Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)
Part 5
La potenza de' Ghibellini di Lombardia aveva fino a tale epoca trovato il suo contrappeso in quella della casa guelfa che regnava in Napoli; ma dopo che Giovanna era succeduta al saggio Roberto, tutte le forze de' sovrani e del popolo, consumate in una terribile guerra civile, parevano quasi affatto spente, ed i Fiorentini, stretti dall'arcivescovo di Milano, volgevansi invano verso l'erede di quella casa d'Angiò, che lungi dal potere difenderli, aveva essa stessa bisogno della loro protezione.
Il re d'Ungheria aveva di nuovo nel 1350 attraversato l'Adriatico per condurre nel regno di Napoli dieci mila uomini di cavalleria, che lo avevano seguito montati sopra battelli scoperti[100]. Egli non aveva galere per proteggere la sua flottiglia, di modo che, se Giovanna non avesse lasciata perire la sua marina, essa avrebbe potuto agevolmente fermare gli Ungari sulle opposte rive, o affondare le barche sulle quali si avventuravano. Le truppe che, per una imperdonabile negligenza, Giovanna aveva lasciate sbarcare nel regno, lo attraversarono con facilità; occuparono presso che tutte le città delle due province chiamate principati, ed in appresso assediarono Aversa, la sola piazza che tentasse difendersi. Ma gli Ungari servendo il re in forza della loro dipendenza feudale, non ricevevano da lui pagamento, e dopo un breve termine avevano il diritto di tornare alle loro case. Aversa non fu presa che nell'epoca in cui terminava l'obbligo loro, onde chiesero di ripassare in Ungheria. Lo stesso re stanco delle sue guerre d'Italia, perdeva ogni speranza di conquistare paesi, ove non pensava di stabilire la sua dimora, e desiderava egualmente di riprendere la strada del suo regno. Dal canto suo la regina Giovanna trovavasi debolissima, onde chiedeva caldamente la pace, ed in seguito ad alcune conferenze, fu conchiusa in ottobre del 1350 una tregua che doveva durare fino al 1º aprile del susseguente anno. Si convenne che fino a tale epoca le due parti conserverebbero i loro possedimenti, che i due re e la regina uscirebbero dal regno, e che il papa, nel suo concistoro, rimarrebbe solo giudice dell'attentato commesso contro il re Andrea. Se la corte d'Avignone pronunciava essere la regina colpevole, questa doveva perdere il regno, che sarebbe devoluto al re d'Ungheria: se la corte d'Avignone la dichiarava innocente, il re doveva rinunciare a tutte le sue conquiste, contro il pagamento di trecento mila fiorini a titolo di spese della guerra. A queste condizioni Luigi d'Ungheria tornò ne' suoi stati, dopo avere nominati suoi luogotenenti il cavaliere di Monreale nella Terra di Lavoro, e Corrado di Guilford in Puglia[101].
[100] _Joh. de Thwrocz Chron. Hungar. p. III, c. 17, p. 182._
[101] _Matteo Villani l. I, c. 93. — Chron. Est. p. 462. — Vita Nicolai Acciajuoli a Math. Palmerio t. XIII, p. 1214._
Dietro tale tregua il re d'Ungheria e la regina Giovanna spedirono ambasciatori alla corte d'Avignone per rifare il processo intorno alla morte del re Andrea. Ma gli Ungari, che oramai credevano di avere bastantemente vendicato quest'assassinio, non appoggiavano con grande impegno la loro accusa; ed il papa ed i cardinali erano tutti favorevoli alla casa di Provenza: pure il delitto di Giovanna era tanto manifesto, che non sapevano a qual partito appigliarsi per discolparla senza disonorare sè medesimi. Dopo avere assai protratto il giudizio, s'appigliarono per ultimo ad un partito, che ben mostra quanto la stessa regina confidasse poco nella giustizia della sua causa. I commissarj di Giovanna dichiararono che, quando potesse ancora provarsi che questa principessa avesse mancato ai doveri coniugali, non doveva imputarsi il di lei errore nè alla sua intenzione, nè a cattiva volontà, ma riconoscere ch'ella aveva ceduto alla forza d'un sortilegio, e che la debolezza d'una donna non aveva potuto resistere alla possanza degli spiriti infernali. I commissarj confermarono la strana loro giustificazione colle deposizioni di molti testimonj giurati; e i giudici, cui le dirigevano, essendo ancor essi desiderosi di trovare un pretesto per pronunciare un giudizio favorevole alla regina, la dichiararono innocente del delitto commesso contro Andrea, ed annullarono l'accusa che da tanto tempo pesava sul suo capo[102].
[102] _Matteo Villani l. II, c. 24._
Questo giudizio per altro non ridonò immediatamente la pace al regno di Napoli, perchè la corte d'Avignone trovava di suo utile il prolungamento dell'anarchia. Clemente VI non aveva voluto dare a Luigi di Taranto, sposo di Giovanna, altro titolo che quello di re di Gerusalemme, e non aveva voluto ratificare il trattato tra lui ed il re d'Ungheria. Vero è che gli Ungari si erano ritirati dal regno, ma Luigi di Taranto doveva far guerra ai suoi propri baroni, e non trovava in verun luogo chi volesse ubbidirgli. Egli non aveva danaro per mantenere un'armata, e nemmeno per supplire ai proprj più immediati bisogni. Erasi avanzato fino a Sulmona con intenzione di sottomettere i ribelli della Puglia; e colà vedevasi abbandonato da' suoi soldati, e deriso dalla nobiltà, mentre le principali città del regno rifiutavano d'aprirgli le porte. In tale quasi disperata situazione, ebbe notizia in dicembre del 1351, che il papa lo aveva riconosciuto in pieno concistoro per re di Napoli e di Sicilia. La coscienza del pontefice erasi risvegliata repentinamente, quando una grave malattia l'aveva condotto al limitare del sepolcro, e da quell'istante manifestava la più viva impazienza di rendere la pace all'Italia[103].
[103] _Matteo Villani l. II, c. 61._
In un secondo concistoro tenuto nel susseguente mese, cui assistettero il vescovo di Cinque chiese e Corrado di Guilford quali plenipotenziarj del re d'Ungheria, Clemente VI ratificò la tregua che esisteva tra i due monarchi, e la commutò in perpetua pace. Riconobbe Luigi di Taranto e Giovanna di Provenza come re e regina di Napoli; e nella sua qualità di abituale signore accordò che il regno venisse a certe epoche assoggettato al pagamento di trecento mila fiorini, promessi al re Ungaro per ispese di guerra. Gli ambasciatori d'Ungheria si fecero allora a parlare, e contro l'universale aspettazione dichiararono che il re, loro padrone, non avendo fatta la guerra in Italia per ammassare danaro, ma per vendicare il sangue di suo fratello, assolveva il re, la regina ed il regno dei trecento mila fiorini a lui promessi, e senza veruna condizione rimetteva la regina Giovanna nell'intero godimento dell'eredità de' suoi maggiori[104].
[104] _Matteo Villani l. II, c. 65. — Bonfin. Rer. Hung. Dec. II, l. X, p. 267._ — Il re rilasciò in pari tempo i principi del sangue detenuti a Wisgrade, e li rimandò fino a Venezia. — _Joh. de Thwrocz Chr. Hun. p. III, c. 25, p. 186._
CAPITOLO XL.
_Commercio e colonie degl'Italiani in Levante. — Guerra de' Genovesi coi Greci. — Coi Veneziani. — Battaglia del Bosforo._
1348 = 1352.
Il continente d'Italia difendeva a stento la propria indipendenza contro i Visconti. Questa famiglia era comunemente indicata col nome del serpente che portava ne' suoi stemmi. Essa impiegava alternativamente contro i suoi vicini l'astuzia o la violenza, la perfidia o la sorpresa, per distruggere la loro libertà; e la _biscia_[105] de' Visconti inghiottiva i più deboli stati, o spargeva sugli altri il suo veleno, per farli poi cadere la volta loro. Ma il mare aveva conservata la libertà; due repubbliche italiane ne dividevano l'impero, e non soffrivano sul mare la rivalità d'alcun sovrano dispotico. Non è agevole cosa il ridurre in servitù uomini cui il vasto Oceano tien luogo di patria, e che scuotono, abbandonando la spiaggia, il giogo che vorrebbesi loro imporre; uomini che la forza o l'interesse non legano alla terra, e che non appartengono al suolo che li vide nascere, che pei legami dell'amore. La libertà di Genova era più burrascosa, quella di Venezia più tranquilla e più forte; ma i cittadini delle due città avevano egualmente quell'energia, quelle generosi passioni, che conservano ai popoli la loro indipendenza e la loro gloria, che assicurano agl'individui prosperi successi in ogni stato, e che li rendono atti ad illustrare il loro nome per mezzo delle armi, a rendersi immortali colle lettere, ed arricchirsi col commercio e colla navigazione.
[105] I Visconti portano in campo d'argento un serpente azzurro, coronato d'oro, nell'atto d'inghiottire un fanciullo di color rosso. Dal che deriva che tutti gli scrittori italiani hanno designati i Visconti col nome di _Biscia_ o _Biscione_.
Gli Arragonesi, o piuttosto i Catalani, avevano ancor essi una marina, e venivano in allora risguardati come la terza potenza marittima d'Europa. In tale epoca erano liberi poco meno de' Veneziani o de' Genovesi. Nella loro unione del 1347 contro il re Pietro IV, detto il _cerimoniere_, avevano sostenuti i loro diritti colla più coraggiosa fermezza. Poichè questo principe ebbe in una lunga serie di battaglie vinti i suoi sudditi, si fece recare il libro delle leggi, e feritasi una mano, fece colare il suo sangue sul privilegio dell'unione, onde, diss'egli, abolire e cancellare col sangue d'un re una legge che tanto sangue costato aveva al suo popolo. Ma non osò violare la libertà de' suoi sudditi; egli ne conosceva l'indomabile fierezza e l'attaccamento agli antichi loro privilegi; piuttosto accrebbe le prerogative del giustiziere, il grande rappresentante dei diritti del popolo, e lasciò che Barcellona godesse, sotto la protezione d'un re, di tutti i vantaggi d'una repubblica[106].
[106] _Hieron. Blancas Rer. Aragon. Comment. p. 668-672. — Fueros y observancias del Reyno de Aragon. l. IX, p. 178._
I Siciliani ed i Napoletani tenevano ancora, cinquant'anni prima, un distinto posto tra le potenze marittime; e la loro marina erasi formata ne' tempi in cui Amalfi, Napoli e Gaeta erano repubbliche, in cui Messina e Palermo godevano di una quasi piena libertà sotto la sola protezione della corona. Ma malgrado i talenti e l'attività di Federico, re di Sicilia, malgrado le ricchezze e la perseveranza di Roberto re di Napoli, la marina militare di questi due paesi era affatto spenta, perchè la marina mercantile non aveva potuto sostenersi senza l'energia della libertà. La regina Giovanna, sovrana della Provenza e del regno di Napoli, non aveva vascelli di guerra ne' porti dell'uno o dell'altro stato; i quali non avevano comunicazione tra di loro che per mare, onde la loro sovrana trovavasi per tale comunicazione in arbitrio degli stranieri. Giovanna medesima fu più volte costretta di esporsi al mare, ed ogni volta dovette per questo viaggio noleggiare galere genovesi. Minacciata dagli Ungari, che si affidavano all'Adriatico per invadere i suoi stati, non riuscì a formare una marina, alla quale poteva essere legata la sua sicurezza, e non potè impedire il passaggio della cavalleria ungara sui battelli scoperti. Dimenticando la rivalità de' suoi antenati colla casa di Sicilia, domandò quindici galere in dono a don Luigi d'Arragona, o piuttosto alla Reggenza di Palermo, che governava la Sicilia a nome del re minore; ed a tale prezzo rinunciò a tutti i pretesi diritti che la casa d'Angiò faceva valere da settant'anni sui paesi al di là del Faro. Ma le galere siciliane a lei promesse non poterono mai dar le vele.
I Greci, ai quali l'infinito numero delle loro isole e l'assoluto bisogno di chiudere ai Turchi il passaggio dei mari, imponevano imperiosamente il mantenimento d'una marina, l'avevano lasciata andare in ruina. Quella de' Pisani più non aveva potuto rifarsi dalla rotta avuta alla Meloria nella fatale battaglia contro i Genovesi. E per ultimo i Francesi nelle lunghe guerre di Filippo di Valois con l'Inghilterra assoldarono le galere dei Genovesi, e gl'Inglesi non sapevano ancora circondare la loro isola con quelle nobili fortezze che assicurano adesso la sua prosperità e la sua gloria. Vero è che nel Nord le città della vasta rada avevano di già una fiorente marina: ma assai di rado vedevasi ne' porti del Mezzogiorno.
Il solo Mediterraneo era sempre solcato da navi da guerra, o mercantili; non ancora per gli Europei esisteva l'America, e sconosciuta era la strada alle Indie intorno al continente dell'Africa. L'Oceano era deserto, ed i regni d'Occidente comunicavano piuttosto per terra che per mare con più fertili ed industriosi paesi. I due più vasti e più ricchi rami di commercio del mondo, quelli che in ogni tempo fecero prosperare tutti gli altri, il commercio del Nord-est e quello delle Indie, facevansi sul Mediterraneo, uno ne' porti del mar Nero, ed alla foce dei fiumi della Russia, l'altro coll'intervento degli Armeni o degli Arabi ne' porti della Grecia, della Siria o dell'Egitto.
Gli stessi progressi dell'incivilimento rendevano ogni dì più necessarj ai popoli i prodotti di una ricca terra, ma tuttavia selvaggia. Quando la coltivazione s'accresce, le foreste vanno scemando, e scompajono gli animali selvaggi che le abitavano. In allora conviene chiedere ad altri paesi, rimasti quasi deserti, i prodotti di quelle stesse foreste, che sono la principale materia delle arti, e che la civiltà medesima ci rende necessarj. La Russia, già da più secoli, è il magazzino de' legni da costruzione di tutta l'Europa, della canape di cui si fanno le vele e le gomene, della pece, della cera, del sego, delle pellicce. Alcune di queste mercanzie tanto necessarie alla navigazione ed alle arti, possono al presente venirci somministrate dall'America settentrionale; tiriamo il rimanente dai porti del mar Baltico; e più anticamente tiravansi da quelli d'Arcangelo. Nel quattordicesimo secolo tutto questo commercio facevasi per il mar Nero; le mercanzie del Nord scendevano i fiumi che gettansi in questo mare, specialmente il Don o Tanai; tutto quanto andiamo oggi a cercare nel Baltico, nel mar Bianco, ed alle foce del san Lorenzo, trovavasi raccolto nella piccola Tartaria; e le repubbliche di Venezia e di Genova, premurose di dare consistenza ai loro banchi del mar Nero, fecero diversi trattati di commercio coi successori d'Octai Kan e di Zengis, che circa nella metà del 13.º secolo avevano conquistata o corsa la Russia, la Polonia, l'Ungheria e la Moldavia[107].
[107] _Ricerche sul commercio veneto del conte Marsigli, p. 54._
Le città di Caffa e della Tana furono preferite a tutte le altre per essere l'emporio delle ricche esportazioni della Russia, e dei prodotti dell'industria italiana, destinati al consumo de' Tartari e de' popoli del Nord. Caffa nella Crimea era una colonia dei Genovesi interamente soggetta alla loro sovranità. In principio del quattordicesimo secolo avevano da un capo tartaro comperato il diritto di fabbricare alcune botteghe e poche case sulla spiaggia; ben tosto i profitti del commercio vi chiamarono una numerosa popolazione; il muro innalzato per difendersi da ladri, diventò una regolare fortezza; i Genovesi, che vi si domiciliavano, alzavano al di sopra de' loro magazzini sontuosi palazzi; e la colonia che cercavasi di rendere simile alla superba Genova sua metropoli, prese in breve il più florido aspetto[108].
[108] _Nicephorus Gregoras Hist. Byz. l. XIII, c. 12, p. 346._
Tana, posta alle foci del Tanai e vicina ad Azour, era soggetta ai sovrani tartari, ma i Genovesi ed i Veneziani avevano stabilimenti considerabilissimi in questa città; i Fiorentini ed altri popoli d'Italia vi avevano pure aperti i loro banchi; onde vi si trovavano accumulate immense ricchezze; e quando le avanie de' Tartari, i tremuoti o gl'incendj ruinavano i mercanti della Tana, la perdita loro era risentita da tutto l'Occidente.
Mentre una delle rive del mar Nero offriva agl'Italiani il commercio che noi facciamo adesso coll'America, l'altra apriva loro la più frequentata strada delle Indie orientali. Tutte le città della costa opposta alla Tartaria erano animate da un attivissimo e vantaggioso commercio. Sopra tutto Sinope e Trabisonda erano abitate da numerose colonie di mercanti italiani e visitate ogni giorno dai loro vascelli. Sinope era un importante punto di comunicazione coi Turchi dell'Asia minore; Trabisonda, sede d'un piccolo impero greco nato dai rottami di quello di Costantinopoli, e governato da un Comneno[109], apriva una più importante comunicazione coll'Armenia, ed agevolava il commercio di questo ricco regno.
[109] _Nicephor. Gregoras Hist. Byz, l. XIII, c. 11, p. 346._
Gli Armeni avevano ricuperata la loro indipendenza nel dodicesimo secolo; e questo popolo montanaro, il più industrioso, il più sobrio e più attivo dell'Asia, aveva cercata l'alleanza de' Latini, che professavano la sua medesima religione[110]. Prima degli altri, i Veneziani avevano ottenuti in Armenia i più grandi privilegi; essi soli potevano trafficare sui _camelotti_, ed esportare la lana o _camelo_ delle capre d'Angora, la di cui esportazione era vietata a tutti gli altri mercanti. Essi andavano esenti da gabelle, potevano possedere case, chiese ed alberghi; avevano pure il diritto di coniare danaro, e di essere giudicati dai loro proprj magistrati; finalmente vi godevano un'assoluta franchigia per attraversare tutti gli stati armeni colle mercanzie che tiravano dalla Tauride e dalla Persia[111].
[110] La chiesa d'Armenia era stata unita alla chiesa cattolica l'anno 1145, 1190, 1247.
[111] _Ricerche sul commercio veneto, p. 49._
Questa comunicazione a traverso l'Armenia aveva fatto di Trabisonda uno de' mercati del commercio delle Indie. I prodotti di que' felici climi, e sopra tutto le spezierie, furono in ogni tempo l'oggetto del più lucroso commercio del mondo. Tutti i paesi domandano e consumano ciò che una sola contrada produce, ed ancora scarsamente. Le spese e le difficoltà del trasporto da una all'altra estremità del globo, hanno successivamente dati a diversi popoli i mezzi di stabilire un monopolio sulle spezierie: allora soltanto si è potuto dire con verità ciò che fu così spesso ripetuto a torto degli altri commerci di oggetti di consumo: tutte le nazioni sono tributarie di quella che è in possesso di somministrare le spezierie e gli aromi delle Indie.
Nel 14º secolo, questo ricco commercio facevasi a traverso dell'Asia per più strade in un tempo medesimo. Ma tutte queste strade erano pericolose, le frequenti rivoluzioni de' paesi che i mercanti dovevano attraversare, interrompevano i loro viaggi e ne fermavano le speculazioni. Fra le carovane che portavano dalle Indie colle spezierie i prodotti delle manifatture dell'Indostan e della China, alcune attraversavano la Battriana o grande Bucaria; i convogli delle mercanzie scendevano in appresso l'Oxus, navigavano a traverso del mar Caspio, rimontavano il Cyrus, e finalmente per il Faso discendevano nel mar Nero. Altre mercanzie abbondavano nel golfo Persico, e per mezzo dell'Eufrate penetravano nell'Assiria, di dove venivano dirette ai diversi porti di Terra santa o dell'Asia minore. Finalmente alcune per il mar Rosso passavano ad Alessandria d'Egitto. E per tal modo dalla foce del Tanai fino a quelle del Nilo, le diverse città marittime possedute dai Tartari e dai Turchi, dai Greci e dagli Arabi, furono a vicenda arricchite dal commercio dell'India. I Veneziani ed i Genovesi, che avevano dato a queste città il nome di Scalo, stabilirono in tutte fattorie per raccorre gli aromi; ed essi soli ne provvedevano poi tutta l'Europa.
Costantinopoli trovavasi nel centro del commercio del mar Nero, dell'Asia minore e dell'Egitto. Gli abitanti di questa città, snervati da lunga schiavitù, non avevano la necessaria energia per eseguire essi medesimi le intraprese commerciali, cui erano chiamati dalla loro situazione[112]. Ma Costantinopoli era sempre il gran mercato dell'Oriente, ed in mancanza de' Greci, gl'Italiani venivano a fare i loro proprj affari. I Veneziani possedevano in Costantinopoli un quartiere circondato di mura, e chiuso da porte, come quegli abitati a' nostri giorni dagli Ebrei in quasi tutte le città d'Italia. Avevano inoltre nel porto un ancoraggio separato e circondato di palafitte. La colonia era governata, come una piccola repubblica, da un balio che faceva le veci del doge, da' giudici, da' consiglieri e da' savj. I piccoli stabilimenti de' Veneziani nella Romania erano subordinati a quello di Costantinopoli, ed i più grandi avevano separati governi.
[112] La pietà ed il disprezzo che i Greci mostravano per la fatica e la miseria di una vita consacrata al commercio viene espressa dagli storici loro quando parlano dei latini: Εἰωθὸς νὰρ τοῖς λατίνοις, καὶ μάλιςτα τοῖς ἐκ Γεννȣας, ἐμπορικῷ τὰ πλεῖςτα καὶ θαλαττίῳ βίῳ προςταλαιπωρεῖςθαι.
_Niceph. Greg. Hist. Byz. l. XIII, c. 12, p. 346._
La colonia bizantina de' Genovesi era assai più importante. Michele Paleologo, volendo mostrarsi grato ai soccorsi da loro ricevuti per racquistare la capitale, aveva loro ceduta la sovranità del sobborgo di Pera o Galata, posto in faccia a Costantinopoli, e dall'altro lato del porto. Tutti i Genovesi vi avevano trasportati i loro banchi, e, sotto il regno del vecchio Andronico, avevano circondata la nascente loro città prima di una doppia, poi di una triplice linea di mura. Pera, che stendevasi tra le colline ed il golfo, sopra una lunghezza quattro volte maggiore della larghezza, aveva quattro mila quattrocento passi di circuito[113]. Le case alzate a guisa di terrazzi le une sopra le altre, godevano di tutta la vista del mare e di Costantinopoli. Ogn'anno vedevasi crescere il loro numero e la magnificenza loro; e se l'impero greco non fosse caduto sotto le calamità che lo percossero incessantemente, in meno d'un secolo la città genovese avrebbe uguagliato in isplendore ed in popolazione la capitale dell'Oriente[114].
[113] _Petri Gyllii de Topografia Constan. l. IV, c. 11, p. 329. In Banduri Imper. Orient._
[114] _Petri Gyllii de Topographia Constan. l. IV, c. II, p. 330. In Banduri Imper. Orient._
È già molto tempo che più occupati non ci siamo delle rivoluzioni di Costantinopoli. Siccome l'impero greco si andava debilitando, diminuiva altresì la sua influenza sulla politica d'Europa; i Paleologi erano ben lontani dal potere come i Comneni turbare l'Italia coi loro intrighi, formando su questa contrada progetti di conquista; essi invece non chiedevano che di essere dimenticati, e lo erano effettivamente. I principi di Taranto, eredi dei pretesi diritti degl'imperatori latini di Costantinopoli, erano ancor essi troppo deboli per far valere i titoli onde continuavano ad onorarsi. Ridotti al rango di nobili faziosi nella languente monarchia di Napoli, non pensavano pure ad armare l'Europa per riconquistare l'impero greco. Più non attaccavano, e non erano attaccati. Da ambo le parti si vivea nel riposo dell'impotenza. I negozianti soltanto ed i letterati mantenevano le relazioni della Grecia coll'Italia.
Civili guerre desolarono l'impero greco nella prima metà del quattordicesimo secolo. Andromico il vecchio, e suo nipote dello stesso nome, rinnovarono tre volte le ostilità l'uno contro l'altro dal 1321 al 1328. Il vecchio pusillanime, incostante, superstizioso, lasciò infine il trono al giovane Andromico, non meno di lui incapace di governare. Sotto il regno dell'ultimo, nuovi disordini afflissero pel corso di dodici anni l'Impero d'Oriente. Andromico morì nel 1341, e lasciò suo figliuolo, ancora fanciullo, sotto la tutela dell'ambizioso Cantacuzèno, in allora curopalata. Sua vedova, l'imperatrice Anna di Savoja, pretendeva d'aver parte nel governo, ed attaccò Cantacuzèno per ispogliarlo dell'amministrazione, il quale si fece sforzare dai suoi partigiani ad assumere la porpora, sotto pretesto di poter meglio difendere il pupillo[115]. In questo tempo i Turchi guidati da Akmano e dal suo successore Orcano avevano terminato di conquistare tutte le province greche dell'Asia; erano poscia entrati in Europa come ausiliarj di Cantacuzèno; e le conquiste loro in queste province, fino a tale epoca non invase, minacciavano omai l'ultima ruina al debole impero de' Greci.
[115] _Niceph. Gregoras, l. XII, c. II, p. 306._