Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)
Part 18
Tutti i cittadini non nobili, potevano, secondo le leggi di Firenze, giugnere indifferentemente alle pubbliche cariche. Non pertanto quanto più una famiglia era antica e numerosa, più rendevasi difficile ai suoi membri l'aver luogo nella signoria, perchè in virtù della legge del _divieto_ due uomini dello stesso casato non potevano trovarsi insieme tra i priori, tra i buoni uomini, o tra i gonfalonieri; e per tal cagione quando un membro di una famiglia era in carica, egli escludeva tutti i suoi agnati, e questi ultimi, se la sorte li chiamava ad un impiego, perdevano la volta loro nell'estrazione della loro balla. Ora le antiche famiglie erano prodigiosamente numerose; le nuove per lo contrario non conoscevano nemmeno i loro parenti, e non portavano lo stesso nome. I primi erano continuamente respinti dal _divieto_; i secondi non lo erano mai: di modo che il governo andava poc'a poco a concentrarsi nelle mani d'uomini nuovi, quasi tutti ignoranti ed incapaci. Le antiche famiglie, che avevano fondata la libertà, e che d'ogni tempo erano state fedeli al partito guelfo, lagnavansi, non senza ragione, d'essere soppiantate da gente, che in gran parte erano forse d'origine ghibellina.
Da principio i Ghibellini non meno de' Guelfi erano stati favorevoli alla libertà: molte repubbliche si erano dichiarate a favore dei Ghibellini, e molti tiranni si erano sollevati tra i Guelfi: ma dopo che la famiglia Visconti ebbe acquistata in Italia una decisa superiorità, si fece carico di favorire ad un tempo i Ghibellini e gli usurpatori, e di confondere il suo proprio partito con quello dell'autorità monarchica. Quando un Guelfo giugneva alla tirannide abbracciava il partito ghibellino per avere il favore dei signori di Milano; e quando una città ghibellina scuoteva il giogo del suo principe, spiegava lo stendardo dei Guelfi per entrare nell'alleanza de' Fiorentini. Perciò quando fu annunciato al popolo di Firenze che molti antichi Ghibellini avevano preso parte all'amministrazione, tutti gli amici della libertà ne rimasero costernati.
Eranvi a Firenze da quasi un secolo de' capi naturali e costituzionali della parte guelfa: erano questi i consoli di cavalleria, o capitani di parte, istituiti nel 1267 per amministrare i beni confiscati a pregiudizio de' Ghibellini. Due di questi capitani erano nobili, altri due plebei, ed ogni due mesi venivano rinnovati a sorte come i priori della repubblica. Coloro ch'erano entrati in carica in gennajo del 1358, erano uomini ambiziosi ed avidi, che seppero approfittare dell'inquietudine inspirata da loro stessi, per farsi accordare la più pericolosa autorità. Fecero sanzionare una legge, in forza della quale qualunque Ghibellino che accettasse pubblico impiego dovesse essere dal podestà condannato ad una pena arbitraria dalle 500 lire fino alla perdita della vita. La denuncia doveva ritenersi come provata quando fosse appoggiata a sei testimonj; il diritto di esaminare questi testimonj, e di giudicare intorno alla loro credibilità veniva esclusivamente attribuito ai capitani di parte ed ai consoli delle arti; finalmente il cittadino una sola volta condannato ad un'ammenda, s'intenderebbe per sempre escluso da ogni pubblico ufficio[466].
[466] _Matteo Villani, l. VIII, c. 24._
Poco dopo la pubblicazione di tale legge, si sparse voce in Firenze che i capitani di parte avevano fatta una lista di settanta cittadini che volevano accusare. I primi che trassero in giudizio erano effettivamente Ghibellini, ma tutta la città fu spaventata dalle forme tenute dal nuovo tribunale nel fare il loro processo, siccome quelle che attentavano ai diritti ed all'esistenza di tutti[467]. I Guelfi più zelanti pretendevano di voler salvare con tanto rigore la minacciata libertà; ma tutti gli altri cittadini chiedevano che si modificasse la legge. Dopo calde dispute si convenne di mutare non la legge ma la magistratura di parte guelfa, onde renderla più popolare. Furonvi introdotti due nuovi cittadini, rendendo accessibili a tutti i nobili le due piazze per lo innanzi riservate a due cavalieri, e quando i capitani di parte avessero con due terzi dei suffragi dichiarato ghibellino un cittadino, era loro ingiunto di ammonirlo a non accettare impiego sotto pena d'essere accusato. In tal modo le persone sospette si allontanarono dalle cariche senza assoggettarle ad una pena[468]; ma una classe di malcontenti, detti gli ammoniti, venne in alcun modo esclusa dai diritti di cittadinanza. E per tal guisa, mentre la costituzione aveva cercato di rendere tutti i cittadini uguali, le due opposte parti cercavano vicendevolmente di privarsi de' loro diritti, impiegando il _divieto_ contro le antiche famiglie, e l'_ammonizione_ contro le nuove[469].
[467] _Matteo Villani, c. 31._
[468] _Istoria Fior. di Marchione di Coppo Stefani L. IX, Rub. 674, t. XIV, p. 19. Deliz. degli Erud._
[469] _Matteo Villani, l. VIII, c. 32._
Questo stesso anno 1358 venne contraddistinto da molti trattati di pace conchiusi quasi nello stesso tempo in tutta l'Europa. L'Inghilterra fece la pace colla Scozia, ed il re Davide Bruce uscì di prigione; il re Giovanni di Francia, prigioniere a Londra, conchiuse pure, con Edoardo III d'Inghilterra, un trattato che poi non fu accettato dal suo regno; Pietro il crudele di Castiglia, fece la pace con Pietro il ceremonioso d'Arragona; la repubblica di Venezia col re d'Ungheria; i Visconti colla lega de' signori della Venezia; il re di Napoli con suo cugino il duca di Durazzo, che gli si era ribellato; finalmente i Perugini coi Sienesi. Le controversie tra Pisa e Firenze non avevano prodotte aperte ostilità, ma i Fiorentini avevano armate quattordici galere provenzali o napolitane colla loro bandiera, e sebbene senza porto e senza marina facevano rispettare la libertà dei mari[470]. I Pisani avevano lasciato d'inquietare il loro commercio, riconosciuta la franchigia del porto di Telamone, e permesso ai loro mercanti di portarvi le proprie merci, e di comperarvi quelle che loro abbisognavano[471].
[470] _Matteo Villani, l. VIII, c. 37._
[471] _Ivi, c. 63._
La sola Romagna non venne compresa in questa quasi universale pace dell'Europa; e la chiesa teneva dietro con calore in questa provincia al suo progetto di spogliare tutti i tiranni dell'usurpato potere, riducendo le città dello stato ecclesiastico nella sua dipendenza. Il 10 ottobre del 1356 Giovanni Manfredi, signore di Faenza, erasi sottomesso al legato Egidio Albornoz; gli aveva aperte le porte della sua capitale e di tutte le fortezze, ritirandosi egli a Bagnacavallo, il solo di tanti suoi feudi che la chiesa gli lasciava[472]; Francesco degli Ordelaffi, signore o capitano di Forlì, era rimasto solo contro tutte le forze del legato, altra risorsa non avendo che il suo coraggio, quello di sua consorte, e l'interessata amicizia dei capi della grande compagnia.
[472] _Matteo Villani, l. VII, c. 34. — Cron. Riminese t. XV, p. 904._
Gli abitanti di Forlì, circondati da nemici così potenti, presentaronsi a Francesco degli Ordelaffi. «Noi abbiamo sempre per la tua casa, gli dissero, lo stesso amore, di cui abbiamo dato prove in altre circostanze. Quando i tuoi antenati trovaronsi al par di te esposti alle umane vicende e furono esiliati dalla loro patria, gli abbiamo ajutati colle nostre ricchezze e col nostro sangue per farli rientrare in casa loro e restituir loro la sovranità. Noi siamo disposti a fare lo stesso per te, tostocchè ci si presenterà favorevole occasione; ma ora ti preghiamo di considerare che, rimasto solo contro il legato della chiesa, non puoi sperare di sostenerti lungo tempo, onde al presente sagrificheremmo inutilmente per salvarti i nostri beni e le nostre persone.» L'Ordelaffi, udite queste parole, si avanzò verso di loro e disse: «Voglio che voi apertamente conosciate le mie intenzioni. Io non tratterò colla Chiesa che a condizione di conservare Forlì, Cesena e tutte le altre terre da me possedute. Sì, ho stabilito di conservarle e difenderle fino alla morte. Sosterrò da prima un assedio in Forlimpopoli, in Cesena, in tutti i miei castelli; quando gli avrò tutti perduti difenderò le mura di Forlì, poi le sue strade, le piazze, il mio palazzo e l'ultima torre del mio palazzo, piuttosto che acconsentire a nulla cedere di quanto mi appartiene»[473].
[473] _Matteo Villani, l. VII, c. 38._
Ordelaffi affidò la difesa di Cesena a sua moglie Cia, ossia Marzia degli Ubaldini, figliuola di Vanni, signore di Susinana[474]. Delle poche truppe che aveva al suo soldo parte ritenne per sè, parte diede alla consorte, cui assegnò per consigliere un uomo, creduto fedele, Sgarino di Pietra Gudula, ordinandogli di difendersi fino all'ultima estremità. Marzia si chiuse in Cesena in principio del 1357 con sua figlia di già nubile, un figlio e due nipoti ancora fanciulli, le due figlie di Gentile da Mogliano già signore di Fermo, e cinque damigelle. Avea per difendersi duecento cavalieri ed altrettanti pedoni, e ben tosto fu attaccata da un'armata dieci volte più numerosa della sua. Cesena è divisa in due parti, la città superiore, detta la _Murata_, è cinta di mura, e la città bassa ancora a quest'epoca era appena suscettibile di difesa. In sul finire d'aprile gli abitanti aprirono quest'ultima ai nemici; ma Marzia ritirossi nella città alta con tutti quelli che non mancavano di coraggio[475]. Ben tosto scoprì che il suo unico consigliere, il confidente di suo marito, manteneva colpevoli intelligenze coi nemici, e gli fece troncar il capo sulle mura. D'allora in poi supplì ella sola a tutte le incumbenze di governatore e di capitano; più non depose la corazza, ed i nemici la videro sempre alla testa de' soldati[476].
[474] _Cronica di Bologna, p. 445._
[475] _Matteo Villani, l. VII, c. 58 e 59. — Annales Caesenat. t. XIV, p. 1184._
[476] _Matteo Villani, l. VII, c. 64._
Ma il colle su cui è posta la murata non è di solida pietra, onde i minatori nemici avanzarono le gallerie fin sotto alle mura, e malgrado la resistenza di Marzia le fecero crollare e vi aprirono larghe brecce. Marzia si presentò per la prima dietro queste aperture, ne difese lungo tempo il passaggio, e fece piantare alcune palafitte invece delle abbattute mura; ma all'ultimo, costretta di cedere al numero, si ritirò nella cittadella con quattrocento uomini tra soldati e cittadini, disposti ad ubbidirle fino alla morte[477].
[477] _Matteo Villani, l. VII, c. 68._
Gli assedianti avevano fabbricate otto macchine destinate a lanciar pietre, le quali, accostate alla cittadella, facevano piovere una grandine d'enormi pietre sulle sue torri. Nello stesso tempo i minatori avevano ricominciato i loro lavori in quel terreno facile a scavare, e di già avevano innoltrate le gallerie fin sotto le mura. Marzia lo sapeva, non poteva sperare soccorso da veruna banda, nè aveva notizie dello sposo assediato in Forlì. Trovavasi in così disperato stato ridotta, quando vide giugnere Vanni di Susinana suo padre, cui il legato aveva permesso di entrare nella rocca, onde persuadere la figliuola ad evitare l'estreme calamità. «Mia cara figlia, gli disse Vanni, tu sai che l'onor tuo non mi sta meno a cuore che la tua vita; ho fin qui applaudita la tua generosa difesa, e non ho cercato di allontanarti dai pericoli. Ma è posto un termine all'umano valore; nè l'onore nè il dovere obbligano ad una vana resistenza quando manca ogni speranza. Tu puoi prestar fede alla mia militare esperienza; ho vedute le opere degli assedianti, ho veduto l'abisso su cui pendi sospesa; tutto è perduto. Giunto è l'istante d'arrenderti, e di accettare le onorate condizioni che il legato m'incarica di offrirti.»
«Mio padre, rispose Marzia, quando voi mi consegnaste al mio signore, mi avete principalmente ordinato di essergli ubbidiente; questo ho io fatto fino al presente, e questo farò ancora fino alla morte. Egli mi ha confidata questa fortezza, e mi commise di non abbandonarla, o di disporne in qualsiasi modo senza suo ordine. Tale è il mio dovere; non mi atterriscono nè i pericoli, nè la morte; io ubbidisco e non decido.» Suo padre si ritirò senz'aver potuto smuoverla dal suo proponimento, ed ella prese nuove misure per difendersi[478].
[478] _Matteo Villani, l. VII, c. 69._
Ma ben tosto i pericoli preveduti da Vanni di Susinana si realizzarono; i minatori fecero crollare una delle due torri laterali con un gran pezzo di muraglia; le loro gallerie giugnevano fin sotto alla principale torre, e quest'estremo avanzo della rocca avrebbe entro pochi giorni seppelliti sotto le sue mine tutti i suoi difensori. Allora i soldati di Marzia le dichiararono di essere disposti ad arrendersi. Le dissero d'averle date bastanti prove della loro fedeltà e del loro coraggio; che oramai sarebbero insensati se si facessero schiacciare sotto le ruine d'una muraglia, che più non potevano difendere. Marzia, costretta di cedere, prese a trattare direttamente col legato, ed ottenne che i soldati che l'avevano così valorosamente servita, potessero andarsene liberi coi loro effetti: per sè non chiese patti, ed il 21 giugno del 1357, aprì le porte della sua fortezza. Il legato le assegnò per prigione una galera nel porto di Ancona, e vi fu condotta col figlio, colla figlia, coi due nipoti, le due figlie di Gentile da Mogliano, e le sue cinque damigelle[479].
[479] _Cron. Rimin. t. XV, p. 905. — Matteo Villani, l. VII, c. 77. — Ann. Cæsen., t. XIV, p. 1185._
Il passaggio della grande compagnia, che a quest'epoca attraversava la Romagna retrocedendo dalla Lombardia, fece un diversivo a favore di Francesco degli Ordelaffi[480]. Pure non avrebbe potuto preservarlo dalla sua ruina, se in pari tempo, cedendo ad un intrigo, la corte d'Avignone non richiamava il cardinale Albornoz. Gli fu dato per successore nella legazione di Romagna certo abate di Clugnì, uomo senza vigore di carattere e senza talenti. Questo nuovo legato provò ben presto che le virtù d'un monaco non possono supplire a quelle di un generale e di un uomo di stato, ed in sul finire della campagna del 1357 fu costretto e levare l'assedio di Forlì. Vero è che lo ricominciò in aprile del 1358, ma ancor questa volta poco felicemente[481]. Ordelaffi, che conosceva di nome tutti i suoi concittadini e soldati, che loro di propria mano distribuiva le ricompense e le insegne d'onore[482], trovava nel loro attaccamento inaspettate forze. Egli si difese in Forlì tutta la state, e quando la sua situazione cominciava ad essere pericolosa, fu di nuovo liberato dalla grande compagnia che retrocedeva dalla sgraziata sua spedizione degli Appennini[483].
[480] _Matteo Villani, l. VII, c. 75, e 80._
[481] _Ivi, l. VIII, c. 49._
[482] _Matteo Villani, l. VIII, c. 52._
[483] _Ivi, c. 83 e 84. — Cron. d'Orvieto, t. XV, p. 685._
Peraltro la grande compagnia non poteva lungo tempo tenersi nello stato di Forlì di già ruinato da una lunga guerra. Il conte Lando, poichè fu guarito delle sue ferite a Bologna, ove il signore Giovanni di Oleggio gli aveva date non equivoche prove di affetto, tornò a prendere il comando della sua armata. Egli la condusse nelle terre dei vassalli della Chiesa, che successivamente abbandonò al sacco passando a Faenza, Rimini, Pesaro, Fano e Montefeltro[484]. Il legato non erasi preparato a resistergli, onde la grande compagnia soffrì meno dal ferro nemico che dall'inclemenza della stagione. L'inverno, che cominciava, fu uno de' più aspri che si fossero fin allora provati in Italia; le nevi si elevarono ad un'altezza straordinaria; e quando dai tetti si gettarono nelle strade, alcuna città ne rimase ingombra in maniera da chiudere per alcuni giorni gli abitanti nelle loro case[485]. In così lungo inverno mancarono affatto i foraggi, e la grande compagnia perdette la metà de' suoi cavalli.
[484] _Matteo Villani, l. IX, c. 4. — Cron. Riminese, p. 907._
[485] _Chron. Mutin. Joh. de Bazano, t. XV, p. 630._ In Bologna le nevi si alzarono 18 piedi, ed a Modena ancora di più.
Frattanto la corte di Avignone erasi avveduta dell'incapacità del suo nuovo legato, onde ritornò al cardinale Albornoz la mal tolta autorità. Albornoz giunse in Italia nel dicembre del 1358, e domandò soccorso alla repubblica fiorentina, che sapeva non meno di lui nemica della grande compagnia. Di già quando aveva precedentemente fatta predicare la crociata contro questa banda di masnadieri, aveva tirati più di centomila fiorini dai cittadini della repubblica[486]. I suoi predicatori ricevevano danaro da chiunque voleva darne, fossero ancora donne, poveri, o fanciulli; nè solo ricevevano danaro per la guerra sacra, ma ancora arredi, mobili, derrate, tutto insomma, tutto quanto era loro portato[487]. Albornoz quando tornò in Italia ebbe da Firenze settecento cavalli, che aggiunse alla sua armata. Egli non se ne valse per combattere, ma per dare maggior peso ai trattati che aveva intavolati col conte Lando; imperciocchè negoziava con quest'avventuriere per liberarsene a peso d'oro; e senz'esserne autorizzato dalla repubblica fiorentina, segnò con lui in febbrajo del 1359 un trattato, in forza del quale la grande compagnia si obbligava pel corso di quattr'anni a non attaccare nè la Chiesa, nè i Fiorentini; e ciò contro il pagamento di quarantacinque mila fiorini, che gli sarebbero dati dal legato, ed ottanta mila dalla repubblica[488].
[486] _Matteo Villani, l. IX, c. 7._
[487] _Matteo Villani, l. IX, c. 14._
[488] _Ivi, c. 6._
Quando questa convenzione venne comunicata ai Fiorentini, eccitò in loro la più violenta indignazione. Essi avevano replicatamente dichiarato al cardinale di voler abolire il vergognoso tributo che l'Italia pagava a questi soldati mercenarj. I tiranni, alleati naturali dei soldati, favorivano la loro licenza ed i loro eccessi; onde spettava alle repubbliche lo spezzare quest'odioso giogo, ed i Fiorentini avevano giurato di farlo. Il legato non aveva potuto credere che si ridurrebbero ad accettare una convenzione tanto contraria alle loro intenzioni; egli erasi dunque approfittato delle loro offerte e de' loro soccorsi per atterrire la compagnia e liberarsene a miglior patto. Dopo la sua prima entrata in Italia, egli aveva sempre avuti nella sua armata quattro in cinquecento cavalieri, e sette in ottocento arcieri che la repubblica gli aveva somministrati per fare la guerra ai tiranni della Romagna; ed egli in compenso abbandonava così fedele alleata ai nemici che aveva contro di lei irritati[489]. Infatti i Fiorentini dichiararono che non sarebbero mai per approvare il trattato segnato in loro nome; onde Albornoz il 21 marzo conchiuse un trattato separato colla compagnia, e le promise cinquanta mila fiorini per farla uscire dalle terre della Chiesa[490].
[489] _Matteo Villani, l. IX, c. 7._
[490] _Cronica anonima d'Orvieto, t. XV, p. 685; — Cronaca Riminese, t. XV, p. 907._
La repubblica fiorentina, rimasta sola in guerra colla grande compagnia, diede il comando delle sue truppe a Pandolfo Malatesta, uno de' signori di Rimini. Ella aveva inallora al suo soldo due mila cavalieri, cinquecento Ungari e duemila cinquecento arcieri armati di corazza. Ma ben tosto le giunsero i soccorsi dei signori di Lombardia, che oltraggiati ed a vicenda venduti dalla compagnia, desideravano tutti di vendicarsi. Barnabò Visconti mandò mille corazzieri e mille pedoni; Francesco di Carrara, signore di Padova, le spedì duecento cavalli, trecento il marchese d'Este, e si videro allora con maraviglia i tiranni assistere una repubblica, che più d'ogni altra erasi mostrata nemica de' tiranni, mentre i comuni liberi, che i Fiorentini avevano costantemente soccorsi, abbracciarono tutti per debolezza o per invidia il partito che poteva più d'ogni altro riuscire dannoso ai loro antichi alleati. Perugia trattò colla compagnia per cinque anni, promettendole un sussidio annuo di quattromila fiorini, il libero passaggio pel suo territorio, e viveri contro pagamento[491]. Siena e Pisa s'accordarono facilmente cogli avventurieri a condizioni press'a poco uguali.
[491] _Matteo Villani, l. IX, c. 20._
Il conte Corrado Lando, avendo nei primi giorni di maggio del 1359 ricevuto il danaro che il legato gli aveva promesso, passò colla sua compagnia dalla Romagna nello stato di Perugia. Attraversò Città di Castello e Borgo San Sepolcro, dipendenti da questa repubblica; e non potè contenere i suoi soldati dal saccheggio in un paese che aveva promesso di trattare come amico. Tutt'i soldati licenziati dal legato e da diversi comuni di Toscana avevano raggiunta la compagnia, ond'essa contava in allora sotto le sue insegne cinque mila cavalieri, mille Ungari, due mila masnadieri e più di dodici mila servitori, vivandieri e simile altra gente di perduti costumi. I Perugini trattando colla compagnia le avevano aperti i passaggi degli Appennini, onde per giugnere a Firenze non le restava omai più a superare alcuna fortificazione della natura. Il conte Lando suppose che la signoria, atterrita dalla presente sua situazione, gli accorderebbe vantaggiose condizioni, e le offrì di entrare in trattati. Molti gentiluomini che si dicevano amici della repubblica, molti contestabili della compagnia, che altra volta avevano serviti i Fiorentini, presentaronsi quali mediatori, ma la signoria rifiutò di trattare. Giunsero per ultimo a Firenze alcuni ambasciatori del marchese di Monferrato incaricati di prendere la compagnia al soldo del loro padrone, e soltanto chiedevano che la repubblica le accordasse il passaggio attraverso al suo territorio. Lungi dal chiedere qualche contribuzione per la compagnia come non eransi fin allora rifiutati di pagare i più potenti sovrani, offrivano dodici mila fiorini in compenso dei guasti che potrebbe fare. I gentiluomini ed i proprietarj delle terre, che temevano pei loro beni, insistevano perchè si accettassero tali condizioni: ma veruna nazione aveva mai posseduto in così alto grado come i Fiorentini il coraggio delle risoluzioni, il coraggio civile, di lunga mano superiore al coraggio militare. Tutti i cittadini si accordarono in riporre l'onore e la libertà della repubblica al disopra de' personali motivi di pericolo o di ruina; l'arroganza delle compagnie avventuriere era un giogo ch'essi più non volevano sopportare; e volevano anzi ch'esse finalmente provassero quale resistenza erano capaci di opporre, onde dichiararono essi che a veruna condizione non permetterebbero alla compagnia d'entrare nel loro territorio[492].
[492] _Matteo Villani, l. IX, c. 26._
Frattanto l'Italia tutta era partecipe dello sdegno de' Fiorentini contro questa associazione formata per assassinare, la quale da tredici anni rubacchiava le province, tradiva i sovrani e copriva di vergogna la milizia italiana. Questo sentimento fece accorrere in ajuto de' Fiorentini un gran numero di valorosi che cercavano opportunità di combattere contro i Tedeschi. Il conte di Nola di casa Orsini, condusse a Firenze trecento corazzieri mandati dal re di Napoli, e ben tosto gli tennero dietro dodici cavalieri napoletani, che avevano a loro spese formata una compagnia di cinquanta uomini[493].
[493] _Ivi, c. 27._