Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)

Part 7

Chapter 73,674 wordsPublic domain

Ma i Veneziani ed i Genovesi, ugualmente impazienti di venire alle mani, appena passato gennajo ripresero il mare. I Genovesi furono i primi a spiegare le vele verso il Bosforo. Cammino facendo presero Eraclea d'assalto per vendicare l'assassinio di due loro soldati[151]. Occuparono in appresso Sozopoli, e Paganino Doria potè a stento contenerli quando vollero attaccare Costantinopoli nella stessa maniera[152]. Frattanto due galere, che quest'ammiraglio aveva spedite a Gallipoli, tornarono il 7 febbrajo, dandogli avviso, che l'armata veneziana e catalana composta di sessantasette galere, entrava in quel giorno a Preknonesos, o isola del Principe, posta all'apertura della Propontide dalla banda dell'Elesponto.

[151] _Cantacuzeni imper. l. IV, c. 28, p. 656._

[152] _Ib. p. 658._

Le burrasche, frequenti su quegli angusti mari, ritennero alcun tempo le due flotte quasi prigioniere; la veneziana nel porto dell'isola del Principe, la genovese in quello di Calcedonia. Finalmente il vento di mezzodì, che da lungo tempo dominava su quelle acque, parve alquanto calmato il lunedì 13 febbrajo, e Paganino Doria formò la sua linea con sessantaquattro galere all'apertura del Bosforo di Tracia per impedire ai Veneziani l'ingresso di Costantinopoli. Questi erano partiti lo stesso giorno dall'isola del Principe, e s'avanzavano a piene vele; erasi di nuovo rinfrescato il vento di mezzodì, e perchè soffiava da più giorni, le correnti portavano con violenza verso Costantinopoli. S'avvide il Doria che non potrebbe resistere all'urto de' vascelli veneziani, secondati dal vento e dalla corrente, perlocchè si strinse verso le rive dell'Asia, e lasciò che passasse la flotta del Pisani, la quale entrò trionfante nel porto di Costantinopoli[153].

[153] _Matteo Villani, l. II, c. 59. — Cantacuzeni imp. Hist. l. IV, c. 30, p. 660._

Costantino Tarcuniota, l'ammiraglio de' Greci, si unì ai Veneziani nel porto con otto galere ed un gran numero di navi, ed eccitò il Pisani ad approfittare della superiorità delle sue forze, a ritornare immediatamente contro la flotta nemica, ed a presentarle battaglia. I vascelli genovesi avevano sofferto assai nelle loro armature per voler tenersi all'ingresso del Bosforo malgrado il vento ed il mar grosso. Il Doria non aveva ancor potuto riunire la sua flotta, e rientrare nel porto di Calcedonia, quando vide avvicinarsi quella de' Veneziani poc'anzi passata. Altro far non potendo, approfittò della perfetta conoscenza che aveva di quegli angusti mari per collocarsi con sette vascelli fuori delle correnti, e dei marosi in un'ansa circondata da scogli e da bassi fondi. Ordinò in pari tempo coi segni al rimanente della flotta di avvicinarsi a lui durante la battaglia.

Nicolò Pisani e Ponzio di Santa Paz, invece di attaccare Doria, fecero forza di remi per tagliar fuori le altre galere, che Doria aveva chiamate. Frattanto il vento rinforzava, oscure nubi si abbassavano e parevano appoggiarsi sugli alberi de' vascelli, l'orizzonte s'andava restringendo, e più non era indicato che dagli scogli contro i quali andavano a rompersi i grandi marosi, e rottami di navi galleggianti intorno ai combattenti annunziavano disastri, di cui non conoscevansi le circostanze. Di già non vedevansi i segni dall'una all'altra estremità della stessa flotta. Alcune galere genovesi non potendo accostarsi al loro ammiraglio, gettarono l'ancora e si nascosero tra gli scogli di cui i loro piloti conoscevano tutte le direzioni. I Catalani, affatto nuovi in que' mari, quando vollero attaccare i loro nemici in mezzo agli scogli a fior d'acqua, ed ai bassi fondi, perdettero molta gente e molte navi[154].

[154] _Cantacuzeni imp. Hist. l. IV, c. 30, p. 661._

Tre galere veneziane avevano attaccato l'ammiraglio genovese, due da prora ed una di fianco. Colà cominciò la più accanita pugna, perchè tutto il rimanente delle due flotte cercava di avanzarsi su questo punto. I tre vascelli veneziani dovettero soccombere alla manovra genovese, e furono presi. D'altra parte dieci galere genovesi, spinte verso sant'Angelo, non potendo difendersi, furono dai loro marinai mandate a picco sulla riva, e fuggirono essi a Pera, abbandonandole ai Veneziani, che le bruciarono. Tre altre galere corsero la stessa sorte in un altro piccolo golfo; per ultimo sei, inseguite a traverso al Bosforo, fuggirono nel mar Nero. Ma non furono decisivi nè i vantaggi, nè le perdite, imperciocchè le due flotte, divise dalla violenza del vento, dagli scogli, e dai promontori dell'ingresso del canale del Bosforo, si battevano contemporaneamente in sette od otto luoghi[155].

[155] _Matteo Villani, l. II, c. 59._

Finalmente sopraggiunse la notte, oscura come suol essere dopo un giorno burrascoso d'inverno; i colpi del vento furioso, il mugghiare delle onde, le grida de' remiganti e quelle de' feriti risuonavano intorno agli scogli di Scutari e di Bizanzio. Le vacillanti fiaccole de' vascelli appena erano visibili nella densità della nebbia, e vedevansi a vicenda risplendere e scomparire a seconda che le grosse onde sollevavano, o lasciavano in fondo le navi. A traverso a così spaventosa oscurità, gl'intrepidi Genovesi di Pera scorsero con leggeri scialuppe tutte le sinuosità delle due coste dell'Europa e dell'Asia per raccorre i loro feriti, dar soccorso ai vascelli pericolanti, e sorprendere i loro nemici dispersi. Secondo ch'essi andavano avanzando colle loro fiaccole, molte navi veneziane o catalane, volendo tener dietro a quelle ingannatrici guide, andarono a picco sopra bassi fondi, altre entrarono da sè inavvedutamente nel porto di Pera, ove furono fatte prigioniere, altre finalmente s'arresero senza combattere a nemici meno formidabili che la burrasca e gli scogli. I due ammiragli col grosso delle flotte nemiche trovavansi intanto uniti nella baja di santa Foca: udivano le grida nemiche senza vedersi, ed in mezzo alla burrasca non cessavano di minacciarsi; qualunque volta un colpo di vento avvicinava alcune navi nemiche, approfittavano della circostanza per venire alle mani. Così passò la notte del 13 al 14 febbrajo del 1352. Prima che facesse giorno Nicolò Pisani, che conoscevasi più debole, lasciò la baja di santa Foca per rifugiarsi nel porto di Terapea o Trapenon, difeso dai Greci. Quando spuntò il sole, il mare, che cominciava a calmarsi, era coperto di cadaveri, e di rottami di navi. I Genovesi s'avvidero allora d'avere perdute tredici galere, oltre le sei che si erano salvate nel mar Nero. Altronde ne avevano predate quattordici ai Veneziani, dieci ai Catalani e due ai Greci, avevano fatti mille ottocento prigionieri, ed uccisi due mila nemici. Ma la perdita loro era troppo grande perchè potessero rallegrarsi della vittoria. Rimandarono a Costantinopoli quattrocento prigionieri feriti, ch'essi non potevano curare[156].

[156] _Matteo Villani, l. II, c. 60. — Mariana Historia de las Españas, l. XVI, c. 19._ — Cantacuzèno nella sua relazione dissimula la vittoria de' Genovesi e la perdita de' Greci; accusa il Pisani di avere mancato di coraggio, ed attribuisce a lui solo il non avere ottenuta piena vittoria. Cantacuzèno ha piuttosto scritto il proprio panegirico che una storia, e non gli si può dar fede senza un severo esame. Meriterebbe maggior fede Niceforo Gregora; ma l'ultima parte della sua opera non fu ancora stampata, e secondo assicura Gibbon, trovasi soltanto manoscritta nella biblioteca di Parigi.

Mentre le due flotte, ritirate l'una a Pera, l'altra a Terapea, riparavano i sofferti danni, Cantacuzèno faceva istanza al Pisani perchè attaccasse i Genovesi approfittando della presente loro debolezza, e Ponzio di santa Paz appoggiava caldamente l'inchiesta dell'imperatore. L'ammiraglio arragonese trovavasi allora infermo per dispetto della sofferta rotta, e quando seppe che il Pisani non voleva rinnovare la battaglia, se n'afflisse in modo che morì di crepacuore[157]. Stefano Contarini e Pancrazio Giustiniani, procuratori di san Marco, Giovanni Steno e Benatino Bembo, viceammiraglio de' Veneziani, erano morti in battaglia o dopo la battaglia, in conseguenza delle ricevute ferite[158].

[157] _Cantacuzenus, l. IV, c. 31, p. 665._

[158] _Marin Sanudo, storia dei duchi di Venezia p. 624. — And. Navagero, storia di Venez. p. 1035, t. XXIII._

I Genovesi furono i primi a rimettersi in mare per bloccare il porto di Terapea; ma il Pisani approfittando d'un vento fresco passò a traverso i loro vascelli, ed uscì dal mare di Romania con sole trentotto galere. Venne a dar fondo a Candia, ove depose gli ammalati ed i feriti, ma ne aveva in tanta copia, che bentosto si manifestò un'epidemia negli spedali, la quale comunicossi ai Candiotti.

Partiti i Veneziani, il Doria rivolse tutte le sue forze contro i Greci. Coll'assistenza d'Orcano, figliuolo d'Osmanno, fondatore dell'impero Turco, formò l'assedio di Costantinopoli, e costrinse Cantacuzèno a rinunciare all'alleanza de' Veneziani, soscrivendo il 6 marzo del 1352 una pace separata colla repubblica di Genova[159]. I porti della Grecia furono chiusi ai Veneziani ed ai Catalani, ed accordata assoluta libertà al commercio de' Genovesi[160]. Doria in appresso si diresse verso Creta, sperando di trovare ancora a Candia i Veneziani, ma l'epidemia dominante in quell'isola si comunicò ai suoi equipaggi, e nel tragitto da Candia a Genova, ove Paganino Doria arrivò in agosto con trentadue galere, egli fu costretto di gettare nelle onde i cadaveri di mille cinquecento de' suoi commilitoni. In tal modo ebbe fine una campagna in cui le due repubbliche marittime avevano bensì dato prove del loro valore e dell'abilità de' marinai, ma si erano ancora vicendevolmente esaurite di uomini e di danaro senza ottenere verun vantaggio[161].

[159] _Cantacuzenus, l. IV, 31, p. 667._

[160] _Matteo Villani, l. IV, c. 31._

[161] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. VII, p. 450._

CAPITOLO XLI.

_Disfatta dei Genovesi a Loiera; essi si danno all'arcivescovo di Milano. — Disfatta dei Veneziani a Portolongo. — Pace di Venezia. — I Genovesi prendono Tripoli. — Congiura del doge Marino Falieri. — Introduzione della letteratura greca in Italia._

1352 = 1355.

La chiesa e le nazioni occidentali vedevano di mal animo consumarsi le forze d'Italia e della Cristianità nell'inutile guerra delle repubbliche marittime, mentre il feroce Orcano approfittava delle loro battaglie, e della debolezza cui avevano ridotta la Grecia per assoggettare le più belle province all'impero de' Turchi. Papa Clemente VI fece inutili sforzi per ristabilire la pace tra le due repubbliche; chiamò i loro ambasciatori alla sua corte con quelli del re d'Arragona, ma nè la sua autorità come capo della chiesa, nè la sua abilità per le negoziazioni ottennero di conciliare le opposte loro pretese[162]. Clemente VI morì il 5 dicembre del 1332, ed il di lui successore, Innocenzo VI, creatura ancor esso del re di Francia, tentò di nuovo d'adunare un congresso in Avignone. Invece di mandarvi i loro ambasciatori, i Genovesi non pensavano che a procurare nuovi nemici ai loro rivali. S'addrizzarono per tale oggetto a Luigi d'Ungheria, che non aveva dimenticato che nel 1346 l'armata veneziana lo aveva fermato avanti a Zara, ed aveva in sui suoi occhi espugnata quella città, ch'egli veniva a difendere, ritardando in tal modo la vendetta del re Andrea. Il possedimento della costa di Dalmazia sembravagli necessaria alla prosperità dell'Ungheria, e gli Schiavoni, che desideravano l'unione a questo regno, erano stati duramente trattati dalla repubblica di Venezia, e si erano ribellati contro la medesima qualunque volta avevano avuto l'opportunità di farlo. Luigi, più potente che verun altro de' suoi predecessori, fece chiedere al senato veneto la restituzione di tutte le città della Dalmazia, ch'egli pretendeva di pertinenza de' suoi predecessori, e dietro il rifiuto della signoria, le dichiarò la guerra ed accettò l'alleanza de' Genovesi[163].

[162] _Zurita Indices Rer. ab Aragon. Reg. gestarum, l. III, p. 205._

[163] _Matteo Villani, l. III, c. 54. — Joh. de Thwrocz Chron. Ung. p. III, c. 26, p. 187._

Un altro celebre negoziatore aveva inutilmente cercato di rappacificare le due repubbliche; era questi il Petrarca, che si era lusingato di far servire a politiche viste la letteraria corrispondenza che manteneva con Andrea Dandolo, allora doge di Venezia. Scrisse a questo magistrato esortandolo alla pace, ed impiegando le più ardite figure rettoriche per abbellire i più triti argomenti sugli avvantaggi della concordia, diede luogo nella sua lettera a tutte le citazioni de' sacri e profani autori, de' poeti e degli oratori che potevano entrarvi[164]; ma la sua lettera altro non ottenne che una risposta meno elegante ma più giudiziosa di Dandolo. Le lettere del Petrarca, in cui fuor di proposito spiegava tanta erudizione e ricercatezza di concetti, risguardavansi a que' tempi quali esemplari di eleganza e di gusto; si facevano passare da una persona all'altra, e spesso non erano ricapitate che dopo essere state lette da tutto il pubblico.

[164] _Variarum I, Patavii 15, cal. aprilis. Ed. Bas. p. 1070. — De Sade. Memoir. l. IV, t. III, p. 114._

Mentre il re d'Ungheria minacciava le città veneziane della Dalmazia, i Genovesi, in primavera del 1353, armavano una flotta di sessanta galere sotto il comando di Antonio Grimaldi[165], e spedivano una piccola squadra nel golfo Adriatico ad insultare i Veneziani[166]. Questi per altro ottennero negoziando di sventare l'attacco del re d'Ungheria, ed in pari tempo armarono di concerto coi Catalani una flotta di settanta galere. I Veneziani, sotto il comando del Pisani, avevano concertato con Bernardo Chiabrera, condottiere delle navi di Barcellona, di unirsi ne' mari di Sardegna[167]. Il Grimaldi, avuto avviso del progetto de' suoi nemici, sperò di potere scontrarsi coi Veneziani o coi Catalani avanti la loro unione e sconfiggerli uno dopo l'altro. E perchè le sue sessanta galere non erano ancora compiutamente armate, ne lasciò otto a porto Venere, onde ripartirne la ciurma sulle restanti cinquantadue, colle quali si pose in mare in traccia del nemico.

[165] _Georg. Stella Ann. Genuens. p. 1092._

[166] _Matteo Villani, l. III, c. 67._

[167] _Matt. Villani, l. III, c. 68. — Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. VIII, p. 450, — Georg. Stella An. Genuens. Hist. t. XVII, p. 1092._

(1353) Quando i Genovesi giunsero a Loiera sulla costa settentrionale della Sardegna, seppero che le due flotte, che speravano di trovare disgiunte, eransi di già unite, e che stavano attendendoli a non molta distanza. Ebbero appena passato un promontorio che le scuoprirono; ma i Veneziani, per timore che i Genovesi si sottraessero alla battaglia, avevano cercato di nascondere parte delle loro navi, collocando le più basse dietro quelle di alto bordo, ed affettando ad un tempo una certa quale immobilità, che dai nemici risguardossi come sicuro indizio di timore. Il Grimaldi, ingannato da tale apparenza, ricordò ai suoi marinai la vittoria recentemente riportata in Romania sopra vascelli di numero superiori ai loro, li prevenne di star pronti alla battaglia, esortandoli a diportarsi valorosamente. Intanto superò un secondo promontorio, che prolungavasi in mare tra la flotta del nemico e la sua.

In allora le due flotte si trovarono così vicine da non potere, anche volendolo, schivare la battaglia: ma i Genovesi, che scoprirono finalmente l'intera linea nemica, non videro senza inquietudine settanta galere a fronte delle loro cinquantadue, senza contare tre grandi vascelli rotondi, chiamati cocche, più forti e di più alto bordo delle galere, ognuno montato da quattrocento Catalani. Inoltre le navi veneziane avevano un numero di soldati maggiore del consueto, essendo esse destinate a lasciare in Sardegna truppe di sbarco.

Non pertanto i Genovesi si prepararono coraggiosamente alla battaglia. Lusingaronsi che le tre cocche non potrebbero combattere, perchè non si movevano a forza di remi, ed avevano il vento contrario. Per presentare al nemico una linea impenetrabile, legarono con lunghe catene le une alle altre le loro galere tanto pel corpo, che per l'alberatura; quattro solamente ne riservarono per le due ali, che lasciarono sciolte onde cominciare la battaglia, ed accorrere ovunque il bisogno lo richiedesse. I Veneziani ed i Catalani, quando videro tale ordinanza, legarono insieme dal canto loro cinquantaquattro galere, lasciandone libere sedici, otto per ogni lato, che spinsero avanti ad attaccare quelle de' Genovesi[168].

[168] _Matteo Villani, l. III, c. 79._

Mentre queste galere scaramucciavano assieme, avanzavansi lentamente e maestosamente le due linee incatenate l'una contro l'altra, formavano due enormi masse che andavano a rompersi nel loro grande urto. In quest'istante sgraziatamente pei Genovesi si levò improvvisamente un vento di mezzo giorno, che gonfiò le vele delle tre cocche, che stavano ancorate a qualche distanza. I Catalani tagliarono subito le gomene abbandonandosi al vento, e vennero ad urtare contemporaneamente contro tre galere d'una estremità della linea genovese e le affondarono; si serrarono in appresso contro le altre, opprimendole con una grandine di pietre e di saette.

S'accorse allora il Grimaldi, che, malgrado la coraggiosa resistenza de' suoi soldati e de' marinai, arrischiava di perdere tutta la flotta. Fece dunque sciogliere il più presto che fu possibile le galere dell'ala non ancora attaccata, e liberò undici navi, che aggiunse a quelle lasciate sulle ali, e facendo vista di voler prendere alle spalle il nemico, prese il largo. L'ammiraglio veneziano s'adombrò per tale movimento, e si tenne inattivo finchè chiaramente conoscesse le intenzioni dell'avversario. Ma ossia che Grimaldi non avesse il coraggio di venire ad un secondo attacco, o sia che i suoi soldati, trovandosi lontani dal pericolo, ricusassero nuovi rischj, sia finalmente che non gli rimanesse verun altra speranza che quella di salvare diecinove vascelli, approfittò dell'imminente notte per far forza di vele verso Genova; e le trenta galere ch'egli aveva lasciate legate assieme, vedendosi abbandonate ed attaccate da una forza doppiamente maggiore, s'arresero senza ulteriore resistenza. Tre mila cinquecento prigionieri, il fiore dei nobili e dei popolani genovesi, vennero in potere del vincitore con trenta galere: due mila genovesi erano periti combattendo, o annegati sui tre vascelli affondati[169].

[169] Il 29 Agosto 1353. — _Matteo Villani, l. III, c. 79. — Georg. Stellæ Ann. Genuen. p. 1002. — Cronica di Pisa, t. XV, p. 1024._

I Catalani sbarcati in Sardegna dopo questa vittoria, ne raccolsero pochi frutti. Il giudice d'Arborea, ribellatosi contro di loro e rottili ad Oristagni, fece poi costar loro assai cara una vittoria che terminò di snervarli, ed all'ultimo li costrinse ad abbandonare tutte le loro fortezze, e l'isola stessa[170]. I Veneziani tornarono alla loro patria coperti di gloria e di ricchezze[171], mentre Grimaldi entrando nel porto di Genova vi portò lo spavento e la costernazione. Invano gli ambasciatori fiorentini esortavano la signoria a riprendere coraggio, offrendole tutte le risorse della repubblica per difesa del popolo genovese; questo popolo, che poc'anzi pareva signoreggiare i mari dell'Italia, della Spagna, della Grecia e della Scizia, e che risguardavasi come il più fiero popolo del mondo, si lasciò talmente invilire da questa grande sventura, e dalle civili discordie prodotte da vicendevoli rimproveri, che credette di non trovare altronde salute che nella servitù. Cercò quale fosse in Italia il più possente protettore, cui potesse ricorrere; qual fosse il principe più capace di vendicarlo di un nemico vittorioso, e si rivolse all'arcivescovo Visconti, che, di già padrone della Lombardia, dell'Emilia e di parte del Piemonte, non sembrava lontano dal soggiogare ancora la Toscana. Il popolo genovese domandò egli stesso le catene a quest'ambizioso tiranno. Il 10 ottobre del 1353 il doge Giovanni di Valente fu deposto, ed il conte Palavicino, nominato dal Visconti governatore di Genova, fu ricevuto in città con una guarnigione di settecento cavalli e mille cinquecento pedoni. Il nuovo signore fece aprire strade di comunicazione colla Lombardia, mandò al popolo vittovaglie, e danaro al senato per rifare la flotta, quasi che con tal prezzo pagar potesse la libertà genovese[172].

[170] _Matteo Villani, l. III, c. 80. — Zurita Indices Aragon. l. III, p. 206. — Mariana Histor. de las Españas. l. XVI, c. 19._

[171] _Marin Sanudo vite dei dogi, p. 626. — Navagero stor. Veneziana, p. 1037._

[172] _Matteo Villani, l. III, c. 86._

Vero è che l'arcivescovo di Milano era stato scelto piuttosto come arbitro e pacificatore, che come padrone di Genova; onde, se osservate avesse fedelmente le imposte condizioni, la repubblica sarebbesi conservata libera sotto la sua protezione. Fu prima sua cura il ristabilimento della pace tra le fazioni nemiche[173]; poi cercò di dar fine alla guerra marittima. Incaricò d'un'ambasciata a Venezia il Petrarca, da poco tempo chiamato alla sua corte, commettendogli di dichiarare al doge Dandolo, ch'egli non prendeva parte all'odio nazionale de' nuovi suoi sudditi, che bramava di riconciliare coi Veneziani; e che, quand'anche non potesse ottenerlo, sperava per lo meno, ch'egli medesimo ed i suoi antichi stati si conserverebbero in pace colla repubblica[174]. Ma i Veneziani non meno accaniti dei Genovesi, risposero col dichiarare la guerra all'arcivescovo, ed i due popoli marittimi raddoppiarono i loro apparecchi per nuove battaglie[175].

[173] _Uberti Folietae Genuens. Hist. l. VII, p. 451._

[174] _De Sade, Memorie per la vita del Petrarca l. V. t. III, p. 345._

[175] _Matteo Villani l. III, c. 93._

I Genovesi scelsero per loro ammiraglio Paganino Doria; quel grand'uomo cui andavano debitori della vittoria del Bosforo, e gli affidarono trentatre galere. Dal canto loro i Veneziani ne armarono trentacinque sempre sotto la condotta di Niccolò Pisani[176]. Mentre quest'ultimo assecondava le operazioni degli Arragonesi in Sardegna, ove Pietro il _ceremonioso_ aveva mandata una ragguardevole armata[177], Doria era entrato nell'Adriatico, ed avea predate varie navi mercantili ed alcune galere che tornavano da Candia a Venezia; avea guastate le coste d'Istria, ed il giorno 11 d'agosto occupata la città di Parenzo, che abbandonò alle fiamme[178]. I Veneziani, atterriti dall'avvicinamento de' Genovesi, mandarono ordine a Niccolò Pisani di venire a difendere la patria. Chiusero con una catena l'ingresso del loro porto, guernirono colle loro milizie _l'arzere_, che servono di riparo alle lagune, e si prepararono ad una vigorosa resistenza qualora fossero attaccati ne' loro focolari. Il doge Andrea Dandolo, autore della più antica storia di Venezia, che siasi conservata, sentì così vivamente la perdita di Parenzo, e l'avvicinamento de' Genovesi, che ne morì il 7 settembre del 1354. Gli fu sostituito Marin Falieri, al di cui nome è assocciata una triste celebrità[179].

[176] _Ivi, l. IV, c. 22._

[177] _Matteo Villani, l. IV, c. 21._

[178] _Marin Sanuto vite de' duchi di Venezia, p. 627._

[179] _Navagero Stor. Venez. p. 1038._

Il Doria, invece d'aspettare nel golfo la flotta veneziana, fece vela verso la Grecia, ed il Pisani, avuta notizia della direzione da lui presa, si affrettò di recarsi negli stessi mari. I due ammiragli cercaronsi nell'Arcipelago senza scontrarsi, onde Pisani prese porto alla Sapienza, ossia porto Lungo presso Modone, per dar riposo ai suoi equipaggi, e riparare le navi. Frattanto divise la flotta in due parti incaricando l'una di fare la guardia, mentre l'altra veniva racconciata. Egli si collocò all'ingresso del porto con sei grandi vascelli e venti galere, che unì con catene le une alle altre. Nello stesso tempo Morosini, suo viceammiraglio, con quindici galere e venti speronare o barche armate, aveva preso terra in fondo al porto assai lontano dall'ingresso[180].