Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)
Part 3
L'armata de' mercenarj, dopo avere per molti mesi guastate le province ed esaurite tutte le loro ricchezze, diedero orecchio ad un legato del papa, che si presentò ai suoi capitani a nome della regina e della città di Napoli, che loro proponeva un'enorme contribuzione per prezzo di alcuni mesi di tregua. I mercenarj riunironsi allora in Aversa, per dividere tra di loro le prede riposte in questa città. Essi avevano obbligati con lunghi tormenti i prigionieri a dar loro in mano tutto quanto possedevano, e tutto quanto potevano ottenere dalla compassione dei loro parenti ed amici. Avevano levate enormi contribuzioni su tutte le città salvate dal saccheggio; ed oltre tutto ciò che avevano consumato durante la guerra, oltre i cavalli, le armi e le gioje che si erano appropriati, dividevano la somma di cinquecento mila fiorini. Dopo ciò il duca Guarnieri col conte Lando e Gianni d'Ornich presero la strada dell'Italia settentrionale. Ma Corrado Guilford rimase nella Puglia ai servigi del re d'Ungheria, con un altro avventuriere, il Frate di Monreale, cavaliere di Gerusalemme, che il suo valore e la sua crudeltà resero ben tosto egualmente celebre che Corrado[44].
[44] _Dominici de Gravina Chron de Reb, in Apul. Gest. c. 9, p. 679. — Matteo Villani, l. I, c. 50._
Nel Nord dell'Italia le repubbliche toscane ed i tiranni di Lombardia si rimasero alcun tempo in uno sforzato riposo dopo la cessazione della peste, che non durava più di cinque mesi in ogni paese. Occupati nel riparare i sofferti danni e nel rinvigorire il governo, non andavano in traccia di nuove esterne contese, trovandosi tuttavia incapaci di sostenere le antiche. La totale estinzione di un prodigioso numero di famiglie aveva dato luogo ad infinite procedure per conseguire la giacente eredità; la mortalità ancora più grande tra i poveri che tra i ricchi, aveva privato di braccia l'agricoltura, i mestieri e le fabbriche. I salarj erano stati portati ad altissimo prezzo, e gli operaj si abbandonavano ai piaceri della mensa ed alla mollezza, onde facevano assai meno lavoro che non avrebbero potuto fare. A Firenze la signoria, volendo ridurre il popolo alla sobrietà, accrebbe le gabelle delle vittovaglie; ma gli operai viveano in tale agiatezza, che appena si lagnarono delle più onerose imposte[45]. Frattanto coloro che dal passato flagello della peste erano stati tocchi da sentimenti religiosi, preparavansi ad approfittare dell'indulgenza plenaria accordata da papa Clemente VI per l'anno 1350, come per un giubileo centenario. Nell'incominciare di quest'anno i fedeli pieni di fervore e di umiltà si posero in cammino da ogni parte dell'Europa, pazientemente sopportando l'inclemenza d'una stagione che fu assai rigorosa, i ghiacci, le nevi e le dirotte piogge che avevano affatto guaste quasi tutte le strade. Siccome i pellegrini riempivano tutti gli alberghi e tutte le case poste lungo le strade, alcuni, ed in particolare gli Ungari ed i Tedeschi, si accampavano in grosse bande presso le strade; ed accendendo grandissimi fuochi si strignevano gli uni contro gli altri per resistere al freddo. Questi religiosi viaggiatori davano l'esempio della carità cristiana. Mai non si videro corrucciarsi tra di loro, nè querelarsi degl'incomodi che sostenevano. Negli alberghi l'oste non bastava a disporre i conti di tutti i viaggiatori; pure questi mai non partivano senza lasciare sulla tavola il danaro dovuto pei cibi che avevano ricevuti. I piccoli principi, le città, ed i privati cittadini si presero cura della sicurezza di viaggiatori tanto straordinarj, e mantennero l'ordine sulle più frequentate strade, di modo che il viaggio di Roma si fece da parecchi milioni di cristiani, senza che accadessero gravissimi disordini[46].
[45] _Matteo Villani, l. I, c. 57._ — La Cronaca di Siena così parla dell'abbondanza dopo la peste, e dello sregolamento del popolo, _t. XV, p. 124_.
[46] _Matteo Villani, l. I, c. 56._
CAPITOLO XXXIX.
_Clemente VI prende a sottomettere la Romagna. — I Pepoli vendono Bologna ai Visconti. — Invasione della Toscana per parte dell'arcivescovo di Milano, la di cui armata viene respinta. — Pace tra il re d'Ungheria e la regina Giovanna di Napoli._
1350 = 1351.
La chiesa romana, pubblicando un giubileo alla metà del quattordicesimo secolo, appoggiava questo ravvicinamento di una festa centenaria all'ingiustizia che praticavasi verso le generazioni, cui non era accordato questo mezzo di ottenere un'indulgenza plenaria; ella voleva che una tanto singolare grazia fosse una volta in vita offerta ad ogni uomo. Ma più interessati segreti motivi avevano dato luogo a questa decisione. L'affluenza de' pellegrini a Roma vi recava immense ricchezze; ognun di loro faceva un'offerta ad ogni chiesa, ed il papa divideva tali offerte, come divideva altresì per via delle imposte gli utili che i Romani ritraevano dall'alloggio di tanti forastieri. Nello stesso anno la corte d'Avignone volle far servire alle ambiziose sue viste il tesoro raccolto colla pubblicazione del giubileo.
Lo stato della chiesa che per anco non era stato assoggettato all'immediata ubbidienza dei papi, sebbene gl'imperatori ne avessero loro abbandonata la sovranità, era di que' tempi diviso tra molti piccoli tiranni che comandavano ad una o due città. Ma queste città erano delle più piccole d'Italia; il coraggio de' loro abitanti erasi spento nella servitù, ed i signori non potevano, per la loro difesa, far capitale nè sul numero, nè sulle ricchezze, nè sull'energia de' cittadini. Credette Clemente VI di approfittare della circostanza in cui la peste aveva ridotti que' popoli all'ultimo grado di debolezza, per far riconoscere la sua sovranità a tutti que' piccoli principi: commise perciò ad Ettore di Durafort, suo parente, ch'egli aveva creato conte della Romagna, di ricondurre colla forza o coll'astuzia tutte le città del suo feudo sotto l'autorità della chiesa; affidava perciò al suo arbitrio una ragguardevole somma di danaro e quattrocento cavalieri provenzali, che, uniti alle truppe sussidiarie de' signori di Lombardia, formavano un'armata di mille ottocento cavalli[47].
[47] _Matteo Villani, l. I, c. 58._
Le segrete istruzioni date ad Ettore di Durafort volevano che spogliasse tutti i tiranni della Romagna; ma l'apparente motivo dell'armamento era quello d'attaccare e punire Giovanni dei Manfredi, signore di Faenza, che per una privata offesa erasi staccato dal partito de' Guelfi e della chiesa[48]. Durafort fece chieder truppe ausiliarie alla famiglia guelfa degli Alidosi che governava Imola, ed ai signori di Bologna, Giovanni e Giacomo de' Pepoli, figli di Taddeo, morto due anni prima. Dall'altro canto Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, Malatesta dei Malatesti, signore di Rimini, e Bernardino da Polenta, signore di Ravenna e di Cervia, prevedendo la burrasca che li minacciava, si unirono al signore di Faenza, e presero al loro soldo il duca Guarnieri, cui di tutta la sua grande compagnia più non rimanevano che cinquecento cavalli, essendosi gli altri dispersi per consumare negli stravizj le ricchezze acquistate nella campagna di Napoli[49].
[48] _Cronaca di Bologna, t. XVIII, p. 415. — Matteo Villani, l. I, c. 53._
[49] _Chron. Esten, t. XV, p. 456._
Il conte di Romagna attaccò, il 13 maggio del 1350, il ponte di san Procolo, che gli apriva lo stato di Faenza, e lo prese a viva forza; ma in seguito consumò quasi due mesi nell'assedio del castello di Salernolo, mentre avrebbe potuto forse in più breve tempo occupare la stessa città di Faenza[50]. I suoi alleati inquieti sullo scopo delle conquiste che meditava, cercavano di ritardarle con inutili negoziazioni; ma il conte era più proprio ai tradimenti che alla guerra. In mezzo ai Romagnuoli, la di cui perfidia era in Italia passata in proverbio, un cortigiano del papa avignognese aveva l'avvantaggio dell'arte della dissimulazione. Il conte mostrava di avere nei Pepoli intera confidenza, mentre trattava coi cittadini di Bologna di far assassinare questi due signori; e quando furono scoperte le sue trame[51], seppe così ben dissipare i sospetti dei due fratelli, che giunse ad indurre l'uno di loro a venire nel suo campo per farsi mediatore d'un trattato col signore di Faenza.
[50] _Matteo Villani, l. I, c. 58._
[51] _Chr. Est. t. XV, p. 457. — Chron. di Bologna, p. 417._
Giovanni dei Pepoli teneva nell'armata della chiesa duecento cavalli, che aveva somministrati al conte; ed aveva avuta cura di mantenere colla maggior parte degli ufficiali della stessa armata relazioni di amicizia e di ospitalità: or quando giunse il 6 di luglio al campo, accompagnato dai principali cittadini di Bologna, e da una guardia di trecento cavalli, poteva credersi nel proprio campo, circondato dai suoi partigiani e da' suoi soldati; ma il conte che lo accoglieva colle dimostrazioni del più tenero affetto e della più illimitata confidenza, aveva ordinato al suo maresciallo di far armare i capitani che gli erano più ben affetti, e di promettere a tutta l'armata doppia paga, e mese compiuto[52], a condizione che non si opponesse alla sorpresa che meditava di fare.
[52] Erano le ricompense promesse ai soldati dopo le più grandi vittorie. Il soldo contavasi per mese e non per giorni, ed il mese cominciato era pagato come compiuto.
Pepoli era stato servito di rinfreschi nella tenda del generale; i gentiluomini bolognesi ed i cavalieri venuti dalla città erano stati invitati dagli ufficiali e dai soldati dell'armata a sedersi a mense ch'erano state imbandite per loro in diversi luoghi del campo; e frattanto il signore di Bologna era rimasto pressocchè solo col conte di Romagna, aspettando con impazienza l'arrivo degli ufficiali generali chiamati ad un consiglio di guerra. Finalmente il maresciallo dell'armata si presentò al padiglione del conte; e nello stesso istante i soldati che gli stavano intorno, assalirono Giovanni dei Pepoli, lo presero e rovesciarono in terra. Poichè l'ebbero incatenato lo trasportarono ad Imola, e lo chiusero nella fortezza, senza che questo sventurato signore potesse chiamare le proprie guardie in suo soccorso. Un suo paggio avendo alzata la voce per compiangerlo, venne subito ucciso ai di lui piedi[53].
[53] _Matteo Villani, l. I, c. 61. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 418._
Mastino della Scala che aveva convenuto con Durafort una segreta alleanza, fece muovere le sue truppe verso Bologna tosto che seppe arrestato Giovanni de' Pepoli. Dal canto suo il conte di Romagna lasciò la guerra che faceva ai suoi nemici, per condurre l'armata contro i suoi alleati, e prodigando le ricompense militari per tradimenti e per conquiste senza gloria, promise un'altra volta ai suoi soldati doppia paga e mese intero, per la presa del castello di san Pietro, che i Bolognesi non prendevansi cura di difendere[54].
[54] _Matteo Villani, l. I, c. 62._
Giacomo de' Pepoli ch'era rimasto in Bologna, fu colpito come da un colpo di fulmine alla novella dell'arresto del fratello, della diserzione di cinquecento cavalieri rimasti nell'armata del conte, e della guerra che gli facevano quegli alleati ch'egli aveva soccorsi. Scrisse in ogni luogo lagnandosi di così solenne tradimento, e chiedendo assistenza. Malatesta di Rimini ed Ugolino Gonzaga di Mantova recaronsi in fatti a Bologna, e gli offrirono la loro alleanza[55]. Ma al Pepoli stava assai più a cuore d'attaccare alla sua causa i Fiorentini ed il signore di Milano, le due prime potenze dell'Italia.
[55] _Chron. Esten. t. XV, p. 459._
La repubblica fiorentina non aveva verun motivo di lodarsi dei Pepoli, che avevano mancato a tutti gl'impegni contratti colla repubblica dei Bolognesi. Perciò la signoria rispose agli ambasciatori di Giacomo dei Pepoli, che il suo onore ed i suoi principi non le consentivano di prendere le armi contro la chiesa in favore d'un usurpatore, e che tutto quanto poteva fare per lui e per suo fratello, era d'interporre i suoi buoni ufficj per riconciliarlo col conte di Romagna: ma in pari tempo aggiugneva che se si fosse trattato di difendere gli antichi suoi alleati, i cittadini della repubblica di Bologna, non avrebbe risparmiati nè il sangue nè i tesori fiorentini per tutelare la loro libertà. Questa dichiarazione fatta agli ambasciatori in pubblica udienza, fu ben tosto portata a Bologna; ed il propizio istante era finalmente giunto di scuotere un odiato giogo. «Ma, dice Matteo Villani, i Bolognesi di già avviliti da servili abitudini, più degni non erano della libertà; i loro peccati glie l'avevano fatta perdere; la loro povertà di spirito impedì loro di ricuperarla[56].»
[56] _Matteo Villani, l. I, c. 63. — Cronica di Bologna, t. XV, p. 419._
La famiglia Bentivoglio si prese estrema cura di calmare l'effervescenza eccitata nel popolo dal rapporto degli ambasciatori; i suoi capi rappresentarono vivamente i pericoli d'una ribellione, il sovvertimento delle fortune, le violenze de' soldati, il timore di straniera invasione. Ma la sommissione de' Bolognesi non risparmiò loro veruna delle calamità rappresentate come conseguenze d'uno sforzo generoso per rompere il giogo de' loro tiranni. Giacomo de' Pepoli aveva preso al suo soldo il duca Guarnieri con cinquecento cavalli, ed il duca di Milano gliene aveva mandati altri cinquecento. Guarnieri chiese che fosse lasciata alla sua truppa tutta intera una strada della città, ed alloggiò i soldati in quelle case facendoli padroni di tutto, come se la città fosse stata presa d'assalto, e lasciata a sua discrezione. D'altra parte l'armata del conte della Romagna guastava le campagne fino alle porte; di modo che i Bolognesi erano ugualmente spogliati dai loro proprj soldati, e dai loro nemici.
Doveva prevedersi che Bologna non sarebbesi lungo tempo mantenuta in così cattivo stato; quando nuove speranze furono improvvisamente risvegliate in un modo affatto impensato. Ettore di Durafort aveva due volte promesso alla sua armata doppie paghe e militari ricompense; ma lungi dal poter attenere le sue promesse, trovavasi debitore di alcuni mesi del soldo corrente, e non aveva danaro per pagarlo. Una rivoluzione che scoppiò nel campo, con minaccia di custodirlo come ostaggio, abbassò ben tosto la sua ambizione ed il suo orgoglio, obbligandolo a porre in libertà Giovanni dei Pepoli, per soddisfare colla di lui taglia all'avidità delle proprie truppe[57]. Questo contrattempo lo dispose a proporre condizioni di accomodamento; ed i Fiorentini, per farle accettare, s'affrettarono di spedire una solenne deputazione a Bologna. Essi chiedevano che questa città tornasse sotto la protezione della Chiesa; che fosse rimessa in libertà e governata dal popolo come lo era anticamente; che pagasse a san Pietro il consueto tributo, e che in segno di sommissione ricevesse entro le sue mura il conte di Romagna con un ristretto seguito, che i tiranni rinunciassero ad ogni governativa incumbenza, e che la riforma dell'amministrazione si eseguisse sotto la direzione de' commissarj fiorentini. Il conte ed i Pepoli, egualmente smontati dalle loro pretese, mostravano di aderire a tale accomodamento; ma quando si consigliarono coi signori di Lombardia loro alleati, Mastino della Scala, che sperava di occupare egli stesso Bologna, sconfortò il conte da questo trattato; ed il Visconti anch'esso, per motivi personali, vi fece rinunciare i Pepoli[58].
[57] Pepoli promise 80,000 fiorini per la sua liberazione, e ne sborsò 20,000, dando pel resto statici tre suoi figliuoli. _Cron. Misc. di Bol. p. 419. — Ghirar. Stor. di Bologna, l. XXII, p. 198._
[58] _Matteo Villani l. I, c. 67._
I signori di Bologna avevano fatta scelta de' cittadini più distinti pel loro patriottismo, di coloro che per talenti, per ricchezze e nascita erano quasi capi naturali del popolo; e gli avevano spediti a Firenze per trattare di concerto con questa repubblica intorno al modo di ristabilire la libertà bolognese. Riccardo Salicetti, capo di quest'illustre deputazione, diresse alla signoria fiorentina in presenza del popolo adunato le più vive espressioni di gratitudine, per la liberazione della sua patria; le applicò queste parole del suo testo: _Ad Dominum cum tribularer clamavi_, e promise a nome dei Bolognesi un'eterna riconoscenza per il maggiore de' beneficj. Ma all'indomani di quest'udienza, seppesi a Firenze che la deputazione bolognese altro non era che uno stratagemma dei Pepoli per allontanare dalla loro città i più temuti cittadini; e che, durante l'assenza loro, Bologna era stata venduta al Visconti, e di già venuta in suo potere[59].
[59] _Matteo Villani, l. I, c. 67._
Dal 1339 in avanti, Luchino Visconti signoreggiò Milano e quasi tutta la Lombardia. Grandi talenti militari, una perfida politica, una impenetrabile dissimulazione, una feroce gelosia della propria autorità, una diffidenza, cui sagrificò i suoi più stretti parenti, sembrano i principali tratti del suo carattere. Si lodò molto il suo amore per la giustizia, o piuttosto la vigilanza con cui mantenne la polizia ne' suoi stati, e la severità con cui castigò i malfattori: ma sotto lo stesso nome non dovrebbe confondersi l'amore d'un uomo probo e giusto per le regole immutabili della giustizia, e l'inflessibilità d'un despota geloso della propria autorità, che conserva o vendica l'ordine da lui stabilito. Luchino amava la lode, onde cercava l'amicizia del Petrarca, che gli uomini potenti ottenevano senza difficoltà lusingando l'amor proprio del poeta. In fatti Petrarca diresse una pomposa lettera a Luchino per celebrare la sua virtù e la sua gloria[60]; ma poco dopo aver ricevuta questa scrittura, morì il 28 gennajo del 1349, avvelenato dalla consorte Isabella del Fiesco, prevenuta opportunamente che suo marito in un trasporto di gelosia la condannava alla morte.
[60] _Franc. Petrarcae Familiares l. VII, epist. 15 — De Sade Memor. t. II, l. III, p. 428._
Giovanni Visconti arcivescovo di Milano, succeduto al fratello Luchino, si trovò signore di sedici delle più potenti città di Lombardia[61]. Giovanni fu quello che prese a trattare con il Pepoli l'acquisto di Bologna, promettendo ai due fratelli duecento mila fiorini, loro inoltre lasciando la proprietà dei tre castelli di san Giovanni, Nonantola e Crevalcuore[62]. A questo prezzo i Pepoli che riconoscevano la loro grandezza dalla confidenza de' Guelfi loro concittadini, vendettero la comune patria ad uno straniero tiranno, ad un Ghibellino, i di cui antenati erano sempre stati nemici dei loro. Il disprezzo di tutta l'Italia punì i Pepoli di così vergognoso contratto[63]. In Bologna eccitò la più violenta indignazione, gridandosi rabbiosamente in tutte le strade, _noi non vogliamo essere venduti_[64]. Ma i cittadini scoraggiati, e privi dei loro capi, non ardirono ricorrere alle armi, nè invocare l'ajuto de' Fiorentini che dividevano il loro risentimento; ed uno dei nipoti dell'arcivescovo fu ricevuto senz'ostacolo entro la città con mille cinquecento cavalli[65].
[61] Milano, Lodi, Piacenza, Borgo san Donnino, Parma, Crema, Brescia, Bergamo, Novara, Como, Vercelli, Alba, Alessandria, Tortona, Pontremoli ed Asti.
[62] Questo contratto viene riferito dal Ghirardacci sotto il 6 ottobre del 1350. _Stor. di Bolog. l XXII, t. II, p. 199._
[63] _Matteo Villani, l. I, c. 68_.
[64] _Petri Azari Novariensis Chron. t. XVI, p. 326. — Cronica di Bologna t. XVIII, p. 420._
[65] _Petri Azarj Chronicon, t. XVI, c. 11, p. 325. — Chron. Esten. p. 462. — Cherubino Ghirardacci, Storia di Bologna, l. XXII, t. II, p. 204._
Il duca Guarnieri, personale nemico dei Visconti, passò nel campo del conte di Romagna con i suoi soldati lo stesso giorno in cui le truppe milanesi entrarono in Bologna: in pari tempo le truppe ausiliarie di Mastino della Scala giunsero a rinforzare l'armata della chiesa, sicchè trovossi tutt'ad un tratto più numerosa e più formidabile assai che prima non era stata. Ma la corte d'Avignone faceva colla sua avarizia andare a vuoto tutti i progetti de' suoi generali. Dopo avere cominciata la guerra con vigore, e promessi considerabili sussidj ai suoi alleati, mancava senza rossore alle promesse; ricusava di somministrare il danaro quand'era più necessario, ed abbandonava le proprie creature, perchè tutte le entrate venivano prese da altri favoriti. Al conte di Romagna non si mandò il danaro per pagare le truppe. Invano questi rappresentava al papa suo cugino il grave affronto cui rimaneva esposto il nome della chiesa, ed i pericoli che soprastavano a tutto il suo patrimonio. Durafort non potè ottenere da Avignone verun sussidio, e fu alla fine costretto a permettere che i suoi soldati trattassero col suo nemico. Barnabò Visconti, che comandava in Bologna, pagò col danaro destinato ai Pepoli il soldo delle truppe che lo assediavano, prese mille cinquecento cavalieri della chiesa al suo servizio, obbligò gli altri ad allontanarsi, ricuperò tutti i castelli occupati dall'armata del conte, e lasciò che questi tornasse coperto di vergogna ad Imola[66].
[66] _Matteo Villani, l. I, c. 70, p. 69. — Chron. Esten. t. XV, p. 463. — Chronica Miscella di Bologna p. 422._
Questa rotta risvegliò per alcuni istanti la collera e l'orgoglio della corte d'Avignone. Clemente VI fece ricominciare contro i Visconti la procedura intrapresa da Giovanni XXII per titolo di scisma e di eresia; citò l'arcivescovo ed i suoi tre nipoti[67] a comparire l'otto aprile del 1351 innanzi al concistoro dei cardinali, onde giustificarsi della loro ribellione contro la chiesa; e mandò in Italia, col titolo di legato, il vescovo di Ferrara, per formare una lega contro i signori di Milano[68].
[67] Galeazzo, Barnabò e Matteo erano figliuoli di Stefano, fratello dell'arcivescovo, ed il quinto de' figli del magno Matteo Visconti.
[68] _Matteo Villani, l. I, c. 76._
Il legato si presentò prima all'arcivescovo Visconti, e gl'intimò di restituire Bologna alla chiesa, e di scegliere in seguito tra la condizione di prete o di principe, tra la potenza spirituale o la temporale. Il Visconti chiese al legato di ripetergli lo stesso ordine la susseguente domenica nella chiesa cattedrale, poichè non era che in presenza del popolo e del clero, che un arcivescovo ed un principe poteva rispondere a tale ambasciata. Nel giorno indicato, poichè il Visconti ebbe solennemente celebrata la messa, il legato pontificio espose avanti a tutto il popolo l'ambasciata di cui era incaricato: allora l'arcivescovo prendendo con una mano la croce, e coll'altra sguainando una spada: _Ecco_, disse, _le mie armi spirituali e temporali; colle une io difenderò le altre_[69].
[69] _Corio, Istorie milanesi p. III, p. 224. — Ghirardacci, Storia di Bologna l. XXIII, t. II, p. 210._ — Giovanni Visconti si fece dipingere nella cappella dell'arcivescovado da lui fabbricata colla croce in una mano e colla spada nell'altra. Il ritratto trovasi inciso in Grevio, _t. III. p. 306_.
Per altro l'arcivescovo promise in seguito d'ubbidire alla citazione del papa, e di presentarsi personalmente in Avignone; volendo atterrire la corte pontificia con una singolare ostentazione. Uno de' suoi segretarj, recatosi in Avignone per preparare gli alloggi, prese in affitto tutte le case che trovò vuote in Avignone e nel circondario di più leghe; in pari tempo fece grandiosi approvvigionamenti di vittovaglie e di arredi per il padrone e pel suo seguito. Il papa, avvisato di tanti movimenti, fece domandare al segretario quanta gente pensasse di condurre l'arcivescovo. Questi rispose di avere ordine di disporre i quartieri ed i viveri per dodici mila cavalli e sei mila pedoni, senza contare i gentiluomini milanesi che dovevano seguire il loro arcivescovo; soggiugnendo che aveva in tali apparecchi di già spesi quaranta mila fiorini. Il papa atterrito da così fatta visita, fece pregare il Visconti a non esporsi a così disagiato viaggio; e gli spedì deputati per trattare d'accordo, avendogli in fine data l'investitura di Bologna, oggetto principalissimo della contesa, per cento mila fiorini[70].