance, l. I, p. 71, Lenfant. — Gobelinus Persona Cosmodrom. Aetas VI, c. 94, p. 339. Apud Meibomium Script. Germ., t. I._

Il concilio di Costanza era stato indicato come una continuazione di quello di Pisa, ed avendo quest'ultimo deposti Benedetto XIII e Gregorio XII, sperava Giovanni XXIII, che la cristianità in una più numerosa e più solenne adunanza confermerebbe la deposizione de' suoi rivali, e lo riconoscerebbe pel solo pastore della Chiesa. Ma non tardò ad avvedersi, che i deputati del concilio e l'imperatore Sigismondo, suo protettore, erano da tutt'altro sentimento animati. Erasi la Spagna conservata sotto l'obbedienza di Benedetto XIII, ed alcune province dell'Italia e della Germania ubbidivano a Gregorio XII, onde lo scisma non trovavasi affatto spento, e non poteva esserlo che col mezzo di mutui sagrificj. I padri adunati domandarono che i tre concorrenti abdicassero la loro dignità, e Giovanni XXIII, che trovavasi nel loro seno, fu costretto, il primo marzo del 1415, a promettere che ne darebbe l'esempio ai suoi rivali[302]. Si trovò per altro ben tosto, che la sua dichiarazione non era abbastanza esplicita, si andò sofisticando intorno alle condizioni ed all'epoca della cessione, in modo che sentendo tutta l'estensione della dipendenza cui era ridotto, invitò il duca d'Austria a mantenergli la data fede, e ad ajutarlo a ritirarsi. In fatti fuggì il 21 marzo del 1415 sotto mentito abito di palafreniere, mentre tutta la città era intervenuta ad un torneo in cui l'arciduca d'Austria combatteva col conte di Cilley. Quando il duca fu avvisato della partenza del papa, gli tenne dietro e lo raggiunse a Sciaffusa[303].

[302] _Theodorici Niemensis Vita Johan. XXIII, p. 26._

[303] _Joh. Muller Geschichte der Schweiz. B. III. c. 1, p. 35._

Il concilio fu per pochi giorni dubbioso, se per tale fuga dovesse sciogliersi. Tutti i cardinali seguirono il papa, e Giovanni di Nassau, elettore di Magonza, ed il Margravio Bernardo di Baden ed il potente duca d'Austria erano apparecchiati a prendere le sue difese. Un movimento repubblicano nel concilio, il quale dichiarò, che poichè trovavasi costituito, era indipendente dal papa; il vigore di Sigismondo, che mise subito Federico d'Austria al bando dell'impero; e più di tutto l'animosità de' Bernesi, che avidamente colsero quest'occasione per muovere guerra al loro ereditario nemico, assicurarono la vittoria del concilio contro il capo della Chiesa. Giovanni XXIII all'intimazione di tornare a Costanza rispose che conservavasi disposto a rendere la pace alla Chiesa rinunciando al pontificato[304]; ma intanto tentò con varie lettere di eccitare la diffidenza contro l'imperatore, e di seminare la dissensione fra le nazioni. I cardinali, che l'avevano seguito, ubbidirono tutti al concilio, e tornarono a Costanza; ogni piccolo signore del vicinato, ogni città del Reno o della Svevia dichiararono la guerra a Federico, ed in poco tempo furono tolte alla casa d'Austria settanta tra città e castelli[305]. I Bernesi conquistarono l'Argovia; la lega elvetica, cedendo alle istanze dell'imperatore, mosse ancor essa le armi contro Federico, ed in breve Federico, ch'erasi rifugiato col papa a Friburgo nella Brisgovia, si smarrì di coraggio, e tornò a Costanza per sottomettersi a Sigismondo ed al concilio[306].

[304] _Leon. Aret. Comm. de suo tempore, t. XIX, p. 929. — Theod. Niem. Vita Joh. XXIII, p. 27._

[305] _Thomæ Ebendorfferi de Haselbach Chron. Aust. 845._

[306] _Jo. v. Muller Geschichte der Schweiz B. III, c. 1, p. 68._