Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)

Part 12

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Tostochè il re si vide padrone di Roma, abbandonò al saccheggio de' soldati le proprietà di tutti i mercanti fiorentini che vi si erano stabiliti; ed inoltre annunciò alla sua armata, che bentosto l'arricchirebbe col sacco della stessa Firenze[254]. La repubblica, intimorita da tale procedere, nominò il 14 maggio del 1413 i dieci della guerra per porsi in su le difese; e fe' capo di questi magistrati Niccolò da Uzzano, il più riputato uomo di questi tempi. Malatesta da Pesaro fu preso come capitano di guerra, e molti signori dello stato ecclesiastico si posero sotto la protezione de' Fiorentini con trattato di genere affatto nuovo, che in allora chiamavasi di _raccomandazione_. Guido Antonio, conte di Montefeltro e di Urbino, si obbligò ad essere per dieci anni alleato de' Fiorentini, Luigi degli Alidosi, signore d'Imola, per sei, Ugolino dei Trinci, signore di Foligno, per cinque, e Jacopo d'Appiano, signore di Piombino, ancora fanciullo, fu posto dalla madre per sei anni sotto la tutela dei Fiorentini[255].

[254] _Scip. Ammirato, l. XVIII, p. 968._

[255] _Ivi, p. 969._

Questi per altro vollero evitare, se era possibile, di provocare Ladislao alla guerra, e mentre trattavano con lui, ricusarono di ricevere nella loro città Giovanni XXIII, assegnandogli per sua dimora la casa di campagna del loro vescovo: ma dopo tre mesi il papa venne finalmente accolto in Firenze, ove si trattenne fino al principio di novembre[256]. Passò quindi a Bologna, che nel precedente anno era tornata sotto la sua dipendenza. I plebei, che avevano contro di lui eccitata la rivoluzione, eransi bentosto resi col loro governo odiosi; onde i nobili che avevano congiurato contro di loro, il 14 agosto 1412 presero le armi ed occuparono il palazzo e la piazza pubblica; spiegarono di nuovo lo stendardo della chiesa, e chiesero a Giovanni XXIII un vicario per governare la loro patria[257].

[256] _Theodoricus Niem. Vita Johannis XXIII, p. 23, ap. Meibomium. — Raynal. Ann. Eccles. 1413, § 19, t. XVII, p. 430._

[257] _Cherub. Ghirardacci, l. XXVIII, p. 592. — Math. de Griffonibus Memor. Histor., p. 220. — Cron. di Bol., t. XVIII, p. 601._

Mentre i Fiorentini andavano temporeggiando, Ladislao soggiogava colle sue armi tutte le città del patrimonio di san Pietro fino ai confini di Siena e di Firenze: Sutri, Viterbo, Todi, Perugia e tutte le altre città della provincia gli aprirono le porte[258]. Egli aveva intenzione, prima d'attaccare i Fiorentini, di persuadere il marchese Niccolò d'Este ad entrare nello stato di Bologna per dividere le forze de' suoi nemici, minacciando il papa. Sforza, suo generale, il di cui figliuolo, che fu poi duca di Milano, era stato educato nella corte del marchese d'Este, s'incaricò di questa negoziazione, ed aveva già determinato il marchese ad assumere il titolo di generale di Ladislao al di là degli Appennini, ed a ricevere lo stendardo del re, ed il danaro necessario per assoldare un'armata; ma i Fiorentini, colla mediazione dell'imperatore, ridussero Niccolò a rimandare a Ladislao il suo stendardo, ed a farsi alleato della chiesa[259]. Il re di Napoli non potendo dare esecuzione al progetto che aveva formato, non s'innoltrò al di là dei confini dello stato della chiesa, ed avvicinandosi l'inverno rientrò nel suo regno.

[258] _Rayn. Ann. Eccles., t. XVII, p. 430._

[259] _Bonincontrii Miniat. Ann., t. XXI, p. 106. — Gio. Battista Pigna Stor. de' Principi d'Este, l. VI, p. 533._

In principio del 1414, avendo Ladislao ammassate ragguardevoli somme con forzate esazioni, e colla vendita di molti titoli di nobiltà, di dominj della corona e di feudi confiscati a danno de' gentiluomini del partito d'Angiò[260], egli mise insieme un'armata di circa quindici mila corazzieri, che condusse subito a Roma. Egli andava riscaldando il coraggio de' suoi soldati colla promessa del sacco di Firenze e delle più ricche città della Toscana; ed udivasi frequentemente accusare d'insolenza i Fiorentini, che osavano tenergli testa; pure quando gli ambasciatori fiorentini gli si presentarono per sapere se da lui dovevano aspettarsi la guerra o la pace, protestossi attaccato alla signoria, giurò d'avere intera fiducia nella giustizia de' Fiorentini, ed offrì di prenderli per arbitri delle differenze che aveva con Giovanni XXIII. Egli domandava di essere dal papa riconosciuto come vicario della chiesa nelle città che aveva di già conquistate, offrendosi di pagare un adeguato tributo[261]. Ma Giovanni in quest'epoca trovavasi avvolto in critiche negoziazioni per la convocazione del concilio di Costanza; vedeva mal ferma la sua autorità spirituale; era forzato ad udire i rimproveri e spesso ancora le minacce di que' medesimi che eransi fin allora dichiarati suoi partigiani, e poco curavasi della difesa di Roma e delle sue province, finchè non era sicuro della medesima tiara.

[260] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1075._

[261] _Scip. Ammirato, l. XVIII, p. 970._

I Fiorentini, non potendo soli proteggere gli stati della chiesa, nè ridurre a buon fine il trattato tra il papa ed il re, tanto più che vedevano l'uno e l'altro agire di poca buona fede, accettarono finalmente la proposizione loro più volte fatta da Ladislao, e separarono i loro interessi da quelli della chiesa. Vero è ch'essi non davano fede alle parole del re di Napoli, e ben sapevano che una tregua con lui, equivaleva tutt'al più ad un armistizio; ma credettero conveniente di legarlo quanto più possibil fosse co' suoi giuramenti, senza perciò lasciare di star sempre in guardia contro di lui; e soscrissero nel suo campo presso ad Assisi, il 22 giugno del 1414, un nuovo trattato di pace, nel quale vennero comprese la città di Bologna, residenza del papa, la repubblica di Siena, ed il generale Braccio di Montone[262].

[262] _Scip. Ammirato, l. XVIII, p. 971._

Il popolo non sapeva adottare veruna dissimulazione in politica, ed altamente disapprovò un trattato con un nemico che non cessava di voler nuocere, ed avrebbe con lui preferita la guerra aperta; onde fu d'uopo che la signoria in certo modo facesse forza ai due consigli, per persuaderli a ratificare la pace d'Assisi[263]. Infatti Ladislao meditava sempre qualche nuovo tradimento. Dopo che Paolo Orsini erasi sottratto allo Sforza, ed uscito vincitore dall'assedio di Rocca Contratta, il re aveva cercato di riconciliarsi con questo generale, e lo aveva di nuovo richiamato al suo servigio[264]. L'Orsini e lo Sforza servivano di nuovo nella stessa armata, e tutti due si trovavano pressa Ladislao a Perugia, allorchè questi fe' subitamente arrestare e caricare di catene Paolo Orsini, Orso di Monte Rotondo, e molti altri baroni romani, che vivevano sicuri sulla fede dei trattati. Il re mostrava contro di loro la più violenta collera, e più non dubitavasi che il supplicio di cui spesso li minacciava non fosse principio di qualche nuova guerra, quando Ladislao fu colpito da una malattia probabilmente cagionata dalle eccessive sue dissolutezze. Ancora non era noto il flagello vendicatore dell'incontinenza, che meno di un secolo dopo fece tanto danno a tutta l'Europa; ma il re fu preso da un male della stessa natura, i di cui sintomi fecero credere che un nuovo veleno gli fosse stato avvertitamente comunicato da una delle sue amanti; e si vide bentosto una di queste, che era figlia di un medico di Perugia, morire per la violenza degli stessi dolori[265]. Il re, i di cui patimenti rendevansi insopportabili, fecesi da prima trasportare in ceste a Roma, e colà s'imbarcò sul Tevere per passare a Napoli, ma appena giunto in questa città vi morì il 6 agosto del 1414[266].

[263] _Istorie Anon. di Firenze, t. XIX, p. 955._

[264] _Leodrisii Cribellii Vita Sfortiæ Vicecom., t. XIX, p. 657. — Joh. Campani Vita Brachii Perusini, l. III, p. 501._

[265] _Theod. Niemensis Vita Joh. XXIII, p. 24, ap. Meibom. — Rayn. Ann. Eccles. 1414, § 6, p. 436. — Giannone Ist. Civile del regno di Napoli, l. XXIV, c. 8, p. 405. — Guern. Bernio Storia d'Agobbio, t. XXI, p. 957. — Redusii de Quero Chron. Tarvisinum, p. 821. — Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Vicecom., p. 659._

[266] _Diarium Roman. Anton. Petri, t. XXIV, p. 1045. — Giorn. Napolit., p. 1076. — Joh._ _Bandini de Barthol. Hist. Senen., t. XX, p. 15. — And. Bilii Hist. Mediol, l. III, p. 42. — Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 107._

Tali furono le rivoluzioni dell'Italia meridionale ne' sei anni che passarono tra il concilio di Pisa e quello di Costanza. Nello stesso tempo il settentrione dell'Italia e della Germania trovavasi pure in balìa di convulsioni politiche che colmavano la misura delle disgrazie di questo periodo di turbolenze e di anarchia.

Invano l'imperatore Roberto erasi sforzato di ristabilire la pace della Germania e della Chiesa; infruttuose riuscirono tutte le sue pratiche; gli elettori ed i principi dell'impero gli avevano fatte provare, colle loro orgogliose ed arroganti pretese, quasi non minori umiliazioni di quelle date a Wencislao suo predecessore. L'elettore di Magonza, il margravio di Baden, ed il conte di Virtemberga avevano del 1405 formata una lega colle città libere della Svevia e del Reno. Questa lega, detta di Marbac, aveva dettate leggi all'imperatore, e si era mantenuta malgrado i suoi ordini e le sue preghiere. Le più ingiuste lagnanze formavansi contro l'imperatore; ognuno spogliava il fisco imperiale, ed ognuno rimproverava poi all'imperatore la debolezza cui era ridotto per le usurpazioni de' suoi vassalli. Era accusato dell'accordata indipendenza al ducato di Milano, e della trasmissione di quello del Brabante alla casa di Borgogna; ma non gli era stata accordata veruna assistenza per riunire questi feudi al dominio imperiale; finalmente lo volevano risponsabile per non avere il concilio di Pisa ristabilita la pace della chiesa, perchè egli stesso aveva ricusato di sottomettervisi, conservandosi fedele al partito di Gregorio XII[267]. Forse i Tedeschi non sarebbersi limitati a lagnanze ed a rimostranze; forse Roberto correva pericolo di essere deposto come lo era stato il suo predecessore, se la morte non lo avesse il 19 maggio 1410 sottratto a nuove umiliazioni[268].

[267] _Schmidt Hist. des Allemands, l. VII, c. 11, p. 60._

[268] _Ivi, t. V, p. 80. — Joh. Adlzreitter Ann. Boicæ Gentis, p. II, l. VII, p. 134. A Leibnitzio editum. Francofurti 1710, in fol._

Wencislao, dopo di avere perduta la corona dell'impero, continuava a regnare in Boemia; ma la Germania non voleva di nuovo ubbidire a questo monarca indolente e dedito alla crapula. Si convocò una dieta a Francoforte per nominare un nuovo re de' Romani; i suffragi si divisero tra Jossa, marchese di Moravia, e Sigismondo, re d'Ungheria, fratello di Wencislao. L'uno e l'altro vennero proclamati dai loro partigiani il 28 ottobre del 1410, e la Germania ebbe per pochi mesi tre imperatori, siccome la cristianità aveva tre papi; ma fortunatamente pel riposo dell'Europa Jossa morì l'8 gennajo del 1411, ed in allora tutti gli elettori aderirono a Sigismondo, onde lo stesso Wencislao gli diede il proprio voto come re di Boemia[269].

[269] _Schmidt Hist. des Allemands, l. VII, c. 12, p. 85. — Theodoricus Niemensis de Vita Papæ Johan. XXIII, p. 20._

Sigismondo aveva più volte colle sue crudeltà e colla mala fede eccitate ribellioni in Ungheria: appassionato per i piaceri poco meno di suo fratello, aveva più volte perduto nell'intemperanza, o in amorose pratiche un prezioso tempo, mentre i suoi nemici disprezzavano la sua autorità. Tutt'ad un tratto usciva da tanta inerzia, ed in allora la sua vendetta era tanto più terribile, in quanto che veruna considerazione di rango o di gloria, verun trattato, verun giuramento gli poneva limiti. Quand'aveva una volta formato un progetto, gli dava esecuzione con grandissima attività. Affatto non curante della fatica e dei pericoli, egli scorreva l'Europa colla rapidità del suo avo Giovanni di Boemia, quello che venne risguardato come un corriere tra i re. Sigismondo, sovrano ad un tempo del Brandeburgo e dell'Ungheria era stato chiamato dalle rivoluzioni de' suoi stati, lontani l'uno dall'altro, ad attraversare più volte tutta la Germania. Disfatto a Nicopoli, fuggì a Costantinopoli, e tornò per la Grecia e per la Schiavonia nei suoi stati. Finalmente per terminare lo scisma, visitò la Polonia, la Francia, l'Italia, la Spagna, e lo zelo disinteressato ch'egli manifestò in quest'ultima circostanza gli meritò una gloria di cui fin allora sarebbesi creduto incapace[270].

[270] _Joh. Adlzreitter Annal. Boicæ gentis, p. II, l. VII, p. 139._

Quando Sigismondo fu eletto imperatore, trovavasi in aperto dissidio colla repubblica di Venezia per cagione di Zara e di altre città della Dalmazia che questa aveva comperate da Ladislao[271]. Perciò prima d'andare a prendere la corona imperiale volle aprirsi la strada d'Italia per il patriarcato d'Aquilea e per il Friuli. In dicembre del 1411 vi mandò sei mila cavalli ungari sotto la condotta di Pipo Scolari fiorentino[272], cui egli aveva tutta accordata la sua confidenza, ed aveva innalzato al titolo di Ban[273]. Subito dopo un secondo corpo di altri sei mila Ungari venne a raggiugnere questo generale; onde il patriarca si vide costretto a ricoverarsi in Venezia, lasciando che tutta la provincia fosse occupata dalle truppe del re; e Taddeo del Verme, capitano delle truppe della repubblica, si riputò fortunato di aver potuto impedire l'invasione della provincia di Treviso.

[271] _Laugier Hist. de Venise, t. V, l. XIX, p. 332._

[272] Detto comunemente _Pippo Spano_. _N. d. T._

[273] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII, p. 857. — Chron. Tarvis. Redusii de Quero, t. XIX, p. 834. — Hist. d'Agobbio di Guernieri Bernio, t. XXI, p. 957. — Diario Ferrarese, t. XXIV, p. 177._ — Il titolo di _ban_ equivaleva in Ungheria press'a poco a quello di conte. Joh. de Thwrockz non accenna questa spedizione.

Ma dopo questi prosperi avvenimenti gli Ungari non ottennero ulteriori vantaggi. Carlo Malatesti, signore di Rimini, fu posto alla testa dell'armata veneziana; questi, sebbene si lasciasse sorprendere il 9 agosto 1412 presso alla Motta al passaggio della Livenza, fece pentire gli Ungari del loro attacco, e li costrinse a ritirarsi con perdita. Egli medesimo ricevette in tale occasione tre ferite, che l'obbligarono a rinunciare al comando dell'armata. La signoria gli diede per successore suo fratello, Pandolfo Malatesti, signore di Brescia[274]. Le due armate ricevevano vicendevoli rinforzi, e lo stesso Sigismondo aveva raggiunta la sua; ma non poteva avanzare in un paese tagliato da molti fiumi, e dove tutti i villaggi erano cinti di mura. La guerra si mantenne due anni ai confini senza che una parte si trovasse più avvantaggiata dell'altra. Tutte le operazioni di Sigismondo si ridussero adunque a prese e riprese di castelli, che snervavano le armate avversarie, senza che ottenessero lo scopo che si erano proposto[275].

[274] Redusio di Quero, che militò in questa guerra, la descrive circostanziatamente assai. _Chron. Tarvis., t. XIX, p. 837._

[275] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 857-867. — Andrea Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1079. — Platina Hist. Mantuana, l. V, p. 798. — Laugier Hist. de Venise, l. XIX, p. 358-372._

Sigismondo era impaziente di superare l'ostacolo che i Veneziani opponevano al suo ingresso in Italia; perciocchè ardentemente desiderava di spegnere lo scisma, e per giugnere a quest'intento voleva avere in Lombardia una conferenza con Giovanni XXIII. Voleva prendere a Milano la corona di ferro, onde non presentarsi ai principi della Germania che dopo di avere ottenuto ciò che invano i suoi predecessori avevano cercato di ottenere. Ma perchè non faceva verun avanzamento nè nella Marca Trivigiana, nè nell'Istria, ove assediò molti castelli, diede finalmente orecchio a proposizioni di pace. Giovanni XXIII si offrì mediatore tra Sigismondo e la repubblica, senza che potesse conciliare le loro pretese; in appresso vi si intromise, ma vanamente ancor esso, il re di Polonia; e per ultimo il conte di Cilly, suocero di Sigismondo, ottenne di intavolare un trattato. Le negoziazioni s'aprirono a Trieste il 26 febbrajo 1413, il di cui risultato fu una tregua di cinque anni fra l'imperatore ed i Veneziani firmata il 18 aprile dello stesso anno[276].

[276] _Marin Sanuto Vite dei Dogi di Venezia, p. 879. — Redusii de Quero Chron. Tarvis., p. 844. — Laugier Hist. de Venise, l. XIX, t. V, p. 372._

Sigismondo approfittò subito della tregua per passare in Lombardia. Questa contrada era stata in preda alle più funeste rivoluzioni; i generali dei due fratelli Visconti non si erano accontentati d'usurpare la tirannide nelle città loro date in custodia, che volevano ancora regnare sui loro antichi padroni, e si disputavano colle armi alla mano il favore del duca di Milano o del conte di Pavia, e gl'impieghi che questi due principi potevano ancora accordare. Qualunque si fosse il capitano vittorioso, ogni vittoria era sempre seguita dal sacco di una città, ed i cittadini, indifferenti a tutte le contese dei generali, erano abbandonati ai soldati come una ricompensa dovuta al loro valore; ogni eccesso era permesso ai condottieri, e gli uomini brutali e feroci, che militavano sotto di loro, costringevano spesse volte con orribili tormenti i borghesi, che avevano arrestati, a liberarsi con enormi taglie.

La storia non presenta forse verun periodo più infelice di quello che tenne dietro alla morte di Giovan Galeazzo. I soldati superavano in crudeltà tutto quanto si racconta dei popoli più barbari; non animati da verun entusiasmo, non erano pure suscettibili di sentimenti generosi. Essi non conoscevano altra passione militare che quella delle ricchezze, della licenza, della carnificina; questa aveva loro poste le armi in mano, non già il patriotismo, non lo spirito di partito, non lo zelo religioso, onde nè pietà nè rispetto divino od umano li potevano persuadere a deporle. I popoli esposti alla loro barbarie soffrivano tanto più quanto erano ridotti a maggiore civiltà. Uomini avvezzi a non soffrire privazioni, che non conoscevano nè pericoli, nè dolori, uomini che vivevano nell'agiatezza e nel riposo, che conoscevano le arti e gli allettamenti della vita socievole, passavano in un istante senza propria colpa, senza motivo, dall'opulenza all'estrema miseria, da una vita delicata al cavalletto dei carnefici[277]. Giovanni Maria, figliuolo primogenito di Giovanni Galeazzo, e duca di Milano, non si era riservata altra parte nel governo che quella di ordinare i supplicj. Fino dall'infanzia circondato dai delitti, egli aveva contratte le più feroci passioni. Egli non vedeva nelle formalità della giustizia che un'occasione di soddisfare la sua infernale sete del sangue. Si faceva cedere i delinquenti per cacciarli coi cani da corsa. Il suo cavallerizzo, Squarcia Giramo, che aveva nudriti i suoi mastini di carne umana, per avvezzarli a questa caccia reale, era il suo principale favorito. Siccome gli mancavano le vittime, dichiarò che vendicherebbe la morte di sua madre, alla quale per altro egli stesso aveva contribuito più d'ogni altro, e fece squarciare dai cani Giovanni da Pusterla, Antonio Visconti, suo fratello Francesco, e molti altri gentiluomini ghibellini. Diede pure in preda ai suoi mastini il figliuolo di Giovanni da Pusterla in età di soli dodici anni, e perchè questo fanciullo gittavasi ginocchioni domandando grazia, i cani si fermarono e non vollero toccarlo. Squarcia Giramo col suo coltello da caccia lo scannò, ed i cani ricusarono tuttavia di gustare il suo sangue o le sue viscere[278].

[277] _Andreæ Billii Hist. Mediol., l. II, p. 31. — Leon. Aretini Comment., t. XIX, p. 928. — Platina Hist. Mant., t. XX, l. V, p. 797. — Josephi Ripamontii Histor. Urbis Mediol., l. IV, p. 590. Ap. Grævium, t. II._

[278] _Andr. Billii Hist. Mediol., l. II, p. 32. — Josephi Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. IV, p. 591. — Lud. Cavitellius Crem. Ann., p. 1402. — Pauli Jovi Vicecomit. Hist. p. XI, p. 327._

Frattanto Facino Cane, tiranno d'Alessandria, dopo essersi impadronito della reggenza degli stati di Filippo Maria conte di Pavia, costrinse pure colle armi alla mano Giovanni Maria ad ammetterlo nel suo consiglio. Spogliò ben tosto i due fratelli di tutta la loro autorità, li privò della libera disposizione delle loro entrate, e li ridusse a tale ristrettezza, che mancavano talvolta di vesti e di cibo. Facino non aveva figliuoli e lasciò vivere i due Visconti soltanto perchè non aveva alcun interesse di disporre della loro eredità. Ma egli stesso nel 1412 venne sorpreso da malattia mortale. I Milanesi videro con orrore che Giovanni Maria, liberato dal giogo di Facino, tornerebbe a regnare con maggiore ferocia di prima; i Posterla, Biagio Trivulzi, Mantegazzi ed altri gentiluomini milanesi, determinati di non aspettare il rinnovamento della tirannide, attaccarono il duca il 16 maggio del 1412 mentre si recava alla chiesa di san Gottardo, e lo uccisero. Facino Cane morì poche ore dopo, giurando che se avesse vissuto, avrebbe vendicata la morte del figlio del suo signore[279].

[279] _And. Billii Hist. Mediol., l. II, p. 36. — Joh. Stellæ Ann. Gen., t. XVII, p. 1242. — Josephi Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. IV, p. 594._

Si crede che i congiurati avessero determinato di far morire ancora Filippo Maria, e dare l'eredità dei Visconti ad Ettore, figliuolo naturale di Barnabò, ed a Giovanni Piccinino figliuolo di Carlo Visconti. Ambidue entrarono in Milano con una dozzina d'amici tostochè ebbero avviso della morte di Giovanni Maria; ed Ettore, che chiamavasi il soldato senza paura, venne immediatamente proclamato duca di Milano. Ma Filippo Maria, udita la morte del fratello e di Facino, dispiegò tutt'ad un tratto un'attività che da lui non si sperava. Egli si assicurò della guardia del castello di Pavia, ove trovavasi rinchiuso, incusse timore ai Beccaria che lo avevano lungo tempo oppresso, e li costrinse a ricevere i suoi ordini, si affezionò i partigiani di Facino Cane, e per raccogliere l'eredità di questo generale, e dare ai suoi soldati un pegno del suo affetto, sposò la di lui vedova, Beatrice Tenda, sebbene in età di quarant'anni, mentr'egli ne aveva appena venti[280].

[280] _And. Billii Hist. Mediol., l. III, p. 37._

Vincenzo Marliano, che aveva il comando della cittadella di Milano, ricusava di aprirla ad Ettore, dichiarando che riconosceva Filippo quale erede legittimo dell'ultimo duca; ma le truppe di Facino, che trovavansi acquartierate in città, non sapevano a quale partito appigliarsi; chiedevano nuovi saccheggi e nuovi doni, e davano orecchio alle proposizioni di Ettore ed a quelle di Pandolfo Malatesti che volevano prenderle al loro soldo. Inaspettatamente seppero che la vedova del loro generale si era immediatamente rimaritata col nuovo duca, e che questa offriva loro tutte le grazie ch'esse potevano pretendere; a tale notizia si affollarono sotto le sue insegne, le aprirono le porte di Milano, di dove Ettore dovette fuggire, e Filippo Maria, che fece il suo ingresso nella capitale il 16 giugno del 1412, consolidò ben tosto la sua autorità sopra la Lombardia, e vendicò la morte del fratello sopra i di lui uccisori[281].

[281] _And. Billii Hist., l. III, p. 40. — Joh. Stellæ Ann. Genuens., p. 1242. — Vita Phil. Mar. Vicecom. a P. C. Decembrio, t. XX, c. 8, p. 988. — Josephi Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. IV, p. 595._