Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)

Part 17

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[436] Quest'ordinanza ci fu conservata testualmente da Pietro Azario, suddito di Barnabò, e notajo di Novara, _t. XVI, p. 410_.

CAPITOLO XLV.

_Affari della Toscana. — Rivalità di Firenze e di Pisa; guerra di Perugia. — I Fiorentini respingono la grande compagnia. — Sommissione della Romagna alla Chiesa._

1356 = 1359.

Non erano passati che pochi mesi da che l'imperatore Carlo IV erasi allontanato dalla Toscana, dopo avervi cagionate tante rivoluzioni, quando il capo de' Ghibellini in questa contrada, Pietro Saccone dei Tarlati terminò la sua lunga carriera. Esiliato da Arezzo, ov'era stato lungo tempo signore, Saccone risiedeva nel castello di Pietra Mala, antica fortezza di sua famiglia, posta in su gli Appennini. Colà stando, dirigeva le intraprese di tutti i Ghibellini delle montagne, eccitava tutti i movimenti che vedevansi scoppiare nelle meno potenti città della Toscana, in Arezzo, Cortona, Città di Castello, Borgo san Sepolcro e Chiusi, e stendeva altresì i suoi maneggi nel Mugello e nel Casentino, province che appartenevano a Firenze. Sebbene avesse più volte nelle battaglie dato prova del suo valore, egli aveva ancora maggior nome per i colpi di mano, per la piccola guerra e per l'arte di sorprendere le piazze. Giunto all'età di 96 anni sentì in principio del 1356 d'essere vicino a morte; e leggendo sul volto de' suoi servi la costernazione, fece avvicinare al letto Marco de' Tarlati, suo figliuolo. «Tu vedi, gli disse, che più non si dubita ch'io non sia prossimo al termine di mia vita; ed al certo che la notizia si è già sparsa tra i nostri nemici, e nell'istante in cui il vecchio Saccone prende congedo dal mondo, essi credono di non dovere più guardarsi da lui. Il castello di Gressa del vescovo d'Arezzo sarebbe per la nostra famiglia un'importante conquista; ecco qual è l'altezza delle sue mura, che io ho fatte misurare; attaccalo questa stessa notte dandogli la scalata, e fa che prima di morire io provi la gioja di saperlo in tuo potere.» Marco Tarlati lasciò il letto del moribondo, ed uscì di Pietra Mala con un ristretto numero di fedeli soldati. Valendosi delle indicazioni dategli dal padre, sorprese Gressa; ma gli abitanti che amavano assai il loro signore, presero le armi e costrinsero i Tarlati ad uscire con perdita dalle loro mura. Il vecchio Saccone visse abbastanza per avere notizia del cattivo successo dell'attacco da lui ordinato, lo che rese più penosi gli ultimi istanti del viver suo[437]. Finchè visse, gli Aretini non avevano mai osato di appigliarsi a vigorose misure per respingerlo, ma quando furono informati della di lui morte, afforzarono l'ingresso del loro territorio, ordinarono le loro milizie, e si posero in istato di più non temere i suoi successori[438].

[437] _Matteo Villani, l. VI, c. 11._

[438] _Ivi, c. 16._

Mentre la morte di Saccone liberava la repubblica fiorentina ed i suoi alleati dagli attacchi de' Ghibellini delle montagne, il partito di questi ultimi acquistava una più decisa influenza ne' consigli di Pisa, e turbava la buona armonia che da più anni mantenevasi tra le due più potenti comuni di Toscana. I Pisani avevano imprigionato Paffetta, conte di Monte Scudajo, l'autore della ruina e della morte dei Gambacorti, facendolo custodire nella fortezza di Lucca, ed avevano esiliati alcuni de' suoi partigiani. Ma nell'istesso tempo avevano riconfermato l'esilio del rimanente della famiglia Gambacorti che si era domiciliata in Firenze; e non perdevano occasione di far conoscere quanto il partito dominante de' Raspanti fosse attaccato al partito ghibellino. Tutti gli abitanti de' castelli posti ai confini dello stato fiorentino, che in altri tempi avevano dato prove di zelo contro i Guelfi, erano sicuri d'essere favorevolmente accolti dal governo di Pisa. Venivano spesso segretamente eccitati a distinguersi con qualche ardito tentativo in vantaggio della loro fazione, ed alcuni Ghibellini di Sorana, castello di Val di Nievole, situato quattro miglia sopra Pescia, cedendo a queste sollicitazioni, abbandonarono la loro fortezza ad alcuni soldati pisani, i quali pochi giorni prima che ciò accadesse erano stati licenziati dalla signoria di Pisa, affinchè i Fiorentini non potessero incolparla di questa ostilità. I soldati avevano preso possesso di Sorana in loro proprio nome, e di là questi banditi infestavano coi loro ladronecci tutta la Val di Nievole, e cercavano di sollevare questa provincia[439].

[439] _Matteo Villani, l. VI, c. 19._

Il governo di Pisa dichiarò a quello di Firenze di non avere avuta veruna parte nella presa di Sorana, e ch'egli non proteggerebbe i banditi che occupavano quel castello; ma in pari tempo offesero i Fiorentini in un modo più diretto, sebbene meno grave. Col trattato conchiuso tra i due popoli nel 1342 i Fiorentini dovevano essere in Pisa esenti da ogni gabella. Non pertanto i Pisani, sotto pretesto d'armare alcune galere per nettare il mare dai corsari, ordinarono in giugno del 1356, che tutte le mercanzie che entrerebbero nel loro porto pagassero un'imposta di due denari per ogni lira del loro valore[440]. Invano chiesero i Fiorentini che non si pregiudicasse la loro franchigia; non si volle far eccezione alla legge generale in favor loro. Questi rifiutarono di soggiacere a questa gabella, per timore che ad un'imposta da prima tenue, non tenessero dietro più gravose tasse. Altronde erano essi determinati a non essere i primi a dichiarare la guerra, tanto più che i magistrati di Pisa segretamente la desideravano, per far dimenticare le civili discordie. Tutti i mercanti e sudditi fiorentini ebbero allora ordine di terminare avanti il primo novembre i loro affari di commercio che avevano a Pisa, onde a tale epoca uscire tutti senza danni da questa città[441].

[440] _Matteo Villani, l. VI, c. 47. — Bernardo Marangoni Chron. di Pisa, p. 721. — Paolo Tronci Annali Pisani, p. 386._

[441] _Matteo Villani, l. VI, c. 48._

D'altra parte, vergognandosi la repubblica di Siena d'aver mancato di fede ai Fiorentini nel precedente anno, trattando coll'imperatore, fece loro proporre una stretta alleanza[442]. Dieci nuovi magistrati, detti i dieci signori del mare, erano stati incaricati di proteggere il commercio marittimo dei Fiorentini. Questi accettarono le proposizioni de' Sienesi, e formarono il progetto di sostituire, per le merci destinate per Firenze, al porto di Pisa quello di Telamone nella Maremma sienese. La signoria di Siena si obbligò di fortificare il porto di Telamone, di far riparare le strade, d'aprire ai mercanti fiorentini dei magazzini, e di rompere ogni comunicazione mercantile coi Pisani. Una corrisponsione di sette mila fiorini d'oro all'anno venne stabilita in luogo di qualunque gabella, ed i Fiorentini promisero di trasportare a Telamone tutti i banchi che avevano a Pisa e di mantenersi per dieci anni in questo nuovo stabilimento[443].

[442] _Ivi, c. 40._

[443] _Cron. di Pisa, t. XV, p. 1034._ — Questa cronaca è contemporanea, ma estremamente mancante. I due posteriori storici di Pisa Marangoni e Tronci, sono abitualmente inesatti e male informati. Soprattutto il Marangoni, di mano in mano che ci avanziamo verso i moderni tempi, diventa una guida sempre più infedele; di modo che io sono di sentimento che la prima parte della sua storia, che giugne fino alla fine del tredicesimo secolo, appartenga ad altro autore.

Quando i mercanti fiorentini abbandonarono Pisa il primo di novembre per ritirarsi a Telamone, il commercio della prima città cadde in un estremo languore. Tutti i mercanti delle altre parti d'Italia, stabiliti in Pisa, si videro forzati a trasportare altresì i loro banchi a Telamone, per continuare gli affari che avevano intrapresi coi Fiorentini. Gli artigiani di Pisa e tutti quelli che ritraevano il sostentamento loro dal commercio, si trovarono tutto ad un tratto spogliati d'ogni guadagno[444]; e le loro lagnanze determinarono la signoria ad abbandonare ogni pretesa, ed a fare ai Fiorentini, per richiamarli nella loro città, le più vantaggiose offerte, ma non furono accettate. Si volle far sentire ai Pisani che non avevano bisogno di loro, e che per castigare la loro arroganza non erano costretti di prendere le armi[445].

[444] _Matteo Villani, l. VII, c. 32._

[445] _Ivi, l. VI, c. 61. — Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. VI, p. 116._

I Raspanti che governavano Pisa avrebbero preferita un'aperta rottura, perchè l'antico odio de' loro compatriotti contro i Fiorentini sarebbesi ravvivato nelle battaglie, e l'entusiasmo militare avrebbe fatto scordare i rimproveri che facevansi alla loro amministrazione. Vedendo tornar vane le loro pratiche per riconciliare i due stati, cercarono invece di provocare la signoria di Firenze, perchè fosse la prima a dichiarare la guerra. Tentarono di sorprendere il castello di Uzzano in Val di Nievole per mezzo di segrete intelligenze che si erano procurate con alcuni abitanti. I Fiorentini scoprirono le loro trame, raddoppiarono la guardia del castello, e non se ne lagnarono[446]. I Pisani d'accordo coi Genovesi, armarono in appresso alcune galere, per costringere le navi mercantili dirette verso i lidi della Toscana a dar fondo nel loro porto. Dopo avervele forzatamente fatte entrare, loro accordavano in città tutte le esenzioni riservate ai popoli più favoriti, senza levare la menoma tassa sulle mercanzie che venivano sbarcate per rispedirle altrove di transito. Altri mercanti sarebbersi lasciati forzare a far quello che tornava realmente a loro vantaggio; ma i Fiorentini piuttosto che approfittare della franchigia che loro offrivano i Pisani, fecero venire con grandissima spesa le loro mercanzie per terra da Venezia, da Avignone, ed ancora dalle Fiandre, mentre il loro governo faceva armare vascelli in Provenza per proteggere il loro commercio[447].

[446] _Matteo Villani, l. VII, c. 62._

[447] _Ivi, c. 63, e l. VIII, c. 11._

Nel tempo in cui le crescenti animosità delle due repubbliche facevano temere un'imminente rottura, un'inaspettata guerra scoppiò nell'altra estremità della Toscana tra la repubblica di Perugia ed il signore di Cortona. I Perugini non eransi sollevati ad un distinto rango tra i popoli d'Italia che nel decorso secolo; il soggiorno della corte di Roma al di là dei monti, aveva lasciato acquistare maggiore indipendenza alle città soggette alla chiesa. Vero è che la maggior parte erano cadute sotto il giogo dei tiranni; ma i Perugini che si erano costantemente conservati liberi, prosperarono in mezzo alle calamità dei loro vicini, ed erano succeduti a Bologna nel commercio e nelle ricchezze, dopo che questa città aveva, colla libertà, perduta anche la sua potenza. L'alto dominio dei papi sopra Perugia, lungi dal nuocere alla sua indipendenza, l'aveva anzi salvata dalle pretese degl'imperatori sopra le altre città libere. Intorno a questa potente città erano situati altri più deboli comuni, molti dei quali, venuti in mano di piccoli tiranni, trovavansi incapaci d'opporle una lunga resistenza quando fossero attaccati. Cortona città della Pieve, Todi, Chiusi, Assisi, Foligno e Borgo san Sepolcro dovevano successivamente cadere sotto il dominio de' Perugini, come Prato, Pistoja, Volterra, san Miniato e Colle erano cadute in potere dei Fiorentini[448]. Per dare esecuzione a questi progetti d'ingrandimento i Perugini attaccarono all'impensata il signore di Cortona in dicembre del 1357, sebbene fossero a lui legati con un trattato di pace fatto sotto la garanzia della repubblica fiorentina[449].

[448] _Matteo Villani, l. VII, c. 55._

[449] _Ivi, l. VIII, c. 14._

I Perugini prendendo le armi, cominciarono a lagnarsi pei primi, onde giustificare la loro mala fede. A Firenze i loro ambasciatori pretesero, che il signore di Cortona aveva tentato di sorprendere alcune loro castella. I Fiorentini, senza farsi carico di questi mendicati pretesti, intimarono alla repubblica, pel suo onore e per quello del partito guelfo, di rinunciare ad una ingiusta guerra[450].

[450] _Ivi, c. 17._

Gli assalitori tenevano in Cortona segrete intelligenze che non riuscirono loro di verun vantaggio; e speravano che scoppiassero congiure in quella città contro il tiranno, che non era amato: ma i Cortonesi odiavano ancora più i Perugini che il loro signore, e si difesero coraggiosamente[451]. In febbrajo del 1358, ricevettero un soccorso di cento cinquanta cavalieri con pochi fanti da Siena, e questa repubblica promise in pari tempo di mandar loro fra poco più ragguardevoli sussidj.

[451] _Matteo Villani, l. VIII, c. 22._

Bartolomeo di Casale, signore di Cortona, erasi posto sotto la protezione della repubblica di Siena, ed aveva ottenuto dalla medesima il diritto di cittadinanza[452]. Aveva presi i Sienesi per garanti del trattato precedentemente conchiuso coi Perugini; ed i Sienesi di già irritati dalla ribellione che i Perugini avevano contro di loro eccitata a Montepulciano, ad altro più non pensarono che a difendere con tutte le forze il loro alleato. Chiamarono al loro soldo Anichino Bongarten, gentiluomo tedesco, che aveva formata una compagnia di mille duecento avventurieri[453]; aggiunsero a questa truppa seicento corazzieri che avevano precedentemente al loro servigio, e facendoli attraversare i pantani delle Chiane, forzarono i Perugini a levar l'assedio di Cortona per andare a difendere il proprio paese[454].

[452] _Cron. Sanese di Neri di Donato, t. XV, p. 158._

[453] _Matteo Villani, l. VIII, c. 27 e 28._

[454] _Matteo Villani, l. VIII, c. 33 e 34. — Cron. Sanese, p. 159._

I Perugini dal canto loro adunarono un'armata di forze quasi uguali sotto il comando di Smoduccio da san Severino. L'un popolo e l'altro desiderava di non venire a battaglia, ed i due capitani avevano ordine di cercare, se possibile fosse, gloria senza pericoli, minacciare e non combattere. Volle l'accidente che le due armate si scontrassero il 10 aprile presso a Torrita, e che gli avamposti cominciassero una zuffa che in breve si fece generale. I Sienesi furono battuti, ed il loro capitano Anichino di Bongarten fatto prigioniere[455]. I Perugini entrarono ancor essi nel territorio sienese, ed il 29 d'aprile si presentarono in faccia alla capitale. Per altro perchè bramavano la pace si astennero dal guastarne il territorio[456]. I Fiorentini vedevano con rincrescimento le due repubbliche consumare le loro forze le une contro le altre, onde offrirono la loro mediazione, e si sforzarono d'aprire qualche trattato; ma i Sienesi che avevano opinione d'essere il più orgoglioso popolo della Toscana, vollero, prima di negoziare, lavare la vergogna della disfatta sofferta a Torrita. Questo ardente desiderio di vendetta fece loro scordare gli interessi del proprio partito, quelli della libertà e delle antiche loro alleanze; chiesero soccorsi ai Visconti di Milano, nominarono capitano di guerra il prefetto di Vico, e per ultimo offrirono danaro alla grande compagnia del conte Lando per tirarla in Toscana, a condizione che accamperebbe un mese nel territorio perugino per guastarlo affatto[457].

[455] _Matteo Villani, l. VIII, c. 40, 41, 42. — Cron. Sanese, p. 159._

[456] _Matteo Villani, l. VIII, c. 48. — Cron. Sanese, p. 160._

[457] _Matteo Villani, l. VIII, c. 62. — Cron. Sanese, p. 161._

La grande compagnia trovavasi allora in Toscana sui confini del Bolognese, ed era, in assenza del conte Lando, che aveva fatto un viaggio in Germania, comandata dal conte Broccardo e da Amerigo di Cavalletto. Era numerosa di tre mila cinquecento cavalieri, e di molta infanteria. Nel mese di luglio fece domandare il passaggio ai Fiorentini per recarsi nel territorio di Perugia. Il raccolto non era ancora terminato, e la repubblica non aveva forze da opporre a così formidabile compagnia. Pure risolse di vietarle l'ingresso in Toscana: fece di concerto coi conti Guidi ed Ubaldini fortificare i passaggi degli Appennini; e nello stesso tempo spedì ambasciatori alla compagnia per far valere un trattato col conte Lando, in forza del quale la compagnia non doveva entrare in Toscana che passati due anni[458].

[458] _Matteo Villani, l. VIII, c. 72._

Il conte Lando, che giugneva appunto allora dalla Germania, indusse gli ambasciatori fiorentini ad indicare alla compagnia una strada intorno ai confini toscani, onde attraversare le terre de' feudatarj, in mezzo agli Appennini, senza discendere nel piano fiorentino[459]. I condottieri per loro sicurezza in mezzo a queste montagne, ritennero come ostaggi gli ambasciatori, i quali erano stati scelti tra i più potenti cittadini della repubblica, e che avevano fatta questa convenzione senz'autorizzazione della signoria[460].

[459] Questa strada passava dalla val di Lamone a Marradi, poi tra Castiglione e Biforco, a Belforte, Dicomano, Vicorata e Bibbiena.

[460] Questi ambasciatori erano Manno Donati, Giovanni Medici, Amerigo Cavalcanti, Simone Peruzzi e Filippo Machiavelli, antenato di quello che tanto illustrò questo nome. _Matteo Villani, l. VIII, c. 73. — Cherubino Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, t. II, p. 236._

Ma gli ostaggi non bastavano alla sicurezza della compagnia, se questa attraversando le montagne provocava coi furti gli abitanti; ed i soldati avventurieri erano talmente indisciplinati, che anche per l'interesse loro non seppero astenersi dal rubare. Il 24 di luglio trovandosi accampati tra Castiglione e Biforco, essi saccheggiarono questi due villaggi, i di cui abitanti erano vassalli, i primi del conte Guido di Battifolle, gli altri del conte Alberghettino degli Ubaldini. Questi alpigiani, avvezzi ad affrontare i pericoli, si concertarono per castigare i ladri che gli spogliavano. All'indomani la compagnia doveva entrare in una stretta e chiusa valle, in fondo alla quale le acque d'un torrente si precipitano tra i dirupi. Da questa valle, che giace in mezzo alle più alte cime degli Appennini ed è lunga due miglia, si esce per un angusto passaggio detto la Scalella, ove un angusto e tortuoso sentiere sale verso una valle più alta attraversando praterie assai ripide.

L'armata del conte Lando era divisa in tre corpi quando giunse a questo passaggio. Gli ambasciatori fiorentini trovavansi coll'avanguardia comandata da Amerigo di Cavalletto. Questi attraversò la Scalella senza trovare ostacolo, e continuò la marcia. Il conte Lando, che comandava il corpo di battaglia, quando giunse allo stesso luogo trovò la sommità della Scalella occupata da ottanta contadini. Questo pugno di gente fermò il primo squadrone, che voleva passare, facendo ritolare grosse pietre sopra di lui. A questo segno si videro comparire sulla cima di tutte le montagne contadini armati, che signoreggiando la cavalleria rinserrata nell'angusta valle come in una prigione, la schiacciava sotto gli enormi massi di pietre che facevano precipitar giù dalla cima del monte. Invano il conte Lando mandò un corpo d'Ungari a piedi per mettere in fuga i montanari; gli Ungari furono respinti da que' precipizj, che non potevano sormontare, in fondo alla valle. Mentre ciò accadeva, il conte Brocardo, che comandava la retroguardia, entrava in questo periglioso ricinto; un gran masso staccato dall'alto del monte lo strascinò col suo cavallo nel torrente ove perì. L'universale disordine, lo spavento de' cavalli che s'impennavano in un'angusta strada, e l'inutilità de' loro mezzi di difesa, avevano di già scoraggiati i soldati, quando i contadini scesero da tutte le parti delle montagne, e senza interamente perdere il vantaggio del terreno, cercarono con lunghe picche o lance di spingere a basso ne' precipizj i soldati che trovavansi al di sotto di loro. Dodici montanari fecero prigioniero il conte Lando, di già ferito nella testa; ma, sedotti da una grossa taglia, gli permisero in appresso di fuggire a Bologna. Trecento cavalieri furono uccisi, e presi moltissimi, oltre mille cavalli da guerra, trecento palafreni ed un ricco bottino. Gli altri soldati gettarono fuggendo le loro armi e bagaglio, onde sottrarsi più presto al pericolo[461].

[461] _Matteo Villani, l. VIII, c. 74. — Cron. Sanese di Neri di Donato, p. 161. — Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 448. — Cherubino Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, p. 237._

La sola vanguardia comandata da Amerigo di Cavaletto non aveva avuto alcun sinistro, ed era giunta presso a Belforte quando le fu recata la notizia della totale disfatta dell'armata che la seguiva. I soldati sottratisi al ferro o alla prigione, erano dispersi e non potevano in verun luogo fare resistenza, e questa terribile compagnia poteva essere affatto distrutta. I furti che aveva commessi in Castiglione ed in Biforco, annullavano le convenzioni con lei fatte; i conti Guidi ed i loro vassalli erano impazienti di attaccarli, ed i Fiorentini tenevano nelle montagne quasi dodici mila uomini sotto le armi. Amerigo, che conosceva il pericolo della sua posizione, condusse la sua truppa a Decomano e vi si fortificò, minacciando in pari tempo gli ambasciatori fiorentini, che faceva gelosamente custodire, di farli morire se non provvedevano alla sua sicurezza. La signoria diede bensì l'ordine d'attaccare a Decomano il rimanente della compagnia, ma gli ambasciatori per salvare la propria vita, lo contramandarono; fecero inoltre posare le armi ai contadini, e consigliarono Amerigo a fare quarantadue miglia, a traverso le montagne, in un sol giorno; per tal modo egli uscì dagli Appennini pel passaggio dello Stalo, e fu condotto nel territorio d'Imola. Colà fu raggiunto dagli altri della compagnia, caldi di vendicarsi dei Fiorentini. Questi, con riprovevole indulgenza, non punirono gli ambasciatori, che avevano di propria autorità rivocati gli ordini della signoria, e che per salvare la loro vita avevano esposto tutto lo stato[462].

[462] _Matteo Villani, l. VIII, c. 75-79. — Marchione di Coppo Stefani Istor. Fiorent., l. IX, Rub. 677. Deliz. degli Erud., t. XIV, p. 20._

La compagnia accantonata in Romagna ricevette ben tosto un rinforzo di due mila cavalli condotti da Anichino di Bongarten. Erano tutti i corazzieri tedeschi, che di comune accordo, avevano in agosto abbandonate le due armate de' Sienesi e de' Perugini per unirsi ai loro compatriotti a far vendetta insieme sui fiorentini dell'affronto che la milizia tedesca aveva ricevuto negli Appennini[463]; ma i Fiorentini avevano con ogni diligenza fortificato tutti i passaggi delle montagne, e provvedutili di milizie, di modo che la compagnia fu ritenuta in Romagna tutto il rimanente dell'anno, senza poter mandare ad effetto le sue minacce[464].

[463] _Matteo Villani, l. VIII, c. 85 e 90. — Cron. Riminese, t. XV, p. 906._

[464] _Matteo Villani, l. VIII, c. 99._

Frattanto i Fiorentini avevano approfittato della debolezza cui trovavansi ridotti, dopo la partenza della loro cavalleria, i Sienesi ed i Perugini, onde ridurre questi due popoli a fare la pace. La signoria di Firenze essendo stata da loro riconosciuta per arbitra, dettò l'ultimo giorno di ottobre le condizioni della pace in forma di sentenza. Accordò per quattro anni ai Perugini il diritto di nominare un podestà a Cortona; sospese per cinque anni il diritto di cui avevano goduto i Sienesi di nominare il podestà di Montepulciano; e guarentì per ogni altro riguardo l'indipendenza dei due più deboli comuni contro i due più forti. Questa sentenza arbitramentale non fu ricevuta senza riclami, ma venne osservata, e così fu ridonata la pace alla Toscana[465].

[465] _Ivi, c. 102. — Cronaca Sanese di Neri di Donato, p. 162._ Quest'ultima fu scritta da un rigattiere, e si trova mescolata di racconti favolosi e di voci popolari.

Ma a Firenze, siccome nell'antica Roma, le civili discordie succedevano continuamente alle guerre straniere. Appena cessate le inquietudini cagionate dall'avvicinamento della grande compagnia, e dalla guerra di Cortona, le interne turbolenze cominciarono ad agitare lo stato.