Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)
Part 19
Dopo essersi trattenuta alcun tempo a Bettona ed a Todi, la grande compagnia scese nel territorio di Siena, ed il 25 di giugno si avanzò fino a Buonconvento e Bagno a Vignone. Il 29 giugno i Fiorentini trassero la loro armata in campagna, e le si diede lo stendardo con grande ceremonia. Il capitan generale, Pandolfo Malatesti, avendo ricevuto lo stendardo reale dalle mani del gonfaloniere di giustizia, lo passò a Nicola de' Tolomei da Siena, che in allora trovavasi ai servigi della repubblica; confidò l'insegna de' _figliuoli perduti_ ad un tedesco, detto Rolando, che da lungo tempo era al soldo de' Fiorentini, mostrando in tal modo, che facendo guerra agli avventurieri tedeschi, la repubblica non lasciava di continuare a por fede in coloro che le si erano mantenuti fedeli. L'armata contava quattromila cavalieri ed altrettanti pedoni, tutta gente scelta e comandata da buoni ufficiali. Pandolfo, munito di pieni poteri, partì senza che gli fossero dati nè consiglieri, nè sopravveglianti, ed andò ad accamparsi sulla Pesa per far testa ai nemici[494].
[494] _Matteo Villani, l. IX, c. 28._
La compagnia che, sempre minacciando i Fiorentini, tenevasi rispettosamente lontana dal loro territorio, passò dietro Siena ed entrò per le Maremme nello stato di Pisa. L'armata fiorentina mutò allora posizione, e venne ad accamparsi a Montopoli. In appresso la compagnia s'avanzò fino a Pontadera sull'estremo confine pisano, e l'armata fiorentina andandole incontro, trovaronsi due sole miglia distanti l'una dall'altra. Ma i Fiorentini, ch'erano in pace coi Pisani, non volevano violarne il territorio; ed il conte Lando, sebbene il terreno non presentasse maggior vantaggio all'una o all'altra parte, non osò attaccare l'armata di Pandolfo. Dopo essersi tenuto cinque giorni in presenza di que' nemici, che aveva sì lungo tempo minacciati, il 10 luglio trasportò il suo quartiere a san Pietro in Campo nello stato di Lucca, girando in tal modo intorno alle frontiere fiorentine senza porvi mai piede. Pandolfo all'indomani prese posto alla Pieve a Nievole, nella stessa campagna, ma sul territorio fiorentino. Il paese che divideva le due armate era aperto e proprio a dar battaglia[495].
[495] _Matteo Villani, l. IX, c. 29._
Il 12 luglio si videro giugnere al campo fiorentino alcuni trombetti del conte Lando, che portavano sopra rami di spine un guanto stracciato e sanguinoso. Uno di loro consegnò al generale una lettera colla quale il capitano della compagnia invitava quello che avrebbe cuore di combattere a togliere dal ramo spinoso il guanto tinto di sangue, che i tedeschi mandavano al fiorentini. Pandolfo in presenza di tutta l'armata levò il guanto ridendo, e dichiarò di essere pronto a difendere sul campo di battaglia il nome, la giustizia e l'onore della repubblica fiorentina. Fece bevere i trombetti e loro diede del danaro, poi li fece accompagnare colle trombe fino ai confini. Mentre si stava in attenzione della battaglia, Biordo e Farinata degli Ubertini, ch'erano esiliati come ribelli, giunsero al campo fiorentino con trenta cavalieri e chiesero che si facesse loro l'onore di riceverli tra i difensori della repubblica. Furono accolti con riconoscenza, e Biordo essendo morto non molto dopo, fu pomposamente seppellito a Firenze a spese dello stato.
Il 16 luglio Corrado Lando si mosse alla fine mostrando di volere attaccare l'armata fiorentina; e Pandolfo, avutone avviso, si avanzò dal canto suo per iscontrarlo. Ma quando Lando giunse ad un rialto circondato da torrenti e da rive scoscese, in allora chiamato _campo alle mosche_, fece alto, ed invece d'attaccare coloro che aveva sfidati, vi si fortificò con fosse e palafitte.
Allora i Fiorentini s'avvicinarono fino a minore distanza d'un miglio dai nemici; ma essi volevano tirarli nel piano non assalirli ne' loro trincieramenti; onde fecero avanzar alcune truppe leggiere per scaramucciare fino ai piedi delle palafitte. D'altra parte la compagnia trovavasi sul territorio pisano già da più di venti giorni oltre il tempo convenuto, e cominciava a sentire mancanza di vittovaglie. Il conte Lando sapeva che i Fiorentini spedivano infanteria sulle montagne per tagliargli la ritirata; onde risolse subitamente di bruciare il suo campo il 23 luglio avanti giorno, e di ritirarsi a precipizio sul _Colle alle donne_ posto nel territorio di Lucca, abbandonando vergognosamente il cominciato attacco, e lasciando ai Fiorentini tutta la gloria della campagna.
Fu con una più sanguinosa prova del loro valore che gli svizzeri, un secolo più tardi, rispinsero una compagnia della stessa natura, e che alla battaglia di san Giacomo, in riva alla Birs insegnarono agli Armagnacchi a rispettare i confini di un popolo libero[496]. Ma sebbene i Fiorentini in quest'occasione dessero piuttosto prova di fermezza che di valor militare, il coraggio con cui fecero testa alla compagnia, tenne luogo per loro d'una vittoria; perciocchè abbattè per sempre l'orgoglio de' mercenarj, mise un termine alle loro ribalderie, e liberò la repubblica da un vergognoso tributo ch'essa era stata forzata a pagar loro. Gli altri stati d'Italia impararono altresì in quest'occasione, che la sicurezza si trova meglio nella resistenza che nella sommissione; perchè gli assassini che non combattono che per la preda, inseguono coloro che fuggono, e s'allontanano da quelli che si apparecchiano alle difese[497]. La compagnia scoraggiata e coperta di vergogna si disperse in gran parte dopo la fuga dal campo alle mosche. Il rimanente, sotto la condotta del conte Lando e di Anichino Bongarten, passò al servigio del marchese di Monferrato[498].
[496] Il 26 agosto 1444. Vedasi il maraviglioso racconto di questa battaglia in _Muller. Geschichte der Schweiz IV, Buch. I, cap. t. IV, p. 78_.
[497] _Matteo Villani, l. IX, c. 31._
[498] _Ivi, c. 42. — Chron. Placent. t. XVI, p. 504._
Pandolfo Malatesti fu ricevuto a Firenze in trionfo allorchè v'andò a deporre il bastone del comando; egli tornò in appresso a Rimini colmo de' presenti della signoria. Per altro i Fiorentini non risguardarono la guerra come affatto terminata per la fuga della compagnia. Quando seppero ch'erasi posta al soldo del marchese di Monferrato, e che ostilmente entrava nel territorio di Barnabò Visconti, spedirono a questi mille cavalieri sotto la loro bandiera per ajutarlo a difendersi contro questa truppa di assassini, di cui ad ogni costo volevano purgare l'Italia[499]. Vero è che non hanno potuto combatterli lungo tempo, imperciocchè il conte Lando, non ismentendo la sua ordinaria infedele condotta, abbandonò il marchese di Monferrato, cui erasi obbligato di servire, ed in ottobre passò con mille cinquecento corazzieri nello stesso campo di Barnabò Visconti, ove militavano i Fiorentini[500]. Poco dopo traviò ancora il resto della compagnia, che sotto gli ordini d'Anichino Bongarten era rimasta ai servigi del marchese. Questa doppia diserzione rendendo preponderante la potenza de' Visconti produsse la sommissione di Pavia, come abbiamo già osservato, e l'ingresso in Italia degl'Inglesi, come ausiliarj del marchese di Monferrato, de' quali parleremo nel susseguente capitolo.
[499] _Matteo Villani, l. IX, c. 45._
[500] _Ivi, c. 54._
Dopo che la compagnia ebbe abbandonata la Romagna, Francesco degli Ordelaffi continuò per due altri mesi a difendersi in Forlì contro il legato. Ma quando perdette la speranza de' soccorsi della compagnia, fece col mezzo del signore di Bologna tasteggiare Albornoz, ed essendo stato assicurato che verrebbe generosamente trattato, si arrese il 4 luglio del 1359 senza capitolare. Si presentò da penitente in un parlamento che il legato aveva adunato a Faenza; confessò tutti i suoi torti verso la chiesa romana, e si sottomise ad espiarli colle cerimonie che gli furono prescritte, visitando certe chiese di Faenza in un determinato numero di giorni, ed egli continuò questa penitenza fino al 17 luglio. In tale giorno il cardinale Albornoz gli rese la comunione ad Imola, ed in pari tempo annullò tutte le sentenze contro di lui pronunciate dai tribunali ecclesiastici. Sua moglie Marzia, i suoi figli ed i prigionieri fatti a Cesena, furono posti in libertà, e furono a Francesco accordate per dieci anni le signorie di Forlimpopoli e di Castrocaro[501]. Così terminò la guerra della Romagna, e tutta questa provincia rientrò nell'ubbidienza della chiesa romana[502].
[501] Francesco degli Ordelaffi, volendo in appresso ricuperare la sovranità, perdette ancora queste due signorie. Morì a Venezia nel 1374 in estrema povertà, lasciando quattro figli ed un nipote. _Cron. Rimin. t. XV, p. 908._
[502] _Matteo Villani, l. IX, c. 36. — Cron. d'Orvieto, p. 685._
CAPITOLO XLVI.
_Bologna sottomessa alla Chiesa; guerra dei Visconti col papa. — Conquiste delle repubbliche sopra la nobiltà immediata. — Congiure a Firenze, a Pisa, a Bologna ed a Perugia._
1359 = 1361.
In tutto il tredicesimo secolo e ne' primi anni del quattordicesimo, la città di Bologna contavasi tra le più potenti repubbliche d'Italia. La sua ricchezza, il commercio, la numerosa popolazione ed il fiorente stato della sua università, la facevano rispettare dai suoi vicini, e temere dai suoi nemici. Ma quando nel 1337 Bologna venne in potere della casa de' Pepoli, cadde in uno stato di languore, di debolezza, di miseria, che andò sempre peggiorando nelle susseguenti rivoluzioni. Il dominio de' Visconti era stato più oppressivo di quello de' Pepoli, e la tirannide di Giovanni d'Oleggio ancora più pesante che quella de' Visconti. Eppure Oleggio aveva fama di essere uno de' più accorti politici del suo secolo, ed era risguardato qual uomo che in sè riuniva tutte le qualità proprie a far prosperare un tiranno. Erasi egli proposto di farsi temere dai cittadini ed amare dai soldati, ed aveva perciò sagrificati i primi agli ultimi, i deboli ai potenti. La sua vigilanza non era mai stata sorpresa, sebbene dovesse guardarsi dai Visconti, i più perfidi signori d'Italia, i quali profondevano il danaro per comperar traditori, facendo contro di lui nascere cospirazioni ad ogni istante. Ma Oleggio aveva sventate tutte le loro trame, e mentre aveva puniti coi più atroci supplicj i Bolognesi, suoi sudditi, aveva talvolta perdonato ai soldati complici delle medesime congiure con una generosità cavalleresca. Così mostrossi clemente verso uno dei figliuoli di Castruccio che l'aveva tradito, e questa affettata clemenza gli aveva guadagnato l'amore de' suoi soldati. Rispetto al popolo, poco temeva il suo odio; egli tenevalo disarmato, e confortavasi delle sue maledizioni, poichè lo vedeva ubbidiente.
Con non minore destrezza aveva l'Oleggio diretta la sua esterna politica. Quando la cura della sua difesa, rinforzata dall'ambizione, lo aveva consigliato ad usurpare la signoria di Bologna, egli era entrato nella lega de' principi lombardi contro i Visconti, di cui aveva in allora scosso il giogo; aveva presa una parte attiva nella guerra, e col suo zelo pei comuni interessi erasi meritata la stima degli alleati. Nella pace del 1358, fatta tra la lega ed i signori di Milano, Oleggio era stato riconosciuto da questi quale sovrano indipendente, onde aveva cercato di ravvicinarsi ad una famiglia cui apparteneva. Nè solo aveva fedelmente osservati i trattati coi Visconti, ma loro aveva recentemente spediti sei cento corazzieri, di cui si valsero utilmente contro il marchese di Monferrato. D'altra parte aveva l'Oleggio assecondato il legato Egidio Albornoz nella sua spedizione di Romagna, gli aveva somministrati soldati, ed in appresso erasi fatto mediatore del suo trattato coi signori di Faenza e di Forlì. Per ultimo egli aveva resi i più importanti servigi al conte Lando, che, come capo della grande compagnia, non era al certo il più debole de' suoi alleati. Aveva, dopo la rotta di Scalella, strappato questo capitano dalle mani degli Alpigiani, l'aveva fatto guarire dalle sue ferite ed ajutato ad adunare di nuovo la sua truppa. Oleggio era in pace, era alleato con tutti i suoi vicini; ma veruna fede, veruna promessa, veruna riconoscenza lega i tiranni; e quando il signore di Bologna fu improvvisamente attaccato, niuno di coloro ch'egli si era obbligato co' suoi beneficj, si mosse per soccorrerlo.
I Visconti erano riusciti in ottobre a sedurre il conte Lando, e poco dopo Anichino Bongarten, i quali con tutta la compagnia di ventura abbandonarono le insegne del marchese di Monferrato per prendere servigio sotto i signori di Milano. Quasi tutta l'armata del nemico era passata nel loro campo, dove, oltre le proprie truppe, trovavansi mille corazzieri mandati in loro ajuto dai Fiorentini e seicento dal signore di Bologna. Essi non avevano più nulla a temere dai loro nemici, e questo sembrò loro il più propizio istante di schiacciare un alleato con un atto di perfidia. Ridussero i sei cento cavalieri, mandati dall'Oleggio, ad abbandonare il proprio padrone, ed a prestar loro giuramento di fedeltà. Questa diserzione, che in pari tempo indeboliva il signore di Bologna, e rendeva essi medesimi più forti, fu comperata a prezzo d'oro. Tosto che l'ebbero ottenuta, dichiararono la guerra a Giovanni d'Oleggio, ed in dicembre fecero invadere il suo territorio da Francesco d'Este cugino ribelle del signore di Ferrara[503]. L'armata che comandava questo generale era composta di tre mila corazze, di mille cinquecento Ungari, di quattro mila fanti e di mille arcieri. Oleggio chiese invano soccorso a tutti i suoi alleati; il solo legato gli mandò quattrocento cavalli, meno pel suo vantaggio, che per avere opportunità di colorire i progetti ch'egli di già formava sopra Bologna. Questa truppa non bastando per tenere la campagna, Oleggio si afforzò nella sua capitale, e si dispose a sostenere un assedio[504]. Nello stesso tempo ritirò da ogni castello gli uomini di cui credeva non doversi fidare, e chiese ostaggi agli abitanti per obbligarli a difendersi vigorosamente.
[503] _Matteo Villani, l. IX, c. 56._
[504] _Ivi, c. 57._
In fatti Francesco d'Este cominciò l'assedio di alcune fortezze del Bolognese: Crevalcuore gli si arrese il 20 dicembre, ed alla fine di febbrajo del 1360 Castiglione. Oleggio vedeva chiaramente che tutti i suoi castelli gli verrebbero tolti l'un dopo l'altro, se non otteneva esterni soccorsi. Invano sforzavasi d'interessare i Fiorentini nella sua difesa; questi, sebbene temessero la vicinanza dei Visconti, volevano scrupolosamente osservare il trattato di pace che sussisteva tra di loro. Soltanto il legato lo soccorse quanto bastava perchè non cadesse, ma non per liberarlo; ed intanto gli andava insinuando di cedere alla chiesa una signoria che non poteva omai avere fondata speranza di difendere[505].
[505] _Matteo Villani, l. IX, c. 65. — Cron. d'Orvieto, t. XV, p. 686._
Per terminare le conquiste progettate dal cardinale Albornoz, la sola Bologna mancava agli stati della chiesa. Finchè il signore di questa città non aveva altri possedimenti, poteva il legato lusingarsi che tosto o tardi giugnerebbe l'istante di ridurla all'ubbidienza della santa chiesa; ma avrebbe dovuto rinunciare ad ogni speranza, se veniva in mano de' Visconti. Il legato voleva dunque approfittare del pericolo in cui trovavasi l'Oleggio per determinarlo a vendergli la sua sovranità, ma nello stesso tempo aveva bisogno dell'assenso del papa e della corte d'Avignone per fare un'intrapresa che poteva essere pericolosa. Albornoz spedì adunque ad Innocenzo VI per impegnarlo a far valere i diritti della chiesa sopra una città compresa, come quelle di Romagna, nelle donazioni degl'imperatori. Questo doppio negoziato coll'Oleggio e col papa non poteva tenersi segreto, e Barnabò Visconti, che n'ebbe avviso, si sforzò di sventarlo. Egli cercò con ricchi doni di guadagnare i suffragi de' cardinali, di modo che questi, divisi tra l'ambizione e l'avarizia, ora davano ora rivocavano l'assenso loro richiesto da Albornoz. Ma il legato, ch'era d'un carattere intraprendente e intrepido, risguardossi come bastantemente autorizzato da questa stessa irresoluzione[506]. Si affrettò ancora più quand'ebbe sentore che Oleggio trattava in pari tempo con Barnabò, onde alla metà di marzo conchiuse col primo un trattato, in virtù del quale Bologna doveva tornare alla chiesa, ed Oleggio ricevere in compenso la città di Fermo ed il suo territorio col titolo di marchese.
[506] _Matteo Villani, l. IX, c. 73. — Raynald. Ann. Eccles. t. XVI, p. 407 a 1360, § 6._
Quando in Bologna si rese pubblico questo trattato la gioja fu universale tra i cittadini, che lusingavansi di ricuperare, almeno in parte, l'antica loro libertà sotto il governo della chiesa. Ma non desideravano soltanto di scuotere il giogo d'Oleggio, essi morivano di voglia di vendicarsi delle precedenti sue crudeltà; e siccome tutti i suoi soldati erano passati al soldo del legato, lo avevano di già costretto a rifugiarsi nella fortezza, e cercavano qualche occasione di averlo in mano. Ma l'accorto tiranno trovò modo di fuggire il 31 marzo nel cuore della notte[507]; e dopo avere cinque anni governata Bologna con eccessiva crudeltà, dopo aver fatto scorrere sul palco il sangue di cinquanta de' più rispettati cittadini, e di moltissime persone non qualificate, dopo avere finalmente spogliata la città di tutte le sue ricchezze, cambiò una signoria, ch'era all'istante di perdere, contro una nuova signoria, ove non aveva da temere verun nemico. Colà trasportò tutti i suoi tesori lasciando al legato ed ai Bolognesi il pensiere di continuare soli una guerra che si era contro di lui cominciata[508]. Oleggio morì in Fermo l'otto ottobre del 1366, e a tale epoca solamente questa città tornò sotto il dominio della chiesa[509].
[507] _Matteo Villani, l. IX, c. 75._
[508] _Ivi, c. 76._
[509] _Libro del Polistore, c. 44, p. 846._
Il legato affidò il governo di Bologna a suo nipote Velasco Fernandez[510] ed a Niccola Farnese, capitano delle truppe della chiesa. Nello stesso tempo minorò le contribuzioni poste dall'Oleggio[511], e ristabilì in Bologna un governo municipale simile a quello che aveva avuto quand'era repubblica. Furono richiamati i fuorusciti, fra i quali i Pepoli, Bentivoglio e Vizzani, che abbandonarono il campo di Barnabò Visconti per ripatriare. Intanto il legato fece avvisare il signore di Milano, che Bologna era tornata in potere della chiesa, sua legittima sovrana, e gl'intimava perciò di richiamare la sua armata da uno stato con cui era in pace. Ma Barnabò, invece di richiamare il suo generale, gli mandò nuovi rinforzi; e le truppe del Visconti guastarono tutto il territorio bolognese[512], portarono la ruina fin presso alle mura di Faenza, tentarono di sorprendere Forlì, occuparono Budrio ed assediarono Cento, mentre una guerra in mezzo agli Appennini tra due rami della famiglia degli Ubaldini chiudeva la strada di Toscana ai Bolognesi ed al legato, ed impediva loro di comunicare col solo paese da cui potessero sperare soccorsi e vittovaglie[513].
[510] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 452._
[511] _Cherubino Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, p. 244._
[512] _Matteo Villani, l. IX, c. 97._
[513] _Matteo Villani, l. IX, c. 79, 80, 81._
Mentre Barnabò Visconti spingeva caldamente la guerra sul territorio di Bologna, agitava co' suoi maneggi la corte d'Avignone, e faceva valere le sue pretese innanzi ad un tribunale ecclesiastico. Il papa aveva, per dodici anni, infeudato Bologna all'arcivescovo Visconti. Su questo fondamento Barnabò domandava il possesso d'un feudo accordato alla sua famiglia. Ma gli si opponeva, ch'egli non aveva mai pagato il tributo convenuto in questa infeudazione, ch'egli aveva riconosciuto due anni prima i diritti dell'Oleggio, e che questi gli aveva tutti ceduti alla chiesa. Barnabò fu alla fine, a stento, condannato da' cardinali, non pochi de' quali erano a lui venduti. Vero è che la corte d'Avignone, dopo avere pronunciata questa sentenza, non pensò ai mezzi di farla eseguire. Invece di levare dal suo tesoro alcuni sussidj da mandarsi al cardinale, sollecitò l'imperatore, i principi di Germania, il re d'Ungheria, i signori di Lombardia, i comuni toscani ad armare a suo favore. Le sue proprie entrate venivano dissipate dai cortigiani, ed il legato non aveva potuto ottenere dalla camera apostolica per le spese della guerra, che centoventi mila fiorini, che furono pagati in tre rate lontane; di modo che quando gli giugnevano questi tardi sussidj, erano di già consumati[514].
[514] _Matteo Villani, l. IX, c. 90 e 91._
Il generale de' Certosini fu l'ambasciatore mandato dal papa ai Fiorentini per ridurli ad abbracciare le sue difese. Cercò invano questo religioso di persuadere alla signoria, che verun trattato obbligava verso un tiranno, un usurpatore o un nemico della chiesa; cercò invano di far sentire ai Fiorentini i pericoli che per l'ingrandimento di Barnabò sovrastavano alla Toscana. La repubblica era determinata di osservare religiosamente gli obblighi che aveva contratti, e la sua politica andava d'accordo colla buona fede; perciocchè era ben facile il prevedere, che la chiesa abbandonerebbe ben tosto chiunque prendesse a difenderla, e lo lascerebbe sostener solo il peso che avrebbe acconsentito di dividere[515].
[515] _Matteo Villani, l. IX, c. 100._
Durante la state del 1360, i castelli del Bolognese caddero quasi tutti in potere de' Visconti; ed ancora gli abitanti delle città cominciavano a provare le più dure privazioni. Due de' signori di Rimini Galeotto Malatesti, e Malatesti Unghero, eransi incaricati della difesa di Bologna, e comandavano le sortite dei cittadini. Questi, per mantenere la ricuperata libertà, si sottomettevano alla militare disciplina, e riprendevano con piacere le armi. Ma non era che colla spada alla mano, che riuscivano a dividere coi loro nemici i proprj raccolti, ed a far entrare munizioni in città[516].
[516] _Cronica di Bologna, p. 455._
Tutt'ad un tratto il generale di Barnabò levò il campo il 15 di settembre, ed abbandonò, disordinatamente fuggendo, il territorio ceduto alla chiesa[517]. Egli fuggiva alla vista di un'armata barbara, cui la liberazione di Bologna era stata predicata come oggetto d'una crociata. Albornoz aveva promesso agli Ungari le più ampie indulgenze per chiamarli in Italia; ed in tal modo ne aveva persuasi sette mila a passare in Romagna con settecento corazzieri mandati dal duca d'Austria. Ma questi nuovi crociati usciti dalla più ignorante classe di una nazione da poco ridotta a civiltà, erano uomini senza fede e senza pietà, avidi soltanto di preda, e che, dal momento che giugnevano in un paese pellegrinando, dimenticavano il loro progetto di santificarsi, e si diportavano piuttosto da assassini che da soldati[518].
[517] _Cron. di Bologna, p. 456._
[518] _Cherubino Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, p. 246. — Chron. Placent., t. XVI, p. 505. — Joah. de Thwrocz Chron. Hungaric., p. III, c. 31, p. 189._
Gli Ungari, giunti nel Bolognese quando n'era di già uscita l'armata de' Visconti, terminarono il guasto cominciato dai nemici. Saccheggiavano essi i raccolti, e spesso uccidevano i contadini fin presso alle porte della città. All'aspetto di tante crudeltà il legato finse di corrucciarsi col conte Simone della Morta, capo di quest'armata di barbari. Barnabò Visconti, avvisato delle divisioni insorte tra i nemici, licenziò parte delle sue truppe per diminuire in tempo d'inverno le spese del suo stato militare. Il legato l'aveva preveduto, ed in allora si mostrò di subito riconciliato cogli Ungari, accolse tutti i soldati licenziati dal Visconti, e spinse improvvisamente a mezzo novembre tutta la sua armata nel territorio di Parma: Galeotto Malatesti, che la comandava, non incontrò chi gli si opponesse, e fece sul territorio nemico una ricchissima preda[519].
[519] _Matteo Villani, l. X, c. 10 e 15._