Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)

Part 2

Chapter 23,754 wordsPublic domain

Il terreno sacro più non bastava a tanti cadaveri, onde si cominciò a scavare ne' cimiterj grandissime fosse, nelle quali collocavansi a strati di mano in mano che vi si portavano, poi si ricoprivano con poca terra. Frattanto i vivi, persuasi che i divertimenti, i giuochi, i canti, l'allegria potevano soli camparli dalla peste, ad altro più non pensavano che a trovare godimenti, non solo nelle proprie, ma ancora nelle altrui case, qualunque volta credevano trovarvisi cosa di loro piacere. Tutto era in loro balìa, imperciocchè ognuno, quasi più non dovesse vivere, aveva abbandonata ogni cura di sè stesso e delle sue sostanze. La maggior parte delle case erano diventate comuni; e coloro che vi entravano, ne usavano come di cosa loro propria. Distrutto era il rispetto per le leggi divine ed umane; i loro ministri e coloro che dovevano procurarne l'esecuzione, erano morti o infermi, e privi in maniera di guardie e di subalterni, che non potevano incutere verun timore; onde ognuno risguardavasi come libero di fare tutto quello che venivagli in grado di fare.

Le campagne non erano più risparmiate delle città, ed i castelli ed i villaggi erano piccole immagini della capitale. Gli sventurati agricoltori, che abitavano le case sparse ne' campi, i quali non potevano sperare ne' consigli di medici, nè assistenza di servi, morivano sulle pubbliche strade, ne' campi, o nelle loro case non come uomini, ma come bestie. E per tal modo diventati non curanti di tutte le cose di questo mondo, come se giunto fosse il giorno della loro morte, più non pensavano di domandare alla terra i suoi frutti, o il prezzo delle loro fatiche, ed invece sforzavansi di consumare quelli che avevano di già raccolti. I bestiami, cacciati dalle case, erravano pei campi abbandonati, tra le messi che non eransi raccolte, e per lo più rientravano senza guida in sulla sera nelle loro stalle, sebbene più non rimanessero padroni o pastori per custodirli.

Veruna peste in altro tempo aveva colpite tante vittime. A Firenze e nel suo territorio, di cinque persone ne morirono tre[14]. Pensa il Boccaccio che la sola città perdesse più di cento mila individui. A Pisa, di dieci persone ne morirono sette; ma sebbene in questa città, come altrove, si fosse conosciuto per prova che chiunque toccava un morto o le sue vesti, e anche soltanto il danaro, era preso dal contagio, e sebbene più non si trovasse alcuno che per qualunque somma volesse rendere ai morti gli estremi ufficj, pure niun cadavere restò nelle case senza sepoltura. I cittadini chiamavansi gli uni gli altri in nome della carità cristiana, e si dicevano: «ajutiamoci a portare questo morto alla fossa, affinchè altri ci portino quando morremo[15].» Racconta lo storico Angelo di Tura, che a Siena, ne' quattro mesi di maggio, giugno, luglio ed agosto, la peste rapì ottantamila persone: e che egli medesimo seppellì colle proprie mani i suoi cinque figli nella stessa fossa[16]. La città di Trapani in Sicilia rimase affatto deserta, essendo morti fino all'ultimo tutti gli abitanti[17]. Genova ne perdette 40,000; Napoli 60,000; e la Sicilia, compresa non v'ha dubbio la Puglia, 530,000[18]. In generale si calcolò che in tutta l'Europa, la quale dall'una all'altra estremità andò soggetta a così terribile flagello, furono distrutti tre quinti della popolazione.

[14] _Matteo Villani l. I, c. 2._

[15] _Chroniche di Pisa t. XV, p. 1021._ — Si veda ancora intorno alla peste di Padova, _Cortusior. Hist. l. IX, c. 14, t. XII, p. 926_.

[16] _Cronica Sanese t. XV, p. 123._

[17] _Chron. Esten. t. XV, p. 448._

[18] _Ibi, e Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 409._

Nè la perdita dell'Europa deve solamente valutarsi pel numero dei morti, ma inoltre per la qualità degli illustri personaggi che perirono, mentre, come osserva uno storico di Rimini, la peste risparmiò tutti coloro la di cui morte era desiderabile[19]. Quello che più merita d'essere da noi compianto, è Giovanni Villani, lo storico più fedele, più veridico, più elegante e più animato, che avesse fin allora prodotto l'Italia. Noi abbiamo fatto non interrotto uso della sua storia pel corso di un mezzo secolo colla confidenza dovuta ad un autore contemporaneo e giudizioso, e che personalmente ebbe parte negli affari. Il Villani, come lo racconta egli medesimo, era stato a Roma nel giubileo del 1300; e colà fu che, paragonando la decadenza di quell'antica capitale del mondo colla crescente grandezza della sua patria, formò il progetto di scrivere la storia di Firenze[20]. Il Villani, socio di una casa di mercadanti, aveva pure viaggiato in Francia e ne' Paesi Bassi, senza dubbio per affari di commercio. Fu più volte membro della suprema magistratura, esercitò diversi pubblici impieghi, come di direttore della zecca, delle fortificazioni e dell'ufficio dell'abbondanza delle biade. Nel 1323 aveva servito nell'armata contro Castruccio; nel 1341 fu uno degli ostaggi dati a Mastino della Scala pel compimento del trattato fatto con lui. In tal modo egli si mostrò degno di aver parte a tutti gli affari pubblici e privati. In sul finire del viver suo fu ruinato dal fallimento dei Bonaccorsi, dei quali era socio; e fu scritto da taluno che fu imprigionato per debiti. Gli ultimi libri della sua storia pare che si risentano di queste private disavventure, ed indicano che l'autore era diventato diffidente e lento. Quando morì di peste nel 1348, doveva essere giunto a matura vecchiaja[21].

[19] E morì di tre persone le due... fuorchè tiranni e grandi signori, non morì nessuno. _Cronaca Riminese t. XV, p. 901._

[20] _Gio. Villani l. VIII, c. 36._

[21] _Tiraboschi Stor. della Letter. ital. t. V, l. II, c. 6, § 14._

Altre cronache italiane terminano nella stessa epoca; lo che dà luogo a credere che i loro autori cadessero vittime della stessa epidemia[22]. Giovanni d'Andrea, il più illustre giurisperito d'Italia, e la Laura del Petrarca, furono tolti al mondo da questo flagello, il primo in Bologna, l'altra in Avignone.

[22] Andrea Dei autore della Cronaca Sanese, e l'anonimo di Pistoja.

In tempo della carestia e della peste, i popoli d'Italia, oppressi da tali calamità, si rimasero per la maggior parte in una forzata inazione. L'ambizione e le altre passioni politiche più agire non potevano sopra uomini minacciati ogni giorno dalla morte, e che più non calcolavano l'avvenire. Non pertanto alcune strepitose rivoluzioni illustrarono quest'epoca: precisamente in sul finire della carestia, e quando incominciava la peste, Pisa si divise in due nuove fazioni dei Bergolini e dei Raspanti, fazioni che presero il luogo di quelle de' Conti e de' Visconti, i di cui nomi cominciavano a cadere in dimenticanza, e di quelle tra i nobili ed il popolo ch'erano scoppiate dopo le prime.

Il giovane conte Renieri, erede della famiglia della Gherardesca e del favore del popolo che questa godeva da lungo tempo, era giunto al suo diciottesimo anno. Era, per così dire, ancora fanciullo, quando fu investito, come per diritto ereditario, della carica di capitano di Pisa; e Dino della Rocca suo parente, ed i principali capi del partito popolare, presero a governare la repubblica in suo nome. Ma quando Renieri ebbe finalmente gusti e volontà personali, alcuni uomini che da lungo tempo appartenevano ad un partito opposto alla sua famiglia, seppero rendersi padroni del suo spirito. Il più distinto tra questi nuovi consiglieri, che furono detti _Bergolini_ da un soprannome dato al giovane conte, era Andrea Gambacorta, capo di una famiglia che si rese in breve la più potente di Pisa, quando le antiche case indebolite dalla peste ebbero perduto pressochè tutto il loro credito. Dino della Rocca, discendente dalla famiglia Gherardesca, cercava di tenere uniti gli antichi partigiani de' conti, ed i capi del partito popolare; e molte ragguardevoli case di Pisa avevano abbracciata la sua causa[23], ed occupavano con lui le principali cariche dello stato. Ma questi venivano accusati d'essersi nella loro amministrazione appropriato il pubblico danaro, ond'ebbero il nome di _Raspanti_, e tale accusa che indisponeva il popolo contro di loro, aggiunta alla loro malintelligenza col capitano generale, poteva ad ogni istante farli escludere da tutte le cariche.

[23] I Raü, Scacchieri, Benedetti, Pandolfini, Rosselmini, Lei-Vernagalli, Scarsi, Botticella e Lambertucci. — _Cronica di Pisa t. XV, p. 1018._ — Con Gambacorta vedevansi nell'altra fazione Cecco d'Agliata, i Gualandi, Sismondi, Lanfranchi e Baccarossi.

Mentre l'incostanza del conte della Gherardesca pareva minacciare a Pisa una vicina rivoluzione, questo giovane morì; e furono incolpati i Raspanti d'averlo fatto avvelenare. Questo sospetto accrebbe in modo l'irritamento delle parti, che in vano i magistrati facevano severamente castigare coloro che con pungenti motti o popolari canzoni tenevano viva l'animosità delle due parti; invano costringevano i capi ad unire le loro famiglie coi matrimonj, a promettere il mantenimento della pace, ed a giurarlo perfino innanzi all'altare; chè una vicendevole diffidenza teneva armate nelle proprie case le due fazioni, e pronte a venire alle mani; ogni notte un incendio acceso per eccitare una sedizione manifestavasi in qualche quartiere della città; l'irritamento andava crescendo in modo che più non potè essere compresso; ed il giorno 24 di dicembre, dopo una zuffa intorno alla casa di Dino della Rocca, nella quale i Bergolini rimasero vittoriosi, furono i Raspanti cacciati dalla città, ed Andrea Gambacorta fatto capo della repubblica[24].

[24] _Cronica di Pisa t. XV, p, 1017-1020. — B. Marangoni Cron. di Pisa p. 703. — Gio. Villani l. XII, c. 118._

Ma questa involuzione della repubblica era cosa di non molta considerazione a fronte delle novità cagionate nell'Italia meridionale dalla morte di Andrea re di Napoli. Il re Luigi d'Ungheria aveva giurato di vendicare la morte di suo fratello, e compì il suo disegno appunto in tempo delle calamità della carestia e della peste. La vigorosa resistenza che gli avevano opposta i Veneziani innanzi a Zara l'anno 1346, avevangli impedito di unire quella città al suo regno, e di stabilire per mezzo del suo porto, a traverso dell'Adriatico, una comunicazione tra l'Ungheria e le province della Puglia. Zara, che Luigi aveva invano cercato di liberare dall'assedio, dovette infine dopo diciotto mesi di ostinata resistenza, rendersi ai Veneziani in dicembre del 1346. I Jadriotti si presentarono colla corda al collo al Senato veneto, per chiedere perdono della loro ribellione[25]; ed il re Luigi che aveva promesso di proteggerli, differì la sua vendetta contro Venezia dopo quella che voleva prendere della regina Giovanna.

[25] _Chron. Esten. t. XV, p. 433. — Chron. Mutin. t. XV, p. 607._

Nè l'elezione di Carlo IV, e la guerra che provocò in Germania, nè la morte di Luigi di Baviera, non ridussero il re d'Ungheria a rinunciare alla stabilita impresa. Egli si fece precedere da suo fratello naturale il vescovo di Cinque Chiese per disporre i popoli a suo favore. La città d'Aquila aprì le porte al prelato ungaro, e quasi tutti gli Abruzzi ed il conte di Fondi si dichiararono per lui[26]. Il re che aveva fatto noto a tutti i suoi sudditi il desiderio di vendicarsi, si mise più tardi in cammino, partendo da Buda il 3 di novembre del 1347 con poche forze, ma con molti tesori, credendo miglior consiglio l'assoldare truppe in Italia, che condurvele da così lontana parte[27].

[26] _Gio. Villani l. XII, c. 88._

[27] Dice il Villani, ch'egli non aveva più di mille cavalli. Bonfinio parla di 18 legioni, ma non ci dice di quanti uomini erano composte. _Rer. Hun. Dec. II, l. X, p. 262._

L'armata ungara prese la via di terra e fece il giro del golfo Adriatico per Udine, Padova, Verona, Bologna, e per le città della Romagna. Il re presentavasi in ogni luogo siccome l'amico dei piccoli signori di cui doveva attraversare lo stato, e non manifestava altra mira ambiziosa, tranne quella di vendicare il fratello, e di castigare un atroce delitto; onde lungi d'essere trattenuto nel cammino, ingrossava l'armata con una folla di volontarj che si assoldavano sotto le sue bandiere[28].

[28] _Gio. Villani, l. XII, c. 106. — M. Joh de Thwrocz Chron. Hungar, p. III, c. 10, p. 180. — Scrip. Ung. t. I._

Parve, gli è vero, che la Chiesa si disponesse a difendere un regno pel quale rifiutava di prendere le armi ogni principe secolare. Un legato del papa fermò a Foligno il re d'Ungheria, ingiungendogli di rinunciare ad ogni progetto di vendetta, dacchè il giudice deputato dalla santa Sede aveva di già puniti tutti i veri colpevoli, dichiarandogli in pari tempo che la sovranità di Napoli apparteneva alla chiesa; e che un cristiano doveva ricorrere al successore di san Pietro, non alle armi per far valere i suoi diritti sopra quel regno feudale. «Andate a dire al vostro santo padre, rispose Luigi, che più di duecento colpevoli rimangono ancora impuniti in quel regno che mi è dovuto per diritto ereditario. Penso, coll'ajuto di Dio, di farvi ben tosto miglior giustizia; e quando mi sarò posta la corona in capo, non rifiuterò alla chiesa _l'omaggio_ ed il tributo da me dovutole. Se voi frattanto mi scomunicate, mi appellerò a Dio della vostra sentenza; egli è più grande del papa, e conosce la giustizia della causa[29].»

[29] _Gio. Villani l. XII, c. 106._

Luigi continuò dopo questo il suo cammino, e giunse ne' primi giorni di dicembre ai confini del regno. Il 20 agosto la regina Giovanna aveva sposato Luigi di Taranto suo cugino; e con tale unione con uno degli uccisori di suo marito, più non lasciava verun dubbio d'aver presa parte al delitto di cui l'accusava il re d'Ungheria: i popoli medesimi invocavano un vindice di sì grave attentato. Aquila, Sulmona e Sanguinetto aprirono le loro porte agli Ungari; i principi del sangue gelosi dell'innalzamento d'un loro eguale, abbandonavano Giovanna; il duca di Durazzo disponevasi a farle guerra[30]; e Luigi di Taranto, ch'erasi posto a Capoa per contrastare agli Ungari il passaggio del Volturno, vedeva ogni giorno diminuirsi la sua armata[31].

[30] _Ivi, c. 98._

[31] _Dominici de Gravina Chron. de Rebus in Apulia. Gestis, t. XII p. 576._

Ma Luigi di Taranto non ebbe pure l'opportunità di sperimentare il coraggio delle sue truppe, la di cui fedeltà gli era sospetta. Il re d'Ungheria non tentò il passaggio del Volturno, ma presa la via del contado d'Alife, giunse l'undici gennajo a Benevento con un'armata composta di sei mila uomini di cavalleria pesante. L'agitazione e lo spavento regnavano in Napoli; il gran maniscalco, Nicola degli Acciajuoli, repubblicano fiorentino che in mezzo ad una corte corrotta erasi conservato fedele ai principj d'una severa morale, e che adesso sforzavasi di salvare una regina di cui aveva cercato invano di prevenirne gli errori e le sregolatezze, non trovava alcuno tra i cortigiani o nella nobiltà che volesse assecondarlo. La città neppure pensava a rispingere gli Ungari, e Giovanna si risolse all'ultimo d'abbandonare il suo regno, senza aver data una battaglia per difenderlo. Imbarcossi il 15 gennajo a Napoli coi suoi più cari confidenti, portando sulla propria galera il poco danaro che ancora le restava dei tesori ammassati dal re Roberto, e fece vela alla volta della Provenza, ove i suoi baroni dovevano farle sentire la loro arroganza ed il loro malcontento. Luigi di Taranto e Nicola degli Acciajuoli imbarcaronsi poco dopo per seguirla, e tutte le città del regno si affrettarono di mandare deputati a Luigi d'Ungheria per sottomettersi a lui[32].

[32] _Gio. Villani l. XII, c. 110. — Gravina Chronicon de Rebus in Apulia Gest. p. 578._

I principi del sangue che non avevano seguita Giovanna nella sua fuga, non sapevano ancora risolversi a porsi in mano del re d'Ungheria. Carlo, duca di Durazzo, fu il primo a superare ogni riguardo, sdegnando i consigli de' più timidi amici. Si presentò al re suo cugino, e gli rese omaggio come a suo nuovo sovrano, e ne ricevette le più lusinghiere accoglienze. Dietro i replicati suoi inviti, i suoi fratelli e cugini si recarono alla corte del re che accordò loro il suo favore[33].

[33] _Domin. de Gravina Chron. Apul. p. 579._

L'armata ungara era giunta ad Anversa; e Luigi, prima di lasciare quella città, volle vedere il luogo in cui perì suo fratello. Il giorno 14 di gennajo si avvicinò con tutti i principi del sangue alla finestra ov'era stato strozzato lo sventurato Andrea. È probabile che tutte le circostanze di questo delitto, così fortemente richiamate ai suoi occhi ed alla sua memoria, destassero in lui un'improvviso furore che fu creduto la conseguenza d'un piano di perfidia formato da qualche tempo; egli si volse impetuosamente a Carlo di Durazzo, chiamandolo malvagio traditore; gli rimproverò d'avere co' suoi intrighi preparata la morte di Andrea, colla speranza di ereditarne la corona. «Conviene che tu muoja, gli disse finalmente, ove tu lo facesti morire.» In sull'istante un Ungaro percosse il duca di Durazzo nel petto, altri lo presero pei capelli, lo gettarono giù dal balcone medesimo dal quale era stato gittato Andrea, e lo fecero perire nello stesso luogo[34]. Gli altri principi del sangue vennero imprigionati, e mandati in Schiavonia. Un figlio di Andrea e di Giovanna, che già aveva il titolo di duca di Calabria, da sua madre lasciato nel castello dell'Ovo, fu pure mandato da Luigi ne' suoi stati ereditarj[35]. Dopo questo fanciullo, il duca di Durazzo era il più prossimo erede dei due troni d'Ungheria e di Napoli; e siccome aveva sposata Maria, sorella di Giovanna, riuniva i diritti della famiglia di Roberto ai proprj. Alcune sue lettere, sorprese dagli Ungari, provavano effettivamente ch'egli aveva alla corte del papa operato contro Andrea, forse lusingandosi di soppiantarlo; ma egli non aveva presa parte alla congiura di Luigi di Taranto, anzi era stato uno de' primi ad impugnare le armi contro di lui; era stato chiamato presso Luigi colle più aperte assicurazioni d'amicizia e di benevolenza; era stato invitato alla sua mensa, e fu non pertanto la vittima di una perfidia che sola bastava a disonorare il cavalleresco carattere dell'ungaro monarca.

[34] _Gio. Villani l. XII, c. 111. — Dominici de Gravina Chron. Apul. p. 581._

[35] Tutti questi principi vennero rinchiusi nel castello di Wisgrado. _J. di Thwrocz, Chron. Hung. t. III, p. 180, c. 11._

Quest'ultimo prese ben tosto pacificamente possesso di Napoli e del regno; e perchè non incontrava chi gli si opponesse, congedò le truppe mercenarie che aveva assoldate, onde liberare dalla loro oppressione le province conquistate. Tra quei soldati trovavasi lo stesso duca Guarnieri, il quale poc'anni prima aveva formata la grande compagnia e guastati i territorj della Toscana e della Romagna. Guarnieri prese cura di adunare i soldati licenziati dal re, e formatone una nuova compagnia, entrò dalla banda di Terracina negli stati del papa. Questo corpo di masnadieri più regolarmente organizzato che non era stato il primo, doveva più lungamente travagliare tutte le contrade d'Italia[36].

[36] _Gio. Villani l. XII, c. 112._

Frattanto la peste aveva cominciato a manifestarsi nel regno di Napoli, ed aveva privato il re d'Ungheria di molti suoi fedeli servitori. I Napoletani, sempre più proclivi alla ribellione che alla difesa, cominciavano a dar segni di malcontento; e gli Ungari desideravano di lasciare un paese in cui erano minacciati tutti da vicina morte. Luigi affidò il comando de' castelli di Napoli a Corrado Guilford, detto _Lupo_, barone tedesco, cui lasciava mille duecento cavalli[37], e nominò suo fratello, Ulrico Guilford, governatore della Puglia. A costoro aggiunse Stefano, figliuolo di Ladislao Laczk, vaivoda di Transilvania; indi sotto pretesto di visitare in persona le conquistate province, passò a Barletta in maggio del 1338, dove s'imbarcò sopra un leggier bastimento, e, attraversando la Schiavonia, si restituì in Ungheria, prima che i Napoletani sospettassero vicina la di lui partenza dal regno[38].

[37] _Domin. de Gravina Chron. p. 586._ — Bonfinio chiama questo generale _Wolfort_; e forse il soprannome di _Lupo_ non sarà che la traduzione di tal nome. _Dec. II, l. X, p. 263._

[38] _Matteo Villani, l. I, c. 13 e 14._ — Cominciamo qui a seguire questo storico che continuò la storia di suo fratello Giovanni, ed entrò in più circostanziati racconti, poichè non comprese in undici libri che la storia di sedici anni. Trovasi pure stampato nel _t. XIV della Rac. Scrip. R. It._

Mentre la peste continuava ad infierire, la regina di Napoli, che i suoi malcontenti baroni avevano tenuta alcun tempo prigioniera in Provenza, ebbe avviso che i Napolitani, omai stanchi del giogo degli Ungari, sospiravano il di lei ritorno, e promettevano di riporla sul trono; ma le sue finanze essendo affatto esauste, ed essa totalmente priva di credito, risguardò come una singolare fortuna l'offerta fattale dal papa di acquistare per trenta mila fiorini la sovranità d'Avignone. Clemente VI, che non aveva voluto riconoscere Luigi di Taranto come re di Napoli, gli accordò in questa circostanza il titolo di re di Gerusalemme[39]. I due sposi partirono poco dopo con dieci galee genovesi, prese al loro soldo, ed in sul finire d'agosto del 1348 giunsero a santa Maria del Carmine, presso Napoli, ov'eransi affrettati di adunarsi per renderle omaggio i baroni napolitani. Il duca Guarnieri colla grande compagnia aveva preso soldo sotto le bandiere della regina, onde Giovanna rientrò trionfante nella sua capitale, ma non però nel suo palazzo, ch'era fortificato ed occupato dagli Ungari[40].

[39] _Matteo Villani, l. I, c. 19._

[40] _Dominici de Gravina Chron. p. 587._

Luigi di Taranto d'accordo col duca Guarnieri incominciò con molta attività a ricuperare il regno di sua moglie. S'impadronì in poco tempo delle tre fortezze che signoreggiavano Napoli, ed in appresso entrò nella Puglia per opporsi a Corrado Guilford, che col danaro mandatogli dall'Ungheria aveva fatto leva di numerosa armata[41]. Ma combattendo contro questi mercenarj con truppe egualmente straniere, Luigi fu costretto di abbandonare le province a loro discrezione, onde acquistarsi l'amore de' soldati; perciocchè il generale più crudele era sicuro d'essere meglio ubbidito. Guilford, che non guardava misura cogli sventurati Pugliesi, si guadagnava facilmente le truppe del suo nemico. Egli aveva abbandonata Foggia al saccheggio; e i Tedeschi, non contenti di avere spogliati questi miseri abitanti d'ogni loro avere, li sottomettevano eziandio alle più crudeli torture, onde obbligarli a palesar nuove ricchezze[42]. Il duca Guarnieri che desiderava di partecipare a tale saccheggio, si lasciò sorprendere da Guilford a Corneto colla sua armata; e dopo essere stato fatto prigioniere, si arrolò sotto le bandiere del re d'Ungheria[43]. Luigi di Taranto dopo tale avvenimento più non potendo resistere; tutte le province del regno furono in balìa di soldati stranieri, senza fede, senza onore, senza misericordia.

[41] _Ivi, p. 594._

[42] _Dom. de Gravin. Chron. p. 595._ — Convien leggere in Gravina le particolarità di questo fatto che fanno raccapriccio. Il racconto di questo storico non abbraccia che quattro o cinque anni, ma egli parla di cose vedute coi proprj occhi, ed alle quali egli medesimo dovette prendere parte.

[43] La sorpresa di Guarnieri viene attribuita da Matteo Villani a tradimento, _l. I, c. 33-40_; da Gravina alla sua imprudenza, _Chron. Apul. p. 599_.