Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)
Part 20
Ma questo piccolo vantaggio non bastava a rimettere in buono stato gli affari del legato. La corte d'Avignone non gli mandava i promessi sussidj, e mancando di danaro era forzato a licenziare le truppe dopo una breve campagna: Barnabò al contrario era ricchissimo onde poteva impiegare nell'impresa di Bologna seicento mila fiorini; e col danaro rimontava subito dopo la disfatta un'armata mercenaria. Albornoz, abbandonato dalla sua corte, le di cui entrate venivano dissipate dalla corruzione e dall'intrigo, ebbe di nuovo ricorso all'assistenza degli stranieri. In primavera del 1361 andò per la seconda volta in Ungaria, ed ottenne dal re Luigi lettere patenti che vietavano a tutti gli Ungari, che militavano in Italia, di portare le armi contro la chiesa[520]. Albornoz non raccolse altro frutto dal suo viaggio, nè furono più felici i suoi deputati presso la signoria di Firenze: quella repubblica fu costante nella presa risoluzione di essere fedele ai suoi trattati con Barnabò; e solamente accordò ai Bolognesi alcune facilitazioni per tirare i loro approvvigionamenti dalla Toscana[521].
[520] _Matteo Villani, l. X, c. 45 e 48. — Rayn. Ann. Eccles. 1361, § 1, p. 411._
[521] _Matteo Villani, l. X, c. 57._
Una nuova armata dei Visconti, comandata da Giovanni di Bileggio, cavaliere milanese, guastò in principio dell'estate il Bolognese e gran parte della Romagna; e persuase a ribellarsi alla chiesa Francesco Ordelaffi, cui Barnabò prometteva di rendere la signoria di Forlì[522]. Ma quando le cose del legato parevano quasi disperate, fu salvata Bologna, e rotta l'armata dei Visconti da un raggiro del vecchio Malatesta di Rimini, che come tiranno e come Romagnolo, doveva essere tenuto maestro di perfidia: imperciocchè a tale epoca la malvagia fede degli abitanti della Romagna era in ogni parte d'Italia passata in proverbio[523].
[522] _Cherub. Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, p. 243._
[523] _Matteo Villani, l. X, c. 42._
Il vecchio signore di Rimini mandò un suo fidato al generale milanese per proporgli una segreta alleanza. Doveva questo negoziatore dire a Bileggio, che il Malatesti non aveva scordata la guerra fattagli dal legato quando venne in Italia, nè la conquista d'Ancona e di Sinigaglia: che prevedeva altresì che il legato lo spoglierebbe ancora delle altre città tostocchè la guerra di Bologna avesse fine: ch'egli perciò aspettava il propizio istante per iscuotere il giogo; ma che il forte castello d'Arcangelo, che signoreggiava Rimini, e che trovavasi occupato dalle truppe della Chiesa, rendeva la sua ribellione pericolosa. Non pertanto egli aveva saputo, soggiugneva il messo, guadagnare alcuni del castello, e se mille cinquecento cavalli ghibellini si avanzassero verso Rimini per proteggerlo, più non tarderebbe a dichiararsi scopertamente: che suo fratello e suo figlio, che comandavano a Bologna le truppe della Chiesa, le caverebbero fuori sotto pretesto di soccorrere il loro paese: che gli assedianti dovevano approfittare di questo incontro per togliere ai Bolognesi ogni comunicazione colla Toscana, innalzando un ridotto sulla strada di Pianoro. Bologna privata ad un tempo della sua guarnigione, sedotta dai Malatesti, e de' suoi viveri, che più non potrebbero giugnerle dalla Toscana, caderebbe di necessità in mano ai Visconti.
I motivi di Malatesti erano così plausibili, così bene combinato sembrava il suo piano, che Giovanni da Bileggio gli prestò intera fede. Staccò mille cinquecento cavalli per farli avanzare fin presso Rimini, sotto la condotta di Francesco degli Ordelaffi, quello stesso che era stato signore di Forlì, e coll'altra metà dell'armata egli si avanzò sulla strada di Pianoro fino al ponte di san Ruffolo. Colà gettò in mezzo al letto della Savenna i fondamenti di un ridotto, che, se avesse potuto terminarlo, avrebbe infallibilmente chiusa la strada della Toscana.
Galeotto Malatesti, fratello del vecchio signore di Rimini, sortì di Bologna con cinquecento corazzieri e trecento Ungari, facendo le viste di voler tener dietro all'Ordelaffi; ma quando giunse a Faenza, chiamò a sè i corazzieri che vi stavano di guarnigione, e riprese subitamente la strada di Bologna, ed attraversando il territorio imolese, rientrò in Bologna il 19 luglio in sul fare della sera, seco riconducendo varj corpi di truppe, che aveva adunate sulla strada. Suo nipote Malatesti Ungaro, che comandava nella città, fece credere ai cittadini che i soldati che rientravano, erano una guardia avanzata che richiamava entro le mura; ed intanto fece accuratamente guardare le porte, onde veruna spia non potesse avvisare i suoi nemici ch'egli aveva ricevuto così grosso rinforzo.
All'indomani, domenica 20 luglio, il suono della maggior campana chiamò i Bolognesi alle armi. Quattro mila di loro sortirono contro al nemico sotto il comando del podestà e dei due Malatesti, ed occuparono in silenzio le due rive della Savenna, prima che l'armata de' Visconti avesse sentore del loro avvicinamento. Tutt'ad un tratto mostraronsi da ogni banda coi corazzieri e gli Ungari, che Giovanni da Bileggio credeva in fondo alla Romagna, ed avendo per loro il vantaggio del terreno, attaccarono furiosamente i Milanesi chiusi nel letto del fiume. Questi per altro si difesero valorosamente; ma circa cinquecento di loro furono uccisi nel luogo medesimo in cui facevasi il ridotto, più di altri cinquecento perirono nel volere aprirsi un passaggio attraverso ai nemici, mille trecento corazzieri furono fatti prigionieri, tra i quali Giovanni da Bileggio e molti signori degli Ubaldini; in fine quasi non si salvarono altri di quest'armata che trecento corazzieri, che erano stati staccati per iscortare un convoglio di vittovaglie, e che fuggirono a tempo. Il progetto di Malatesti tendeva a sorprendere nello stesso tempo l'altra metà dell'armata ghibellina, che Francesco degli Ordelaffi aveva condotta in Romagna; ma questi, avvisato della rotta de' suoi alleati si riparò sollecitamente a Lucco, ove si pose al sicuro. Quando la notizia di questa disfatta fu recata a Barnabò Visconti, vestì di nero in segno della sua afflizione; ed i suoi cortigiani temevano in modo la rabbia ch'egli ne aveva concepita, che niuno di loro, per più giorni, non osò avvicinarlo[524].
[524] _Matteo Villani, l. X, c. 59 e 60. — Bernardino Corio Stor. Milan., p. III, 235. — Cherub. Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXIII, p 243._ Questi peraltro descrive la battaglia con differenti circostanze.
I due fratelli Visconti nel caldo della loro collera contro la chiesa, cercarono di vendicarsi con istraordinarie contribuzioni poste sul clero de' loro stati. Del resto essi dovevano impiegare ogni mezzo per far danaro, perciocchè le spese loro superavano sempre le loro immense entrate. Essi in qualche parte d'Italia guerreggiavano sempre, comperavano ad ogni prezzo i tradimenti de' generali o de' ministri de' loro nemici, e nello stesso tempo, siccome ambivano d'imparentarsi colle reali case d'Europa, pagavano tali alleanze a peso d'oro. Galeazzo Visconti, il più vano dei due fratelli, aveva saputo approfittare dello stato di miseria in cui una lunga guerra aveva ridotto Giovanni, re di Francia, per comperare da lui sua figliuola Isabella di Valois con un regalo di seicento mila fiorini. Egli l'aveva data in isposa in ottobre del 1360 a suo figliuolo Giovan Galeazzo, che allora non aveva che undici anni[525]. I signori di Milano, malgrado tutta la loro potenza, non avevano ancora verun legittimo titolo sopra gli stati che occupavano. Essi d'ordinario venivano in Italia chiamati tiranni; ed in Francia, sebbene fossero di nobile casato, erano sprezzati, come principi nuovi; onde quel re, affinchè sua figlia avesse almeno un titolo, investì il suo genero della piccola contea di Virtù, lontana sei leghe da Scialona nella Sciampagna. In fatti è col titolo di conte di Virtù che Giovanni Galeazzo, primo duca di Milano, fu chiamato per lo spazio di trentaquattro anni.
[525] _Bernardino Corio, Stor. di Milano, p. III, p. 234._
Questo matrimonio, che fece arrossire i Francesi per la loro reale famiglia, e che non fu meno cagione di mortificazioni ai Visconti per conto dello stesso prezzo che lo dovettero pagare, venne celebrato con una pompa che esaurì le finanze dello stato. Tutta la nobiltà d'Italia fu invitata alle feste date in tale occasione, come pure tutti gli ambasciatori di tutti i principi e di tutte le città. Contaronsi ne' banchetti fin cento signore e mille cavalieri delle più illustri famiglie; tutti i convitati furono magnificamente regalati, e la corte di Milano cercò con un lusso e con una pompa straordinaria di fare scordare alla nuova sposa i reali onori che aveva perduti[526].
[526] _Matteo Villani, l. IX, c. 103. — Petri Azarii Chron., t. XVI, p. 405. — Chron. Placent., p. 505._
La Francia, che in tal modo vendeva il sangue de' suoi principi, era inallora nel più deplorabile stato in cui siasi giammai trovata quella monarchia. Dall'una all'altra estremità il regno era stato ruinato dalle incursioni degl'Inglesi, dalle eccessive imposte levate per difesa dello stato e per pagare la taglia del re, dai tradimenti del malvagio re di Navarra e dalle guerre civili da lui promosse, dalla ribellione de' contadini, conosciuta sotto il nome di _Jacquerie_; finalmente, per mettere il colmo alla sua oppressione, il regno trovavasi in tale epoca abbandonato al saccheggio delle grandi compagnie, e travagliato dalla peste. Le prime compagnie si erano formate di soldati francesi ed inglesi, quando la pace di Bretigny aveva fatte licenziare le due armate. Molte di quelle compagnie passarono in Provenza, a cagione che questa parte del regno, più lontana dal teatro della guerra, aveva meno sofferto, ed i vassalli di Giovanna di Napoli e quelli del papa potevano ancora pagare grosse contribuzioni. Una compagnia occupò Ponte santo Spirito otto leghe al disopra di Avignone[527], ed un'altra, detta la compagnia bianca o inglese, si avanzò a due sole leghe da Avignone, sotto pretesto di cacciar via la prima, ma in sostanza per ismugnere danaro dai prelati: una terza, composta di soldati che avevano militato nella guerra che si fecero i conti di Fois e d'Armagnacco, giunse dalle frontiere della Spagna[528]. Tutti gli abitanti di Avignone furono costretti di fare la guardia, e tutta la città si riempì di spavento. Il papa pagò cento mila fiorini alla seconda compagnia, che aveva sei mila cavalli, onde persuaderla a passare in Piemonte ai servigi del marchese di Monferrato; ma quando questa compagnia allontanossi in maggio del 1361, rimasero in Provenza le altre due non meno formidabili, una sulla destra, l'altra sulla sinistra riva del Rodano, ed i Provenzali non furono quasi punto sollevati per l'allontanamento di una[529].
[527] _Matteo Villani, l. X, c. 27. — Raynal. Annal. Eccl. 1361, § 5, p. 413._
[528] _Matteo Villani, l. X, c. 34._
[529] _Matteo Villani, l. X, c. 43._
Lusingavasi la compagnia inglese di sottrarsi alla peste passando in Italia, ma ella portava seco i semi della pestilenza. Questo terribile flagello manifestossi in Fiandra nel 1360 con i medesimi sintomi che l'avevano annunciato nel 1348. Di là si stese nel vescovado di Liegi, nella bassa Germania, nella Polonia, nell'Ungheria[530]. In sul cominciare della state del 1361 si spiegò la peste anche in Londra, ove si videro morire fino mille duecento persone in un giorno, ed in pari tempo si sparse in tutta la Francia. In Avignone morirono nove cardinali, settanta prelati ed un infinito numero di abitanti. La compagnia inglese portò la peste in Lombardia; più delle altre città soffrirono Milano, Pavia, Como e Venezia; in seguito furono colpite la Romagna e la Marca; e perfino nelle stesse Alpi, e negli Appennini i castelli degli Ubaldini[531].
[530] _Ivi, l. IX, c. 107._
[531] _Matteo Villani l. X, c. 46. — Chron. Placent., t. XVI, p. 506._
I fratelli Visconti non opposero armata alla compagnia inglese, che spediva contro di loro il marchese di Monferrato; si limitarono a far guardare le città murate, ed in appresso non pensarono che a preservare sè medesimi dalla peste. Galeazzo si chiuse nel castello di Monza, e Barnabò in quello di Melegnano. Questo principe non volendo ricevere chicchefosse diede ordine ad una scolta, che stava di guardia sull'alto del campanile, di toccare tante volte la campana quanti uomini vedrebbe avvicinarsi al castello. Un giorno Barnabò, senz'esserne avvisato dal suono della campana, vide giugnere alcuni gentiluomini milanesi, che venivano a fargli la loro corte. Diede subito ordine di punire la scolta della sua negligenza col gettarla giù dalla torre; ma coloro ch'erano saliti per ucciderla, la trovarono morta di peste presso la campana. Estremo fu lo spavento di Barnabò a tale notizia; egli fuggì in una casa destinata alla caccia, posta nel centro delle sue più rimote foreste; a due miglia di distanza tutto all'intorno fece piantare pali e forche, ponendo scritture in ogni luogo, che minacciavano di far appiccare senza remissione chiunque avrebbe l'ardire di avanzarsi oltre la linea[532]. Egli rimase in questa solitudine, senza comunicare con alcuno, finchè cessò la peste; e la sua assoluta reclusione accreditò ben tosto le voci della di lui morte, ch'egli non si curò di smentire.
[532] _Matteo Villani, l. X, c. 64._
La peste, che desolava il rimanente dell'Italia, non penetrò in Toscana che l'anno dopo; e le repubbliche di questa contrada prosperavano, quando la guerra de' Visconti colla Chiesa e col marchese di Monferrato desolava le limitrofe province. Durante questo stesso periodo le repubbliche toscane allargarono il loro territorio, comperando feudi dai gentiluomini del vicinato, ed anche forzandoli talvolta a sottomettersi.
I Fiorentini in particolare fecero colle armi o col danaro i più considerabili acquisti. In agosto del 1359 assediarono Bibbiena, ricca borgata, che Pietro Saccone aveva in altri tempi tolta al vescovo ed alla città d'Arezzo, e che al presente era posseduta dai Tarlati suoi figliuoli[533]. I Fiorentini, che conoscevano l'importanza di Bibbiena per la difesa di Val d'Arno superiore, non lasciaronsi smuovere dalla ostinata resistenza degli assediati. Acquistarono i diritti del vescovo e della città d'Arezzo su questo castello[534], ed il 6 gennajo del 1360 l'ottennero per capitolazione. Tre Tarlati e circa quaranta loro soldati furono fatti prigionieri[535].
[533] _Matteo Villani, l. IX, c. 47._
[534] _Ivi, c. 49._
[535] _Ivi, c. 61 e 62._
Marco, figliuolo di Galeotto, signore di san Niccola e di Soci, approfittò di quest'occasione per offrire senza condizioni i suoi due castelli alla repubblica. Era questo il più sicuro mezzo di venderli ad alto prezzo, e gli furono generosamente pagati[536]. Circa lo stesso tempo gli Aretini tolsero ai Tarlati Pieve a santo Stefano, Montecchio e Chiusi[537]; il castello di Serra si diede volontariamente ai Fiorentini, e mentre Pietro Saccone aveva nella lunga sua vita signoreggiati metà degli Appennini, e renduta formidabile a tutta la parte guelfa la sua famiglia, questa quattro anni dopo la di lui morte trovavasi ridotta nel più basso stato[538].
[536] _Ivi, c. 48._
[537] _Ivi, c. 66._
[538] _Matteo Villani, c. 70._ Il Villani, come tutti gl'Italiani, chiamano col nome di Alpi le alte cime degli Appennini che appartenevano a questi immediati feudatarj dell'impero.
Presso ai feudi dei Tarlati e sulla strada di Firenze a Pietra Mala, il conte Tano, della famiglia Alberti, possedeva i due castelli di Monte Carelli e di Monte Vivagni, ch'erano diventati asili di assassini. Tano erasi alleato all'arcivescovo Visconti, quando questi era in guerra coi Fiorentini, e dopo tale epoca erasi conservato fedele ai signori di Milano, malgrado l'avviso che un giorno gli diede il suo buffone. Essendosi questi gettato entro ad un fosso, che divideva i dominj del conte da quelli della repubblica fiorentina, si fece a gridare all'armi con quanta voce poteva. I Fiorentini, accostumati dalle frequenti vessazioni del conte a correre alle armi al menomo segnale, si adunarono in numero d'oltre cinquecento. Il conte accorse ancor esso e rampognò il buffone d'avere sparso l'allarme in tutto il paese: «Guarda conte, gli rispose il buffone, come alle mie sole grida sonosi ragunati cinquecento uomini del territorio fiorentino, senza che sia venuto in mio ajuto un solo servitore de' signori di Milano; non vedi tu in buona fede, che tu potresti suonare il corno d'Orlando tutto l'anno senza poter far venire da Milano in tuo soccorso cinque uomini[539].» La predizione del buffone si avverò: stanca la repubblica fiorentina di soffrire in Mugello le avarie del conte Tano, dopo aver chiesto ed ottenuto l'assenso de' Visconti, fece assediare i due castelli di Monte Carelli, e di Monte Vivagni, i quali furono presi e riuniti al territorio fiorentino, e il conte Tano trattato qual capo d'assassini perdette la testa sul patibolo.
[539] _Matteo Villani, t. IX, c. 108._
La famiglia degli Ubaldini, non meno potente di quella dei Tarlati, possedeva vasti feudi negli Appennini; ma di questi tempi s'andava indebolendo con una guerra domestica. Era divisa in due rami, chiamati di Maghinardo e di Susinana, i quali si battevano con accanimento. La repubblica fiorentina, verso la fine del 1360, comperò tutte le giurisdizioni del ramo dei Maghinardo, e le due castella di Monte Gemmoli e di Monte Coloreto pel prezzo di sei mila fiorini. In pari tempo accordò all'illustre famiglia degli Ubaldini il privilegio di rinunciare alla sua nobiltà per entrare nella classe de' cittadini di Firenze, e concorrere ai pubblici impieghi[540]. Lo stesso privilegio era stato l'anno precedente accordato agli Ubertini per compensarli de' servigi resi alla repubblica contro la grande compagnia[541]. Di modo che, quasi nello stesso tempo, le tre grandi famiglie che signoreggiavano gli Appennini, furono ridotte all'ubbidienza della repubblica.
[540] _Matteo Villani, l. X, c. 26._
[541] _Ivi, l. IX, c. 43._
Nello stesso anno i Sienesi sottomisero al loro dominio i conti di santa Fiora, i più grandi feudatarj ghibellini ed indipendenti del suo vicinato[542]. I Pistojesi occuparono il castello della Sambuca[543]: i Perugini molti di quelli de' Tarlati postisi sotto la loro protezione. Ma mentre che le repubbliche toscane s'ingrandivano a spese della nobiltà immediata, furono tutte agitate la volta loro da cospirazioni, e tutte ebbero la fortuna di scoprire a tempo le trame che minacciavano la loro esistenza.
[542] _Ivi, l. X, c. 51._
[543] _Matteo Villani, l. IX, c. 64._
La congiura di Pisa fu la prima a scoppiare. I mercanti e gli artigiani di questa città erano ruinati dall'allontanamento de' Fiorentini, i quali avevano dietro loro tirati a Telamone i più ricchi mercanti stranieri, lasciando il porto di Pisa ed i suoi mercati deserti. I Raspanti, che governavano la repubblica, venivano chiamati autori d'ogni danno che soffriva il commercio: essi, dicevasi, si erano sforzati, per odio che portavano ai Guelfi, di far nascere una guerra tra Firenze e la loro patria, mentre i Bergolini, che governavano prima, avevano rappacificate le due repubbliche. I Gambacorti, capi della precedente amministrazione, erano ancor essi mercadanti, e non avevano sagrificato l'interesse generale ai pregiudizj del partito ghibellino, dal quale cominciavano a staccarsi. Un agente di cambio, detto Federigo del Mugnajo, assicurato che tutti i mercanti di Pisa erano malcontenti, intraprese a riunirli per cacciare i Raspanti, e richiamare i Bergolini. La sua professione lo aveva reso noto a tutti i mercanti, e gli dava frequenti occasioni d'udire le loro lagnanze intorno allo stagnamento del commercio. Egli incoraggiava tali lagnanze, faceva il confronto dell'imprudente animosità dei Raspanti colla savia moderazione de' Gambacorti. Quando vedeva coloro che lo ascoltavano abbastanza irritati, sicchè potesse sperare d'impegnarli a secondarlo, loro esponeva i suoi progetti. I congiurati dovevano occupare la piazza il venerdì santo, 3 aprile 1630, dovevano uccidere i principali capi de' Raspanti, richiamare i Bergolini dall'esilio, e rendere ai Fiorentini le antiche loro esenzioni. Questa trama venne denunciata alla signoria il giovedì santo; onde vennero arrestati diciotto de' principali congiurati, otto de' quali furono condannati alla morte, e dieci banditi, e vedendo i Raspanti che un grandissimo numero di cittadini credevasi compromesso, essi non osarono spingere più in là le loro indagini[544].
[544] _Matteo Villani, l. IX, c. 78. — Croniche di Pisa, t. XV, p. 1035. — Cron. Sanese, p. 168. — Tronci Ann. Pisani, p. 360._