Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)

Part 8

Chapter 83,585 wordsPublic domain

[180] _Matteo Villani, l. IV, c. 32._

Quando Paganino Doria seppe dove trovavansi i nemici venne a presentar loro battaglia il 3 novembre del 1354, in faccia al canale di porto Lungo, ed invano con mille ingiurie i suoi equipaggi cercarono di provocare il Pisani ad accettarla. Questi colle sue galere unite rimaneva immobile, sdegnando gl'insulti de' Genovesi, ed aspettando favorevole circostanza per combattere. Finalmente Giovanni Doria, nipote dell'ammiraglio, con superbo ardimento penetrando tra la flotta veneziana e la spiaggia, entrò nel porto. Il Pisani non gli si oppose, vedendo che quest'uomo, posto tra la sua linea e quella del Morosini, più non avrebbe potuto salvarsi. Lasciò pure che passassero una dietro l'altra dodici galere comandate dal giovane Doria, le quali attaccarono impetuosamente la divisione del Morosini in fondo al porto. Le navi appoggiate alla riva potevano più facilmente difendersi; ma i Veneziani, sorpresi da così subito attacco quando credevano di trovarsi in luogo sicuro, non opposero che una debole resistenza. Molti marinai atterriti, gettaronsi in mare per salvarsi a nuoto, non pochi s'annegarono, e tutte le navi caddero in potere de' Genovesi. Il giovane Doria venne allora ad attaccare alle spalle la linea che difendeva l'ingresso del porto, già combattuta di fronte dallo Zio; spinse contro la medesima due delle navi predate, cui aveva appiccato il fuoco, onde incendiare tutta la flotta nemica, locchè cagionò tanto spavento ai Veneziani, che s'arresero senza più difendersi. Essi avevano di già perduti quattro mila uomini nel porto, o sulla costa. Il Doria tornò trionfante a Genova, seco conducendo l'ammiraglio veneziano con tutta la flotta, e cinque mila ottocento settanta prigionieri. Per tal modo fu interamente cancellata la vergogna della disfata del Grimaldi alla Loiera[181].

[181] _Matteo Villani, l. IV, c. 32. — Navagero Storia Veneziana t. XXIII, p. 1039. — Ubertus Folietae Genuens. Histor. l. VII, p. 452. — Georgii Stellæ Ann. Genuens. p. 1093._

Una rivoluzione scoppiata in Costantinopoli in gennajo del susseguente anno 1355 fu pei Genovesi un altro motivo di giubbilo. Nelle guerre civili dell'impero d'Oriente essi si erano mantenuti costantemente attaccati al partito del giovane imperatore, Giovanni Paleologo. Questo principe, nè meno corrotto, nè meno debole che qualunque de' suoi predecessori, trovavasi in allora tenuto come in esilio a Tessalonica da Cantacuzèno, il quale di camerier maggiore e tutore ch'egli era d'un imperatore fanciullo, erasi fatto padrone. Un Genovese, Francesco Cataluzzo, principale ministro e confidente del Paleologo, si dispose a rimettere sul trono questo monarca poco degno di regnare. Egli fece rivivere il partito formato dieci anni prima da Apocauco e dall'imperatrice Anna di Savoja, introdusse segretamente il Paleologo in Costantinopoli, sorprese Cantacuzèno e lo costrinse a farsi monaco, indi riunì tutto ciò che rimaneva dell'impero greco sotto il legittimo sovrano[182]. Cataluzzo sposò la sorella del Paleologo, e ricevette in feudo dal monarca, ch'egli ripose in trono, l'isola di Lesbo, o Metelina, che passò in dominio de' suoi discendenti[183].

[182] _Ducas Michelis Nepos Hist. Byzant. t. XIX, c. 11, p. 16. — Georgii Stellæ Annal. Genuens. p. 1094._

[183] _Ducas Michelis Nepos, c. 12, p. 18. — Matteo Villani, l. IV, c. 46._

I Veneziani, che speravano d'impegnare Cantacuzèno a dichiararsi di nuovo a loro favore, si scoraggiarono quando ebbero notizia di questa rivoluzione. La loro disfatta a Sapienza aveva pressochè distrutta tutta la loro marina; il re d'Ungheria minacciava la Schiavonia; il re d'Arragona, loro alleato, aveva le sue forze in Sardegna, colà rendute necessarie dalla guerra che gli facevano i Doria, i Malaspina ed i Gherardesca[184]; in così difficili circostanze scoppiò in Venezia stessa la più pericolosa congiura, che pose in pericolo l'esistenza della repubblica. Il senato acconsentì allora ad entrare in negoziazioni di pace; promise di pagare duecento mila fiorini ai Genovesi per le spese della guerra, di stabilire per tre anni un banco a Caffa, e di proibire per tutto quel tempo ai mercanti veneziani di approdare alla Tana. Tutti i prigionieri vennero rilasciati da ambe le parti senza taglia; ed il trattato di pace fu firmato in sul finire di maggio, colla riserva che il re d'Arragona potesse, volendolo, esservi compreso avanti il 28 di settembre[185].

[184] _Zurita Indices Rerum ab Arragon. l. III, p. 210._

[185] _Marin Sanudo vite dei duchi, p. 630. — Matteo Villani, l. V, c. 45._

Onde affrettare la decisione di questo monarca la signoria di Genova aveva spedite quindici galere nei mari di Sardegna sotto il comando di Filippo Doria. Questo ammiraglio, essendo rimasto perdente in un tentativo sopra Loiera, passò colla sua flotta a Trapani in Sicilia. Colà formò il progetto d'un'ardita impresa sopra la Barbaria, cui lo incoraggiarono le rivoluzioni scoppiate in quel paese.

I figli del re di Tunisi si erano congiurati contro il lor padre, e l'avevano fatto morire. Dopo questo parricidio il regno fu desolato da guerre civili di una violenza proporzionata all'atrocità del delitto che le aveva eccitate[186]. La città di Tripoli, da prima subordinata ai re di Tunisi, era stata sottratta alla loro ubbidienza, ed il figlio d'un maniscalco saraceno aveva avuto il mezzo d'innalzarsi alla tirannide.

[186] _Matteo Villani l. V, c. 11._

Le coste della Barbaria non erano in allora deserte come lo sono al presente; la marina de' Cristiani rendeva sicura la navigazione del mediterraneo, e gli Affricani non trascuravano il commercio e l'agricoltura per darsi alla pirateria ed al ladroneccio. Filippo Doria, dopo aver fatto preparare a Trapani scale murali e macchine da guerra, entrò nella rada di Tripoli, una delle più ricche e commercianti città di quella costa. Sotto pretesto di comperare vittovaglie, fece sbarcare alcuni marinaj, ordinando ai medesimi di osservare l'altezza delle mura, e d'informarsi del modo con cui vi si faceva la guardia. Frattanto ricusò i doni mandatigli dal signore di Tripoli, e fece spiegare le vele, come se tornasse in Italia[187].

[187] _Matteo Villani l. V, c. 47._

L'ammiraglio, quando fu in alto mare, partecipò ai comandanti delle sue galere ed alla loro ciurma il proprio progetto. Promise di farli tutti ricchi se volevano comportarsi da bravi soldati, e nel cuore della notte tornò colla flotta nel porto di Tripoli. La città riposava in piena sicurezza, ed i Genovesi erano già padroni delle mura e di una porta, prima che i cittadini fossero risvegliati per dar di piglio alle armi. Per altro il signore di Tripoli, circondato da pochi suoi sudditi, si avanzò nelle strade per combattere; ma dopo breve zuffa fu costretto ad uscire di città. I Saraceni, che s'andavano tuttavia difendendo, furono uccisi, e gli altri si sottomisero tremando alla sorte che gli aspettava[188].

[188] _Ivi, c. 48._

I Genovesi diedero dopo ciò cominciamento al saccheggio della città, ma sotto la direzione de' loro capi, e con una regolarità che rendeva agli Affricani quest'infortunio ancora più terribile. Essi portarono nel comune deposito tutte le ricchezze del principe, delle moschee, dei cittadini, ed in tal modo adunarono in denaro, in gioje, in mercanzie preziose la somma di un milione ottocento mila fiorini d'oro. Risguardarono come parte della loro preda sette mila schiavi, uomini, donne, fanciulli, che imbarcarono sulle loro galere. Mandarono in allora a Genova per informare la signoria della fatta conquista, e per chiedere i di lei ordini; ma i Genovesi, sdegnati che il loro ammiraglio avesse tradito un popolo con cui trovavansi in pace, videro altresì il pericolo che soprastava ai mercanti genovesi che trovavansi ne' dominj de' Saraceni in Alessandria, e nelle scale del Levante. Onde invece di risposta condannarono a perpetuo esilio l'ammiraglio e tutti coloro che lo avevano assecondato nella sua criminosa intrapresa[189].

[189] _Matteo Villani, l. V, c. 49._

Filippo Doria, vedendo che la sua repubblica non voleva prendere possesso della fatta conquista, vendette Tripoli ad un Saraceno, padrone dell'isola di Gerbi, pel prezzo di cinquanta mila doppie, e mandò un'altra deputazione a Genova per cercar di calmare la collera del suo governo. Erasi in questa città avuta notizia che i principi saraceni, nemici del signore di Tripoli, lungi dal pensare a far uso di rappresaglie, avevano veduto con piacere la sua disgrazia. Allora la signoria si raddolcì, e mutò la sentenza pronunciata contro l'ammiraglio e la flotta. In espiazione del loro delitto Filippo Doria ed i suoi compagni furono condannati a fare per tre mesi la guerra senza soldo al re d'Arragona, che non aveva voluto accettare il trattato di pace di Venezia. Dopo aver passati tre mesi sulle coste della Catalogna, l'ammiraglio con quindici galere, ancora cariche delle ricchezze e degli schiavi, fu ricevuto nel porto di Genova. L'oro fece scordare l'assassinio e la perfidia con cui era stato acquistato[190].

[190] _Matteo Villani, l. V, c. 60._ — Giorgio Stella non parla di questa spedizione. Uberto Folietta la rappresenta con vantaggiosi colori, e quasi come un castigo dovuto alle piraterie degli Affricani, _l. VI, c. 453_.

Abbiamo detto che la repubblica di Venezia aveva accondisceso ad una pace svantaggiosa, perchè la scoperta d'una pericolosa congiura aveva sparso il terrore in tutta la città. Quattro giorni dopo la morte del doge Andrea Dandolo, accaduta l'undici settembre 1354, i quaranta elettori avevano proclamato suo successore Marin Falieri, conte di Val di Marina, uomo di settantasei anni, che le sue grandi ricchezze e le cariche amministrate facevano risguardare tra i più riputati cittadini di Venezia[191]. Falieri aveva una bella e giovane sposa, della quale era perdutamente geloso. Eragli particolarmente sospetto Michele Steno, uno de' tre capi della quarentia, o tribunal criminale, sebbene le frequenti sue visite non avessero per oggetto la consorte del doge, ma una delle donne della sua casa. In una pubblica festa, l'ultimo giorno di carnevale, avendo Falieri notati i famigliari e poco decenti modi tenuti da questa donna con Steno, lo escluse dall'adunanza. Questo gentiluomo in un primo impeto di collera scrisse sul trono ducale posto nella vicina sala due versi ingiuriosi all'onore del doge, ed alla fedeltà della di lui sposa[192].

[191] _Andr. Navagero Storia Veneziana, p. 1034. — Vettor Sandi Storia civile Veneziana, p. II, l. V, c. 5, p. 126._

[192]

_Marin Falieri dalla bella moglie_ _Altri la gode ed egli la mantiene._

_Sanuto vite dei duchi, p. 631._

Era questa pel geloso Falieri la più mortale offesa: riconobbe Steno autore dello scritto, e lo denunciò agli avogadori. Egli credeva di vedere vendicata la sua ingiuria dal consiglio de' dieci con una esemplare severità, ma questa causa invece di essere portata a quel consiglio, fu dagli avogadori mandata alla quarantia medesima di cui era presidente lo stesso Steno. Il risentimento, l'agitazione d'una festa, la licenza autorizzata dalla maschera, ond'era coperto il colpevole, furono considerati come circostanze che minoravano il delitto, e Steno venne condannato soltanto ad un mese di arresto. Il doge più sdegnato di tanta indulgenza, che della prima ingiuria, estese il suo odio, ed il desiderio di vendetta a tutta la quarantia, che aveva così leggermente punito il colpevole, ed a tutta la nobiltà, che non aveva presa a petto l'offesa fattagli.

Conservavasi tuttavia nel popolo di Venezia un segreto odio contro quella nobiltà, che si era esclusivamente impadronita della sovranità, spogliando de' suoi diritti la nazione. L'insolenza di alcuni giovani patrizj accresceva l'animosità del popolo. Vedevansi abusare dell'impunità che loro dava l'amicizia di potenti personaggi per introdursi nelle case de' borghesi, sedurre le loro spose e figlie, ed in appresso maltrattare i genitori, o i mariti da loro disonorati[193]. Israele Bertuccio, plebeo, capo dell'arsenale, era stato insultato in questo modo. Portò le sue lagnanze al doge contro un gentiluomo di casa Barbaro. Falieri manifestando la sua impotente compassione, lo assicurò che non avrebbe ottenuto giustizia. «Non sono io stato insultato al pari di voi, gli disse, ed il preteso castigo del colpevole, non fu forse per me, e per la stessa corona ducale una nuova offesa?» Dopo ciò i progetti di vendetta sottentrarono alle accuse giuridiche. Israele Bertuccio fece conoscere al doge i principali malcontenti; i conciliaboli de' cospiratori adunaronsi più notti consecutive in presenza del capo della repubblica, e nel suo palazzo. Quindici plebei s'impegnarono col doge di rovesciare la repubblica.

[193] _Matteo Villani, l. V, c. 13, p. 311._

Convennero i congiurati, che ognuno di loro si associerebbe quaranta amici, i quali terrebbe disposti ad ogni cenno per agire la notte del 15 aprile 1355. Ma per non manifestare il segreto, risolsero di limitarsi a dire ai loro associati, che volevano valersi dell'opera loro per sorprendere e punire per ordine della signoria que' giovani gentiluomini, che coi loro disordini avevano concitato l'odio popolare. Il segno per agire doveva essere il suono a stormo della campana di san Marco, che non poteva suonarsi senza ordine del doge. Per altro i congiurati non dovevano valersi che di borghesi conosciuti pel loro odio verso la nobiltà, onde fedelmente tenessero il segreto in parte loro affidato. Nell'istante in cui suonerebbe la campana, i congiurati dovevano spargere la voce che la flotta genovese trovavasi presso alla città, dovevano in pari tempo incamminarsi da tutti i quartieri verso la piazza di san Marco, occuparne gl'ingressi, ed uccidere i gentiluomini di mano in mano che giugnerebbero in sulla piazza per soccorrere la signoria[194].

[194] _Marin Sanudo vite dei dogi, p. 632. — Andrea Navagero, storia Venez. p. 1040._

Erano terminati tutti gli apparecchi, ed il segreto della congiura fedelmente mantenuto fino alla vigilia della sua esecuzione, quando certo Bernardo, bergamasco, conciatore di pelli, ch'era stato scelto da uno dei congiurati per guidare i suoi quaranta associati, seppe molte circostanze intorno a quanto doveva egli fare all'indomani, le quali sembravangli non accordarsi coi supposti ordini della signoria, cui fin allora aveva creduto di prestarsi. Onde la stessa sera si portò a casa di Niccolò Lioni, uno de' membri del consiglio de' dieci, e gli palesò la trama nella quale egli trovavasi innocentemente compreso. Siccome nè l'uno nè l'altro supponeva che ne fosse capo il doge, si recarono unitamente da lui per manifestargliela. Il Falieri non ebbe la prontezza o l'accorgimento di sopprimere tale scoperta; egli a vicenda ora non voleva ammettere come possibili le circostanze che gli venivano indicate, ora dichiaravasene preventivamente informato, soggiugnendo d'avere a tutto di già provveduto[195]. Tale inconseguenza eccitò i sospetti di Niccolò Lioni, il quale lasciò il doge per recarsi al consiglio dei dieci, portandogli la nota de' congiurati datagli da Bertrando, i quali furono tutti arrestati nelle proprie case per ordine del consiglio. Furono poste guardie in ogni angolo della città, ai campanili ed alla torre di san Marco per impedire che si suonasse a stormo; molti congiurati, posti alla tortura, rivelarono che lo stesso doge era capo della cospirazione.

[195] _Matteo Villani, l. V, c. 13._

Erasi provveduto alla tranquillità della città; i colpevoli trovavansi in carcere, ed il doge tenuto di vista nel suo palazzo; ma il consiglio dei dieci non era sicuro di essere dalla costituzione autorizzato a giudicare il capo dello stato. Chiamò venti de' primi gentiluomini a risolvere insieme in quest'importante occasione, ed ebbe allora origine un corpo potente e permanente, che fu chiamato la _Zunta_ o _Giunta_[196]. Il doge fu tradotto innanzi al consiglio dei dieci unito alla Giunta, fu posto in confronto de' principali congiurati, che vennero un dopo l'altro mandati al supplicio; egli confessò la parte avuta nella congiura, ed il secondo giorno della procedura fu condannato a morte. Gli fu tagliata la testa il 27 aprile del 1355 sulla gran scala del palazzo ducale nello stesso luogo in cui i dogi, quando venivano inaugurati, davano il giuramento di fedeltà alla repubblica. Durante l'esecuzione le porte rimasero chiuse; ma immediatamente dopo un membro del consiglio dei dieci si affacciò alla finestra, tenendo in mano la spada ancora insanguinata, e disse al popolo: _è stata fatta giustizia d'un grande delinquente_; all'istante si aprirono le porte del palazzo, ed il popolo, entrato in folla, vide il capo di Martino Falieri lordo del proprio sangue[197].

[196] _Sandi Storia civile, l. V, c. 5, p. 130._

[197] _Marin Sanuto Storia dei duchi, p. 634. — Navagero storia venez. p. 1041._

Abbiamo veduto in questo capitolo e ne' precedenti quali rivoluzioni la mercatura e la guerra marittima avevano introdotte tra gl'Italiani ed i Greci. Prima di abbandonare gli affari dell'Oriente, d'uopo è parlare delle relazioni di un altro genere, cioè letterarie e religiose, che nella stessa epoca si formarono tra i due popoli.

Malgrado il loro orgoglio più non potevano i Greci considerare gli occidentali e sopra tutti gl'Italiani come popoli barbari di cui potessero disprezzare le arti, la letteratura, le ricchezze. I loro mercanti, i loro artisti, i loro soldati, e spesso i loro confidenti e ministri erano italiani, e mentre il genovese Cataluzzo era il confidente di Giovanni Paleologo, Cantacuzèno ricorda frequentemente l'amicizia che aveva stretta col grande ammiraglio Paganino Doria[198]; amicizia che non fu smentita nel calore della guerra che questo eroe genovese fu forzato di fargli colle flotte della sua patria. Lo stesso imperatore lodò la fedeltà che fino all'ultimo istante gli aveva conservata la guardia italiana, comandata da Giovanni di Peralta. Racconta, che nell'istante di perdere il trono, arringò questa guardia in lingua italiana[199], che asserisce di aver saputo benissimo parlare. Infatti Cantacuzèno è quello degli storici greci che sfigura meno i nomi occidentali[200].

[198] _Cantacuzenus Histor l. IV, c. 27 p. 656, e 657._

[199] Πρῶτα μὲν ἠρώτα τῃ λατίνων διαλέκτῳ, ἐξήσκητο γάρ αὐτὴν καλῶς. _Cantacuzenus Histor. l. IV, c. 41, p. 697._

[200] Con diversi caratteri il cambiamento dell'ortografia è più scusabile, perchè talvolta mancano in una lingua lettere che corrispondano a quelle impiegate dall'altra. Così i Greci più non hanno il _b_, poichè il loro β è diventato un _v_. Eglino rappresentano il _b_ de' Latini con μῶ. Eglino più non hanno il _d_, perchè il loro δ è diventato simile al _th_ dolce degl'Inglesi, ed eglino rappresentano il nostro _d_ con ντ. Il _g_ avanti l'_i_ che non esiste nella loro lingua diventa per loro ντς, e scrivono _Giovan_ Ντςιουαν.

Queste doppie lettere danno per altro un certo che di barbaro ai vocaboli che sono più fedelmente traslatati.

Ma mentre i Greci, malgrado la fierezza loro ed il disprezzo che in ogni tempo mostrarono per le lingue straniere, studiavano le lettere latine, gl'Italiani facevano progressi grandissimi nella lingua greca; essi cominciavano a trasportare in Italia la letteratura ateniese, e s'appropriavano que' monumenti del genio e del gusto, che in tutti i secoli dovranno servire d'esemplari alla poesia ed all'eloquenza.

Giammai lo studio della lingua greca era stato affatto abbandonato in Italia. Il dominio de' Greci nella Calabria e nella Puglia si prolungò fino ai tempi in cui gl'Italiani cominciarono a conquistare paesi nella Grecia. Relazioni di governo, di alleanze, di matrimonj legarono sempre abbastanza intimamente i due popoli, mentre i Greci non avevano comunicazione col rimanente dell'Europa. Più tardi il commercio e la navigazione li posero in un quasi continuo contatto, di modo che un prodigioso numero di mercanti, di marinai, di soldati sapevano nel terzo secolo il greco, come la metà del popolo veneziano lo intende in quest'età, senza che questa conoscenza della lingua avesse la menoma influenza sull'italiana letteratura. Non pertanto tali frequenti comunicazioni avevano, fino dal dodicesimo e tredicesimo secolo, fatte intraprendere molte latine traduzioni di quelle opere che la filosofia in allora dominante faceva avidamente ricercare. Eransi, per tacere di molt'altre, tradotte le opere d'Aristotile, quelle di Galeno e quelle di alcuni padri delle chiesa[201].

[201] _Tiraboschi Stor. della letterat. ital. l. III, c. 1, t. V._

Ma il greco altro ancora non era che un idioma utile, che imparavasi per un determinato scopo, quando Petrarca e Boccaccio, risvegliando verso la metà del quattordicesimo secolo, il gusto della bella letteratura e l'ammirazione per gli antichi, comunicarono alla maggior parte de' dotti il desiderio di conoscere i capi d'opera dell'antica Grecia nella loro lingua originale, ed estesero l'attività loro in questa parte de' tesori dell'antichità, che fino a tale epoca erano stati lasciati quale esclusiva proprietà de' dotti di Bizanzo.

L'ammirazione per gli antichi, lo studio delle loro scritture, della loro poesia, della loro storia, della loro religione, eransi risvegliate quasi nello stesso tempo in Grecia ed in Italia. Costantinopoli più omai non produceva oratori o poeti; ma non mancava di persone che, col loro entusiasmo pei poeti e gli oratori dell'antichità, sembravano degni di camminare sulle loro orme. La venuta in Italia di alcuni di questi uomini, e l'amicizia loro coi capi della letteratura latina, contribuirono a riunire in un solo corpo i belli avanzi dell'antichità, a spiegare gli uni per mezzo degli altri, a farli conoscere a diversi popoli, ed a fare universalmente sentire tutta la perfezione di que' capi d'opera. In tal maniera le due nazioni salvarono di comune accordo i preziosi monumenti dell'antica letteratura, quando appunto correvano pericolo di essere distrutti.

Il monaco Barlaamo ebbe facilmente la parte principale nella ristaurazione delle greche lettere in Italia. Barlaamo era oriundo di Seminara, in Calabria, paese a tale epoca ancora popolato da molti Greci. Avendo vestito l'abito di monaco di san Basilio, passò nell'Etolia, di là in Tessalonica, e per ultimo a Costantinopoli, ove giunse nel 1327. Si fece colà conoscere per le sue cognizioni astronomiche, filosofiche, matematiche e letterarie. Ottenne la protezione del giovane Andronico, e di Cantacuzèno in allora il favorito di quest'imperatore. Barlaamo venne accolto in casa di Cantacuzèno, ove diede lezioni di filosofia e di belle lettere, fu creato abate d'un monastero, ed interessò la chiesa greca nelle sue dispute con Niceforo Gregora, lo scrittore di cui abbiamo fatto frequente uso nel precedente capitolo, poi con Palama ed i monaci del monte Athos intorno alla luce del Tabor, ed in ultimo coi deputati di Giovanni XXII intorno alle diverse opinioni delle chiese greca e latina[202].

[202] _Tiraboschi, l. V, c. 1, § IV, p. 424._ Pretendevano i monaci del monte Athos che la luce veduta sul Tabor, in tempo della trasfigurazione di Nostro Signore, fosse divina ed increata, e ch'essi medesimi potevano vedere questa luce, emanazione della divinità, stando in lunga contemplazione, cogli occhi fissi sul proprio umbilico.