Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)
Part 4
[70] _Corio, Istorie Milanesi, p. III, p. 224._
Il vescovo di Ferrara, di conformità alle ricevute commissioni, aveva cercato di eccitare nemici e formare una lega contro i Visconti; ma i signori di Lombardia, che tutto avevano a temere dall'ambizione dell'arcivescovo, non avevano forza da resistergli. Giacomo da Carrara il vecchio era stato assassinato da un bastardo della propria famiglia, onde la signoria di Padova era stata data a gioventù inesperta[71]. Mastino della Scala morì improvvisamente il 3 giugno del 1351 in età di 42 anni, nell'anno vigesimo terzo del suo regno. Gli succedettero i suoi tre figliuoli Can grande II, Can signore, e Paolo Alboino, niuno de' quali aveva i talenti del padre; ed Alberto suo fratello non volle avere alcuna parte al governo[72]. Le repubbliche di Firenze, Siena e Perugia avevano, ad insinuazione del legato, spediti dei deputati ad Arezzo, per concertarsi coi signori di Verona e di Ferrara intorno ai mezzi di mantenere l'equilibrio d'Italia; ma Siena e Perugia, trovandosi in tanta distanza da Milano, non si credevano esposte a verun pericolo, onde ricusavano di fare sagrificj per la causa comune; e la subita morte di Mastino fece abbandonare da tutti i deputati una dieta che non sapeva prendere alcun partito. Can grande, che aveva sposata una nipote dell'arcivescovo di Milano, approfittando di quest'occasione, strinse con lui nuova alleanza[73].
[71] _Cortusior. Hist. l. X, c. 4 e 5, p. 933._
[72] _Chron. Esten. l. XV, p. 464. — Chronicon. Veron, l. VIII, p. 653._
[73] _Matteo Villani l. I, c. 76._
E per tal modo la repubblica di Firenze fu la sola che mostrasse abbastanza coraggio per volersi opporre ai progressi della casa Visconti. La diserzione di tutte le altre potenze lasciavanla esposta in prima linea agli attacchi di così pericoloso vicino. Tutti i tiranni di Romagna, tutti i gentiluomini ghibellini della Toscana si associavano al signore di Milano, la di cui armata spedita per fare l'assedio d'Imola, minacciava nello stesso tempo i confini della repubblica fiorentina, la quale non poteva fidarsi ai trattati di pace che aveva convenuti con quel tiranno[74].
[74] _Lo stesso, c. 77. — Cronica di Bologna t. XVIII, p. 423._
Conveniva per lo meno provvedere che le città toscane, che si governavano a comune sotto la protezione della repubblica, non aprissero ai Milanesi i passi delle montagne. Prato e Pistoja, città situate nel piano medesimo di Firenze, stendevano la loro giurisdizione alle montagne che dividono la Toscana dal Bolognese, ed il governo di queste due città, che potevano diventare pericolose piazze d'armi in potere dei nemici, non ispiravano troppa sicurezza al partito guelfo. A Prato la famiglia de' Guazzalotti, resa potente dal favore dei Fiorentini, godeva di un quasi tirannico potere. Gli antichi capi di questa famiglia erano stati rimpiazzati, quando morirono, da gioventù invanita della propria importanza in quella piccola città; affettava modi principeschi, e disprezzo pei Fiorentini suoi antichi protettori. L'audacia sua giunse tant'oltre di condannare a morte due innocenti cittadini, sospetti di congiura, e di farne eseguire la sentenza malgrado le calde preghiere della signoria fiorentina. Questa fece allora avanzare le sue milizie fino alle porte di Prato, e prese in sua custodia la città; trattando in pari tempo colla regina Giovanna, la quale aveva ereditato dal duca di Calabria dei diritti sulla città di Prato, e facendo l'acquisto di tali diritti alla sovranità di Prato per 17,500 fiorini, unì difinitivamente quel piccolo stato al territorio fiorentino[75].
[75] _Matteo Villani, l. I, c. 71, 72, 73. — Jannoti. Manetti Hist. Pistor. l. III, t. XIX, p. 1061._
I priori di Firenze avevano pure pensato di sorprendere Pistoja, e senza averne ricevuta l'autorità dal popolo o dai consigli della repubblica, avevano fatta tentare la scalata la notte del 26 marzo 1351. Ma i Pistojesi, sdegnati per questo tradimento, avevano vigorosamente rispinti gli assalitori; e mostravansi disposti di abbandonare il partito guelfo e le antiche loro alleanze per vendicarsi di una ingiusta aggressione. Dall'altro canto i Fiorentini, sebbene altamente biasimassero la condotta de' loro priori, vedevansi costretti a cingere d'assedio una città che sapevano vicina a darsi in mano dei Visconti. Per altro le loro milizie astenevansi dal recare danno ad antichi alleati, che attaccavano loro malgrado, ed i priori chiedevano caldamente che si entrasse in negoziazioni, onde colla mediazione di alcuni gentiluomini guelfi ottennero di stabilire un trattato fra le due repubbliche. La libertà della più debole fu mantenuta nella sua integrità; ma i Fiorentini ottennero di mettere guarnigione nella fortezza di Pistoja e nelle altre due fortezze di Serravalle e della Sambuca[76]. Alcune delle porte della Toscana parvero in tal modo chiuse al tiranno della Lombardia; ma altrove, rivoluzioni eccitate da' suoi maneggi in vicinanza di questa provincia gli aprivano nuove strade. Ovunque un usurpatore occupava il governo, il Visconti acquistava un alleato, e la repubblica un nemico. Ad Orvieto Benedetto Monaldeschi, che voleva appropriarsi il supremo potere, si assicurò preventivamente l'assistenza dell'arcivescovo di Milano; adunò in propria casa i suoi satelliti, e loro distribuì le armi; fece loro conoscere il segno dietro il quale dovevano recarsi in piazza, indi portossi in consiglio per abboccarsi con due de' suoi parenti, i Monaldi ed i Monaldeschi, che conosceva troppo incorrotti, per isperare che acconsentissero alla sua usurpazione. Quando fu terminato il consiglio li chiamò da banda, e, conducendoli innanzi alla propria casa, li fece assassinare sotto i suoi occhi. Era questo il segno che aspettavano gli sgherri adunati presso di lui; si affollarono subito in piazza, presero d'assalto il palazzo del governo, saccheggiarono le case ed i magazzini de' mercanti, uccisero coloro che facevano resistenza, e proclamarono Benedetto di Bonconte Monaldeschi signore d'Orvieto. Dopo pochi giorni si rese pubblica l'alleanza di questo nuovo signore coll'arcivescovo Visconti[77].
[76] _Matteo Villani, l. I, c. 95, 96, 97. — Cronaca di Bologna, t. XVIII, p. 426. — Chron. Est. p. 464._ L'accordo fu fatto il 14 aprile del 1351.
[77] _Cron. d'Orvieto t. XV, p. 657. — Matteo Villani, l. I, c. 80, p. 78._
Quasi nello stesso tempo Giovanni Cantuccio dei Gabrielli usurpò la signoria di Gubbio sua patria, mentre gran parte de' suoi concittadini trovavansi al governo, come podestà, di altre città d'Italia; perciocchè tutti i gentiluomini di Gubbio seguivano la carriera della giudicatura, e verun'altra città somministrò tanti rettori alle repubbliche italiane. Un'armata di emigrati giunse in breve ad attaccare il nuovo tiranno, formando di concerto coi Perugini l'assedio di Gubbio; ma Giovanni de' Gabrielli, sebbene originario guelfo, chiamò in suo ajuto i Ghibellini; le truppe dell'arcivescovo Visconti vennero a difenderlo, obbligando gli assedianti a dar luogo[78].
[78] _Matteo Villani, l. I, c. 81 e 82._
Gli Ubaldini, gli Ubertini, i Tarlati ed i Pazzi erano intervenuti ad una dieta tenuta dai Ghibellini in Milano nel mese di luglio; e si erano veduti in quest'adunanza gli ambasciatori dei Pisani, i Castracani di Lucca, i conti di Santafiora e di Spadalunga delle montagne di Siena, ed i deputati dei signori di Forlì, di Rimini e di Urbino. Ogni cosa faceva credere la burrasca vicina a piombare sulla repubblica fiorentina; ma perchè l'arcivescovo di Milano l'andava ogni giorno assicurando del suo vivo desiderio di conservare la pace e la buona intelligenza, i priori di Firenze non aprivano gli occhi sui pericoli ond'erano minacciati, nè pensavano a porsi in istato di difesa[79].
[79] _Matteo Villani, l. I, c. 77, l. II, c. 2._
Erasi scoperta in Bologna una pretesa congiura contro l'arcivescovo di Milano, il quale aveva fatto punire colle verghe uno de' Pepoli, e condannare co' suoi figliuoli a perpetua prigionia, onde ritogliergli il danaro che gli aveva dato per acquistare la sua sovranità[80]. Mentre i Fiorentini occupavansi di questo fatto, si seppe improvvisamente che un emigrato Pistojese aveva sorpreso il castello della Sambucca che signoreggiava il passaggio degli Appennini, nel mentre che Giovanni d'Oleggio, generale del signore di Milano, trovavasi soltanto quattro miglia lontano da Pistoja con un corpo dell'armata che poc'anzi formava l'assedio d'Imola[81].
[80] _Chron. Esten. t. XV, p. 465. — Matteo Villani, l. II, c. 3. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 423._
[81] _Matteo Villani, l. II, c. 4. — Petri Azarii Chron. c. 11, p. 327. — Cron di Bologna, p. 424._
Fortunatamente Giovanni d'Oleggio si trattenne due giorni alle falde dell'Appennino per aspettare il rimanente delle truppe; onde cinquecento cavalli e seicento fanti di Firenze ebbero tempo di gettarsi in Pistoja il 28 luglio, prima che la città fosse cinta d'assedio, riparando in tal modo col loro zelo la negligenza de' magistrati[82]. Ma la congiura formata contro Firenze nella dieta dei Ghibellini a Milano scoppiò in ogni parte. Le truppe adunate nelle diverse piazze della Lombardia marciavano tutte alla volta della Toscana; i signori di Venezia e della Romagna somministravano i convenuti sussidj di truppe all'armata milanese; gli Ubaldini armavano tutti i loro vassalli degli Appennini; ed alla testa de' medesimi bruciarono Firenzuola, le di cui mura non erano ancora state rifatte, ed occuparono Montecoloreto[83]. Pietro Saccone dei Tarlati, il più formidabile partigiano che avesse prodotto l'Italia, guastava cogli Ubertini e coi Pazzi tutte le vicinanze di Bibiena[84]. Temevasi in Firenze che anche i Pisani non si unissero a tanti nemici, imperciocchè sapevasi che, come gli altri Ghibellini, avevano ancor essi mandati i loro deputati alla dieta di Milano; ma il timore di cooperare all'ingrandimento di un tiranno prevalse nel consiglio di Pisa al furore dello spirito di partito, e la repubblica ricusò di prendere le armi contro un popolo, bensì rivale, ma che solo sosteneva in Italia la causa della libertà[85].
[82] _Matteo Villani, c. 5._
[83] _Matteo Villani, l. II. c. 6_.
[84] _Ivi, c. 7_.
[85] _Ivi, l. I, c. 4_.
I Fiorentini spedirono deputati a Giovanni d'Oleggio per chiedere i motivi d'una aggressione non preceduta da veruna dichiarazione di guerra, mentre sapevano di non aver dato all'arcivescovo di Milano, suo padrone, verun motivo di lagnanza, e non avevano con lui alcuna controversia. Oleggio gli accolse in presenza del suo consiglio di guerra, e loro rispose in questi termini:
«Il nostro signore messer l'arcivescovo di Milano è potente, benigno e grazioso signore: e non fa volentieri male ad alcuna persona: anzi mette pace e accordo in ogni luogo, ove la sua potenzia si stende; ed è amatore di giustizia, e sopra gli altri signori la difende e mantiene, e qui non ci ha mandati per mal fare; ma per volere tutta Toscana riducere, e mettere in accordo e in pace. E levare le divisioni, e le gravezze, che sono tra i popoli, e comuni di questo paese. E però che a lui è pervenuto e sente le divisioni e discordie, e sette, e le gravezze che sono in Firenze, le quali conturbano, e gravano la vostra città, e tutti i comuni di Toscana, ci ha mandati qui a fine, che noi vi governiamo, e reggiamo in pace, e in giustizia per lo suo consiglio, e sotto la sua protezione e guardia. E così intende di volere addirizzare tutte le terre di Toscana. E dove questo non possa fare con dolcezza e con amore, intende farlo per forza della sua potenzia, e degli amici suoi. E a noi ha commesso, ove per voi non si ubidisca al suo buono e giusto proponimento, che mettiamo la sua oste in sulle vostre porte, intorno alla vostra città. E che ivi tanto manterrà quella, accrescendola, e fortificandola continuamente; combattendo d'ogni parte il contado e distretto del vostro comune, con fuoco e con ferro, e con prede de' vostri beni, che tornerete per vostro bene a fare la volontà sua[86].»
[86] _Matteo Villani l II, c. 8, p. 102._
I governi, macchiati dalla ingiustizia e dal tradimento, hanno spesso fatto abuso dei nomi della virtù e dell'onore, e posto in bocca alla più sfrenata ambizione i discorsi della moderazione e della giustizia: ben possono essi, fin dove stendesi la loro autorità, non lasciar sentire che la propria voce; ma non possono ingannare la posterità, come non illudono coloro cui addirizzano i loro proclami. Le scritture cui affidano le loro menzogne, non saranno conservate come documenti storici che possano far conoscere i fatti o le intenzioni di coloro che le pubblicarono, ma come infallibili testimonianze della bassezza e falsità loro. Gli ambasciatori fiorentini, cui il Visconti d'Oleggio negò passaporti per recarsi a Milano, alla corte dell'arcivescovo, tornarono a Firenze ad informare la signoria della risposta ipocrita ed altera loro data, la quale comunicata al popolo, e registrata nelle cronache, eccitò lo sdegno universale, e somministrò nuove forze alla repubblica.
I Fiorentini mandarono in Prato ed in Pistoja tutte le truppe assoldate che avevano, confidando la difesa delle altre fortezze agli abitanti loro, e le milizie fiorentine si riservarono la custodia delle mura della capitale. La signoria, sorpresa nel cuor della pace, non aveva al suo soldo verun capitano di guerra, od armata in istato di tenere la campagna, mentre il Visconti d'Oleggio aveva sotto i suoi ordini, nel piano di Pisa, cinque mila corazzieri a cavallo, due mila cavallegeri, e sei mila fanti. Con queste formidabili forze il generale milanese portò il suo quartiere generale negli aperti villaggi di Campi, Brozzi e Peretola, e spinse i saccheggi fino alle porte di Firenze[87].
[87] _Matteo Villani l. II, c. 9. — Chron. Est. p. 468. — Chr. Mutin. Joh. de Bazano, p. 617._
Ma i contadini all'avvicinarsi dell'armata nemica eransi fatti solleciti di riporre in luoghi di sicurezza tutto quanto possedevano di più prezioso, e si erano riparati essi medesimi nelle castella murate coi loro bestiami e gli approvigionamenti da bocca: onde i Milanesi non tardarono a sentire la mancanza delle vittovaglie, ed a soffrire gl'incomodi del caldo, ch'era di que' giorni estremo. Per procurarsi approvigionamento, e soltanto per parlare ad un contadino o per entrare in una casa, erano costretti d'intraprendere un assedio, giacchè la campagna non aveva abitatori, trovandosi tutti gli agricoltori chiusi in terre e castella murate. Onde non potendo l'Oleggio più lungamente tenersi nel piano di Firenze, prese la via della valle di Marina, ed entrò in quella di Mugello, ove dopo alcuni giorni di riposo intraprese l'assedio di Scarperia[88].
[88] _Matteo Villani l. II. c. 11 e 12._
Il borgo di Scarperia era male fortificato, non avendo mura che da un solo lato, e dagli altri una fossa con palafitta, e dietro la fossa le muraglie delle prime case. La guarnigione consisteva in duecento corazzieri e trecento fanti; mentre Oleggio alla sua formidabile armata aveva di fresco uniti tutti i Ghibellini degli Appennini, onde vedevansi le sue truppe coprire tutta la campagna. Non pertanto i comandanti di Scarperia risposero all'intimazione d'arrendersi, che avevano mezzi per difendere tre anni la fortezza loro affidata, e rispinsero vigorosamente un primo assalto dato il giorno 20 d'agosto[89].
[89] _Matteo Villani l. II, c. 15. — Petri Azarii Notar. Novarien. Chron. p. 328._
Mentre l'armata del Visconti veniva trattenuta sotto Scarperia, i Fiorentini andavano assoldando cavalli; ma niun capitano rinomato voleva entrare al loro servigio per non farsi nemico il signore di Milano. Furono perciò costretti a rinunciare al progetto di mettersi in campagna, e a dare ai cittadini fiorentini il comando delle compagnie che arrolava la repubblica per afforzare i castelli del Mugello e i passi delle montagne. I contadini accorrevano a militare sotto le insegne di questi varj comandanti, che gli avvezzavano alla guerra con giornaliere zuffe, attaccando con vantaggio e prendendo frequentemente i convogli di viveri che giugnevano di Lombardia per mantenere l'armata de' Visconti. I Sienesi avevano mandati ai Fiorentini un corpo di truppe ausiliarie[90], ed i Pisani avevano ostinatamente ricusato di prender parte nella guerra dell'arcivescovo, e di rompere il trattato di pace che avevano fatto coi Fiorentini[91]. Entro Firenze l'ordine pubblico e la tranquillità si mantenevano malgrado la guerra; i cittadini disarmati attendevano al loro commercio, e la banca ossia _monte_ continuava i pagamenti senza mostrare veruna diffidenza; mentre i soldati milanesi sentivano essi soli quasi tutti i danni delle ostilità da loro cominciate.
[90] _Agnolo di Tura Cron. di Siena t. XV, p. 126._
[91] _Matteo Villani l. II, c. 20. — Cron. di Pisa t. XV, p. 1023._ Ma avvi abbaglio nella data. Pone essa questi avvenimenti nell'anno 1354, o 1353 volgare. _B. Marangoni Chron. di Pisa, p. 709._
Frattanto il castello di Scarperia veniva ostinatamente attaccato; le macchine degli assedianti non cessavano nè giorno nè notte di lanciare enormi massi di pietre; la guarnigione, resa debole da continue zuffe, cominciava a prevedere che non avrebbe potuto resistere lungo tempo contro forze tanto superiori; e la cavalleria ausiliaria, che i Fiorentini aspettavano da Perugia, non aveva potuto giugnere, essendo stata svaligiata da Pietro Saccone dei Tarlati, che l'aveva sorpresa con un'imboscata[92]. La signoria, non avendo alla testa delle sue truppe un generale sperimentato, non osava tentare la liberazione di Scarperia col dare una battaglia, e cercò piuttosto di rinforzarne la guarnigione. Due coraggiosi cittadini, un Giovanni Visdomini ed un Medici, che professavano ambidue il mestiere delle armi, intrapresero di condurre, il primo trenta corazzieri, l'altro ottanta pedoni scelti, a traverso al campo nemico fino entro le mura di Scarperia. Tutti i soldati da loro scelti erano tedeschi; l'armata dei Visconti trovavasi in gran parte composta di mercenarj della stessa nazione, onde la confusione del linguaggio agevolava la marcia degli avventurieri, che volevano penetrare nel castello; altronde erano favoriti dall'oscurità della notte; ed al loro ardire giovando assai la perfetta conoscenza dei luoghi, e la sorpresa dei nemici, giunsero in Scarperia, ove questo pugno di gente valorosa fu ricevuto con trasporti di gioja[93].
[92] _Matteo Villani l. II, c. 22. — Cronaca d'Arezzo in terza rima di Ser Gorello, t. XV, c. 6, p. 838._
[93] _Matteo Villani l. II, c. 23._
Quando Visconti d'Oleggio vide che la perdita cagionata agli assediati dalle baliste e dalle grandini delle freccie lanciate contro di loro, non gli stringeva ad arrendersi, risolse di prendere la piazza d'assalto. Aveva fatte preparare tutte le macchine da guerra allora usate nell'attacco delle città; cioè torri mobili di legno, montoni armati d'uncini, scale; oltre di che aveva fatto riempire le fosse. La prima domenica d'ottobre diede un generale assalto; ma gli assediati, fermi al loro posto, rovesciavano coloro che salivano le scale, o si avvicinavano sui ponti delle torri mobili; versando sugli altri pece bollente, pietre e dardi. Essi mai non lasciavano un solo istante senza gente il più angusto tratto di muro, facendo cadere gli uni sopra gli altri gli assalitori che successivamente si alzavano fino ai merli della muraglia, e che ricadevano nelle fosse coperti di ferite. Oleggio aveva calcolato di vincere i difensori di Scarperia colla stanchezza, e conduceva successivamente all'assalto diversi corpi d'armata, opponendo ogni mezz'ora truppe fresche a soldati affaticati dalla pugna. Ma gli assediati, incoraggiati dal buon successo, mostravano di non sentire la fatica; e per lo contrario gli assalitori si scoraggiavano vedendo le perdite di coloro che gli avevano preceduti. Durava già da sei ore l'attacco, quando Oleggio fece ritirare le sue truppe, abbandonando presso le mura sessantaquattro scale che furono prese dagli assediati[94].
[94] _Matteo Villani l. II, c. 29._
In appresso il generale milanese cercò di penetrare in Scarperia per una mina; ma la galleria, che aveva fatta scavare, fu scoperta, e cacciata con perdita la sua gente[95]. Dopo quattro giorni di riposo, diede un secondo assalto generale, che non fu nè meno lungo nè meno ostinato del primo; ma le sue truppe vennero respinte ancora più vergognosamente. Tutte le macchine avanzate fin sotto le mura, e le stesse torri mobili, che non potevano essere rifatte che con lungo lavoro, furono bruciate in una sortita[96]. La stessa notte successiva al combattimento, gli abitanti di Scarperia vennero attaccati per sorpresa: Oleggio aveva promesso ai suoi contestabili tedeschi, per la presa di questo piccolo castello, doppio soldo, mese intero ed un regalo di dieci mila fiorini. A mezza notte, mentre gli assediati stavano medicando le loro ferite, o riparando col sonno le perdute forze, nel campo milanese fu dato il segno di armarsi. I raggi della luna cadevano obbliquamente sul castello, ed illuminavano il campo e lo spazio che lo separava dalle mura, mentre gli edificj di Scarperia gettavano sull'opposto lato un'ombra estesa ed oscura. In questo cupo spazio, Oleggio aveva posti trecento sergenti d'armi muniti di scale, mentre tutto il rimanente dell'armata avanzavasi al suono delle trombe, e mettendo alte grida, dal lato rischiarato dalla luna. Non dubitava il generale milanese, che nella prima sorpresa di un notturno attacco, tutti gli abitanti di Scarperia non si recassero verso la parte minacciata. Ma una migliore disciplina era stata stabilita nel castello. Dall'istante dell'allarme ognuno erasi portato in silenzio al suo posto; gli assediati occupavano tutta l'estensione delle mura, e tenevano nascosti i lumi e le armi; permisero agli assalitori d'innoltrarsi fino al piede delle mura; non impedirono ai trecento sergenti di passare colle loro scale le due fosse, e di cominciare a salire sul muro. Tutt'ad un tratto gli assediati si fecero vedere, e, fortemente gridando, oppressero gli assalitori con pietre preparate a tal uopo, e, rovesciando le loro scale, gli spinsero tutti nella fossa. Dal lato illuminato dalla luna, la pugna durò più lungamente; ma quando spuntò il giorno Oleggio fece suonare a raccolta, e rinunciò al progetto di sottomettere un piccolo castello, innanzi al quale tutta la potenza de' Visconti aveva perduta la sua gloria[97].
[95] _Ib. c. 30._
[96] _Matteo Villani l. II, c. 31._
[97] _Matteo Villani l. II, c. 32. — Annales Cæsenates, t. XV, p. 1181._
Realmente i soldati cominciavano a mancare di vittovaglia, ed i cavalli di foraggi; la stagione si faceva ogni giorno peggiore, onde il campo milanese era pieno d'ammalati e di feriti. Oleggio dopo essersi trattenuto ottantadue giorni nel territorio fiorentino, consumandone sessantuno nell'inutile assedio di un debole castello, levò il campo il 16 ottobre, tornando nello stato bolognese per istrade signoreggiate da gentiluomini ghibellini suoi alleati[98].
[98] _Matteo Villani l. II, c. 33._
Dopo la ritirata dell'esercito milanese i Fiorentini si presero cura di premunirsi in avvenire contro somiglianti invasioni. Fortificarono tutti i passaggi degli Appennini; assoldarono molte truppe regolari; accrebbero le imposte in modo d'avere annualmente una rendita di 360,000 fiorini; e per ultimo in dicembre segnarono un trattato d'alleanza difensiva colle tre comuni di Perugia, Siena ed Arezzo. Le quattro repubbliche si obbligarono a tenere continuamente in sul piede di guerra un'armata di tre mila cavalieri per la difesa della libertà. Ma la sola Firenze ne aveva di già sotto le armi un numero ancora maggiore[99].
[99] _Ibid._