Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)
Part 6
Nelle guerre civili tra Cantacuzèno e l'imperatrice Anna di Savoja, i Genovesi avevano abbracciato le parti dell'ultima, e l'avevano varie volte soccorsa[116]. In mezzo all'universale miseria, essi soli avevano conservate molte ricchezze. Il vicendevole spossamento costrinse alla fine i principi rivali a fare la pace. Convennero di regnare assieme; i due imperatori e le tre imperatrici furono coronati lo stesso giorno, ma erano ridotti in così povero stato, che in questa cerimonia furono costretti di presentarsi al popolo quali re da teatro, ornati di diademi di rame dorato, coperti di gioje di vetro, e serviti a mensa con vasellami di stagno[117]. Nello stesso tempo i Genovesi avevano ingrandito il loro commercio; avevano prestato danaro agl'imperatori, che loro lasciavano in pagamento la riscossione de' reali diritti; e nell'istante della pace più sovrani che i Paleologhi, essi prendevano sulle imposte duecento mila bizanti d'oro all'anno, mentre non ne rimanevano trenta mila all'imperatore[118].
[116] _Niceph. Gregoras, l. XIV, c. 10, p. 373, e l. XV, c. 8, p. 393._
[117] Il giorno 8 gennajo del 1347. _Ivi, l. XV, c. 11, p. 401._
[118] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 1, p. 428._ Il bisanto pare che fosse _l'aureus_ de' successori di Costantino, la 72.ª parte di una libbra d'oro. La libbra d'oro romana valeva circa 960 lire, e quella d'argento lire 66, 67. L'aureus o bisanto valeva dunque 13 lire cent. 33. Veggasi _Gibbon, Decline and. Fall. c. 17, nota 180_.
Mentre ciò accadeva in Costantinopoli, alcuni gentiluomini genovesi avevano, per la seconda volta, conquistata l'isola di Chio, e si erano stabiliti in questa colonia, ov'essi regnavano, mentre nella loro patria erano perseguitati dal partito democratico[119]. Altri Genovesi avevano occupata la città di Focea, e tutte le province si lagnavano dell'arroganza o delle vessazioni di questi ospiti, diventati troppo ricchi e troppo potenti.
[119] _L'an. 1246. Niceph. Gregoras, l. XV, c. 6, p. 388._
La pace del 1347 rese a Cantacuzèno la libertà di prendere in considerazione i disordini cagionati dalle guerre civili, e di pensare alla loro riforma. Ma quest'imperatore era debole e di carattere lento; era circondato da nemici e da malcontenti, impegnato in guerre di religione, la di cui violenza poteva riuscirgli fatale, e minacciato in pari tempo dalle incursioni dei Turchi e de' Serviani. Egli non avrebbe di propria volontà osato di aggiugnere ancora i Genovesi a tanti nemici, ed avrebbe continuato a dissimulare il risentimento che gli cagionavano le loro usurpazioni; ma questi ambiziosi ed arroganti mercanti lo forzarono essi i primi a prendere le armi. Essi vedevano con qualche inquietudine che Cantacuzèno cercasse di ristabilire la sua marina, per chiudere ai Turchi il passaggio del Bosforo, ed impedire che saccheggiassero la Tracia. D'altra parte i Genovesi avevano coll'imperatore un motivo di controversia; essi volevano chiudere entro le fortificazioni di Pera la parte superiore della collina, sul pendio della quale era fabbricata questa città; ed offrivano di comperare questo luogo, da cui un nemico poteva signoreggiarli: l'imperatore, contento di averli in qualche modo sotto la sua dipendenza, ricusava di vendere un terreno che i suoi ospiti cercavano di afforzare contro di lui[120]. Mentre Cantacuzèno trovavasi infermo a Dèmotica, i Genovesi, intolleranti della lunghezza del negoziato, impadronironsi a forza del preteso terreno, lo circondarono d'una palafitta, e cominciarono subito a fabbricare una muraglia, fiancheggiata di torri.
[120] _Niceph. Gregoras Hist. Byzan. l. XVII, c. 1, p. 428. — Cantacuzeni imperat. Hist. l. IV, c. 11, p. 593._
A questo primo insulto, ch'ebbe luogo nel 1348, tennero dietro immediatamente le ostilità: i Genovesi catturarono alcuni battelli pescarecci, e forzarono i Bizantini a chiudere le loro porte. Per altro il senato ed i mercanti di Pera offrivano la pace, a condizioni però, che loro fosse rilasciato il terreno che avevano occupato: i marinai e l'assemblea del popolo chiedevano inoltre che Cantacuzèno disarmasse la sua flotta. Questa ingiuriosa domanda fece rompere le negoziazioni, ed il senato de' Greci, che in assenza dell'imperatore aveva il governo di Costantinopoli, dichiarò la guerra ai Genovesi[121].
[121] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 1, p. 430._
In quattro giorni gli abitanti di Pera allestirono otto galere e moltissime barche armate; corsero le due spiagge del _Chrysocheras_, e bruciarono quasi tutti i magazzini de' Greci, i loro vascelli mercantili, e le galere che l'imperatore faceva costruire o calafattare. Per altro tre di queste ultime furono salvate, avendole i Greci di notte rimurchiate nel fiume Pissa o Barbyssés a molta distanza dalla foce[122]. Intanto gli abitanti di Pera accrescevano le fortificazioni della loro città e del ridotto innalzato sulla colina. Vedevansi gli uomini e le donne trasportare di giorno e di notte la terra, cavare nuove fosse, e piantare più robuste palafitte.
[122] _Ibi, c. 2, p. 341. — Cantacuz. imper. l. IV, c. 11, p. 594._
Lusingavansi i Genovesi di ridurre i Greci in meno di quindici giorni a chieder pace. Siccome le loro galere erano sole padrone del mare, impedivano ad ogni nave d'approdare a Costantinopoli, o venisse dal Ponto Eusino, o dalla Propontide, e fino ne' primi giorni delle ostilità fecero temere alla città una prossima carestia. Ma a fronte delle privazioni, cui andavano soggetti, i Bizantini si prepararono senza lagnarsene ad una lunga difesa. Il loro orgoglio era fieramente irritato dalla considerazione che alcuni stranieri accantonati in un loro sobborgo pretendessero d'imporre legge alla città; e l'antico odio pei costumi e la religione dei Latini faceva loro spiegare un'insolita energia.
Di già era cominciato l'autunno, quando i Genovesi, ricevuti avendo soccorsi da Chio e dalle altre loro colonie del Levante, tentarono di dare l'assalto alle mura della città dalla banda del porto. Avanzaronsi con nove galere e tre grossi vascelli carichi di macchine da guerra, ma trovarono le mura coperte di difensori; perciocchè l'odio nazionale aveva superata l'abituale timidezza, ed i cittadini e gli artigiani di Costantinopoli eransi uniti ai soldati per combattere contro i Latini; onde questi vedendo riuscire vano ogni loro sforzo, ritiraronsi perdenti[123].
[123] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 3, p. 433._
Cantacuzèno, ritornato a Costantinopoli alla metà d'autunno, fece assediar Pera dalla banda di terra, mentre i Genovesi tenevano sempre bloccata la capitale dal lato del mare. In pari tempo faceva costruire nuove galere ne' cantieri fortificati dell'Ippodromo; assoldava truppe straniere, e mostravasi risoluto di voler vendicare l'offesa sua dignità. I cavalieri di Rodi, dopo avere tentato invano di ristabilire la pace, accolsero nella loro isola le donne ed i fanciulli di Pera, ed i più preziosi effetti de' Genovesi, onde sottrarli ai pericoli della guerra[124].
[124] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 4, p. 435. — Cantacuzenus l. IV, c. 11, p. 595._
Così passò l'inverno: ma in sul cominciare della primavera i Greci posero in mare nove grandi vascelli e molte navi ad uno e due ranghi di remi, che essi avevano fabbricati nell'Ippodromo; e perchè non avevano tutti i marinai che abbisognavano per equipaggiare questa flottiglia, arrolarono per la manovra un grosso numero di lavoratori e di artigiani. Quando questa squadra uscì dal porto, l'ammiraglio genovese osservò che i rematori battevano inegualmente l'onda; conobbe agevolmente con quali nemici doveva misurarsi, e concepì le migliori speranze della battaglia che disponevasi a dare. Lasciò che i Greci si avanzassero verso l'isola del Principe, e che s'impadronissero d'un vascello genovese che giugneva allora dall'Ellesponto; egli si pose con nuove galere e varj piccoli bastimenti all'ingresso del porto, aspettando che tornassero addietro[125].
[125] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 5, p. 437. — Cantacuzenus Hist. Byzant. l. IV, c. 11, p. 596._
Il giorno era cupo, ed il vento contrario, quando i Greci tornarono dall'isola del Principe. Per riprendere il porto dovevano raddoppiare la punta settentrionale di Costantinopoli; ed era volgare opinione che avanti al tempio di santa Demetria si trovava un vortice, onde le galere greche passavano lentamente e con timore; la lunga loro linea serravasi verso la riva, e mostrava di temere, più del vortice o degli scogli, i Genovesi che trovavansi dall'altro lato del golfo. Un leggiero movimento della flotta nemica sparse lo spavento tra i contadini che dovevano fare le funzioni di marinaj; molti di loro balzarono sulla spiaggia tosto che si videro abbastanza vicini per isperare di poterla afferrare; altri gettaronsi in mare per giugnervi a nuoto. Bentosto il terrore s'impadronì di tutti gli animi; e prima che i Genovesi fossero a tiro di freccia, più di duecento Greci eransi annegati, volendo fuggire: il rimanente della ciurma erasi posta in salvo sulla spiaggia; e le galere, rimaste senza gente, furono senza combattere prese dai Genovesi e rimurchiate a Pera[126].
[126] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 6, p. 438. — Cantacuzenus Imp. Hist. l. IV, c. 11, p. 597._
Nello stesso tempo le tre galere ch'erano state poste in sicuro entro il canale di Barbissé nel precedente anno, scendevano a traverso al golfo con molte altre navi per unirsi alla grande flotta. Allorchè quelli che le montavano, videro la squadra tutta in mano de' Genovesi, anch'essi atterriti, comandanti, soldati e marinai, tutti precipitaronsi in mare per guadagnare la spiaggia; e queste galere, come le altre, caddero in potere dell'ammiraglio genovese. Finalmente la moltitudine ch'erasi adunata sulle mura di Costantinopoli, meno per difenderle che per vedere lo spettacolo d'un combattimento, presa dallo stesso timor panico, precipitandosi giù dalle mura per fuggire in città in gran parte si uccise o ferì cadendo; ed intanto i Genovesi attribuivano questa rotta a qualche castigo di Dio. Gli antichi loro amici, gli antichi vicini, che avevano vinti senza contrasto, più loro non ispiravano che compassione; loro gridavano ad alta voce di fuggire più lentamente, e di risparmiare le loro vite, poichè i nemici non pensavano pure ad inseguirli[127].
[127] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 6, § 7, p. 440._
Da quest'istante i Genovesi manifestarono la più nobile e generosa moderazione. Alcuni ambasciatori giunti da Genova quattro giorni dopo la rotta della flotta greca, offrirono a Cantacuzèno moderate condizioni, che furono ben tosto accettate. Gli abitanti di Pera pagarono una grossa somma di danaro per rifare l'imperatore de' sofferti danni; gli restituirono il terreno occupato nella parte superiore alla loro città, e promisero con giuramento di non più abusare dell'amichevole ospitalità loro accordata[128]. Cantacuzèno non volle dal canto suo essere vinto di generosità; e dichiarando che possedeva stati abbastanza vasti per non invidiare ai Genovesi un piccolo angolo di terra che loro riusciva così caro, loro diede l'intero possedimento della sommità della collina di Pera, e dei luoghi in cui avevano fabbricato un ridotto[129].
[128] _Ibid, p. 441._
[129] _Cantacuzenus, l. IV, c. 11, p. 598._ — In questo racconto abbiamo seguiti gli scrittori greci; i genovesi non parlano di questa guerra comunque riuscita loro onorevole.
La moderazione dei Genovesi era, a dir vero, prodotta dal timore di trovarsi impegnati in un'altra guerra coi Veneziani per proteggere il loro commercio sul mar Nero. Uno Scita era stato ucciso da un Latino alla Tana in una rissa, e quest'omidicio era stato cagione di una guerra nella piccola Tartaria. Gianis Beg, il Kan de' Tartari, aveva determinato di vendicare la morte del suo compatriotto sopra tutti gl'Italiani che trafficavano sulle coste del mar Nero. Gli aveva scacciati dalla Tana, e li perseguitava a Caffa, ove i Genovesi avevano loro aperto un asilo[130]. Ma quest'ultima città poco temeva gli attacchi d'un'armata indisciplinata. I Tartari in due anni d'assedio non avevano ancor fatta una breccia nelle mura di Caffa, mentre i Genovesi avevano bruciata la Tana, guastate le coste del mar Nero, distrutto il commercio del popolo tartaro, e privata di vittovaglie l'armata che gli assediava[131].
[130] _Matteo Villani, l. I, c. 83, p. 81._
[131] _Niceph. Gregoras, l. XIII, c. 12, p. 347. — Cantacuzenus, l. IV, c. 26, p. 648._
Speravano i Genovesi che tutti i Latini prenderebbero parte alla loro causa, avendo tutti provate le stesse ingiurie, e tutti ugualmente interessati essendo ad ottenere dal Kan de' Tartari la licenza di fortificare la Tana come Caffa, onde porsi al sicuro dagl'improvvisi attacchi d'un popolo barbaro. L'assoluta cessazione del commercio doveva ben tosto costringere i Tartari a far la pace coi popoli dell'Occidente; imperciocchè avevano grandissima copia di mercanzie indigene, e mancavano affatto delle straniere ch'erano avvezzi a consumare, e l'entrate de' più ricchi loro proprietarj erano ridotte al nulla per l'impossibilità di vendere le loro derrate[132]. I Genovesi per la superiorità della loro marina impedivano ai Greci ed agli Asiatici di comunicare colla Tana. Essi invitavano tutti gli Occidentali a stabilirsi in Caffa, loro promettendo in questa città tutti i vantaggi che ottener potevano dal Kan de' Tartari. Ma i Veneziani che in principio delle ostilità eransi rifugiati nella colonia genovese, non resistettero a lungo all'allettamento de' beneficj che faceva loro sperare il commercio cogli Sciti. Visitarono di nuovo i porti delle Paludi Meotidi, ove i profitti che vi facevano erano più grandi, perchè non avevano concorrenti[133]. I Genovesi, dall'altro canto, per mantenere i loro diritti di _blocco_, attaccarono e dichiararono buona preda alcuni vascelli veneziani che veleggiavano verso le foci del Tanai[134].
[132] _Niceph. Gregoras, l. XIII, c. 12, § 6, p. 347._
[133] _Chronicon Estense, t. XV, Script. Rer. Ital. p. 465._
[134] _Niceph. Gregoras, l. XVIII, c. 2, p. 446._
La repubblica di Venezia, non volendo lungo tempo perdere i profitti del commercio del mar Nero, armò trentatre galere, cariche di mercanzie e di soldati, e le spedì alla Tana sotto il comando di Marco Ruzzini[135]. Quest'ammiraglio incontrò in faccia all'isola di Negroponte undici galere genovesi che andavano a Caffa; le attaccò, e, dopo un'ostinata pugna, ne prese nove che mandò a Candia, mentre le altre due si rifugiarono a Pera. Su queste trovavasi l'ammiraglio Filippino Doria, il quale invocò dai suoi compatriotti i soccorsi necessarj per vendicarsi, ed avendoli ridotti a seguirlo con sette galere e molte piccole navi, attaccò improvvisamente la città di Candia, forzò l'entrata del suo porto, bruciò alcune case, liberò tutti i prigionieri fatti nel precedente incontro, e riprese tutte le sue merci e le sue galere, che rimandò a Genova[136], mentre egli tornava a Pera ricoperto di gloria.
[135] Matteo Villani non gli dà che quattordici galere, gli altri storici sono quasi d'accordo sul numero di trentatre. — _Niceph. Gregor. l. XVIII, c. 2, p. 446. — Marin Sanudo, vite de' duchi di Venezia, p. 621. — Navagero Historia Veneziana, p. 1034. — Cortusior. Hist. l. X, c. 7, p. 935._
[136] _Matteo Villani, l. I, c. 84 e 85. — Ubertus Folieta Hist. Genuens. l. VII, p. 448._
In pari tempo Marco Ruzzini aveva protetto il commercio veneto nel mar Nero e nella Palude Meotide. A metà d'autunno attraversò di nuovo il Bosforo[137], ed avuto avviso che i Genovesi di Pera avevano prese nel porto di Candia le navi da lui catturate, risolse di vendicarsi. Prima che potessero avere notizia del suo arrivo fece entrare di notte quattordici de' suoi vascelli nel porto di Costantinopoli, e siccome i Genovesi per certa quale ostentazione avevano costume di lasciare sempre aperti i porti di Pera, i Veneziani sbarcarono senza rumore ed entrarono in questa città. Per altro, al grido delle scolte, i borghesi armaronsi all'istante, attaccarono furibondi i Veneziani, che avevano di già appicato il fuoco ad alcuni vascelli mercantili, e li costrinsero a rimbarcarsi precipitosamente, ed a prendere il largo[138].
[137] Parmi probabile che Ruzzino non abbia attaccata Pera che nel suo ritorno dal mar Nero; lo che però non è chiaramente indicato dagli storici.
[138] _Cantacuzeni Imp. Hist. l. IV, c. 25, p. 646._
Lo stesso giorno un ambasciatore veneziano ottenne udienza dall'imperator greco, proponendogli un'alleanza offensiva colla sua repubblica onde scacciare i Genovesi da Pera e dalla Romania. A fronte dell'odio che Cantacuzèno doveva avere per costoro, volle mantenersi neutrale fra due rivali egualmente formidabili, persuaso che l'alleanza di uno di questi popoli non gli sarebbe in modo vantaggiosa da compensare i mali che gli cagionerebbe la nimicizia dell'altro. Si limitò quindi ad offrire il rinnovamento della tregua convenuta tra i suoi predecessori ed il senato di Venezia, la quale stava per spirare. I Veneziani parvero scontenti del suo rifiuto, ma perchè la stagione era di già molto avanzata, rimisero alla vela per prendere i porti della loro patria[139].
[139] _Cantacuzenus imp. l. IV, c. 25, p. 647. — Nicephorus Gregoras, l. XVIII, c. 2, p. 445._
Genova non era da lungo tempo stata mai così potente come a quest'epoca, imperciocchè tutte le fazioni erano riunite e vivevano in pace sotto il governo del doge Giovanni di Valente. Il senato approfittò di tanta concordia per mettere in mare nel susseguente anno 1351, sotto gli ordini di Paganino Doria, la più formidabile armata. Quest'ammiraglio spiegò le vele in luglio del 1351 con sessantaquattro galere, sulle quali trovavasi la metà de' marinai liguri. Egli corse l'Adriatico, e guastò molte colonie veneziane delle coste. In appresso si diresse verso l'Arcipelago per cercare Niccolò Pisani, l'ammiraglio veneziano[140], che comandava venti galere.
[140] _Matteo Villani, l. II, c. 25._
L'ammiraglio Pisani trovavasi in faccia all'isola di Chio, quand'ebbe avviso dell'avvicinamento di forze tanto alle sue superiori, e disperse la sua flotta per evitarle. Egli andò a Costantinopoli con tre vascelli, ed il suo viceammiraglio cercò rifugio cogli altri nel porto di Calchis nell'isola d'Eubea, di già fin da quell'epoca chiamata Negroponte. Tirò le sue diecisette galere sulla spiaggia, e coll'ajuto di quegli abitanti, sudditi de' Veneziani, si pose in istato di difesa. Paganino Doria, non avendo l'ingresso del porto, lo bloccò. Nello stesso tempo sbarcò parte delle sue truppe, ed assediò dalla banda di terra la città di Negroponte, al quale oggetto fece venire da Pera alcune macchine da guerra[141].
[141] _Matt. Villani, l. II, c. 26. — Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. VII, p. 449 — Marin Sanudo, Vite de' duchi di Venezia, p. 623._ — Debbo avvertire che nella descrizione di questa guerra non solo i diversi storici sono poco conformi rispetto all'ordine degli avvenimenti, ed alla cronologia, ma inoltre riferiscono opposti avvenimenti, e sono imbarazzati nella scelta.
Molti marinai veneziani erano caduti vittima della peste, ed il senato veneto, avvertito del pericolo in cui vedevasi la sua flotta nell'isola d'Eubea, trovavasi inabilitato ad armarne un'altra abbastanza forte da poterla liberare. Cercò quindi estere alleanze, e si volse da prima alla repubblica di Pisa, chiedendole di unire le proprie forze alle sue per vendicarsi della disfatta alla Meloria. Ma Pisa era in allora governata dai Gambacorti, uomini nuovi, che non avevano antichi odj da soddisfare, nè antiche vendette da fare. Inoltre erano essi mercanti, e l'interesse della mercatura faceva loro desiderare la continuazione della pace[142]. Dietro il rifiuto de' Pisani gli ambasciatori veneti passarono in Arragona per offrire la loro alleanza al re Pietro IV omai scontento de' Genovesi, e per risvegliare l'animosità de' suoi sudditi catalani contro gli abitanti della Liguria.
[142] _Matteo Villani, l. II, c. 27._
Alcune famiglie genovesi e pisane avevano, dopo la conquista fattane dagli Arragonesi, conservati i loro feudi in Sardegna. Pietro IV aveva cercato di spogliare la famiglia dei Doria, ma la repubblica di Genova aveva preso a difenderla, e costretto il re a renderle le sue proprietà[143]. Tale era il motivo dell'odio dell'Arragonese contro i Genovesi, onde accolse avidamente la proposizione de' Veneziani, che gli offriva il modo di vendicarsi. Egli promise di formare gli equipaggi de' vascelli, che Venezia gli somministrarebbe, con marinai catalani e con soldati arragonesi[144]; ed il 3 agosto del 1351 i suoi araldi d'armi vennero a dichiarare la guerra al doge, al senato, ed al popolo di Genova[145].
[143] _Zurita Indices Rerum ab Arag. Regib. gestar., l. III, p. 197_.
[144] _Matteo Villani l. II, c. 27_.
[145] _Zurita Indices Rerum, l. IV, p. 204_.
La notizia dell'alleanza de' Catalani coi Veneziani ridusse l'imperatore greco ad abbracciare un partito che oramai credeva il più forte[146]. D'altra parte i Genovesi parvero piuttosto disposti a provocare il suo sdegno, che non a calmarlo. Di pieno giorno lanciarono con una balista un'enorme pietra da Pera sul palazzo, quasi per far prova della portata della loro macchina, e, malgrado le lagnanze loro fatte in proposito, ne lanciarono un'altra all'indomani[147]. I Greci irritati chiamarono Niccolò Pisani, l'ammiraglio veneziano, e l'incoraggiarono ad intraprendere l'assedio di Pera. Di già il Pisani aveva ragunata una nuova flotta di trentadue galere chiamando sotto la sua bandiera tutti i vascelli della sua patria sparsi nella Romania, nel mar Nero, o mare di Siria. I Greci, che gli avevano altresì somministrati alcune navi, segnarono il loro campo per secondarlo ai piè delle mura di Pera[148].
[146] _Niceph. Gregoras, l. XVIII, c. 2, p. 448._
[147] _Cantacuzeni imper. l. IV, c. 26, p. 650._
[148] _Ivi, 648._
Nello stesso tempo Paganino Doria, l'ammiraglio genovese, stringeva l'assedio di Calcide ov'erasi rifugiata una flotta veneziana. Di là aveva intavolato un trattato coll'imperatrice Anna di Savoja, cui offriva soccorsi per rimettere suo figlio Giovanni Paleologo sul trono usurpato da Cantacuzèno. Intanto venne da lui sorpresa una nave leggera, che faceva forza di vele per recare in Calcide la notizia agli assediati d'un pronto soccorso. Erano state armate cinquanta galere, metà a Venezia e metà a Barcellona, le prime sotto gli ordini di Pancrazio Giustiniani, le altre di Ponzio di Santa Paz, ed eransi tutte unite in novembre ne' mari di Messina, di là dirigendosi verso la Grecia. Doria non le aspettò e fece vela alla volta di Tessalonica per sollecitare l'imperatrice Anna ad accettare la sua alleanza; al che non avendo potuto ridurla, sorprese l'isola di Tenedo, ove svernò le sue truppe, e riparò le galere[149].
[149] _Matteo Villani, l. II, c. 34. — Cantacuzenus imper. l. IV, c. 27, p. 662._
Il Pisani, lasciando ai Greci la cura di continuare l'assedio di Pera, si portò a Negroponte coi vascelli che aveva adunati a Costantinopoli; prese sotto il supremo suo comando le galere ch'erano state assediate in Calcide, e le due flotte giunte da Catalogna e da Venezia. Le tempeste della stagione burrascosa, in cui era costretto di navigare, gli avevano fatte perdere sette navi e due ai Catalani, ed alcune altre erano state staccate per secondarie operazioni; ciò null'ostante il Pisani trovavasi ancora alla testa d'una flotta di settanta galere, che divise tra i porti di Corone e di Modone, posti nella Morea, per passarvi i due peggiori mesi dell'inverno[150].
[150] _Matt. Villani, l. II, c. 34._