Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)
Part 10
[178] _Piero Minerbetti, 1405, c. 32, p. 547._
[179] _Leon. Aretinus Comment., p. 925. — Ann. Bonincontrii Miniat., p. 96._
I suffragi si riunirono a favore d'Angelo Corrario, veneziano, cardinale di Aquilea e patriarca di Costantinopoli, il quale prese il nome di Gregorio XII. Contava allora settant'anni, ed aveva opinione d'essere un sant'uomo e di antica severità. Quando fu appena consacrato, rinnovò, con apparente premura, le già fatte promesse, di tutto sagrificare per metter fine allo scisma della Chiesa[180].
[180] _Piero Minerbetti, 1406, c. 20, p. 563. — Leon. Aret. Comm., p. 925._
Gregorio scrisse a Benedetto XIII per invitarlo alla pace, proponendogli una vicendevole abdicazione. Rispose Benedetto da Marsiglia, il 22 gennajo 1407; quasi ne' medesimi termini: era lo stesso invito, la medesima esortazione, le stesse promesse[181]. Carlo VI aveva proposto ai due pontefici di abdicare, ciascuno in presenza del suo proprio collegio; ed i cardinali delle due ubbidienze si sarebbero in appresso riuniti per nominare un nuovo papa. Ma Benedetto e Gregorio rigettarono d'accordo questa proposizione e chiesero egualmente una conferenza nella quale abdicherebbero insieme innanzi ai due collegi riuniti[182].
[181] _Raynald. Ann. Eccl., t. XVIII, p. 305. — Annales Estens. Jacobi de Delayto, p. 1040._
[182] _Raynald. Ann. Eccl., § 3, p. 306._
I deputati che Gregorio XII aveva mandati a Marsiglia scelsero, d'accordo con Benedetto XIII, la città di Savona per la proposta conferenza. Fu steso un lungo trattato tra i due cleri ed il re di Francia, in allora sovrano dello stato di Genova. Acconsentì Carlo VI, che la signoria di Savona fosse trasferita ai due papi, e rispetto alla divisione della città fra i due emuli, che ognuno possedesse un castello ed un quartiere fortificato: ogni papa doveva recarsi a Savona con otto galere, ed una guardia di dugent'uomini. Questo trattato venne accettato e ratificato da Gregorio XII, che lo partecipò a tutti i principi cristiani[183].
[183] _Rayn. Ann. Eccl. § 3, p. 308._
Ma questo pontefice era ben lontano dal pensare di dare esecuzione a ciò che aveva promesso: i suoi parenti ed i consiglieri, che gli stavano intorno, tutto mettevano in opera per dissuaderlo dall'abdicazione[184]. In conseguenza delle clandestine pratiche della sua famiglia, i Veneziani, suoi compatriotti, ricusarono di somministrargli le galere; onde dichiarò che non poteva intervenire con sicurezza nè a Savona, nè in verun'altra città marittima, poichè troverebbesi esposto agl'insulti delle flotte del suo emulo[185]. I rimproveri e le dicerie di tutte le persone desinteressate costrinsero, gli è vero, Gregorio XII a lasciar Roma; ma si fermò di nuovo a Siena[186], e ricominciò le negoziazioni. Chiedeva o che si scegliesse un'altra città per le conferenze, o che Benedetto rimandasse a dietro le sue galere; che Boucicault partisse da Genova; in fine che la sicurezza del suo emulo fosse interamente sagrificata alla sua.
[184] _Leon. Aret. Comment., p. 926._
[185] _Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. II, p. 179._
[186] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. I, p. 3._
Benedetto XIII non era più sincero, ma sapeva più destramente contenersi, e mentre che il suo avversario sembrava fuggire, pareva ch'egli si avanzasse per incontrarlo. Era giunto a Savona nello stabilito termine, e perchè Gregorio erasi recato da Siena a Lucca, Benedetto si trasferì fino a porto Venere, ed in appresso fino alla Spezia, di modo che i due pontefici trovavansi soltanto quarantacinque miglia distanti l'uno dall'altro. Ma mentre i loro negoziatori sforzavansi di riunirli, _l'uno_, dice Leonardo Aretino, _come animale acquatico, non voleva mai abbandonare la costa; l'altro, come un animale terrestre, non vi si voleva avvicinare_[187].
[187] _Leon. Aret. Comment., p. 926. — Ann. Estens. Jacobi de Delayto, p. 1043._
Quasi tutta la cristianità pareva desiderare la cessazione dello scisma, ma il re di Napoli, Ladislao, cercava di farlo durare. Temeva egli l'ascendente che la corte di Francia aveva preso sulla Chiesa per i costanti e coraggiosi sforzi ch'ella aveva fatti per la riunione; temeva che un francese potesse nuovamente essere innalzato sulla cattedra di san Pietro dai cardinali d'Avignone, e che questi non spalleggiasse Luigi d'Angiò; e desiderava più di tutto che il papa suo vicino, e suo abituale signore, invece di tenerlo sotto tutela, come avevano fatto i suoi predecessori, continuasse a lasciarlo dominare nelle sue province e nella sua capitale.
In principio del seguente anno Ladislao intraprese apertamente a sottomettere colle armi gli stati della Chiesa ed ebbe l'accortezza di far approvare le sue conquiste dai parenti di Gregorio XII. Questi preferivano ogni cosa alla abdicazione del loro padrone, e presero occasione da questi movimenti del re di Napoli per rompere le negoziazioni con Benedetto XIII.
Ladislao si avanzò contro Roma in marzo del 1408 con dodici mila uomini di cavalleria, e con altrettanta infanteria; e nello stesso tempo mandò quattro galere ad occupare la foce del Tevere, perchè non si potessero introdurre vittovaglie in città[188]. Attaccò in appresso Ostia, e si rese in aprile padrone di questa città, che gli aveva opposta una vigorosa resistenza[189]. Pochi giorni dopo Paolo Orsini, che comandava in Roma, aprì per tradimento una porta all'armata del re; ed allora soltanto i cittadini accettarono una capitolazione che loro offriva il nemico di già entrato nelle loro mura[190]. Perugia, attaccata nello stesso tempo dai Napolitani, loro aprì pure le porte.
[188] _Piero Minerbetti, 1407, c. 13, p. 576. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 941._
[189] _Piero Minerbetti, 1408, c. 1, p. 577. — Ann. Estens. Jacobi de Delayto, p. 1048._
[190] _Piero Minerbetti, c. 2, p. 577. — Cron. di Bologna, t. XXIII, p. 594. — Diario Romano di Stefano Infessura, p. 1118. — Giornali Napoletani, p. 1071._
Gregorio XII, quando intese la perdita di Roma, lasciò travedere una gioja che tradiva i suoi segreti maneggi[191]. Benedetto per lo contrario aveva cercato di difendere questa città, sperando forse di ricondurla in tal modo alla sua ubbidienza. Boucicault dietro sua istanza armò tredici galere per mandarle nel Tevere, ma un contrario vento le ritenne a Porto Venere finchè più non erano in tempo a difendere Roma.
[191] _Piero Minerbetti, c. 4, p. 579._
Questo supposto atto d'ostilità servì di pretesto a Gregorio XII per rompere ogni negoziato col suo competitore, vietò alla sua corte di mantenere comunicazione alcuna con quella dell'antipapa, e proibì ai suoi cardinali di uscire da Lucca, ove in allora si trovava. Poco dopo fece conoscere la sua intenzione di fare una promozione al sacro collegio, lo che era direttamente contrario alle convenzioni fatte per la riunione della Chiesa. I cardinali credevano di avere sempre il diritto di regolare Gregorio XII, ch'essi avevano condizionatamente eletto, e si opposero vigorosamente ad una promozione, che doveva perpetuare lo scisma; nel mese di maggio uscirono di concistoro quando Gregorio volle proclamare i suoi quattro nuovi cardinali; pretesero che il papa pensasse a gettarli in prigione o a farli morire, ed invitarono Paolo Guinigi, signore di Lucca, a garantire la loro libertà, siccome aveva promesso di fare; ed uscirono da quella città per passare a Pisa. Erano essi allora nove; tre dei loro colleghi rimasero ammalati in Lucca[192].
[192] _Piero Minerbetti, c. 7, p. 580. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. IV, p. 306. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 942. — Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. II, p. 190._
La repubblica fiorentina era, come il rimanente della cristianità, sdegnata con Gregorio XII, ed attribuiva alla sua ostinazione ed ai suoi artificj il prolungamento dello scisma, onde favorevolmente accoglieva i cardinali rifugiati a Pisa, e loro prometteva la sua protezione. Questi spedirono una rispettosa protesta a Gregorio XII contro gli ultimi suoi atti, ed un appello a lui medesimo, a Gesù Cristo, e ad un concilio generale[193].
[193] _Apud Raynald. Ann. Eccl., p. 327. — Annal. Estens. Jacobi de Delayto, p. 1407. — Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. II, p. 196._
Nell'altro partito il papa non era pure ben d'accordo coi suoi cardinali, nè tutti gli sforzi di Benedetto XIII per addossare al suo rivale il delitto d'avere prolungato lo scisma toglieva affatto di scorgere nel suo contegno la più fina dissimulazione. In gennajo il re di Francia aveva pubblicato un editto per obbligare i suoi sudditi a ritirare l'ubbidienza loro all'uno ed all'altro de' due papi, qualora l'unione della Chiesa non avesse luogo avanti l'Ascensione[194]. Benedetto rispose colle minacce di scomunica, ed il re, coll'approvazione del suo parlamento e della Sorbona, dichiarò, che Pietro de Luna, che facevasi nominare Benedetto XIII, era uno scismatico ostinato, un eretico, un perturbatore della pace della Chiesa, cui era proibito d'ubbidire più lungamente. Carlo VI scrisse nel tempo stesso ai cardinali del partito di Roma, ed a quelli del partito d'Avignone per esortarli a non essere più oltre il giuoco di due uomini, che mancavano a tutti i loro giuramenti, e che nel corso di un anno non avevano saputo trovare in tutto il mondo un luogo ove riunirsi in conformità delle loro promesse[195].
[194] _Lenfant, Histoire du Concile de Pise, l. II, p. 201._
[195] _Raynald. Ann. Eccles., t. XVII, p. 331. — Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. II, p. 206._
I cardinali di Benedetto abbandonarono in fatti il loro capo, e passarono a Livorno, ove andarono a trovarli quelli di Gregorio. Questo collegio, composto dei primi dignitarj delle due chiese, mandò lettere encicliche a tutta la cristianità, nelle quali la condotta dei due pontefici veniva rappresentata con molta moderazione ed imparzialità[196].
[196] _Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. III, p. 213._
I frivoli pretesti che i papi allegavano a vicenda per ricusare ogni luogo di riunione loro proposto erano chiaramente dimostrati, e resa evidente l'impossibilità di riunire la Chiesa di concerto con due uomini che tendevano segretamente a dividerla. Ciò nulla meno, dicevano i cardinali, i sacri canoni hanno permesso in certi casi la convocazione di un concilio senza l'autorità del capo della Chiesa. Giammai la cristianità fu in maggiore bisogno di fare uso di tale prerogativa. Nè l'un papa nè l'altro potrebbe adunare un concilio ecumenico, poichè nè l'uno nè l'altro è riconosciuto da tutti i fedeli, ma i cardinali dei due collegi, rappresentanti della cristianità, hanno senza dubbio il potere, anzi l'obbligo di convocare questo supremo consiglio della religione, che può solo, colla sua autorità, rendere la pace alla Chiesa. I cardinali perciò ordinavano a tutti i vescovi e prelati delle due ubbidienze di trovarsi a Pisa in marzo del 1409 per formarvi un concilio ecumenico; ordinavano pure d'intervenirvi ai due papi, avvisandoli nello stesso tempo, che la loro assenza non impedirebbe l'unione del concilio[197].
[197] Osservinsi le lettere presso _Raynald. Ann. Eccl., p. 332_.
Quand'ebbero notizia di questa convocazione, i due papi, invece di ravvicinarsi, partirono ambidue dai luoghi in cui si trovavano, per allontanarsi di più. Benedetto XIII con tre cardinali che gli erano rimasti fedeli, montò sulle galere a Porto Venere, e fece vela verso l'Arragona, ove fu ricevuto con infinita difficoltà[198]. Dal canto suo Gregorio XII abbandonò Lucca coi quattro cardinali di fresco creati, e dopo essersi trattenuto qualche tempo a Siena, si pose sotto la protezione di Carlo Malatesti, signore di Rimini. Frattanto Gregorio XII adunò un concilio nella provincia di Ravenna, e Benedetto XIII in quella di Perpignano. L'un papa e l'altro sperava in tal modo di sottrarsi ai rimproveri d'ostinazione che loro faceva la cristianità per non avere assoggettata la loro causa al supremo consiglio della Chiesa[199].
[198] _Piero Minerbetti, 1408, c. 12, p. 584._
[199] _Raynald. Ann. Eccl., p. 335. — Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. III, p. 221._
I cardinali dei due partiti, il re ed il clero di Francia, le repubbliche di Firenze e di Venezia, tutti coloro finalmente che determinarono la convocazione del concilio di Pisa, pare che agissero di buona fede, e mossi da ardente desiderio di ristabilire la pace della Chiesa. Non pertanto il Raynaldi, organo della corte di Roma, dichiarasi costantemente, dopo il cominciamento dello scisma, contro la Chiesa in favore del suo capo, condanna egualmente le intenzioni e la condotta di tutti i cardinali che si pronunciarono contro Urbano VI ed elessero Clemente VII, di tutti quelli che nel nuovo collegio formato da Urbano si separarono in seguito da lui e furono da questo sanguinario pontefice trattati così barbaramente, di tutti quelli che seguirono Benedetto XIII nella sua fuga, e di tutti coloro che aderirono al concilio di Pisa. Egli non si avvede che avviluppa così nelle sue condanne tutti i ministri degli altari, tutti coloro dai quali deve derivare l'autorità dei papi posteriori allo scisma, e che per evitare il rimprovero d'inconseguenza, d'ambizione, di sfrenata collera a due o tre prelati che si sono succeduti nel pontificato, è obbligato di accusare tutto il clero, tutta la Chiesa cattolica di calunnia, d'eresia e di ribellione contro il suo capo.
Frattanto il carattere del personaggio che ben tosto si acquistò la più grande influenza sui cardinali e su tutto il concilio di Pisa, giustifica forse fino ad un certo punto le accuse date al suo partito. Era questi Baldassar Cossa, cardinale di sant'Eustacchio e legato di Bologna. Fu veduto, con una ambizione affatto mondana, non ad altro pensare che a fondare un principato sulle ruine degli stati della chiesa. Dopo il 1403 egli governava Bologna[200], e, per consolidare il proprio potere su questa città, era sceso alle più basse pratiche, alle più perfide trame; aveva progressivamente soggiogate le città della Romagna; ma aveva acquistato il dominio di Faenza e di Forlì con una lunga serie di tradimenti[201]. Pure il suo indipendente potere e la sua destrezza gli procacciarono una grandissima influenza sopra i cardinali suoi colleghi: e da che il concilio fu adunato, parve che Baldassar Cossa ne fosse il capo.
[200] _Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXVIII, p. 547. — Math. de Griffonibus. Mem. Hist., t. XVIII, p. 211. — Cronica Miscella di Bologna, p. 582._
[201] _Piero Minerbetti, 1404, c. 15, p. 511; al 1405, c. 20, p. 540. — Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXVIII, p. 568. — Chron. Foroliv., t. XIX, p. 877. — Jacobi de Delayto Ann. Est., p. 1039._
Ventidue cardinali delle due ubbidienze, quattro patriarchi, dodici arcivescovi, ottanta vescovi, quarant'uno priori ed ottantasette abati di monasteri, si erano adunati a Pisa per il concilio. Vi si trovavano pure i deputati di quattordici arcivescovi e di cento due vescovi assenti, i generali di molti ordini di monaci, gli ambasciatori dei re di Francia, d'Inghilterra, di Polonia, di Portogallo, di Cipro e di Boemia, quelli di Wencislao, che pretendeva di essere re de' Romani, e quelli di Luigi d'Angiò, che pretendeva d'essere re di Napoli. Roberto, l'altro re de' Romani, e Ladislao, l'altro re di Napoli, spedirono pure ambasciatori a Pisa, ma solo per sostenere contro il concilio la causa di Gregorio XII. D'altra parte vi si recarono gli ambasciatori di Castiglia e d'Arragona per difendere quella di Benedetto XIII[202]: onde si calcolò che più di dieci mila forestieri venissero a stabilirsi in Pisa in tempo del concilio.
[202] _Rayn. Ann. Eccl., p. 368. — Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. III, p. 239. — Jacobi de Delayto Annales Est., p. 1086._
I prelati adunati dichiararono nell'ottava loro sessione, ch'erano costituiti in concilio ecumenico, e che perciò erano giudici supremi dei due papi. I processi di questi vennero subito cominciati, e dopo lunghissime discussioni furono ambidue condannati il 5 giugno del 1409, nella quindicesima sessione, come colpevoli di scisma e di eresia; tutti due vennero esclusi dalla comunione de' fedeli, e fu dichiarato vacante il papato[203].
[203] _Rayn. Ann. Eccl., p. 369-382. — Piero Minerbetti, 1409, c. 11, p. 604. — Lenfant Hist. du Concile de Pise, l. III, p. 277._
I cardinali delle due ubbidienze, riuniti in un solo corpo, entrarono in conclave il 15 di giugno. Il cardinale Cossa ricusò l'offertagli tiara, ed indicò, quale soggetto più degno di portarla, Pietro di Candia, arcivescovo di Milano, che raccolse tutti i suffragi. Questo cardinale fu consacrato a Pisa il 7 luglio del 1409 sotto il nome d'Alessandro V; ed il primo atto del suo pontificalo fu quello di tranquillare le coscienze intorno a tutto quanto erasi fatto in tempo dello scisma, e di ratificare tutte le nomine ai beneficj, e tutte le dispense ottenute dall'una e dall'altra parte, tutte abolendo le censure e le scomuniche che erano state pronunciate in occasione delle divisioni della Chiesa[204].
[204] _Rayn. Ann. Eccl., p. 384. — Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. III, p. 285. — Delayto Annales Estens., p. 1087._
Nella XXIVma ed ultima sessione, tenuta il 7 agosto 1409, il concilio di Pisa impose al nuovo papa l'obbligo di convocare sollecitamente un altro concilio per riformare la Chiesa nel suo capo e nelle sue membra[205]. Un papa quasi universale era stato renduto alla Cristianità; la maggior parte dell'Europa gli ubbidiva, e soltanto la Spagna riconosceva ancora Benedetto XIII, come il Malatesti in Romagna, Ladislao a Napoli e Roberto di Baviera in Germania difendevano tuttavia Gregorio XII: e questo avanzo di divisione nella Chiesa diede motivo al concilio di Costanza. Ma se quello di Pisa non conseguì intero lo scopo per cui si era adunato, cominciò per lo meno una nuova epoca per la Chiesa. In quest'assemblea fu visto svilupparsi uno spirito repubblicano ed aristocratico, che limitava l'autorità dei papi, e che voleva mettere limiti al loro potere monarchico: il consiglio della Chiesa si appropriò il diritto di giudicare il suo capo, di condannarlo e di deporlo; manifestò le pretensioni che dovevano dirigere la condotta dei padri di Costanza e di Basilea, e diede principio a quella lunga contesa che dopo un secolo di vicissitudini doveva terminarsi colla riforma[206].
[205] _Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. III, p. 300._
[206] Ricordo che l'autore è protestante. _N. d. T._
CAPITOLO LXI.
_Ladislao, re di Napoli, occupa gli stati della Chiesa; minaccia Firenze; muore. — Sigismondo d'Ungheria, eletto imperatore, muove guerra ai Veneziani; sue conferenze con Giovanni XXIII in Lombardia; deplorabile stato di questo paese._
1409 = 1414.
Erano pochi anni passati da che la repubblica fiorentina era stata liberata dai timori che le ispirava Giovanni Galeazzo, quando un nuovo avversario, ancora più formidabile, si dichiarò contro di lei. Educato in mezzo alle guerre civili, avvezzato a lottare contro accanite fazioni, in un paese in cui la stessa amicizia era senza buona fede, Ladislao riuniva la politica perfida di Giovan Galeazzo ad un valore personale, che questo principe non conobbe mai, e ad un'ambizione ancora più smisurata che quella del duca di Milano. Ladislao spingeva le sue mire al di là del regno d'Italia, cui aspirava il suo predecessore ed ambiva la corona imperiale, sperando di toglierla a Wencislao ed a Roberto, che l'uno e l'altro non potevano farsi ubbidire dai loro grandi vassalli, ed aveva preso per divisa: _Aut Cæsar aut nihil_[207]. Di già quest'orgogliosa iscrizione leggevasi sulle bandiere quando s'impadronì della maggior parte dello stato ecclesiastico. Le città di Roma, Ascoli, Fermo, Perugia, Todi, Assisi, ed altre ancora, eransi a lui sottomesse; non pertanto egli pretendeva sempre di essere il protettore e l'amico di Gregorio XII, ed aveva convenuto di pagargli venti mila fiorini all'anno in compenso dell'entrate degli stati che gli toglieva. Con questa modica somma il papa fuggiasco doveva mantenere tutta la sua corte[208].
[207] _Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 1088._
[208] _Bonincontrii Miniat., Ann., t. XXI, p. 100._
Ladislao aveva domandato che i Fiorentini lo riconoscessero per legittimo sovrano degli stati della Chiesa, e a tale prezzo loro offriva la sua alleanza. I Fiorentini non vollero acconsentirvi, perchè riguardavano le province usurpate dal re come parte del patrimonio del legittimo successore di san Pietro, ed erano risoluti di darle ancora in sua mano. «Quali truppe avete voi dunque da oppormi?» domandò Ladislao sorpreso, ai loro ambasciatori. «Le tue,» rispose audacemente Bartolomeo Valori[209].
[209] _Poggio Bracciolini Hist. Florent., l. IV, p. 307._
In fatti i Fiorentini erano sicuri di attirare nel loro campo tutti i condottieri del re di Napoli coll'offerta di maggior soldo. Nè tale diserzione sarebbesi riputata vergognosa o sleale, perchè i capitani non prendevano servigio che per un termine assai breve, passavano senza scrupolo sotto le nemiche insegne quando giugneva il termine stabilito nel contratto. Il solo Alberico da Barbiano, grande contestabile del regno, non sarebbesi dato al migliore offerente, perchè una personale animosità contro Baldassar Cossa, legato di Bologna, lo teneva unito al partito di Ladislao. Ma questo grande ristauratore della milizia italiana morì appunto in quest'epoca nel castello di Pieve, presso Perugia[210]. Il 17 maggio dello stesso anno, Otto Bon Terzo, ch'era stato suo allievo e suo compagno d'armi, e che dopo erasi innalzato con una mescolanza di valore e di perfidia alla signoria di Parma e di Reggio, venne assassinato da Sforza di Cotignola, suo rivale, per ordine del marchese Nicolò d'Este in una conferenza che tennero in Ribiera[211]. Ladislao aveva da sè alienato per sempre un terzo condottiere, non meno illustre dei due precedenti; era questi Braccio di Montone, gentiluomo emigrato di Perugia, capo del partito dei nobili e dei Ghibellini in questa città. In tempo del suo esilio aveva fedelmente servito il re di Napoli, ed aveva sperato, col di lui ajuto, d'essere richiamato in patria. Ma i Perugini offrirono a Ladislao di aprirgli le loro porte, purchè rinunciasse alla protezione dei loro emigrati. Il re non esitò punto a sagrificare i suoi alleati per rendersi padrone di Perugia; promise di più di far assassinare Braccio, e questi non si sottrasse alle insidie che gli vennero tese, che per esserne stato avvisato da uno de' suoi amici[212].
[210] _Ann. Estens. Jacobi de Delayto, p. 1089._
[211] _Math. de Griffon. Memor. Hist., t. XVIII, p. 217. — Platina Hist. Mant., t. XX, l. V, p. 796. — Ann. Placent. Ant. de Ripalta, t. XX, p. 873. — And. Bilii Hist. Med., l. III, p. 48, t. XIX._
[212] _Vita Brachii Perusini a Joh. Campano, l. II, t. XIX, p. 468._
I dieci della guerra di Firenze si affrettarono di prendere Braccio al loro servigio; si assicurarono altresì dell'alleanza de' Sienesi, che a seconda del partito che abbraccerebbero potevano decidere della sorte della Toscana. I gentiluomini e la fazione dei dodici erano sospetti di favorire Ladislao, ma il governo s'attaccò ai Fiorentini, e promise di non separare la propria dalla loro fortuna[213]. I due popoli mandarono a Ladislao ambasciatori per persuaderlo a rinunciare alla sua intrapresa, mentre che il re spedì dal canto suo negoziatori a queste due città per separare l'una dall'altra, ed offrire le più vantaggiose condizioni a quella che s'unirebbe a lui[214].
[213] _Joh. Bandini de Bartholomæis Hist., Senens., t. XX, p. 9. — Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. I, p. 5._
[214] _Piero Minerbetti 1409, c. 1-5, p. 593-599. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. IV, p. 308._