Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)

Part 11

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Ladislao aveva adunati dodici in quindici mila uomini di cavalleria; ed i Fiorentini quando scoppiò la guerra non ne avevano più di mille duecento[215]. Si affrettarono di prendere al loro soldo Malatesta di Pesaro ed altri capitani, ed in breve riunirono due mila quattro cento lancie, ognuna di tre corazzieri, e si trovarono a portata di assicurare tutti i luoghi forti del loro territorio[216]. Il re di Napoli guastò da principio tutto il circondario di Siena fino sotto le mura delle città; si avanzò poi dalla banda di Arezzo, per la valle di Chiana sperando di sorprendere questa città, o Monte Sansovino, ch'eragli stato promesso da alcuni traditori. Ma, sebbene la grande superiorità delle sue forze lo rendesse padrone della campagna, non ottenne di prendere una sola terra fortificata, e le sue intraprese si limitarono a distruggere le vigne, ed a bruciare le messi[217]. Nello stesso tempo dodici galere napoletane infestavano i mari di Pisa, ruinando il commercio de' Fiorentini, e togliendo l'isola dell'Elba a Gherardo Appiano, signore di Piombino, e vassallo della repubblica[218].

[215] In maggio non avevano che trecento novantasei lance, delle quali ne spedirono la metà a Siena. — _Cron. di Jacopo Salviati, t. XVIII, Deliz. degli Erud., p. 313._

[216] _Piero Minerbetti, 1408, c. 29, p. 592, 1409, c. 7, p. 601. — Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XVII, p. 946. — Giorn. Napoletani, t. XXI, p. 1071._

[217] I contadini lo chiamarono irrisoriamente _re guastagrani_. — _Piero Minerbetti, 1409, c. 6-8, p. 600-602. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. IX, p. 311. — Vita Brachii Perus. a Joh. Campano, t. XIX, l. II, p. 471._

[218] _Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 1090._

In appresso Ladislao volse le sue armi contro Luigi di Casale, signore di Cortona ed alleato de' Fiorentini. Questo piccolo principe aveva pochi diritti all'affetto de' suoi sudditi. L'anno precedente aveva colla vita rapito il sovrano potere a Francesco di Casale, suo cugino ed amico[219]. I Cortonesi non vollero esporsi ai mali della guerra pel vantaggio del loro tiranno, e quando videro il nemico guastare i loro campi, bruciare gli ulivi, sradicare le viti, aprirono le porte della città a Ladislao, e Luigi di Casale fu condotto nelle prigioni di Napoli coll'ambasciatore fiorentino che trovavasi presso di lui[220].

[219] _Piero Minerbetti, l. II, p. 575._

[220] _Piero Minerbetti, c. 9, p. 602. — Poggio Bracciolini, l. IV, p. 1312. — Memorie di Jacopo Salviati. Deliz. degli Erud., t. XVIII, p. 314._

In questo tempo Braccio di Montone, chiudendo la sua piccola armata ne' castelli vicini a Cortona, teneva aperti gli occhi sui movimenti di Ladislao, per approfittare d'ogni suo fallo. Non voleva esporsi ad una battaglia, ma sorprendeva i distaccamenti napolitani, loro intercettava i convogli, tagliava a pezzi i foraggieri[221], e togliendo loro in tal modo i mezzi di provvedersi di vittovaglie li ridusse in breve a tali strettezze, che Ladislao fu costretto di ricondurre le sue truppe a Roma, dopo di avere lasciate grosse guarnigioni in Perugia, Cortona, e nelle città della Marca e del ducato di Spoleti[222].

[221] _Vita Brachii Perusini, l. II, p. 472._

[222] _Piero Minerbetti, c. 12, p. 606. — Scip. Amm., l. XVII, p. 949._

I Fiorentini erano impazienti di portare a vicenda le armi loro negli stati del nemico. Avevano chiamato in Italia Luigi II d'Angiò, figlio del principe adottato dalla regina Giovanna, e che perciò pretendeva avere dei diritti sul regno di Napoli. Speravano i Fiorentini di riaccendere in suo favore la fazione degli Angioini, e fecero riconoscere Luigi come re di Napoli dal concilio di Pisa e da papa Alessandro V. Luigi d'Angiò, che giunse a Pisa in sul finire di luglio del 1409 con cinque galere e mille cinquecento cavalli, ricevette ad un tempo dal papa l'investitura dei regni di Sicilia e di Gerusalemme, ed il gonfalone della Chiesa[223]. Si unì poco dopo a Malatesta di Pesaro, generale de' Fiorentini, a Braccio di Montone, ad Agnello della Pergola ed alle truppe di Siena e di Bologna, ed entrò nello stato della Chiesa. Orvieto, Viterbo, Montefiascone, e non poche altre città del patrimonio gli aprirono le loro porte senza opporre resistenza[224]. Paolo Orsini, che comandava in Roma a nome di Ladislao, passò dalla banda dei nemici, e si pose al soldo dei Fiorentini con due mila uomini di cavalleria[225]. Egli si era tenuto in possesso di Castel sant'Angelo e del Vaticano; ma il conte di Troja, comandante di Perugia, aveva ricondotte a Roma tutte le guarnigioni lasciate in Toscana da Ladislao con due mila cavalli, e difendeva il passaggio del Tevere e le mura d'Aureliano[226].

[223] _Piero Minerbetti, c. 13 e 14, p. 606-608. — Scip. Ammirato, l. XVIII, p. 952. — Joh. Bandini de Barthol. Hist. Senens., t. XX, p. 10._

[224] _Piero Minerbetti, c. 15, p. 608._

[225] _Ivi, c. 21, p. 613. — Cron. di Jacopo Salviani, t. XVIII, p. 317._

[226] _Piero Minerbetti, c. 22, p. 613._

L'armata della lega attaccò da prima il quartiere di Transtevere che è posto dalla stessa banda del fiume che il Vaticano; ma non avendo potuto forzarne i trinceramenti, passò il fiume a guazzo presso a Monte rotondo ed attaccò Roma dalla parte della Sabina egualmente con infelice esito. Luigi d'Angiò, scoraggiato da questi infruttuosi esperimenti, lasciata l'armata, tornò a Pisa, di dove ripassò colle sue galere in Provenza. Il legato di Bologna, Baldassar Cossa, venne a Firenze ed in seguito raggiunse a Pistoja papa Alessandro V, che colà aveva stabilita la sua corte[227]. Ma Malatesta, il generale fiorentino, rimase avanti a Roma con Paolo Orsini e Braccio da Montone[228]; stancheggiò la guarnigione napolitana con frequenti attacchi, incoraggiò gli amici della libertà, e quelli dell'unione della Chiesa, ed il 2 gennajo del 1410 gli furono aperte le porte della capitale della cristianità.

[227] _Piero Minerbetti, c. 24, p. 615._

[228] Il suo storico ascrive al proprio eroe tutto l'onore dell'acquisto di Roma; ma il suo racconto, sebbene molto circostanziato, merita minor fede che quello del Minerbetti, che nemmeno nomina Braccio. _Vita Brachii Perus., l. II, p. 480._

La bandiera di Firenze coi gigli d'oro spiegavasi innanzi all'armata; le grida di libertà eccheggiavano nelle strade, e mentre i vincitori prendevano possesso della loro conquista, il loro trionfo non venne macchiato da verun disordine. Gli ambasciatori romani vennero a Firenze a ringraziare la signoria della buona disciplina osservata dalle sue truppe; e la signoria rispose esortando il popolo romano a conservare la libertà della sua patria con non minore zelo che la purità della fede[229].

[229] _Piero Minerb., 1409, c. 26-35, p. 616-628._ Qui finisce il racconto di questo storico, che abbandoniamo con rincrescimento. Egli lascia dietro di sè un vuoto di dieci anni nella storia fiorentina fino al cominciamento dei Commentarj di Nero Capponi, l'anno 1419. D'uopo è riempire questo vuoto per mezzo dei _Morelli, t. XIX. Deliz. degli Erud._, e d'alcuni altri incompleti giornali. _Poggio Bracciol., l. IV, p. 313. — Scip. Ammirato, l. XVIII, p. 955._

Luigi d'Angiò non era tornato in Provenza che per adunarvi una nuova armata, onde spingere la guerra con maggior vigore. I Fiorentini, che lo stavano di giorno in giorno aspettando, desideravano che il papa andasse a soggiornare in Roma, onde meglio assicurarsi dello stato della Chiesa, ed agevolare per l'entrante primavera l'impresa del regno. Il Malatesta e Paolo Orsini occupavano Ostia, Tivoli e le fortezze che in Roma erano rimaste in potere de' Napolitani[230]. Braccio di Montone pizzicava gli abitanti di Perugia, e papa Alessandro sotto la protezione de' suoi tre generali, sarebbesi trovato in Roma sicurissimo. Ma Baldassar Cossa voleva persuaderlo a recarsi a Bologna, di cui egli aveva usurpata la sovranità, e malgrado le più calde istanze de' Fiorentini, il papa segui i consigli dell'ambizioso legato. Colà ben tosto cadde infermo, e morì il 3 di maggio del 1410[231]. Baldassar Cossa, che gli successe sotto nome di Giovanni XXIII, per un'elezione che si racconta non essere stata libera, venne accusato d'aver avvelenato il suo predecessore per essergli surrogato; e questo papa, diffamato e deposto dal concilio di Costanza, non si è mai interamente purgato dal sospetto di tale delitto[232].

[230] _Diarium Roman. Anton. Petri, t. XXIV, p. 1015._

[231] Il carattere di papa Alessandro è tutt'ora equivoco. Vantansi il suo sapere, la sua carità ed il suo amore della pace; ma viene accusato di una insensata prodigalità, di cieca confidenza ne' suoi adulatori, di sfrenato lusso, e di tanta ghiottoneria, che si racconta avere passati degli interi giorni a mensa. In alcuni conventi di Bologna è venerato come un santo; oggi la corte romana lo considera come scismatico. _Andreæ Billii Histor., l. III, p. 41. — Math. de Griffonibus, p. 218. — Cron. di Bologna, p. 598._

[232] _Ricordi di Gio. Morelli. Deliz. degli Erud., t. XIX, p. 26. — Cherub. Ghirardacci, l. XXVIII, p. 581. — Ann. Bonincontrii Miniat., p. 103._

La vita di Giovanni XXIII è stata scritta da Teodorico di Niem, uno de' suoi segretarj e l'autore della Storia dello Scisma. _Mei bomii Rer. German. Scriptorum, t. I, p. 5-52._ Ma l'odio di questo scrittore contro il papa e le sue invettive rendono sospetta la sua veracità.

Non pertanto Teodorico di Niem non ascrive la morte di Alessandro a veleno, nè l'elezione del suo successore alla violenza. _De Vita Johannis XXIII, p. 13._

Finchè Boucicault governò Genova a nome del re di Francia, la comunicazione tra la Provenza e la Toscana era stata facile e sicura, ed il re Luigi d'Angiò aveva potuto senza inquietudine far attraversare il mar ligure ai suoi soldati. Ma i Genovesi erano omai impazienti del giogo francese, perchè ogni giorno vedevano usurpati ora l'uno ora l'altro de' loro privilegi; onde, malgrado la solenne loro capitolazione, la Liguria veniva quasi trattata come paese di conquista. In sul finire del 1409 fu chiamato dalle fazioni di Milano a prendere parte nelle turbolenze della Lombardia. Raccolse quanto aveva di truppe per recarsi presso il duca di Milano Giovanni Maria Visconti; ma quando stava per porsi in viaggio, il marchese di Monferrato e Facino Cane attraversavano gli Appennini e giugnevano presso le mura di Genova, uno dalla banda della Polsevera, l'altro per la valle di Bisagno. Questi due generali, in guerra colla Francia e con Boucicault, rappresentarono ai Genovesi l'opportunità dell'occasione per iscuotere il giogo che gli opprimeva. Infatti il popolo prese le armi il 6 di settembre del 1409, uccidendo, o cacciando fuori di città tutti i Francesi, e nominando il marchese di Monferrato, capitano della repubblica, colla stessa autorità attribuita in altri tempi al doge[233].

[233] _Georg. Stellæ Ann. Genuens., t. XVII, p. 1223. — Ubertus Folietæ Histor. Genuens., l. IX, p. 532._

Dopo questa rivoluzione i Genovesi abbracciarono caldamente il partito opposto alla Francia, strinsero alleanza con Ladislao, ed armarono una flotta per sorprendere nel passaggio Luigi d'Angiò, ed impedire in tal modo l'impresa del regno.

Il re Luigi era partito dalla Provenza con quattordici galere, due grandi vascelli ed altri molti più piccoli; egli trasportava su questa flotta molti cavalieri colle loro armi, cavalli ed il denaro necessario per pagarli. Quando avvicinavasi alle coste della Toscana fece forza di vele con parte della sua flotta ed entrò in Porto Pisano. Ma rimasero a dietro sei delle sue galere, che furono non lungi dalla Meloria incontrate il 6 maggio 1410 da cinque vascelli genovesi. Mentre durava un'accanita zuffa tra queste due squadre s'avvicinarono nove vascelli di Ladislao, onde le galere provenzali dovettero soggiacere alla superiorità del numero; due furono colate a fondo, tre prese e condotte a Porto Venere, ed una sola potè salvarsi a Piombino[234]. I Genovesi, approfittando della vittoria, s'impadronirono in appresso del porto di Telamone che apparteneva alla repubblica di Siena. Cominciarono altresì alcune ostilità contro quella di Firenze, ch'ebbero fine soltanto il 27 aprile del 1413, in forza d'una pace conchiusa a Lucca[235].

[234] _Memor. di Jacopo Salviati, Deliz. degli Erud., t. XVIII, p. 338. — Joh. Stellæ Ann. Genuens., t. XVII, p. 1220. — Ubert. Folieta Genuens. Hist., l. IX, p. 534. — Diario Ferrar., t. XXIV, p. 176. — Scip. Ammirato Istor. Fior., l. XVIII, p. 957._

[235] _Joh. Bandini de Barthol. Hist. Senen., p. 12. — Scip. Ammirato, l. XVIII, p. 966._

La flotta provenzale, dopo avere sbarcati a Piombino i corazzieri, fece vela alla volta di Napoli; levò contribuzioni nelle isole d'Ischia e di Procida, e dopo avere sparso il terrore in tutte le coste, e preso Policastro, secondò le operazioni di Niccola Ruffo, che sollevava la Calabria in favore di Luigi d'Angiò[236].

[236] _Ann. Bonincontrii Miniat., p. 103._

Era il principe medesimo arrivato a Roma il 24 di settembre con un'armata che sembrava formidabile, ed aveva sotto i suoi ordini i Provenzali; ed inoltre Gentile di Monterano cogli emigrati di Napoli del partito angioino, e Braccio di Montone colla sua compagnia: lo Sforza, assoldato dai Fiorentini, Angelo della Pergola dai Sienesi e Paolo Orsino dal papa, facevano altresì parte dell'armata del re[237]. Ma quest'armata mancava di danaro e di munizioni. I Provenzali più non avevano ricevuto soldo da che avevano abbandonata la Francia; a Paolo Orsini erano dovuti quattro mesi; lo Sforza aveva dissipato tutto il danaro che aveva ricevuto; Braccio da Montone riclamava dal canto suo alcuni arretrati; e sebbene i Fiorentini dessero delle anticipazioni ai soldati a nome di tutti i loro alleati, essi soli supplire non potevano a tanta spesa, e l'armata non trovossi in istato di muoversi. E per tal modo questa campagna, che aveva costato prodigiose somme, terminò senza che la lega ottenesse un solo vantaggio. Luigi, dopo avere consumato molto tempo nel riconciliare i suoi capitani sempre apparecchiati ad azzuffarsi gli uni contro gli altri, venne a Bologna in sul finire dell'anno per concertare con Giovanni XXIII le operazioni della futura campagna[238]. I Fiorentini, scoraggiati dalla non curanza de' loro alleati, e vedendo che lasciavasi cadere tutto sopra di loro il peso della guerra, diedero orecchio alle proposizioni di pace che faceva loro Ladislao. Egli offriva la cessione di Cortona coi castelli di Pierli e Mercatale in compenso delle mercanzie, ch'egli aveva tolte ai mercanti fiorentini quando erano cominciate le ostilità. Queste proposizioni furono accettate, ed il trattato fu soscritto il 7 gennaio del 1411, comprendendovi i Sienesi; e Luigi d'Angiò, e Giovanni XXIII, che restavano in guerra con Ladislao, furono costretti di approvare essi pure la condotta dei Fiorentini[239].

[237] _Memorie di Jacopo Salviati, t. XVIII, p. 343._

[238] _Diarium Roman., Anton. Petri. t. XXIV, p. 1020._

[239] _Scip. Ammirato, l. XVIII, p. 960. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. IV, p. 314. — Memor. di Jacopo Salviati, l. XVIII, p. 352. — And. Bilii Hist. Mediol., l. III, p. 42. — Joh. Bandini de Barthol. Hist. Senens., t. XX, p. 12. — Orlando Malavolti, p. III, l. I, p. 8._

Non pertanto Giovanni XXIII risolse di andare a stabilirsi in Roma, onde potere più vivamente trattare la guerra che oramai doveva sostenere quasi colle sue forze. Entrò nella sua capitale l'11 aprile del 1411, e fu ricevuto dal popolo con acclamazioni e festevoli voci[240]. Ma nello stesso tempo la città ove aveva fin allora dimorato, e di cui aveva acquistata la sovranità molto tempo prima d'essere papa, scuoteva il suo giogo per tornare in libertà. Gli artigiani ed il popolo di Bologna presero le armi il giorno 11 di maggio, opprimendo d'imprecazioni la nobiltà e la chiesa, che gli avevano ridotti in servitù. Occuparono e spianarono la fortezza ove il legato aveva lasciata guarnigione; ma respinsero il Malatesti che voleva approfittare della rivoluzione per togliere loro diversi castelli, e colla mediazione della repubblica fiorentina conservarono a Giovanni XXIII la loro ubbidienza spirituale, spogliandolo però della sovranità[241].

[240] _Diarium Roman. Anton. Petri, p. 1023._

[241] _Memor. di Jacopo Salviati, t. XVIII, p. 357._ — Egli vi fu spedito in qualità d'ambasciatore dalla signoria di Firenze il 10 giugno 1411. — _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 600. — Math. de Griffonibus Memor. Hist., p. 218. — Cherub. Ghirardacci Stor. di Bol., l. XXVIII, p. 586._

Era pure andato a Roma Luigi d'Angiò, ed aveva riuniti sotto le sue insegne i medesimi condottieri che nella precedente campagna erano stati dati dai diversi stati della lega. Egli seppe persuaderli a seguirlo contro il suo nemico, sebbene non avesse abbastanza danaro per pagare il loro soldo, e che non si fosse veduta mai un'armata della sua più povera. Era per altro composta di dodici mila corazzieri, i migliori soldati che avesse l'Italia[242]. Luigi condusse quest'armata a Ceperano; Ladislao lo stava aspettando a Rocca Secca con un'armata press'a poco d'eguali forze. Luigi d'Angiò passò il fiume il 19 di marzo del 1411, ed attaccò impetuosamente il nemico, e così fattamente lo ruppe, che quasi tutti i Baroni, che servivano nell'armata di Ladislao, furono fatti prigionieri, e vennero in potere del vincitore gli equipaggi, e lo stesso vassellame del re. Ladislao fuggì a Rocca Secca, e di là verso san Germano; e sarebbe stato facile il raggiugnerlo e farlo prigioniere, se i vincitori non fossero stati trattenuti dal saccheggio del campo nemico[243]. «Il primo giorno dopo la mia disfatta, diceva egli medesimo, il mio regno e la mia persona erano egualmente in potere de' nemici; il secondo giorno la mia persona era in salvo, ma se lo volevano, erano tuttavia padroni del mio regno; il terzo giorno tutti i frutti della loro vittoria erano perduti»[244]. In fatti i soldati vittoriosi, premurosi di procurarsi un poco di danaro, vendevano ai loro prigionieri per pochi ducati e libertà ed armi. Ladislao avvisato di ciò, mandò da san Germano trombetti con danaro, ed in tal modo riebbe in poche ore quasi tutta la sua armata[245].

[242] _Scip. Ammirato, l. XVIII, p. 962. — Giorn. Napoletani, t. XXI, p. 1073._

[243] _Theodoricus Niem. in Vita Johan. XXIII. — Raynald. Ann. Eccles, 1411, § 4, p. 413. t. XVII. — Diario Ferrarese, t. XXIV, p. 180. — Ricordi di Gio. Morelli. Deliz. degli Erud., t. XIX, p. 17, ec._

[244] _S. Antonini Archiep. Florent. Chron., p. III, t. XXII, c. 6, fol. 156. — Leon. Aret. Comment. de suo tempore, p. 927._

[245] _Giannone Hist. Civile, l. XXIV, c. 7, t. III, p. 402._

Quando Luigi d'Angiò volle finalmente approfittare della vittoria trovò occupati dai soldati di Ladislao tutti i passi del regno di Napoli. Le sue truppe mancarono bentosto di vittovaglie, e molte caddero ammalate; la preda che avevano fatta non le rendeva punto più docili, nè loro teneva luogo degli arretrati che avanzavano; onde il 12 di luglio Luigi fu obbligato di tornare a Roma[246]. In principio del susseguente mese imbarcossi sul Tevere per tornare in Francia, ove morì in agosto del 1417, senza aver fatti nuovi tentativi per conseguire il suo regno di Napoli[247].

[246] _Diar. Roman., t. XXIV, p. 1026._

[247] _Giannone Istoria Civile, l. XXIV, c. 7, p. 402. — Mezeray Abrégé Chronol. de l'Histoire de France, t. III, p. 198. — Ann. Bonincontrii Miniata., t. XXI, p. 113._

Giovanni XXIII, successivamente abbandonato dai suoi alleati, restava solo esposto agli attacchi di Ladislao. Il 19 maggio del 1412 perdette ancora uno de' suoi più valorosi capitani, Sforza da Cotignola, che gli domandò il suo congedo per passare sotto le insegne del re di Napoli, perchè non voleva più servire insieme a Paolo Orsino suo nemico[248]. Ma Ladislao a quest'epoca, sia che non avesse danaro per continuare la guerra, o che fosse stanco di sostenere solo la causa di Gregorio XII ch'erasi rifugiato ne' suoi stati, desiderava di riconciliarsi con Giovanni XXIII. Alcuni negoziatori fiorentini s'intromisero per trattare la pace, ed offrirono per parte del papa grosse somme di danaro ed altri considerabili vantaggi al re di Napoli, pur ch'egli volesse sottrarsi all'ubbidienza di Gregorio XII, riconoscere il concilio di Pisa, ed il papa che succedeva ne' suoi diritti; il trattato fu conchiuso il 15 giugno del 1412; in forza di questo furono da Giovanni XXIII pagati al re di Napoli cento mila fiorini sonanti, l'investitura del regno di Sicilia accordata a Ladislao coll'abolizione di tutti i diritti di Luigi d'Angiò, oltre la rinuncia agli arretrati di dieci anni dei tributi dovuti dal regno alla santa sede[249]. Allora Ladislao, convocando un'assemblea del clero de' suoi stati, riconobbe la sovranità in materia di fede del concilio di Pisa, il diritto ch'egli aveva di deporre Gregorio, e la legittimità dell'elezione di Giovanni XXIII. Ordinò a Gregorio, che aveva stabilita la sua piccola corte a Gaeta, di uscire da' suoi stati avanti che terminasse ottobre. Questo papa fu costretto d'imbarcarsi coi tre cardinali, che gli si erano conservati fedeli, sopra navi veneziane che trovavansi nel porto, e costeggiando l'Italia diede prima fondo in Dalmazia, indi a Porto Cesenatico. Di là passò a Rimini, ove si trattenne sotto la protezione di Paolo Malatesti, signore di quella città, finchè accondiscese a dare la sua abdicazione[250].

[248] _Leodrisii Cribellii De Vita Sfortiæ Vicecomitis, t. XIX, p. 654. — Diarium Roman. Anton. Petri, t. XXIV, p. 1030._

[249] _Rayn. Ann. Eccles., an. 1412, § 3, t. XVII, p. 419. — Gio. Battista Pigna Storia de' Principi d'Este, l. VI, p. 526._

[250] _Rayn. Ann. Eccles., an. 1412, § 4, p. 420. — Theodoricus Niemensis De Vita Papæ Johan. XXIII, p. 17, ap. Meibomium._

Il trattato di pace tra Ladislao e Giovanni XXIII non fu pubblicato a Roma che il 19 ottobre del 1412[251]; non vi era stato dal papa compreso Paolo Orsini, perchè Giovanni XXIII conservava un segreto odio contro questo capitano, per non avere approfittato della vittoria di Rocca Secca; e fece inoltre sentire a Ladislao che vedrebbe con piacere spogliato l'Orsini delle terre che possedeva nella Marca d'Ancona. Perciò il re di Napoli ordinò allo Sforza, che sapeva essere personale nemico dell'Orsini, di attaccarlo all'aprirsi della nuova stagione. L'Orsini, sorpreso all'impensata, si rifugiò in Rocca Contratta, ove sostenne un ostinato assedio[252].

[251] _Diarium Rom. Antonii Petrii, p. 1032._

[252] _Leodrisius Cribellius Vita Sfortiæ Vicecomitis, p. 656._

Ladislao, che aveva adunata una ragguardevole armata, si avanzò in appresso per sostenere il suo generale; ma improvvisamente prese la strada di Roma, ed il 31 maggio presentossi alle porte della città, mentre alcune galere napolitane occupavano la foce del Tevere, ed alcune barche armate rimontavano il fiume. Per la quale improvvisa comparsa il papa chiamò i Romani, e loro avendo domandato di unirsi per difesa della città, tutti promisero di combattere e di morire per il papa e per la chiesa. Non pertanto il settimo giorno alcuni di loro atterrarono il muro presso la porta Capena, e fecero entrare in città colla sua cavalleria il Tartaglia, uno de' capitani del re, e Giovanni XXIII appena ebbe tempo di fuggire alla volta di Firenze[253].

[253] _Diarium Rom., t. XXIV, p. 1034. — Joh. Stellæ Ann. Genuens., t. XVII, p. 1249. — Memor. Histor. Math. de Griffonibus, t. XVIII, p. 221._