Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)
Part 23
I Fiorentini nominarono in seguito un nuovo capitano di guerra, e sovvenendosi piuttosto gli antichi servigi che una fresca ingiuria, ricorsero di nuovo alla famiglia de' Malatesti di Rimini. Galeotto, fratello del vecchio signore di questa città e zio di Pandolfo, era uno de' più riputati generali d'Italia, e fu questi che la repubblica pose alla testa delle sue genti di guerra[602]. Galeotto assunse il comando dell'armata fiorentina in sul finire di luglio, e la condusse a Cascina, sei miglia lontana da Pisa. Ma, appena giunto, si propose di seguire i progetti di suo nipote, e non pensò che ad indebolire lo stato di cui gli era stata affidata la difesa, onde più facilmente sottometterlo. Con premeditato disegno espose il suo campo ad una sorpresa, non lo avendo nè fortificato nè circondato di vedette, e permettendo ai soldati di disperdersi come se si trovassero al sicuro dai nemici. Hawkwood, che n'ebbe avviso, si pose in marcia con mille cavalli e tutta la fanteria pisana per attaccarlo. Fortunatamente alcuni antichi contestabili, attaccati di cuore al servigio de' Fiorentini, sospettarono il tradimento del loro generale. Manno Donati di Firenze, e Bonifazio Lupo di Parma adunarono i soldati, li fecero armare e li prepararono alla battaglia. Ricevettero vigorosamente i Pisani tosto che questi si presentarono. Hawkwood, che contava sopra una sorpresa, ritirossi a precipizio co' suoi cavalli, tostocchè conobbe di essere atteso. La fanteria pisana ebbe mille morti e due mila prigionieri, ed il resto salvossi a stento, e non avrebbe potuto fuggire se Galeotto avesse voluto approfittare della vittoria. Ma tutt'all'opposto questo generale non pensò che ad eccitare il malcontento nell'armata, sollecitandola a pretendere ricompense di doppia paga e di mese compiuto per avere difeso il campo, ov'erasi lasciata sorprendere[603].
[602] _Poggio Bracciolini, l. I, p. 214. — Scipione Ammirato Storia Fiorent., l. XII, p. 643._
[603] _Filippo Villani, c. 97. — Croniche di Pisa, p. 1045._
Gl'intrighi e la malafede de' Malatesti e la discordia che manifestavasi in diversi corpi dell'armata fiorentina, determinarono finalmente la signoria a pensare di proposito alla pace. L'onore della repubblica era stato posto in sicuro dalla vittoria di Cascina; i Pisani erano umiliati e deboli, e Firenze doveva oramai temere assai più il suo proprio generale che i nemici. La signoria rinnovò adunque i trattati che il generale de' Francescani aveva aperti. Urbano V aveva dato l'arcivescovo di Ravenna per aggiunto a questo monaco. Colla loro mediazione gli ambasciatori dei due popoli unironsi a Pescia, nella chiesa di san Francesco, ed il congresso si aprì con egual desiderio da ambe le parti, di terminare le ostilità[604].
[604] _Filippo Villani, c. 100. — Cron. di Pisa, p. 1046. — Cronica Sanese, p. 187._
Ma, sebbene il trattato fosse in breve ridotto a termine, una strana rivoluzione sopraggiunta a Pisa rovesciò il governo di questa repubblica, e fu in procinto di rinnovare la guerra, prima che si pubblicasse il trattato di Pescia. I Visconti, senza volere apertamente dichiararsi contro i Fiorentini, avevano per altro cercato di formarsi coi loro intrighi, o di mantenersi in Toscana un partito, coll'ajuto del quale potessero un giorno stendere il loro dominio su tutta questa provincia. Avevano sovvenuto danaro ai Pisani, accordate e fatte passare al loro servigio due compagnie d'avventurieri, fermata quella che i Fiorentini avevano presa al loro soldo, e lusingavansi che la continuazione della guerra determinerebbe all'ultimo i Pisani a porsi volontariamente sotto la loro dipendenza. Soltanto sembrava loro necessario di piegare una prima volta lo spirito ed il carattere altero de' cittadini, e di avvezzarli a riconoscere un padrone. L'ambasciatore che i Pisani avevano mandato ai signori di Milano parve a questi proprio alle loro viste. Costui, detto Giovanni dell'Agnello, era un mercante d'una famiglia borghese, attaccato al dominante partito dei Raspanti, e che fin allora non aveva avuta veruna onorificenza[605]. Barnabò Visconti, dopo avere scoperta in Agnello ambizione, spirito d'intrigo e falsità propria a formare un tiranno, si offrì d'ajutarlo con tutte le sue forze e con tutte le sue ricchezze, per farlo signore di Pisa; ed Agnello in contraccambio promise al Milanese, che s'egli comandava una volta in Pisa, terrebbe questa città dipendente dalla casa Visconti, come se fosse suo luogotenente e non suo alleato.
[605] _Benvenuto Marangoni, Cron. di Pisa, p. 736._
Agnello, di ritorno a Pisa, osò di proporre in uno de' consiglj, che precedettero il trattato di pace, di nominare un signore annuale, onde ispirare più di confidenza a Barnabò, loro fedele alleato, come pure alle genti d'armi, ed a fine di tenere più segrete le deliberazioni dello stato. Indicò in pari tempo per questo comando Pietro d'Albizzi di Vico, uno de' più virtuosi cittadini di Pisa, che veniva allora nominato ambasciatore per trattare la pace coi Fiorentini. Pietro rigettò questa proposizione con orrore, dichiarando ch'era solamente colla pace ch'egli andava a negoziare, non già col sagrificio della libertà, che conveniva salvare la patria. Ma dopo la partenza di Pietro di Vico pel congresso di Pescia, Agnello rinnovò la sua proposizione nel prossimo consiglio, ed un certo Vanni Botticella, nipote d'un macellajo, ebbe la sfrontatezza di chiedere per sè la signoria che Agnello proponeva di stabilire. Questi lodò lo zelo di Botticella, ma gli chiese se aveva in danaro contante trentamila fiorini, ch'erano necessari a quello che si caricherebbe del governo, onde pagare il loro soldo alle truppe; e perchè Botticella confessò la sua impotenza, Agnello domandò di nuovo che s'indicasse qualche altro uomo abbastanza ricco ed abbastanza abile per salvare la repubblica.
Questa bizzarra proposizione, ripetuta con tanta asseveranza, eccitò finalmente i sospetti de' migliori cittadini di Pisa. Nello stesso tempo si sparse voce che Agnello adunava soldati e persone pericolose nella propria casa. Una sera molti riputati cittadini presero le armi, e recaronsi al palazzo degli anziani, chiedendo a questi magistrati di ordinare una visita nella casa di Agnello, ed ottennero che si eseguisse in sull'istante. Ma Agnello aveva preveduta questa ricerca, ed aveva alloggiati i soldati ed i banditi da lui adunati, non nella propria casa, ma presso alcuni de' suoi amici e complici. Quando ebbe avviso dell'avvicinarsi degli anziani, si pose a letto, coperto com'era della corazza; fece che si coricasse al suo fianco la consorte, ed ordinò ciò che far doveva alla piccola fantesca, che sola stava con loro in quella casa: poi s'infinse di dormire profondamente.
I cittadini armati, guidati da uno de' magistrati, si presentarono intanto alla porta d'Agnello, che venne loro aperta all'istante. Essi avanzaronsi fino alla camera ov'era coricato il padrone della casa, e l'udirono russare. La consorte, appena coperta d'una veste da camera, si rizzò di subito. «Mio marito dorme, loro disse, egli è stanco assai; ma se la patria o i magistrati hanno di lui bisogno, io lo sveglierò». I cittadini che i primi avevano sospettato arrossirono dei loro sospetti e si vergognarono d'avere così sorpresa una donna rispettabile, ritirandosi senza permettere che si svegliasse Agnello. Tornati presso gli anziani, dichiararono che i loro sospetti non avevano fondamento, e si disarmarono. Ma si erano appena ritirati, che Agnello balzò tutt'armato dal letto in cui fingeva di dormire per porsi alla testa de' banditi che aveva adunati. Marciò con loro al palazzo, e sorprese le guardie della signoria. Giovanni Hawkwood, guadagnato dal danaro dei Visconti, favoreggiava la sua usurpazione, ed aveva fatti montare a cavallo i suoi corazzieri per sostenerlo. Agnello si pose a sedere nella sala della signoria sulla seggiola del presidente; fece l'un dopo l'altro risvegliare gli anziani, e condurre innanzi a lui. «Maria Vergine, disse loro, mi ha rivelato questa stessa notte che per la prosperità ed il riposo di Pisa io debba prendere, almeno per lo spazio di un anno, il titolo e le funzioni di doge. In esecuzione di questo ordine celeste ho di già distribuiti del mio proprio trenta mila fiorini alle truppe in pagamento del loro soldo arretrato. Io vi ho fatti chiamare perchè voi raffermiate subito coi vostri suffragi questa celeste nomina.» Gli anziani sorpresi e spaventati, vedendosi circondati dai satelliti di Agnello, non opposero resistenza. Giurarono l'un dopo l'altro ubbidienza al nuovo doge. Questi fece in appresso cercare a casa loro tutti i più riputati cittadini, e tutti quelli che gli erano sospetti per far loro dare lo stesso giuramento; e mentre faceva lampeggiare le spade intorno alle loro teste, non risparmiava promesse per sedurli. Ad uno offriva il vicariato di Lucca, ad un altro quello di Piombino, ad un terzo la scelta tra le varie castellanie dello stato. Durante tutta la notte i magistrati ed i cittadini gli furono gli uni dopo gli altri condotti, per giurargli fedeltà. Fatto giorno corse la città, con una pompa ducale, accompagnato dagli anziani, mentre i soldati, che lo circondavano, sforzavano il popolo a salutarlo col nome di doge.
Per assodare il suo potere Agnello riunì sedici famiglie di cittadini in una sola, di cui si dichiarò capo. Tutti i membri di questa nuova corporazione dovevano portare il titolo di conti, e gli stessi stemmi. Agnello dava ad intendere che dopo un anno deporrebbe la sua dignità e darebbe luogo a quello dei conti che il popolo nominarebbe suo successore. Ma veruno seguì meglio d'Agnello i consigli dati dal conte di Montefeltro a papa Bonifacio[606]. Promise per farsi de' partigiani; e per conservarsi loro padrone non attenne le sue promesse. Ben tosto lasciò il titolo di doge adoperato di già in due repubbliche marittime, per assumere quello di signore; si circondò della più ridicola pompa; più non mostrossi al popolo che collo scettro d'oro in mano, e la stoffa d'oro sospesa in sul capo; pretese finalmente che gli si presentassero le suppliche stando in ginocchio, sebbene fin allora non si usasse quest'atto di sommissione che ai papi ed agl'imperatori[607].
[606] «Lunghe promesse coll'attender corto.» (_Dante, inferno._)
[607] _Filippo Villani, c. 101. — Croniche di Pisa, p. 1046. — Tronci Annali di Pisa, p. 412._ Ma quest'ultimo, secondo il solito, è breve e poco soddisfacente.
In questo tempo, Pietro d'Albizzo di Vico, l'ambasciatore de' Pisani al congresso di Pescia, s'affrettò d'ultimare le vertenze della sua patria coi Fiorentini. La pace venne segnata il 17 agosto del 1364. Le antiche esenzioni accordate ai mercanti fiorentini vennero tutte rinnovate; il castello di Pietrabona, ch'era stata la prima cagione della guerra fu dai Pisani ceduto ai Fiorentini; gli altri castelli, presi da ambe le parti, vennero vicendevolmente restituiti, ed i Pisani si obbligarono a pagare ai Fiorentini entro dieci anni cento mila scudi d'oro per le spese della guerra, cioè dieci mila ogni anno, la vigilia della festa di san Giovanni, protettore di Firenze[608].
[608] _Filippo Villani, c. 102. — Scipione Ammirato, l. XII, p. 648._
FINE DEL TOMO VI.
TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO VI.
CAPITOLO XXXVIII. _Carestia e peste in Italia. — Nuove fazioni di Pisa. — Guerre del re d'Ungheria e della regina Giovanna. — Secondo giubileo._ 1347-1350 _pag._ 3
Splendore del 14.º secolo 3 Suoi vizj 4 Influenza de' piccoli tiranni sulla pubblica morale 5 Corrompimento delle repubbliche 6 Flagelli che affliggono il 14.º secolo 7 Invenzione delle armi a fuoco, che furono adoperate la prima volta nel 1346 8 1346 Carestia prodotta dall'intemperie delle stagioni 10 1347 Generosità del governo fiorentino durante la carestia 12 Mortalità cagionata dalla carestia 15 Origine della peste in Levante 15 1348-1350 Scorre tutta l'Europa 17 1348 Sintomi della peste 18 Spavento che inspira il contagio 19 In qual modo venivano seppelliti i morti 21 Infelicità de' poveri in tempo del contagio 22 Licenza ed anarchia universale 23 1348 La peste ne' villaggi e nelle campagne 24 Numero delle vittime della peste, i tre quinti della popolazione 25 Morte dello storico Giovanni Villani 26 Morte di altri celebri personaggi 28 Origine delle fazioni dei Bergolini e dei Raspanti a Pisa 29 I Bergolini vincitori; i Raspanti scacciati, Andrea Gambacorti capo della repubblica il 24 dicembre 31 1346 In dicembre. Zara presa dai Veneziani 32 1347 Il 3 novembre. Il re d'Ungheria parte alla volta d'Italia 33 Non si lascia trattenere dagli ordini del papa 34 Il 20 agosto. La regina Giovanna sposa Luigi di Taranto 35 1348 Il 15 gennajo. La regina Giovanna fugge da Napoli e passa in Provenza 36 Carlo di Durazzo fatto uccidere dal re d'Ungheria 38 I principi del sangue e il figliuolo di Giovanni prigionieri nella Schiavonia 39 Il re d'Ungheria s'impadronisce del regno di Napoli 39 Questi torna in Ungheria sul finire di maggio per fuggire la peste 40 1348 La regina Giovanna e suo marito tornano a Napoli in fine d'agosto 42 1349 Il regno guastato dai condottieri 43 I mercenarj dividono la preda che ammonta al valore di cinquecento mila fiorini 44 Riposo forzato dell'Italia settentrionale 45 1350 Affluenza de' pellegrini a Roma pel nuovo giubileo 46
CAPITOLO XXXIX. _Clemente VI vuole sottomettere la Romagna. — I Pepoli vendono Bologna ai Visconti. — La Toscana invasa dall'armata dell'arcivescovo di Milano, che viene respinta. — Pace tra il re di Ungheria e la regina di Napoli._ 1350-1351 48
Viste interessate della Chiesa nella pubblicazione del secondo giubileo 48 1350 Clemente VI vuole impiegare le sue nuove ricchezze per sottomettere la Romagna 49 Ettore di Durafort, parente di Clemente VI, attacca il signore di Faenza 51 Intrighi di Durafort in Romagna 51 Il 6 luglio imprigiona nel suo campo Giovanni de' Pepoli signore di Bologna 53 1350 Prodigalizza le ricompense militari a' suoi soldati per tradimenti 54 Giacomo de' Pepoli fratello di Giovanni ricorre ai Fiorentini 54 Questi rispondono che sono pronti a difendere la repubblica di Bologna, ma non i suoi tiranni 55 Una ribellione nell'armata di Durafort sospende i suoi successi 57 I Fiorentini cercano di tornare Bologna in libertà 58 Ambasciata de' Pepoli a Firenze per ingannare i Fiorentini 58 Vendono Bologna ai Visconti 59 1339-1349 Regno e carattere di Lucchino Visconti 59 1349 Muore il 13 gennajo avvelenato da sua moglie; suo fratello Giovanni, arcivescovo di Milano, gli succede 60 1350 Contratto de' Pepoli con Giovanni Visconti 60 Durafort attacca nuovamente Bologna 62 Clemente VI fa cominciare un processo contro il Visconti 63 L'arcivescovo spaventa la corte d'Avignone 65 1351 Morte di Mastino della Scala il 3 giugno; debolezza dei suoi successori 66 1351 La repubblica di Fiorenza senza alleati contro il Visconti 67 Unisce la città di Prato al suo territorio 68 Tentativo sopra Pistoja. Trattato con questa città 69 Alleanza de' Visconti con tutti i tiranni 70 Benedetto Monaldeschi si fa signore d'Orvieto 70 E Giovanni Cantuccio de' Gabrielli di Agobbio 71 Giovanni Visconti di Oleggio entra in Toscana con l'armata milanese 73 Dichiarazione d'Oleggio ai Fiorentini 75 Questi mandano tutti i loro soldati a Prato e Pistoja 77 La campagna di Firenze guastata dall'Oleggio 77 Entra in Mugello ed assedia Scarperia 78 I Fiorentini cercano d'intercettare le vittovaglie all'Oleggio 79 Un Visdomini ed un Medici entrano in Scarperia 83 Primo assalto dato a Scarperia la prima domenica di ottobre 83 Secondo assalto vergognosamente respinto 83 Scarperia inutilmente attaccata colla scalata 84 1351 Oleggio leva l'assedio dopo sessantun giorni, ed esce dalla Toscana 86 Alleanza delle quattro comuni guelfe, Firenze, Perugia, Siena ed Arezzo 86 1350 Il re d'Ungheria rientra nel regno di Napoli, ed assedia Aversa 87 La regina Giovanna domanda la pace ed ottiene una tregua 88 Il giudizio della regina deferito alla corte d'Avignone 88 1351 La regina assolta dalla complicità nella morte del marito 90 Clemente VI riconosce Luigi di Taranto come re di Napoli 91 Gli ambasciatori d'Ungheria rinunciano ai compensi convenuti a favore del loro sovrano 92
CAPITOLO XL. _Commercio e colonie degl'Italiani in Levante. — Guerra de' Genovesi coi Greci. — Coi Veneziani. — Battaglia del Bosforo._ 1348-1352 93
Rivalità delle due repubbliche marittime Genova e Venezia 94 Marina de' Catalani 94 Dei Siciliani e dei Napolitani 95 Dei Greci, de' Pisani, de' Francesi e degl'Inglesi 97 Tutto il commercio del mondo facevasi sul Mediterraneo 97 Commercio del mar Nero colla Russia 98 Caffa, colonia de' Genovesi in Crimea, e la Tana presso Asow 99 Commercio di Sinope coi Turchi dell'Asia Minore 101 Commercio di Trebisonda cogli Armeni 102 Commercio delle Indie per mezzo dell'Armenia, e della Battriana 103 Per mezzo del golfo Persico e dell'Eufrate; nel mar Rosso e nell'Egitto 103 Costantinopoli centro del commercio del mondo 104 Colonia de' Veneziani a Costantinopoli 104 Colonia de' Genovesi a Pera o Galata 105 La rivalità tra gl'imperatori Latini e Greci era cessata 106 Guerre civili de' Greci durante il regno dei due Andronici 107 Guerre civili di Cantacuzèno; i Turchi passano in Europa 108 Pace del 1347 tra gl'imperatori rivali; povertà dell'impero 108 Rottura di Cantacuzèno coi Genovesi 110 1348 I Genovesi fortificano Pera a dispetto dell'imperatore e cominciano le ostilità 110 I Greci si sottomettono ai rigori di un assedio 113 1348 Cantacuzèno intraprende il blocco di Pera 114 1349 I Greci armano una flotta, e la mandano all'isola del Principe 115 La flotta greca, abbandonata dai suoi marinaj, è presa dai Genovesi 116 Terrore panico de' Greci che guardavano le mura 117 Moderazione de' Genovesi. Trattato di pace 117 Guerra nella piccola Tartaria tra i Latini ed i Tartari 118 1350 I Genovesi rompono ogni commercio coi Tartari 119 I Veneziani tornano alla Tana e battono i Genovesi, che loro volevano precludere il cammino 120 Offrono la loro alleanza all'imperatore greco ed è rifiutata 122 1351 Paganino Doria blocca una flotta Veneziana a Negroponte 124 I Veneziani cercano l'alleanza di Pietro IV d'Arragona 125 3 agosto. Il re d'Arragona dichiara la guerra ai Genovesi 126 I Greci si dichiarano a favore de' Veneziani 126 Niccolò Pisani libera la flotta bloccata a Negroponte 128 Pisani e Doria svernano nei mari della Grecia 130 1352 13 febbrajo. Battaglia del Bosforo tra i due ammiragli 131 Si prosiegue durante la burrasca e la notte 133 Orribile notte passata dalle due flotte nella baja di san Foca 133 La perdita de' Veneziani supera quella de' Genovesi 134 Niccolò Pisani abbandona i mari della Grecia 136 6 maggio. Paganino Doria sforza Cantacuzèno a fare la pace 136
CAPITOLO XLI. _Disfatta de' Genovesi alla Lojera: essi si danno all'arcivescovo di Milano. — Disfatta de' Veneziani a Portolongo. — Pace di Venezia. — Tripoli preso dai Genovesi. — Congiura del doge Marin Falieri. — Introduzione delle lettere greche in Italia._ 1352-1355 138