Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)

Part 22

Chapter 223,484 wordsPublic domain

Mentre l'armata della nuova lega invadeva contemporaneamente gli stati di Barnabò dalla banda di Modena e di Brescia, e che otteneva diversi vantaggi, il marchese di Monferrato stringeva la casa Visconti dalla parte di Novara e di Tortona[570]. In maggio del 1361 egli aveva preso al suo soldo la compagnia bianca degl'Inglesi, e col di lei ajuto aveva guastato una parte del Piemonte. Ma gl'Inglesi non avevano fatto minor danno al marchese che al Visconti; il primo era impaziente di disfarsene, e Barnabò, sollecitato dai Pisani a soccorrerli, ottenne di far passare al loro soldo questa compagnia che gli faceva la guerra; e liberandosi in tal modo di un nemico, soccorreva un alleato, e schivava in pari tempo di venire ad aperta rottura coi Fiorentini, che non voleva disgustare[571]. I Pisani promisero quaranta mila fiorini di soldo agl'Inglesi per quattro mesi da incominciarsi col giorno in cui cesserebbe la loro convenzione col marchese[572].

[570] _Matteo Villani, l. XI, c. 4, 9 e 14. — Cron. di Bologna, p. 465._

[571] _Bernardino Corio Stor. Milanese, p. III, p. 237._

[572] _Matteo Villani, l. XI, c. 48. — Petri Azarii Chron., p. 413._

Pietro Farnese, che dal 27 marzo in poi comandava i Fiorentini, e Rinieri de' Baschi capitano dei Pisani desideravano ugualmente di venire a battaglia prima che giugnessero gl'Inglesi; il primo temeva la loro superiorità, l'altro non voleva perdere l'onore della vittoria. Le due armate scontraronsi il 7 maggio a san Piero presso Bagno alla Vena. I Fiorentini avevano mille seicento cavalli; i Pisani, orgogliosi per un leggiero vantaggio ottenuto in Garfagnana, e valutando la superiorità della loro fanteria, osarono di attaccarli con seicento corazzieri. Furono disfatti dopo una sanguinosa battaglia, e Pietro Farnese il giorno 11 maggio entrò trionfante in Firenze conducendo con sè Rinieri de' Baschi, il generale nemico, fatto prigioniero con cento cinquanta de' suoi migliori soldati[573].

[573] _Matteo Villani, l. XI, c. 50 e 51. — Cron. di Pisa, p. 1041._

Dopo qualche giorno di riposo, Farnese marciò di nuovo contro Pisa, e fece battere monete d'oro e d'argento in faccia alle porte di questa città[574]. Pose in seguito l'assedio a Montecalvoli, di cui sarebbesi impadronito, se i Pisani non avessero saputo spargere il timore nel campo fiorentino. Ogni notte facevano essi uscire di città i loro corazzieri, e li facevano rientrare in pieno giorno coperti di sudore e di polvere, ricevendoli come se fossero gente della compagnia inglese. Le spie fiorentine avvisarono subito i priori dell'arrivo di queste nuove truppe, e siccome sapevasi che realmente questa compagnia erasi posta in viaggio alla volta di Pisa, la signoria, temendo di una sorpresa, ordinò al Farnese di ritirarsi[575].

[574] _Scipione Ammirato Stor. Fiorent., l. XII, p. 623._

[575] _Matteo Villani, l. XI, c. 54 e 55._

Il terribile contagio che nel precedente anno aveva fatto strage in Pisa, erasi manifestato nel campo fiorentino. Il 19 giugno, il generale Pietro Farnese cadde infermo e morì lo stesso giorno[576]. Questo flagello si estese anche a Firenze e gli rapì un uomo, la di cui perdita fu più deplorabile, lo storico cui siamo debitori della pittura così vera e così animata dei costumi e degli avvenimenti accaduti alla metà del 14.º secolo. Matteo Villani morì di peste come suo fratello Giovanni erane morto 15 anni prima. Fu sopraggiunto dalla malattia l'8 luglio, ed il 12 rese divotamente l'anima a Dio[577]. Attribuivasi al suo sobrio e temperato vivere la lunga resistenza di cinque giorni alla violenza del male. Incaricò, morendo, suo figliuolo Filippo Villani di continuare la sua storia fino all'istante in cui si ristabilirebbe la pace tra Firenze e Pisa[578].

[576] _Matteo Villani, l. XI, c. 59. — Poggio Bracciolini, l. I, p. 211. — Scipione Ammirato l. XII, p. 624._

[577] Matteo Villani riferisce nell'ultimo capitolo della sua storia, che un'armata di Locuste fu il primo luglio spinta dai venti sopra Ancona, Fano e Pesaro. Non potè saperlo in Firenze che il giorno 3, o il 4, onde si rende chiaro che continuò a scrivere la storia fino al giorno in cui morì.

[578] _Filippo Villani nel proemio, t. XIV. p. 729._

Verun istorico ispira maggior rispetto, stima ed affetto di Matteo Villani. Religioso senza superstizione, rispetta la Chiesa, e nondimeno ardisce dipingere coi più vivi colori la corruzione e i delitti di alcuni suoi capi. Abbastanza versato nella politica e nella conoscenza del cuore umano per notare tutti gli errori de' governi, e per attribuire agli avvenimenti la vera loro cagione, è troppo dabbene per approvare giammai la mancanza di fede, o per supporre che possa derivare verun vantaggio dalla perfidia. Egli sollevasi al di sopra de' pregiudizj dell'astrologia giudiziaria, dei quali suo fratello non andava esente; abbraccia nella sua storia tutto il mondo conosciuto, e con un colpo d'occhio filosofico e penetrante attribuisce ad ogni popolo il suo vero carattere. Egli si anima per dipingere la virtù, si sdegna contro il vizio, s'infiamma per la libertà. Veruno storico d'Italia non rese mai a quest'ultima un più nobile e più costante omaggio. La fazione che governava Firenze non sostenne sempre pazientemente le sue censure; lo fece ammonire come Ghibellino il 29 aprile del 1363, e lo escluse in tal modo dai pubblici impieghi l'ultimo anno della sua vita[579].

[579] _Marchione di Coppo Stefani Stor. Fiorent., l. IX, Rub. 692, t. XIV, p. 45. — Scipione Ammirato Stor. Fiorent., l. XII, p. 621._

La compagnia bianca degl'Inglesi era giunta il 18 luglio a Pisa in numero di due mila cinquecento cavalli, e due mila fanti. I Pisani la riunirono, sotto il comando di Ghisello degli Ubaldini, alle truppe che di già avevano, cioè ottocento corazzieri assoldati, otto mila pedoni, ed un grosso numero di gentiluomini e di cavalieri che servivano senza paga. I Fiorentini avevano nominato capitano Ranuccio Farnese, fratello di Pietro, morto ai loro servigi; ma l'armata che avevano posta sotto i di lui ordini era debolissima, e la peste che infieriva in città, nelle terre e nel campo, rendeva ogni difesa difficile. Era questa la volta in cui i Pisani potevano senza incontrare ostacolo entrare nel territorio fiorentino. Essi recaronsi da prima a Lucca, di dove passarono innanzi a Pistoja, tenendo la strada della montagna; ma invece di fare l'assedio di questa città, che non poteva opporre lunga resistenza, non pensarono che a rendere ai Fiorentini sotto le loro proprie mura gli affronti che avevano da loro ricevuti. Stabilirono il loro campo tra Peretola e Campi, fecero coniare danaro alle porte di Firenze, distribuirono premj per una corsa di cavalli, ed appiccarono tre asini ad una forca, con alcuni brevi che loro davano i nomi dei tre magistrati fiorentini. Impiegarono in queste ridicole ostentazioni una forza ed un tempo che sarebbe loro bastato per fare importanti acquisti[580]. Guastarono in seguito la campagna tra Firenze e Prato, le Lastre, la Val di Pesa, ed una parte della Val d'Arno; finalmente tornarono a Pisa pel piano di Empoli[581].

[580] _Filippo Villani, c. 63. — Cronica Sanese p. 177. — Paolo Tronci Annali di Pisa, p. 401._

[581] _Cronache di Pisa, p. 1042._

Quando la peste cessò, i Fiorentini si presero cura ancora essi di adunare un'armata. Trattarono colla compagnia della Stella, ch'era in Provenza e con varj capitani tedeschi, ma Barnabò Visconti ebbe modo di render vani tutti i loro negoziati, e di ridurli a due mila cavalieri mal armati e male capitanati, che arrolarono in mancanza di altri[582]. I Fiorentini posero alla loro testa Pandolfo Malatesti, uno de' signori di Rimini, che poc'anni prima aveva con tanta prudenza e valore difesa la Toscana contro il conte Lando e la grande compagnia.

[582] _Filippo Villani, c. 65, p. 731._

Ma il Malatesti era di quella razza romagnuola tanto in Italia rinomata per la sua perfidia ed i suoi tradimenti. Sapeva in quale stato di spossamento aveva la peste gettata Firenze; sapeva che alcuni domestici intrighi, effetti dell'ultima congiura, rendevano debole il governo; vedeva che la momentanea potenza de' Pisani, e la forza della compagnia inglese erano cagione di grandi timori in città, e si lusingò, ove gli riuscisse di accrescere il timore del popolo, di vendergli cari i suoi soccorsi, ed all'ultimo di avere la signoria di Firenze, siccome in altre quasi eguali circostanze, l'avevano prima di lui ottenuta i duchi di Calabria e di Atene.

Questa speranza fece tenere a Malatesti la più perfida condotta e la più criminosa. L'Omo Santa-Maria, signore di Jesi, nuovo capitano dei Pisani, era entrato cogl'Inglesi in Val d'Arno di sopra, ed il 17 settembre erasi reso padrone di Filigne senza quasi trovare resistenza[583]. Malatesti, quasi volesse precludergli la strada, stabilì il suo campo all'Ancisa, ma diede a questo campo così grande estensione che riusciva quasi impossibile il poterlo difendere; ne allontanò i migliori soldati, sotto pretesto di fare una scorreria nel territorio pisano, ed egli stesso l'abbandonò per tornare a Firenze. In sua assenza fu sorpreso il campo il 3 ottobre, ed i Fiorentini perdettero più di quattrocento uomini[584]. Il forte castello dell'Ancisa rimaneva almeno per coprire Firenze, ma all'indomani il luogotenente di Pandolfo l'abbandonò ai nemici. Si videro giugnere verso la città i fuggiaschi che tornavano dall'armata, e Pandolfo, che gli era andato all'incontro, retrocesse a briglia sciolta, e raddoppiò l'universale terrore. Andò a dichiarare agli otto signori della guerra, che non conosceva verun altro mezzo per salvare Firenze, che quello di unire al potere militare di cui era rivestito un potere giudiziario sopra i cittadini, onde mantenere l'uno coll'altro, e punire a tempo le congiure che scoprirebbe in città. I signori della guerra adunarono in vista di tale inchiesta un consiglio straordinario cui invitarono tutti i più riputati cittadini[585]. Quando gli otto della guerra ebbero dichiarato a questa assemblea la domanda del Malatesti, Simone, figliuolo di Rinieri Peruzzi, si levò, e disse ad alta voce «Abbadate di non accordare al Malatesti veruna nuova prerogativa, i suoi progetti non ad altro mirano che ad usurpare la tirannide: ricordatevi del duca d'Atene, de' suoi cominciamenti, e come osò in seguito trattarvi; riconoscete la dolcezza della libertà, e vivete e morite conservandola.» A tali parole tutto il consiglio dimenticò il pericolo della vicinanza degl'Inglesi, il credito di cui godeva il Malatesti, e la confidenza che ispiravano i suoi passati servigi. I priori fecero rinnovare ai soldati il giuramento di fedeltà alla signoria di Firenze; nominarono un nuovo giudice, affatto indipendente dal Malatesti, dichiarando che il potere del generale non si stendeva che sopra le truppe e le milizie[586].

[583] _Filippo Villani, c. 63. — Scipione Ammirato t. XII, p. 627._

[584] _Filippo Villani, c. 69. — Cronica di Pisa p. 1043. — Poggio Bracciolini, l. I, p. 211._

[585] Tale adunanza chiamavasi il _Consiglio dei Richiesti_, e vi si ricorreva in tutte le difficili circostanze.

[586] _Filippo Villani, c. 69. — Scipione Ammirato l. XII, p. 628._

Pandolfo non mostrò verun malcontento per questa decisione del consiglio, ma conchiuse che i Fiorentini non erano ancora bastantemente umiliati. Permise dunque appositamente che venisse saccheggiata la campagna di Ripoli, senza far resistenza ai Pisani, cui era superiore di forze[587], e quando l'Omo di Jesi volle scendere la Val d'Arno per ricondurre le sue genti a Pisa, Malatesti condusse le milizie fiorentine incontro a lui, quasi per voler precludergli la strada; ma invece di farle sostenere dai corazzieri, ritenne questi in città e fece chiudere le porte: di modo che se gl'Inglesi avessero attaccata la milizia fiorentina, questa sarebbe stata infallibilmente tagliata a pezzi. Quest'ultimo tradimento fece conoscere alla signoria ciò che doveva aspettarsi da Pandolfo. In riguardo ai suoi antichi servigi, e pel nome che portava, volle perdonargli i suoi progetti; ma lo ammonì severamente, avvertendolo che se usava indulgenza, era in memoria dell'antica amicizia, ch'egli stesso aveva voluto tradire. Pandolfo rimase fino al termine convenuto capitano delle genti da guerra, ma venne spogliato d'ogni autorità sopra la città e sopra le milizie[588].

[587] _Filippo Villani, c. 70._

[588] _Filippo Villani, c. 73._

La compagnia inglese di ritorno a Pisa si riposò alcun tempo, indi si accordò di nuovo per sei mesi in servigio di questa repubblica per la somma di cento cinquanta mila fiorini. Era in allora composta di mille lance, e di due mila pedoni. Gl'Inglesi avevano i primi introdotta in Italia l'usanza di contare i cavalieri per lance. Questo nome in allora disegnava tre cavalieri, che avevano fatta tra di loro una specie d'associazione. I loro cavalli non servivano che a trasportarli colla loro pesante armatura sul campo di battaglia, ove combattevano il più delle volte a piedi. Erano coperti di cotte di maglia, fortificate sul petto da una lastra d'acciajo, i loro braccialetti, le corazze, gli stivaletti erano di ferro, portavano al fianco una forte spada ed una daga; due uomini tenevano la stessa lancia, essi l'abbassavano e l'avanzavano lentamente, serrati in falange, fortemente gridando. Ogni corazziere era seguito da uno o due paggi, quasi unicamente occupati a ripulire le loro armi, onde brillavano come specchi.

Era la prima volta che si vedevano corazzieri scendere da cavallo per combattere a piedi. Con tale pratica aggiugnevano all'impenetrabile armatura de' cavalieri, la solidità dell'infanteria, e la loro falange difficilissimamente poteva essere rotta. Gl'Inglesi sprezzavano il più rigido freddo degl'inverni d'Italia, e veruna stagione faceva loro sospendere le loro operazioni. Non mostravano minore abilità nelle sorprese e ne' colpi di mano, che valore nelle battaglie. Seco portavano scale composte di vari pezzi, che s'innestavano gli uni negli altri, e cadauno non aveva mai più di tre gradi, di modo che potevano facilmente giugnere alla sommità delle più alte torri, e le loro scale non oltrepassando mai il muro non potevano essere rovesciate dagli assediati[589].

[589] _Filippo Villani, c. 79._ — Queste stesse scale, di cui fece uso il duca di Savoja nel 1602 per dare la scalata a Ginevra, hanno poi servito di modello a quelle, che s'adoprano per gl'incendi.

I Pisani andavano debitori ai Visconti della venuta di questa prima compagnia; si volsero di nuovo a questi signori in principio della seguente campagna per far venire col mezzo loro nuove truppe di Lombardia. Volevano approfittare dei loro prosperi successi per ottenerne altri maggiori, e procurarsi una gloriosa pace. I Visconti, dal canto loro, trovavansi in migliore situazione che mai di soccorrere Pisa. La campagna del 1363 erasi aperta in Lombardia in un modo brillante per la Chiesa e per i suoi alleati. Un'armata di duemila cinquecento corazzieri, comandata da Ambrogio, figliuolo naturale di Barnabò, era stata rotta il 16 aprile, presso Modena. Ambrogio era stato fatto prigioniere con un gran numero di ragguardevoli ufficiali[590]. Ma la guerra non erasi in appresso trattata con vigore. Barnabò, scoraggiato dalla disfatta del figliuolo, aveva cercato di riconciliarsi col papa; ed in settembre aveva conchiuso un armistizio che venne seguito da lunghe negoziazioni. Il 3 di marzo 1364 la pace di Lombardia venne finalmente conchiusa. Il Visconti rinunciò a tutte le sue pretese sopra Bologna, e rese al papa tutti i castelli del Bolognese ch'egli aveva occupati. Ciò peraltro fece a condizione che il cardinale Albornoz, di cui Barnabò temeva la vicinanza, non amministrerebbe quella legazione. Un altro cardinale, chiamato Androino della Roche, fu dal papa deputato al governo di Bologna[591]. I signori lombardi ed i Visconti si restituirono a vicenda i castelli che si erano tolti. Il marchese di Monferrato fece dal canto suo la pace con Galeazzo Visconti, ed i due principi cambiarono alcune parti del proprio territorio per rotondare vicendevolmente i loro stati. E per tal modo essendosi renduta la pace alla Lombardia, i signori ed i popoli sentivano eguale premura di rimandare le compagnie di ventura, che gli avevano così crudelmente oppressi[592].

[590] _Matteo Villani, l. XI, c. 44. — Cron. di Bologna p. 467. — Cron. Placent. p. 507._

[591] _Cron. d'Orvieto t. XV, p. 686. — Ghirardacci Storia di Bologna l. XXIV, p. 274._

[592] _Cronica di Bologna p. 471. — Petri Azarii Cron. p. 414. — Bernard. Corio Stor. Milan. P. III, p. 237._

Galeazzo Visconti s'affrettò quindi di offrire ai Pisani la compagnia d'Anichino Bongarten, composta di tre mila corazzieri o _barbute_[593], la quale si pose in marcia per la Toscana in principio di marzo. I Pisani trovarono allora d'avere sei mila corazzieri sotto i loro ordini, ragguardevole armata, che verun sovrano in Italia non aveva ancora avuta. Gl'Inglesi al loro soldo avevano saccheggiato in febbrajo la Val di Nievole e le campagne di Vinci e di Lamporecchio[594]. L'istante pareva ai Pisani propizio per istabilire una gloriosa pace. Supplicarono il papa di assumerne la mediazione, e questi mandò a tale oggetto a Firenze fra Marco da Viterbo, generale de' Francescani.

[593] Davasi questo nome ai corazzieri tedeschi a motivo della criniera ond'era ornato il loro caschetto.

[594] _Filippo Villani, c. 81._

La signoria fiorentina non voleva compromettere l'onore della repubblica con uno svantaggioso trattato; altronde, rifiutando la pace, temeva di trovarsi risponsabile degli avvenimenti; adunò dunque un consiglio straordinario, o dei _richiesti_. Prima di dare udienza al nunzio del papa, uno degli otto della guerra annunziò ai cittadini adunati, che la compagnia della Stella di quattro mila corazzieri, che trovavasi in allora in Provenza entrava ai servigi della repubblica; che due mila altri erano stati assoldati in Germania, e che gli uni e gli altri giugnerebbero in Toscana prima che terminasse il mese. Indipendentemente da queste due compagnie la repubblica aveva di già tre mila corazzieri al suo soldo. Il tesoriere prese allora a parlare. Assicurò che Firenze, dopo avere pagate le sue truppe fino alla fine di ottobre, non troverebbesi in debito che di 166,000 fiorini; e fece vedere quali erano ancora le risorse dello stato. La signoria dopo di avere fatto così conoscere al popolo i suoi mezzi di sostenere gloriosamente la guerra, fece entrare in consiglio il generale de' Francescani. Questi espose le domande dei Pisani, che parvero così arroganti, che il consiglio ad una voce risolse di continuare la guerra, e di aspettare a trattare quando Firenze avrebbe ottenuta qualche vittoria[595].

[595] _Filippo Villani, c. 82._

Ma Galezzo Visconti avendo corrotti coi regali i capi della compagnia della Stella impedì loro di recarsi a Firenze nello stabilito termine, ed i Pisani ne approfittarono per guastare il territorio fiorentino. Avevano dato il comando dell'armata ad un avventuriere, che si rese in seguito famoso nelle guerre d'Italia, e che aveva di già servito con distinzione nelle guerre degl'Inglesi in Francia. Era questi Giovanni Hawkwood, che gl'Italiani chiamano _acuto_ o _aguto_[596]. Questi attraversò la Val di Nievole a mezzo aprile; entrò nel territorio di Pistoja e di Prato, senza trovare opposizione; passò avanti alle porte di Firenze, e si avanzò fino nel Mugello, facendo una ragguardevolissima preda in quelle ricche campagne[597].

[596] _Filippo Villani, c. 79._ Il nome d'Hawkwood è stato sfigurato in mille modi; ma la sua traduzione che trovasi in un autore contemporaneo, _Falcone in bosco_, lo fa riconoscere.

[597] _Filippo Villani, c. 84._

Ritornando da questa spedizione gl'Inglesi s'avvicinarono di nuovo a Firenze l'ultimo giorno di aprile. Eransi fatti avanti alle porte della città alcuni trincieramenti per difenderle; gl'Inglesi gli attaccarono e presero d'assalto, dopo avere uccisa molta gente ai Fiorentini. Anichino Bongarten colse quest'occasione per farsi armare cavaliere in mezzo alla pugna ed in faccia alla porta della città. In appresso egli conferì lo stesso ordine a molti contestabili inglesi e tedeschi che militavano sotto di lui. Durante la notte l'armata celebrò la festa della cavalleria sul colle di Fiesole, che soprasta a Firenze. Dalle mura della città vedevansi i soldati nemici danzare in giro con fiaccole in mano, ed udivansi ripetere nelle loro orgie i venerandi vocaboli che i priori adoperavano in palazzo nelle pubbliche deliberazioni[598]. Dopo avere per altri due giorni saccheggiate ancora le campagne di Firenze, Aguto condusse la sua armata in Val d'Arno di sopra; indi attraversò il territorio d'Arezzo, quello di Cortona e di Siena, e tornò a Pisa per la Val d'Elsa, dopo avere portata la desolazione in quasi tutte le province del territorio fiorentino[599].

[598] _Guardia, Studia i Collegi, manda per Richiesti ec. Filippo Villani, c. 89. — Scipione Ammirato, l. XII, p. 640._

[599] _Filippo Villani, c. 89._

Il conte Enrico di Monforte, capitano de' Fiorentini, tirò, gli è vero, qualche vendetta di tanto oltraggio con una rapida incursione nel territorio nemico, ove abbruciò Livorno e Porto Pisano[600]. Frattanto ancora non giugneva la compagnia della Stella, onde i Fiorentini si videro forzati a ricorrere ad altri mezzi per difendersi contro i loro avversarj. Gl'Inglesi e la compagnia di Bongarten erano vicini al termine dei loro impegni coi Pisani. Queste truppe mercenarie indifferenti alla causa per cui combattevano, non pensavano che a vendere i loro servigi al più alto prezzo. I Fiorentini trattarono segretamente coi loro capi[601]; li ridussero, mediante una grossa somma di danaro, a non ricevere nuovo soldo dai Pisani e ad allontanarsi dalla Toscana: il solo Aguto rimase al servigio di questa repubblica con circa mille corazzieri inglesi.

[600] _Filippo Villani, c. 90. — Cron. di Pisa, p. 1044. — Cron. Sanese, p. 185._ L'autore di quest'ultima avendo senza dubbio copiate Memorie Pisane, confuse l'anno pisano col volgare e imbrogliò tutta la cronologia.

[601] _Cronache di Pisa, p. 1045. — Sozomeni Pistoriensi Historia, t. XVI, p. 1078._