Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)

Part 9

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Queste ultime controversie non ritrassero il giovane Andronico dal mandare Barlaamo in Avignone presso Benedetto XII, sotto pretesto di procurare la riunione delle due chiese, ma in sostanza per ottenere soccorsi contro i Turchi. Barlaamo tornò d'Occidente senza aver nulla ottenuto; si rinnovarono le sue dispute coi monaci del monte Athos, che lo disgustarono talmente, che nel 1341, abbandonata la Grecia, venne a cercare asilo in Napoli, ove fu ben accolto dal re Roberto. Nel susseguente anno recossi in Avignone; e colà conobbe il Petrarca, e gli diede lezioni di lingua greca. Con Petrarca lesse le opere di Platone[203]; ma non potè tanto continuare le sue lezioni da istruire perfettamente il poeta italiano nell'idioma greco. Alcuni anni dopo un distinto personaggio bizantino, Niccola Sigeros, avendo regalato un esemplare d'Omero al Petrarca, questi gli rispose che senza interprete non poteva intendere il principe de' poeti. «La morte mi privò, gli diceva, del nostro Barlaamo, o piuttosto io me lo tolsi a me medesimo, quand'io gli procurai la dignità vescovile, senza riflettere alla perdita che me ne verrebbe.» Effettivamente Barlaamo, dopo aver rinunciato alle opinioni della chiesa greca, fu da papa Clemente VI innalzato alla sede di Girace unita a quella di Locri. «In queste giornaliere lezioni, prosegue il Petrarca, mi aveva insegnate più cose; ma egli ingenuamente confessava che ne imparava assai più da me. Ed invero quant'egli era eloquente nella lingua greca, altrettanto ignorava la latina, ed essendo di vivacissimo spirito, vedevasi quanta difficoltà incontrava nell'esprimere i suoi sentimenti[204].»

[203] _F. Petrarcae, dialog. II, de Contemptu Mundi, t. II, p. 101._

[204] _Franc. Petrarcae variar. epist. 21, edit. Basil. p. 1102._

Un amico del Petrarca più giovane di lui, ed a ragione non meno celebre, Giovanni Boccaccio, si avanzò assai più nell'intelligenza della lingua greca, ed influì più direttamente all'introduzione delle lettere greche in Italia. Giovanni Boccaccio nato nel 1313, era cittadino fiorentino, ma originario di Certaldo, castello di val d'Elsa, lontano venti miglia da Firenze. Suo padre, ch'era mercante, destinavalo alla propria professione, e lo fece lungamente viaggiare, perchè s'impratichisse; ma il Boccaccio, appassionato per la poesia, non riuscì felicemente nella professione paterna. Di ventott'anni abbandonò il commercio, acconsentendolo il padre, ed intraprese lo studio del diritto canonico, che poteva procurargli utili impieghi[205].

[205] Vita di Boccaccio di Filippo Villani, posta in testa del Decamerone. _Tiraboschi, l. III, c. 2._

Ma il Boccaccio attendeva di mal animo a questi studj, che altro scopo non avevano che quello del guadagno. Trascurava il diritto, come si era presa poca cura del suo commercio, e non occupavasi di proposito che della poesia e delle scienze, che hanno in sè stesse la propria ricompensa. Studiò successivamente l'astronomia, la filosofia sacra, la mitologia, la geografia, la storia; e sopra tutto procurò d'intendere profondamente gli antichi scrittori greci e latini; ne cercò con somma cura i manoscritti e li copiò egli stesso. In tal modo ottenne di essere non solo uno de' più eleganti scrittori, ma uno de' più eruditi, e forse il miglior critico del suo secolo[206].

[206] _Tiraboschi, l. III, c. 2, § 40._

Il Boccaccio, che non si era posto in su la via degli onori e della fortuna, s'innalzò non pertanto ad un distinto rango: il suo ingegno gli aveva procacciata grandissima riputazione e fu ricercato per impieghi della più dilicata confidenza. Nel 1347 fu ambasciatore della repubblica fiorentina presso i signori della Romagna, ed in particolare di Ostasio da Polenta. Nel 1351 venne incaricato di un'altra onorevole missione presso il Petrarca. La repubblica aveva determinato di fondare in Firenze una nuova università: voleva dare una cattedra al Petrarca, e dopo avere ricomperati tutti i beni del di lui padre, venduti in occasione della cacciata de' Bianchi da Firenze, gli spedì a Padova, ove in allora soggiornava, il suo amico Boccaccio, onde persuaderlo a tornare nella sua patria. La signoria scrisse pure una lettera contenente i seguenti frammenti.

«Non è lungo tempo che abbiamo risolto di far fiorire tra di noi i buoni studj, troppo finora trascurati in questa città. Vogliamo che vi si possa acquistare un'intera istruzione in ogni genere, affinchè, come fece Roma in altri tempi, la nostra repubblica s'innalzi gloriosamente al disopra delle altre città d'Italia, e la sua fama vada crescendo di pari passo colla sua prosperità. Non è che per te solo che la nostra patria può ottenere lo scopo de' suoi desiderj; onde ti supplica (e questa distinzione fu rara ancora tra gli antichi) di prendere in considerazione la sua università, e di fare, che, per mezzo tuo, ella fiorisca. Scegli tu stesso il libro che ti piacerà d'interpretare, scegli la scienza che troverai più confacente alla tua riputazione ed al tuo riposo. Forse si troveranno qui uomini di elevata mente, che, risvegliati dal tuo esempio, s'incoraggieranno a pubblicare i versi loro nella nostra città.... Preparati dal canto tuo, se ci è permesso di confortartene, preparati a terminare l'immortale tuo poema dell'Affrica, affinchè le muse, neglette da tanti secoli, tornino a prendere stanza tra di noi. Tu hai finora viaggiato abbastanza, e lungamente esaminate le costumanze ed il carattere delle nazioni. Oggi i tuoi magistrati, i tuoi concittadini, i nobili ed il popolo, l'antica casa ed il patrimonio de' tuoi antenati, che ti rendiamo, ti chiamano, ti aspettano. Torna adunque, torna dopo tanto tempo, e la tua eloquenza assecondi i nostri progetti[207].»

[207] _Ab. Mehus vitae Ambrosii Camaldulensis p. 223. — De Sade memorie, l. IV, t. III, p. 125. — Tiraboschi, t. V, l. I, c. 3, § 26._

Il Petrarca parve commosso da questa lusinghiera lettera, la quale ci dà una così alta idea del modo con cui i Fiorentini apprezzavano, e compensavano il merito. Il suo riscontro esprime una viva gratitudine, ma colla consueta sua pedanteria il Petrarca fa l'enumerazione di tutti gli antichi ch'erano stati richiamati in patria, e si paragona a tutti[208]. Incaricò il Boccaccio di far conoscere quali progetti aveva egli formati pel suo ritorno a Firenze, che poi non ridusse ad effetto, non essendo mai venuto a stabilirsi nella sua città natale.

[208] _Variarum Epistolarum 5, p. 1078._

Il Boccaccio venne di nuovo incaricato dalla sua repubblica di altre ambasciate. Fu mandato nel 1351 al marchese di Brandeburgo, figliuolo di Luigi di Baviera; per impegnarlo ad attaccare i Visconti. Due in tre anni più tardi fu spedito a papa Innocenzo VI per concertare quale condotta doveva tenere la repubblica verso l'imperatore Carlo IV. In mezzo a questi onorevoli impieghi il Boccaccio compose molti libri, che contribuirono all'avanzamento delle scienze, ed allo spargimento delle cognizioni dell'antichità; sopra tutto furono apprezzati i suoi libri intorno alla genealogia degli dei, ed all'antica geografia. Queste opere non sono presentemente utili, perchè più estese indagini ci fecero conoscere più esattamente le cose degli antichi; ma essi dimostrarono come si possa unire una vasta erudizione alla sana critica, e distribuire con giudizioso ordine un incoerente ammasso di fatti e di osservazioni.

Conviene ammettere che la prosa latina del Boccaccio non è elegante; che le sue poesie latine mancano d'invenzione e di leggiadria di stile; ed inoltre che le sue poesie italiane non avrebbero potuto assicurargli quel seggio che occupa nella letteratura; ma la riputazione del Boccaccio oggi è posta ne' suoi romanzi d'amore e nelle sue novelle. In questo genere non fu eguagliato da veruno nell'eleganza dello stile, nella grazia, nella ingenuità. La sua facezia, talvolta troppo libera, è sempre ne' limiti del gusto, se non sempre entro quelli della modestia; e la sua narrazione servirà sempre di modello, quando ancora più non si cercasse ne' suoi racconti la pittura de' costumi del suo tempo.

Ma, quantunque le più serie opere del Boccaccio più non interessino al presente, non dobbiamo perciò scordarci che a quest'uomo più che a tutt'altri va debitore l'Occidente del ristabilimento delle lettere greche. Vi contribuì coi progressi fatti da lui medesimo in questa lingua, col gusto che sforzossi d'inspirare agli altri per gli stessi studj, e pei pubblici stabilimenti, che fece consacrare dalla sua patria al vantaggio de' grecisti. Fu il Boccaccio che trasse in Italia Leonzio Pilato, filosofo greco, originario della Calabria, come Barlaamo, e non meno dotto di questi. Era ributtante, dice il Boccaccio, la di lui figura, deforme la fisonomia del volto, lunga la barba, i capelli, e le sue maniere grossolane e selvagge: vedevasi di continuo immerso in profonde meditazioni, ma si aveva in lui come un archivio inesauribile, in cui raccolte trovavansi tutta la storia e la favola greca[209]. L'anno 1360 Leonzio Pilato, procedente dalla Grecia, sbarcò a Venezia, di dove era intenzionato di passare in Avignone. Lo incontrò il Boccaccio, gli chiese la sua amicizia, e lo persuase a venire a soggiornare in Firenze. In appresso ottenne dal governo di questa repubblica di fondare a favore del greco filosofo una cattedra di lingua e di letteratura greca. Egli stesso, sebbene in età di 47 anni, si pose il primo tra gli scolari del nuovo professore, e sotto di lui studiò tre anni le opere di Omero. Nel 1364 Leonzio Pilato desiderò di rivedere la sua patria, abbandonò Firenze malgrado le rimostranze de' suoi scolari, e tornò in Grecia. Trovò questo paese desolato dai Turchi, ed oppresso da innumerabili calamità: si rimproverò di non aver saputo apprezzare il riposo dell'Italia, e si pose in viaggio per ritornarvi; ma la sua nave fu sorpresa da una terribile burrasca. Lo sgraziato filosofo, tenendo abbracciata un'antenna, fu colpito dal fulmine, e perì consumato dal fuoco celeste[210].

[209] _Boccaccio de Genealogia Deorum l. XV, c. 6._

[210] _Petrarcae Seniles epist. l. VI, ep. 1, di Gennajo 1365._

Durante la sua dimora in Firenze il professore aveva di concerto col Boccaccio tradotte in latino l'Iliade e l'Odissea d'Omero, onde l'Occidente va debitore a questi due uomini della conoscenza di Omero, di cui per lo innanzi non aveva che una cattiva traduzione in versi. Altri libri greci furono, per le cure del Boccaccio, sparsi in tutta la Toscana; perciò egli scrisse con giusto orgoglio nel suo trattato della Genealogia degli dei. «Con i miei consigli ridussi Leonzio Pilato a non recarsi alla Babilonia d'Occidente, io lo condussi a Firenze, lo accolsi in mia casa, e lungo tempo gli diedi ospitalità. Io mi adoperai con zelo per farlo ammettere tra i dottori dell'università fiorentina; io gli feci assegnare uno stipendio dal pubblico erario. Io primo fra tutti gl'Italiani presi da lui private lezioni per udirlo spiegare l'Iliade; io primo ottenni in appresso che venissero pubblicamente spiegati i libri d'Omero[211].»

[211] _De Genealogia Deorum l. XV, c. 7._

Non iscordiamo noi medesimi ciò che dobbiamo al Boccaccio, e mostriamoci grati all'università ed alla repubblica fiorentina di averci trasmessi i libri omerici, di aver renduta familiare a tutta l'Europa la lingua del padre de' poeti; e d'essere stato cagione per ultimo che le virtù, i monumenti dell'antichità, il patriottismo di Sparta, le arti di Atene, l'eloquenza, la poesia, la filosofia, la memoria della libertà e della grandezza de' Greci ci sieno state tramandate, e possano ancora sollevare l'anima nostra, formare i nostri talenti, e riscaldare il nostro cuore.

CAPITOLO XLII.

_L'Italia immagine della Grecia. — Suoi tiranni. — Intraprese di Giovanni Visconti, arcivescovo di Milano. — Grande compagnia del cavaliere di Moriale. — Il cardinale Albornoz intraprende la conquista del patrimonio della chiesa. — Morte di Cola da Rienzo._

1351 = 1354.

L'Italia, in cui la greca letteratura era recentemente stata trasportata per opera del Boccaccio e della repubblica fiorentina, era di tutta l'Europa la più a portata di far rivivere l'antica Grecia. La natura medesima si compiacque di prodigare a queste due magnifiche contrade doni press'a poco eguali. In ambedue moltiplicò le situazioni pittoresche; innalzò maestose rupi ed aprì ridenti vallate, rinfrescate da belle cascate; adornò come per un giorno festivo le loro campagne della più rigogliosa vegetazione; e, mentre arricchì a vicenda l'Italia e la Grecia coi prodigi della sua possanza, compartì pure agli uomini che le abitano, somiglianti qualità; se pure può conoscersi l'originario carattere di un popolo quand'è già stato alterato da diversi governi. Le qualità comuni ai popoli dell'Italia e della Grecia, le qualità permanenti, il di cui germe si è conservato sotto tutti i governi, ed ancora si conserva, sono una vivace e brillante immaginazione, una sensibilità rapidamente eccitata e rapidamente compressa, finalmente il gusto innato per tutte le arti, ed organi proprj ad apprezzare ed a riprodurre ciò che è bello in ogni genere. Nelle feste del popolo delle campagne, si rinverrebbero in oggi uomini affatto somiglianti a quelli, che coi loro applausi incoraggiarono i talenti di Fidia, di Michelangelo, o di Raffaello. Essi ornano il loro cappello d'odorosi fiori, il loro mantello è pittorescamente acconciato come quello delle antiche statue, il loro linguaggio figurato e pieno di fuoco, i loro atti esprimono tutte le passioni, ed essi sono realmente suscettibili del più violento amore, come della più bollente collera. Veruna festa sembra loro compiuta se le facoltà morali dell'uomo non v'hanno avuta qualche parte, se la chiesa, in cui si adunano, non è ornata con isquisito gusto e pittorescamente, se l'anima loro non viene da una musica armoniosa sollevata al cielo. Lo spirito medesimo prende parte ai loro divertimenti; quando possono sottrarre ai loro bisogni parte del guadagno delle sostenute fatiche, non lo consumano in bevande spiritose, o in istravizj, ma lo portano come un tributo ai teatri, ai poeti improvvisatori, ai declamatori di storie, che ravvivano la loro immaginazione, e che nutrono il loro spirito. L'Italia nell'età presente è il solo paese ove il bifolco, il vignajuolo, il pastore, riempiano colle loro mogli e figli le sale degli spettacoli, il solo paese, in cui le persone di tale condizione possano intendere le tragedie rappresentanti gli eroi de' tempi passati, e le favole poetiche, che loro non sono del tutto sconosciute.

Nell'epoca in cui lo studio della greca letteratura fu trasportato in Italia, e quando esemplari, che s'accostano alla perfezione, furono offerti all'imitazione degli oratori, de' poeti, de' filosofi e degli artisti, la rassomiglianza era ancora più compiuta di quel che lo sia nell'età presente. Una quasi assoluta parità nel governo, ne' costumi, nelle abitudini, pareva indicare preventivamente uno de' popoli per camminare sulle tracce dell'altro. Per altro le lettere greche e le arti languirono ancora qualche tempo, poichè furono introdotte in Italia. L'imitazione de' migliori esemplari parve piuttosto intiepidire il genio che animarlo. Non avvi impulso per coloro, che non aspirano che a fare copie; la pedanteria dell'erudizione, lo studio delle lingue morte, che invano si sforzava di farle rivivere, ed il servile insegnamento delle scuole, diedero per lungo tempo una falsa direzione allo spirito nazionale.

La fine del 14.º secolo, ed il principio del 15.º non produssero che scrittori latini. Molti di loro giunsero, non v'ha dubbio, ad un alto grado d'eleganza, ma tutti avevano volontariamente rinunciato ad un sommo vantaggio, all'incoraggiamento che i soli loro compatriotti potevano dare. Quando l'intera nazione è dotata d'immaginazione e di sensibilità, prende alla sua propria letteratura un interessamento che non può prendere ad un idioma straniero; ella gli comunica il suo carattere, e concorre a perfezionarla colla sua critica, forse più che gli autori colle loro fatiche. I difetti, che vengono anche al presente attribuiti alla letteratura italiana, possono tutti spiegarsi per questo primo torto, d'avere abbandonato l'idioma nazionale nel secolo che più eminentemente doveva unire il gusto al genio. Questo secolo, che venne dopo Dante e Petrarca, fu perduto per le lettere; la pedanteria lo spogliò d'ogni vigore, e tutti i suoi monumenti rimasero sepolti in una lingua straniera. Soltanto più di cent'anni dopo la morte del Petrarca si pubblicarono finalmente in lingua italiana due poemi, risguardati anche adesso come classici[212]; ma l'uno e l'altro sono semibuffi; perciocchè credevasi che la lingua, in cui furono dettati, fosse indegna di serio e grave argomento. Quando ancora più tardi questa lingua fu di nuovo adoperata da poeti di sommo ingegno, la nazione che doveva incoraggiarli, aveva perduta la sua fierezza, il suo valore, e soprattutto que' profondi sentimenti, che fanno, siccome coll'immaginazione, armonizzare la poesia anche coll'anima; che fanno concepire un ardito sagrifizio di sè stesso, che comunicano l'entusiasmo, e che conservano una tinta malinconica ai più animati quadri.

[212] Il Morgante Maggiore del Pulci, e l'Orlando innamorato del Bojardo, ambidue composti circa il 1480.

Le arti non furono inceppate ne' loro progressi, come lo furono le lettere, dallo spirito d'imitazione. Non si trovarono antiche pitture, e queste ancora in iscarso numero, che quando la moderna pittura era omai giunta alla più alta sua elevazione. I progressi dell'arte furono lenti, ma regolari, i pittori andarono scoprendo gradatamente e colle proprie loro forze le regole pittoriche ed i mezzi dell'esecuzione. Il genio nulla perde del suo nobile entusiasmo quando non si assoggetta alle leggi che dopo averle egli stesso dettate; così il primitivo fuoco della creazione risplende sempre nelle più castigate opere della scuola italiana. Vero è che la scultura va molto più debitrice all'antico, sia che il genio abbia minor parte in quest'arte, o che questo genio mai non abbia animati i moderni. Le antiche statue sono per noi il tipo della perfezione, ed una perfetta copia sarebbe agli occhi nostri un grandissimo capo d'opera. Non pertanto ancora nella scultura gl'Italiani crearono prima di copiare, ed è appunto perchè inventarono essi medesimi l'arte che praticarono nel 13.º e 14.º secolo, che nel 15.º furono a portata d'imitare i più grandi modelli[213].

[213] Le antiche statue furono il tipo della perfezione per gli scultori egualmente che pei pittori; ed il genio ebbe parte nella scultura come nella pittura; e Donatello e Michelangelo furono nella prima quello che Vinci e Raffaello nella seconda. _N. d. T._

Ma se questo spirito d'imitazione, sconosciuto ai Greci, formava un'estrema differenza fra loro e gl'Italiani, che pretendevano imitarli, dall'altro canto la rassomiglianza era diventata più esatta che giammai in una cosa non suscettibile d'imitazione, nella politica situazione de' due paesi. L'Italia era per ogni rispetto ciò che fu la Grecia; Atene riviveva in Firenze, Sparta in Venezia, Lucca ed il suo Castruccio ricordavano, sebbene con minori virtù, Tebe ed il suo Epaminonda, Pisa e Siena potevano paragonarsi a Megara ed a Corinto, Genova a Siracusa, mentre la fertile Lombardia, come in altri tempi le doviziose colonie dell'Asia minore, non aveva saputo conservare la libertà. I tiranni italiani rassomigliavano pure ai tiranni de' Greci. Nè i talenti, e nè meno le virtù d'un _signore_, potevano rendere legittimo un usurpato potere; rimanevano sempre al popolo odiosi, ed in preda ai loro sospetti: frequenti rivoluzioni li precipitavano dal trono, sul quale non potevano rassodarsi che coi delitti, mentre coloro che gl'Italiani chiamavano _signori naturali_, i re di Napoli, come altra volta quelli di Macedonia, l'imperatore, siccome il gran re di Persia, erano rispettati di generazione in generazione, e potevano dormire sul trono, senza che i sudditi loro tentassero di rovesciarli.

Tra le razze de' tiranni, ch'eransi innalzati sopra la ruina dei diritti dei popoli, quella de' Visconti richiamava più d'ogni altra gli sguardi su l'Italia. L'aperta sua ambizione tendeva ad invadere tutta intera questa contrada, ed i talenti che successivamente segnalarono molti capi di tale famiglia, mentre altri tiranni imbecilli o corrotti regnavano a Verona, a Padova, a Mantova ed a Ferrara, le immense sue ricchezze, ed il potere che aveva di già acquistato, sembravano assicurarle il buon successo de' suoi progetti d'ingrandimento. Ella sapeva approfittare di tutte le rivoluzioni d'Italia per dilatare vie più ogni giorno il suo dominio. Ora riduceva i vicini stati a sottomettersi senza riserva, ora soltanto offriva loro la sua alleanza; ma la protezione, che accordava ai suoi alleati, li riduceva in servitù. Ella continuava a proteggere con tutte le sue forze il partito ghibellino, cui gloriavasi di mantenersi fedele; ma ciò praticava soltanto in quegli stati, ove, coll'ajuto di questo nome ancora potente, sperava di eccitare sediziosi movimenti. Non prendeva essa consiglio da questo spirito di parte nell'interna sua politica, ma cercava di tenerlo vivo soltanto presso i suoi rivali. Secondo che le tornava meglio cercava indifferentemente l'amicizia o dei papi o degl'imperatori; gli adulava ambidue, e non mantenevasi fedele ad alcuno, perchè la corruzione e la perfidia erano più utili alla sua ambizione di quel che avrebbero potuto esserlo la buona fede e la lealtà. Nelle città di suo dominio permetteva che si andassero spegnendo quelle fazioni, col favore delle quali le aveva spesso ridotte in servitù; ed i Lombardi, corrotti dalla fertilità delle loro campagne, scordavano volentieri nel lusso e nella mollezza, non solo gli antichi odj, ma la patria e la libertà, per le quali due secoli prima avevano fatte così grandi cose. Fra le tante città subordinate ai Visconti, la sola città d'Asti osava ognora lagnarsi delle violate capitolazioni, ed agitavasi ancora per le antiche contese degl'Isnardi e de' Gottuari[214].

[214] _Benven. di s. Giorgio Hist. Montisferrati t. XXIII, p. 56._

Gli stati dell'arcivescovo Giovanni Visconti erano confinati a ponente da quelli di Giovanni Paleologo, marchese di Monferrato, da quelli di Amedeo VI di Savoja, detto il _conte verde_, e dai vassalli di questi, Giacomo, principe d'Acaja e conte del Piemonte, e Tommaso marchese di Saluzzo[215]. Tutte le città del Piemonte, in addietro libere, dipendevano da qualcuno di questi signori. Quelli della casa di Savoja erano allora minori, ed, in forza di un compromesso col marchese di Monferrato, avevano scelto l'arcivescovo di Milano per arbitro delle loro contese, il quale finchè visse mantenne la pace su questi confini.

[215] _Guichenon, Hist. généalogique t. I, p. 528 e 402._

Dalla banda del levante separavano il territorio dei Visconti da quello della chiesa quattro signori: i Gonzaga avevano Mantova e Reggio, i marchesi d'Este Ferrara e Modena, i della Scala Verona e Vicenza, e Padova i Carrara. La potenza delle case d'Este e della Scala era più antica che quella de' Visconti, e tutti questi signori avevano titoli uguali; pure la potenza di queste famiglie era meno stabile assai di quella de' Visconti. Trovavansi in allora capi di queste famiglie giovani di perduti costumi, i quali supponevano che il sovrano potere desse loro il diritto di soddisfare le più vergognose passioni. Per godere a vicenda di tale prerogativa, e non già spinti da più nobile passione, i minori di ogni famiglia cercavano sempre di balzare dal trono i loro maggiori, i nipoti gli zii, i bastardi i fratelli legittimi. Nello spazio di pochi anni si videro queste quattro case scosse ed indebolite da tali congiure.