Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)

Part 21

Chapter 213,547 wordsPublic domain

Non eranvi quasi meno malcontenti a Firenze che a Pisa; ma per diversa cagione. I Pisani accusavano l'imprevidenza del loro governo, ed i Fiorentini erano forzati di riconoscere la prudenza del proprio, nello stesso tempo che si lagnavano che fosse diventato la proprietà d'una sola classe di cittadini. Le leggi, ch'erano state fatte per rendere le magistrature a tutti accessibili, avevano tutte prodotto un contrario effetto. Il _divieto_ allontanava dagl'impieghi le famiglie più illustri, e l'ammonizione era un'arma in mano alla regnante oligarchia per escludere tutti quelli che loro facevano ombra. In forza dell'ultimo statuto la magistratura di parte guelfa ammoniva coloro, che voleva escludere dagl'impieghi, di averli sospetti di ghibellinismo, e li veniva in tal modo a privare de' loro onorifici diritti. L'incostituzionale oligarchia che così conservava in cotal modo il suo potere non era formata di nobili famiglie, o di antiche, che governassero per una specie di prescrizione, nè di cittadini volontariamente eletti dalla nazione; ma era un'ambiziosa associazione, una fazione, che coll'ajuto di leggi tutte democratiche, aveva ottenuto d'entrare tutta intera nel governo e di potervisi mantenere. Ma questa fazione aveva manifestato nell'amministrazione della repubblica molti talenti, coraggio e virtù. Senza muovere guerra ai Pisani, gli aveva fatti pentire della loro mancanza di fede; aveva fatto rispettare in mare la bandiera d'una potenza, che in verun punto toccava il mare; aveva dato l'esempio a tutti i sovrani d'Europa di rispingere le grandi compagnie colle armi, invece di pagar loro vergognose taglie; aveva finalmente osservati con fedeltà i suoi trattati coi Visconti, sebbene potesse riuscire vantaggioso alla repubblica il romperli, quando il legato della Chiesa le chiedeva che il facesse. Pure tanta gloria non assicurava la fazione regnante dalla gelosia di coloro che ingiustamente aveva allontanati dallo stesso potere. Si posero alla testa de' malcontenti Bartolomeo, figlio d'Alamanno dei Medici, Niccolò del Buono e Domenico Bandini, de' quali gli ultimi due erano stati coll'ammonizione esclusi dagl'impieghi. Questi si unirono ad un intrigante, Uberto degl'Infangati, che sospettavano d'avere di già ordita qualche trama contro lo stato, e lo incaricarono di procurar loro esterni soccorsi. I tre primi congiurati appartenevano all'ordine de' cittadini, ma si legarono con alcuni capi di famiglie nobili, che non erano meno di loro scontenti della fazione dominante; e furono un Rossi, un Frescobaldi, un Gherardini, un Pazzi, un Donati, un Adimari. I congiurati si tenevano sicuri del favore del popolo, e supponevano che per condurre a fine la rivoluzione bastasse l'occupare il palazzo del pubblico; poichè era questo la fortezza del governo e della fazione dominante. Scelsero per l'esecuzione il primo dicembre del 1360, nel qual giorno, dovendo i nuovi priori prendere il posto di que' che uscivano di carica, tutte le guardie del palazzo verrebbero chiamate alla parata. Quattro uomini, scelti dai congiurati, dovevano essere introdotti nella torre del palazzo, ed ottanta de' loro soldati tenersi nascosti nelle camere, dalle quali uscirebbero tutt'ad un tratto per occupare tutte le porte. Uberto degl'Infangati, che si era incaricato di procurare ai congiurati esterni soccorsi, prima di prender parte in questa congiura, aveva trattato con un milanese, detto Bernardolo Rosso, che stava ai servigi di Giovanni di Oleggio, in allora signore di Bologna. Infangati a quell'epoca mirava a dare all'Oleggio la signoria di Firenze; ma l'imprevveduta agressione de' Visconti e la necessità in cui trovossi l'Oleggio di vendere Bologna alla Chiesa, aveva sospesa questa trama. L'Infangati per procurare ai nuovi congiurati una straniera protezione, si addirizzò allo stesso Bernardolo, che, con le truppe del signore di Bologna, era passato al servigio della Chiesa. Bernardolo cercò di mettere a parte della cospirazione il legato Albornoz, come aveva interessato nell'altra il suo precedente padrone; ma il legato, che riponeva ogni sua speranza nell'amicizia de' Fiorentini, rigettò le fattegli proferte, e fece avvisare la signoria di Firenze di tenersi in guardia, poichè gli era noto che tramavasi qualche cosa contro di lei.

Quando Bernardolo vide di non poter giovare all'impresa, scrisse egli stesso alla signoria, offrendole, mediante una ricompensa di venticinque mila fiorini, di manifestare il segreto della congiura denunciata dal legato. Tale offerta venne a notizia di Silvestro de' Medici, ch'era in allora membro di uno degli uffici superiori, ed egli ne diede parte a Bartolomeo suo fratello. Allorchè questi vide che la signoria teneva nelle mani un filo che la condurrebbe a scoprire ogni cosa, confessò al fratello che una immoderata ambizione l'aveva fatto entrare in tale congiura, e gli promise di scoprirgli il segreto, quando fosse sicuro del perdono. Niccolò del Bono e Domenico Bandini furono presi e condannati alla morte, pochi altri de' più colpevoli fuggirono, e vennero condannati come contumaci: ma la signoria, sospese la procedura, risguardò la nota de' congiurati, scritta di proprio pugno dall'Infangati, come calunniosa, onde la fece bruciare senza esaminarla, e con tale prudente dolcezza riconciliò al proprio governo una parte di coloro che le erano sembrati più contrarj[545].

[545] _Matteo Villani, l. X, c. 22-25. — Marchione di Coppo Stefani Stor. Fior., l. IX, Rub. 685. — Delizie degli Erud. Tosc. t. XIV, p. 32. — Cronica di Pisa, t. XV, p. 1035._

Si pretendeva, in Italia, che le quattro principali repubbliche della Toscana si distinguessero per oppostissimi caratteri. Dicevasi generalmente che i Sienesi erano leggeri ed incostanti, i Pisani avveduti e maligni, feroci e collerici i Perugini, gravi, lenti e costanti i Fiorentini[546]. Questi diversi popoli si regolavano per altro in un modo abbastanza uniforme; il loro governo si rassomigliava, e sembravano agitati dalle medesime passioni; tutti quasi nello stesso tempo trovaronsi esposti a rivoluzioni quasi simili, sebbene quella che scoppiò in Perugia nel 1361 parve avere l'impronta del carattere che attribuivasi al popolo di quella città.

[546] _Matteo Villani, l. X, c. 42._

La signoria di Perugia trovavasi tra le mani del second'ordine della cittadinanza e della plebe; l'uomo il più riputato di questa repubblica era Leggieri, figliuolo d'Andreotto de' Michelotti; la fazione dominante di cui era capo aveva come la Pisana il nome di _Raspante_, e davasi quello di malcontenti ai loro avversarj. Trovavasi alla testa degli ultimi Tribaldino dei Manfredini, che le feroci congiure fecero dai Perugini chiamare il nuovo Catilina. Tribaldino studiavasi d'inasprire il risentimento de' nobili e de' principali cittadini, che il popolo allontanava dagl'impieghi; in seguito si era associati quarantacinque gentiluomini di Perugia, tra i quali venivano particolarmente notati diversi cavalieri delle due illustri famiglie delle Mecche, e di monte Mellino; avevano poi preso parte alla congiura novantaquattro cittadini di ricche famiglie, e più di quattrocento d'inferiore condizione. Ma prima di confidare il segreto a così esteso numero di congiurati, Tribaldino, senza avere ancora un complice, aveva fatti pervenire alla signoria a diverse riprese alcuni falsi indizj per farle cercare una trama che non esisteva; e tali progressive false denuncie avevano disposta la signoria a non farsi più carico degli avvisi che le potessero giugnere intorno alla sua cospirazione.

Tribaldino convenne coi congiurati, che in un determinato giorno, nel principio di ottobre del 1361, alcuni appiccherebbero il fuoco ne' diversi quartieri delle città, altri occuperebbero il palazzo, ed ucciderebbero i priori ed i camerlinghi, ond'era composto il governo, mentre i loro compagni aprirebbero le porte ai contadini, introducendoli in città, e rendendosi per tal modo padroni dei borghesi: nello stesso tempo alcuni uomini, affigliati ai congiurati, dovevano far ribellare tutti i castelli del territorio perugino. Tutto il piano della cospirazione sembrava dettato da una vendetta infernale piuttosto che dall'ambizione d'un cittadino. Dopo un'orribile carnificina de' signori di Perugia, la repubblica sarebbe probabilmente venuta in mano di qualche tiranno: per buona sorte Tinieri da monte Mellino, uno de' congiurati, spaventato da tanti orrori, e lacerato da rimorsi, rivelò ai priori il segreto della congiura. Niccolò delle Mecche e Ceccherello dei Boccoli, furono all'istante imprigionati con quattro de' loro satelliti; tutti gli altri si salvarono colla fuga. Si credette di dover lasciare al popolo il giudizio di una causa di tanta importanza, ed all'indomani il parlamento condannò a morte in contumacia, come traditori e ribelli, quarantacinque tra gentiluomini ed antichi cittadini; novanta altri furono assoggettati ad un'ammenda; i due congiurati ed i loro satelliti, arrestati subito dopo la rivelazione della trama, furono i soli condannati al supplicio[547].

[547] _Matteo Villani, l. X. c. 75. — Pompeo Pellini Istoria di Perugia, 2. t. in 4.º Venez. 1664, p. I, l. VIII, p. 997._

CAPITOLO XLVII.

_Volterra assoggettata ai Fiorentini; guerra di Pisa e Firenze; seconda peste in Toscana; congiura de' Malatesti contro la repubblica fiorentina. — Giovanni Agnello occupa la signoria di Pisa ed assume il titolo di doge._

1361 = 1364.

Sulla sommità di una montagna, di dove stendesi lo sguardo su quasi tutta la Toscana, è fabbricata la città di Volterra. Apresi innanzi a lei a grande distanza il mar Tirreno, e le pianure pisane, ed i colli di Firenze, e le foreste di Siena scopronsi egualmente dalle sue alte vedette: enormi blocchi di pietra, posti senza cemento gli uni sopra gli altri, che sostengonsi col solo loro peso già da oltre due mila anni, formano le sue mura. A fianco alle mura si è aperta una lezza, che ogni giorno inghiotte parte della montagna, meno durevole che il gigantesco lavoro degli Etruschi. Ma Volterra nel quattordicesimo secolo non era più che l'ombra di ciò ch'era stata ne' primi secoli di Roma. Posta in mezzo alle tre più potenti repubbliche della Toscana Volterra non aveva saputo conservare la sua libertà, ed era caduta sotto il tirannico governo di messer Bocchino dei Belfredotti. Questo signore trovò un pericoloso nemico in uno de' suoi parenti, che possedeva presso Volterra la fortezza di Montefeltrano, e le loro dissensioni furono cagione della ruina d'ambidue e fecero perdere l'indipendenza alla loro patria. Ognuna delle vicine repubbliche voleva prendere parte a queste contese di famiglia; Firenze, come garante d'un trattato conchiuso tra Bocchino ed il suo parente, Pisa come alleata di Bocchino, e Siena come sua nemica. I sudditi del tiranno, di già alienati dalle sue crudeltà, furono avvisati che stava per vendere Volterra ai Pisani, e che questi erano di già in viaggio per prendere possesso della città. A tale notizia i Volterrani presero le armi e fecero prigioniero il loro signore; in pari tempo spedirono deputati ai Fiorentini ed ai Sienesi per ottenere che questi due popoli rispettassero la loro libertà. I soldati pisani, che si erano avvicinati, furono sorpresi e disarmati senza far resistenza. Ma la signoria di Firenze non volle esporsi agli effetti dell'incostanza d'un popolo che usciva allora da una rivoluzione, e che pendeva incerto tra opposti partiti; onde fece avvicinare le sue truppe a Volterra, e precludere la strada ai Sienesi, che s'avanzavano ancor essi dal canto loro; fece occupare diversi castelli, e per ultimo la medesima cittadella. Allora dichiarò che per dieci anni terrebbe guarnigione in questa fortezza, ma che per ogni altro rispetto conserverebbe la libertà e l'indipendenza de' Volterrani. Il primo uso che questi fecero dei diritti che loro venivano conservati, fu quello di far decapitare il loro tiranno il 10 ottobre del 1361[548].

[548] _Matteo Villani, l. X, c. 67. — Cronica Sanese, p. 169. — Paolo Tronci Annali Pisani, p. 392._

La sommissione di Volterra ai Fiorentini accrebbe il risentimento de' Pisani contro di loro; perciocchè vedevano venuta in mano de' loro rivali un'importante città nell'istante medesimo, in cui credevano di farne essi l'acquisto. Altronde i due popoli s'andavano ogni giorno esasperando con fresche ingiurie. Pietro Gambacorti, cui i Pisani avevano assegnata Venezia per luogo d'esilio, aveva lasciata questa città per venire a Firenze, ed in principio del gennajo del 1362 erasi avanzato, alla testa de' suoi partigiani armati sul territorio di Pisa. Vero è che i Fiorentini avevano severamente proibito ai loro popoli di unirsi alla sua gente; ma forse potevano ancora impedire un'aggressione, che pur non ebbe alcun prospero successo[549].

[549] _Matteo Villani, l. X, c. 85._

D'altra parte Giovanni del Sasso, famoso partigiano, che aveva militato al soldo dei Fiorentini, erasi reso padrone, non senza loro saputa, del castello lucchese di Pietrabuona, posto tre miglia al disopra di Pescia. Questa fortezza era la chiave della valle superiore della Pescia, e del territorio montuoso di Lucca. I Pisani non eransi lasciati in quest'occasione ingannare dal bando dato dalla città di Firenze a Giovarmi del Sasso, e conobbero di dove veniva il colpo, e fecero avanzare formidabili forze per assediare Pietrabuona[550].

[550] _Ivi, c. 83._

L'istante era finalmente giunto in cui la lunga nimicizia dei due popoli più non poteva coprirsi sotto pacifiche forme. Le truppe pisane e fiorentine, ravvicinate le une alle altre sui confini del territorio di Lucca, s'insultarono alla Romita, al di sopra di Pietrabuona, alla Cerbaja ed a Montecarlo[551]. Il popolo ed il governo volevano egualmente la guerra, ed i priori di Firenze adunarono il 18 di maggio un parlamento per riportarsi alla sua decisione. Annunziarono alla nazione adunata, che i banditi, che occupavano Pietrabuona, offrivano di dare questa fortezza alla repubblica; aggiunsero che avevano creduto di doverla accettare, onde valersene perchè in cambio fosse loro resa Coriglia o Sorana, che alcuni pretesi banditi Pisani avevano loro tolte. Ricapitolarono i torti ricevuti dai Pisani, e chiesero al popolo se approvava la parte presa dalla signoria, e se volevano assumere la difesa di Pietrabuona. Ad una sola voce il popolo gridò che difenderebbe il castello, e per tal modo venne decretata la guerra. Per altro questa determinazione fu troppo tarda per salvare la piazza assediata. Passarono alcuni giorni prima che Bonifazio Lupo di Parma, che i Fiorentini facevano venire per comandare le loro truppe, potesse recarsi al campo, avanti Pietrabuona[552]. Appena vi fu giunto che tornò a Firenze il 4 giugno per dichiarare alla signoria ch'era stato chiamato troppo tardi, e che avendo visitato le posizioni degli assedianti, più non conosceva mezzo di salvare la piazza, che effettivamente all'indomani fu presa d'assalto. I Pisani festeggiarono clamorosamente questo leggiero vantaggio, frammischiandovi insulti e minacce contro i Fiorentini, e rendendo in tal maniera la guerra inevitabile, sebbene non fossero per anco cominciate le ostilità, e che fosse di già tornato in loro potere il castello per cui andavano a battersi[553].

[551] _Matteo Villani, l. X, c. 91. — Cron. di Pisa, p. 1037. — Cron. Sanese, p. 171._

[552] _Poggio Bracciolini Historia Fiorentina, t. XX, l. I, p. 210._

[553] _Matteo Villani, l. X, c. 101._

Nell'armata che i Fiorentini adunarono sotto il comando di Bonifazio Lupo di Parma, contavansi seicento corazzieri, mille cinquecento arcieri, e tre mila cinquecento pedoni[554]. La signoria diede la bandiera il 20 giugno nell'ora ch'era stata fissata dagli astrologhi; imperciocchè il rinnovamento delle scienze aveva dato maggior credito all'astrologia giudiziaria, ancora tra quei che si credevano filosofi[555]. L'armata fiorentina dopo avere attraversata Val di Nievole, girò bruscamente per Fucecchio, passò l'Arno, saccheggiò Val d'Elsa, e s'impadronì del castello di Ghiazzano[556].

[554] _Ivi, l. XI, c. 2. — Cron. di Pisa p. 1038._

[555] _Matteo Villani, l. XI, c. 3._

[556] _Matteo Villani, l. XI, c. 6._

Bonifazio Lupo, che comandava quest'armata, non aveva per anco acquistata molta riputazione, in oltre non era di un rango abbastanza distinto perchè si potessero porre sotto i suoi ordini moltissimi signori ed ufficiali, che, come alleati o come soldati, seguivano le insegne della repubblica. La signoria per appagare la vanità di costoro fece venire il 16 luglio Ridolfo da Varano, signore di Camerino, cui affidò il comando[557]. Ma questi fece in breve vedere che non aveva nè i talenti, nè l'attività del suo predecessore[558]. Pure si avanzò ancor esso nel territorio nemico; saccheggiò Cascina; accampò a san Savino e diede de' giuochi presso alle stesse porte di Pisa, ove tre volte distribuì il prezzo della corsa[559]. Più tardi assediò il castello di Pecciola, e lo prese l'undici d'agosto[560]: capitolarono in seguito Montecchio, Ajatico e Tojano; la Maremma fu abbandonata al sacco, ed i Pisani, che nello stesso tempo trovavansi crudelmente tormentati dalla peste, quasi non opposero veruna resistenza a tanti guasti[561].

[557] _Poggio Bracciolini Histor. Fiorentine l. I, p. 210._

[558] _Matteo Villani, l. XI, c. 15._

[559] _Ivi, c. 17. — Tronci Ann. Pisani, p. 393._

[560] _Matteo Villani, l. XI, c. 18 e 19. — Cron. di Pisa, p. 1038. — Cronica Sanese, p. 171._

[561] _Cronica di Pisa, p. 1039._

Ma l'indisciplina delle truppe assoldate, cui Ridolfo da Varano inspirava poco rispetto, sospese i prosperi successi dell'armata fiorentina. Il conte Niccola d'Urbino con alcuni ufficiali italiani, ed i principali contestabili tedeschi chiesero che nell'occasione della presa di Pecciola l'armata ricevesse doppia paga e mese compiuto. La signoria rifiutò di dare per così piccola conquista una ricompensa riservata per le più grandi vittorie; i contestabili posero allora un cappello sulla punta d'una lancia, e fecero pubblicare nel campo un invito a tutti coloro che volevano doppia paga e mese compiuto di adunarsi intorno a quest'insegna, e vi si unirono mille cavalieri. Il generale ricondusse quest'armata sediziosa a san Miniato per non dare al nemico lo spettacolo della sua indisciplina, e la signoria congedò tutti i soldati che avevano avuta parte nel tumulto, ma questi non si separarono, e formarono una compagnia di ventura sotto il nome di _cappelletto_ in memoria del cappello, che loro aveva servito d'insegna, poi passarono nel territorio d'Arezzo, ove cominciarono a vivere di furti[562].

[562] _Matteo Villani, l. X, c. 23. — Cronica Sanese, p. 172._

Mentre la repubblica fiorentina aveva combattuto prosperamente i Pisani per terra, si era veduta con istupore farsi a combatterli ancora sul mare. Vero è che i Pisani, dopo la grande rotta avuta alla Meloria nella guerra contro i Genovesi, avevano cessato d'essere una potenza marittima. Per lungo tempo era stato loro vietato, in forza del trattato convenuto con Genova, di aver in mare galere armate. Durante quest'intervallo avevano essi perdute le antiche loro abitudini; la gioventù aveva scelta un'altra carriera; i consigli avevano un'altra ambizione; i pescatori delle Maremme, quelli di Lerici e della Spezia avevano abbandonato il loro servigio per passare a quello de' Genovesi; le colonie di Sardegna e di Corsica, che loro somministravano tanti marinaj, erano state loro tolte. Dopo tale epoca i Pisani eransi dati alle manifatture ed all'agricoltura, avevano compiuta la conquista dello stato lucchese, e raddoppiata in tal modo l'estensione del loro territorio; ma avevano rinunciato alla navigazione ed alla gloria marittima. Questa stessa repubblica che spesso aveva armati in pochi mesi sessanta ed ottanta vascelli, non fu in istato di difendersi quando i Fiorentini assoldarono Perino Grimaldi di Genova con quattro galere ed un grande vascello; essi gli avevano inoltre dati due vascelli napolitani, e con questa piccola squadra il loro ammiraglio pose a contribuzione tutte le coste dello stato pisano[563].

[563] _Matteo Villani, l. XI, c. 7._

In principio d'ottobre Perino Grimaldi attaccò l'isola del Giglio, ed, ossia per viltà della guarnigione, o per lo scoraggiamento ispirato dalla peste, il castello che signoreggia quest'isola, che i Genovesi, i Catalani ed i Napolitani non avevano mai potuto sottomettere, s'arrese alla repubblica fiorentina, e ricevette da lei un governatore[564]. In seguito la flotta volse la prora verso Porto pisano, che non trovò guardato da verun vascello da guerra. Perino Grimaldi, dopo un'ostinata pugna, s'impadronì delle due torri che difendevano il porto, tolse la catena che ne chiudeva l'ingresso, e la fece trasportare a Firenze, ove se ne vedono ancora alcuni pezzi attaccati alle colonne di porfido, che stanno innanzi alla porta del battistero[565].

[564] _Ivi, c. 28. — Poggio Bracciolini Historia Fiorent. l. I, p. 210._

[565] _Matteo Villani, l. XI, c. 30._

Finchè la peste regnò in Pisa, i Pisani avevano sofferta la guerra senza quasi combattere essi medesimi. Alla fine di quest'anno tanto per loro disastroso, il flagello cessò, ed al principio del susseguente formarono progetti di conquiste. Rinieri de' Baschi, loro capitano, attaccò successivamente Altopascio e santa Maria a monte; formò pure l'assedio di Barga, mentre uno de' suoi ufficiali sorprendeva il castello di Lello nel Volterrano[566].

[566] _Ivi, c. 37, 45 e 47. — Cron. di Pisa, p. 1041._

I Pisani avevano bisogno di stranieri soccorsi per difendersi e vendicarsi delle perdite fatte nella precedente campagna. Si volsero a Barnabò Visconti, capo de' Ghibellini d'Italia, ed alleato ereditario della repubblica. Barnabò trovandosi impegnato in una pericolosa guerra, temeva di provocare i Fiorentini; pure non voleva nè meno vedere affatto perduti i loro nemici, col di cui mezzo sperava un giorno la signoria di tutta la Toscana. Questo principe, dopo aver lasciato spargere la notizia della sua morte durante la peste di Lombardia, era uscito tutt'ad un tratto in agosto del 1361 dalla foresta in cui si era ritirato, e si era innoltrato alla testa di due mila cavalli verso Bologna, sperando di sorprenderla; ma essendo state scoperte le intelligenze che aveva in città, ritirossi senza venire a battaglia[567]. Per tal modo erasi ravvivata la guerra di Lombardia, che ben tosto si rese dannosa ai Visconti. Il legato Albornoz aveva persuasi i signori della Venezia ad unirsi colla Chiesa per difendere Bologna. Quelli della Scala, i Carrara ed il marchese d'Este avevano promesso di tener pronti ognuno cinquecento cavalli, e di unirli ai mille cinquecento che Albornoz obbligavasi di mantenere. Il trattato d'alleanza fu soscritto in aprile del 1362[568], ed il papa diede il segno delle ostilità, scomunicando di nuovo Barnabò Visconti, e dichiarandolo eretico con tutti i suoi aderenti[569].

[567] _Matteo Villani, l. X, c. 74._

[568] _Ivi, c. 96. — Cron. di Bologna, p. 464. — Math. de Griffonibus Memor. Histor. de Reb. Bonon. p. 178. — Cherub. Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXIV, p. 261._

[569] _Matteo Villani, l. X, c. 99. — Cron. di Bologna, p. 467._