Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)

Part 16

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I Visconti occupati a tale epoca in altre intraprese, non mandarono immediatamente nuove truppe contro Pavia. Mentre facevano la guerra nel Monferrato, e strignevano con un'altra armata i Gonzaghi nello stato di Mantova[406], cercavano di staccare dai suoi alleati e d'ingannare con proposizioni di pace Giovanni d'Oleggio, tiranno di Bologna, non lasciando in pari tempo di mantenere segrete intelligenze tra i suoi sudditi e i suoi soldati per togliergli il potere e la vita[407]. D'altra parte non erano tranquilli sull'avvicinamento della grande compagnia, la quale, condotta dal conte Lando, aveva abbandonato il regno di Napoli, poi, col favore d'un trattato fatto col cardinale Albornoz, attraversata, senza guastare le campagne[408], la Marca d'Ancona, e di là era entrata nelle terre di Bernardino da Polenta, signore di Ravenna[409]. Dopo avere spogliata questa provincia, e minacciato, quando l'uno e quando l'altro, tutti gli stati d'Italia, finalmente il 18 di settembre erasi posta al soldo della lega formata contro i Visconti dai signori di Mantova, di Verona, di Ferrara e di Bologna[410].

[406] _Ivi, c. 68. — Joh. de Bazano Chron. Mutin., t. XV, p. 625._

[407] _Matteo Villani, l. VI, c. 62 e 64. — Math. de Griffonibus Memoriale Hist. t. XVIII, p. 172._

[408] _Matteo Villani, l. VI, c. 56._

[409] _Ivi, c. 70._

[410] _Ivi, c. 75. — Beneventus de Sancto Georgio Historia Montisferrati, p. 533._

Gli alleati, per accrescere riputazione alle loro armi, si volsero all'imperatore chiedendogli qualche soccorso. Carlo aveva avuta giusta cagione di dolersi dei Visconti, i quali nel suo ritorno da Roma avevano di lui mostrata non minore diffidenza che disprezzo, ed accolse con piacere l'opportunità di vendicarsi di loro, purchè potesse farlo senza correre verun pericolo e senza dispendio. Partendo da Pisa aveva colà lasciato Marcovaldo vescovo d'Augusta col titolo di vicario imperiale; questi era ormai stanco di soggiornare in una città ove non aveva alcun potere. Carlo gli concesse di recarsi all'armata della lega, a condizione di non fare uso del suo nome, e di non ispiegarvi la rappresentanza imperiale, se non quando l'armata degli alleati sarebbe abbastanza forte per assicurare la vittoria[411]. Il vescovo d'Augusta ch'era coraggiosissimo e cercava qualche occasione per farsi più nome, passò subito all'armata, di già ingrossata dall'unione della grande compagnia; vi fece spiegare lo stendardo imperiale, e, nella sua qualità di vicario dell'impero, citò i due fratelli Visconti al suo tribunale, accusandoli di ribellione contro il sovrano, di tirannide, di tradimento[412].

[411] _Matteo Villani, l. VI, c. 76._

[412] _Ivi, l. VII, c. 23._

I Visconti rigettarono con disprezzo tale intima; risposero ne' loro manifesti che, essendo essi medesimi vicarj perpetui dell'impero, intendevano d'assoggettare l'arcivescovo a pena capitale per essersi posto alla testa di una banda di assassini[413]; ma gli effetti non corrisposero alle loro minacce. Mentre il vescovo d'Augusta, dopo essere passato in faccia a Parma, il 10 ottobre, senza trovare resistenza, stava disegnando il suo campo in distanza di cinque miglia da Piacenza, l'armata de' Visconti, composta di quattro mila cavalli tedeschi e brabantesi, ricusava di uscire dalla città, sotto pretesto che i soldati dell'impero non potevano portare le armi contro lo stendardo dell'imperatore, loro signore. Fatto è ch'essi non volevano combattere contro la compagnia, perchè tutti i soldati stranieri, che allora servivano in Italia, erano associati ai di lei profitti e da lei pagati, e volevano sempre avere aperto un rifugio nelle sue file quando venissero licenziati altrove. I Visconti dissimularono coi loro soldati, e non li congedarono, persuasi che sarebbero tutti all'istante passati nel campo nemico. Si accontentarono adunque di provvedere alla guardia della città, abbandonando al sacco le campagne[414].

[413] _Matteo Villani, l. VII, c. 24._

[414] _Ivi, c. 26._

Ma la grande compagnia non guerreggiava con migliore buona fede dei soldati de' Visconti. Invano il marchese di Monferrato, ch'erasi recato all'armata, affrettava il conte Lando a marciare sopra Milano e ad attaccare quella città, onde abbattere con un solo colpo tutta la potenza de' Visconti: la grande compagnia, acquartierata presso Maggenta, ruinava il paese, spogliava le campagne, disonorava le donne e le fanciulle, e rifiutava di marciare. Conobbe allora il marchese di Monferrato, che i soldati delle due armate erano fra loro d'accordo, e che, nella simulata loro guerra, non erano nemici che degli abitanti che ruinavano. Temette che questi mercenarj lo vendessero ai Visconti, che avevano posto una taglia sul di lui capo, ed abbandonò l'armata con cinquecento cavalieri, coi quali occupò Novara per sorpresa[415]. Azzo da Correggio, che militava sotto le medesime insegne s'allontanò pochi giorni dopo con settecento cavalli, per sorprendere Vercelli, ma la sua intrapresa andò a vuoto[416].

[415] _Petri Azarii Chron., p. 347._

[416] _Matteo Villani, l. VII, c. 36._

I signori di Milano avevano dato il comando delle loro truppe al vecchio Lodovico Visconti, loro parente; quel medesimo che nel 1322 aveva ristabilita la repubblica milanese, che nel 1327 aveva dato Galeazzo in mano a Luigi di Baviera, e che nel 1339 aveva condotta la terribile compagnia di san Giorgio a Parabiago contro il signore di Milano. Tra i grandi avvenimenti cui Lodrisio aveva presa parte, il suo carattere era equivoco, ma non era dubbioso il di lui valore, e verun italiano aveva saputo meglio di lui conciliarsi l'affetto ed il rispetto de' soldati tedeschi.

Tosto che questo vecchio generale si pose alla testa dell'armata, i mercenarj non osarono disubbidirgli; promisero di seguirlo ovunque volesse condurli, e di combattere contro la grande compagnia, sebbene portasse le insegne imperiali. Altronde aveva Lodrisio seco condotto un rinforzo di tre mila cavalli italiani, in tempo che l'armata nemica trovavasi indebolita per l'assenza del marchese di Monferrato, di Azzo da Correggio, e di mille duecento cavalli che questi avevano seco condotti. Il vescovo d'Augusta per tenersi in sicuro da ogni sorpresa, aveva cominciato il 13 novembre a portare l'armata al di là del Ticino, quando fu bruscamente attaccato da Lodrisio e posto in fuga, malgrado la più vigorosa resistenza. Egli stesso cadde nelle mani di Lodrisio con seicento de' suoi corazzieri. I vincitori avevano fatti prigionieri moltissimi altri cavalieri, e tra questi quasi tutti i capi della compagnia, il conte Lando, messer Dondaccio di Parma e Ramondino Lupo; ma coloro che gli avevano fatti prigionieri erano tedeschi, tutti segretamente associati alla compagnia, onde li sottrassero ai loro generali, ed in appresso trovarono il modo di farli fuggire[417].

[417] _Matteo Villani, l. VII, c. 46. — Chron. Placent. Joh. de Nisis, t. XVI, p. 502._

La gioja che questa vittoria dovette cagionare ai Visconti venne scemata dalla notizia che ricevettero poco dopo della rivoluzione di una delle più importanti città del loro dominio. Nell'imbarazzo in cui gli avea posti la guerra coi Veneziani, i Genovesi s'erano appigliati al duro partito di sottomettersi volontariamente all'arcivescovo di Milano; ma troppo erano essi attaccati alla loro libertà per rimanere lungo tempo sotto il giogo; tanto più che i nuovi signori di Milano avevano di già cercato di renderlo più pesante: risolvettero adunque di approfittare del presente imbarazzo de' Visconti, e non avendo ancora avviso della vittoria che questi avevano ottenuta il 13 sul Ticino, presero le armi il 15 di novembre, ed adunandosi alla voce di _viva la libertà! morte ai tiranni!_ attaccarono il pubblico palazzo, ove il vicario dei Visconti non potè difendersi lungamente: egli fu costretto d'uscire di città co' suoi soldati. Allora i Genovesi mandarono a cercare a Pisa Simone Boccanegra, quello che pel primo era stato decorato del titolo di doge; lo installarono nuovamente in tale dignità e colle prerogative medesime accordategli la prima volta. I Pisani mandarono con Boccanegra un corpo di cavalleria, onde ajutarlo a rimettere la sua patria in libertà[418]. Le due Riviere si posero all'istante sotto l'ubbidienza del nuovo doge, tranne Savona, Ventimiglia e Monaco, che però egli sottomise successivamente colle armi[419].

[418] _Matteo Villani, l. VII, c. 40. — Georgii Stellae Annal. Genuens. p. 1094. — Chron. Floren., p. 502. — Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. VII, p. 453._

[419] _Matteo Villani, l. VII, c. 49, 86 e 93._

Intanto il predicatore di Pavia, frate Giacomo dei Bussolari, dopo avere liberata la sua patria dall'armata dei Visconti che la stringeva d'assedio, aveva continuato a predicare contro la corruzione de' costumi e contro i vizj de' tiranni. I signori Beccaria, che avevano fatto plauso alle sue prediche, finchè le avea dirette contro i soli Visconti, loro nemici, cominciarono ad essere inquieti, quando lo udirono attaccare la tirannide in generale. Tutto il vantaggio che potevano da lui sperare, l'avevano omai ottenuto quando i Pavesi, riscaldati dai suoi sermoni, eransi impadroniti colla spada alla mano dei ridotti che chiudevano la città. Gli sforzi di Giacomo dei Bussolari per comunicare una nuova energia ad un popolo suddito, non potevano che riuscire dannosi ai padroni di quel medesimo popolo. I signori di Pavia determinarono adunque di farlo morire, e Castellino e Milano dei Beccaria s'incaricarono di assassinarlo; ma l'accorto frate scoprì, e rese vane tutte le loro pratiche. I cittadini, temendo per la vita del loro apostolo, formarono una guardia volontaria che lo accompagnava in ogni luogo, onde il Bussolari si rese più coraggioso nel rinfacciare ai Beccaria dall'alto del pulpito le loro crudeltà ed i precedenti omicidj[420].

[420] _Matteo Villani, l. VIII, c. 2._

Prima di tentare una rivoluzione nel governo, frate Giacomo volle avere l'assenso del marchese di Monferrato. Questo signore era stato da Carlo IV nominato vicario imperiale a Pavia, onde aveva un legittimo titolo per governare questa città, in tempo che il potere che si arrogavano i Beccaria era usurpato. Il monaco, sostenuto dall'autorità del marchese, fece nel suo primo sermone un quadro dei costumi depravati dei tiranni, della corruzione d'ogni giustizia e dell'avvilimento del popolo in tutte le città cadute sotto il dominio di un usurpatore: in appresso si fece a dimostrare da quanti delitti era stata macchiata Pavia dopo che i Beccaria avevano usurpato il sovrano potere; raccontò come poco era mancato ch'egli medesimo non fosse assassinato d'ordine de' tiranni; esortò i Pavesi a non sostenere più lungo tempo così vergognoso giogo, ed indicò dal pulpito venti cittadini che trovavansi tra gli uditori, i quali nominò capitani e tribuni del popolo. Ordinò loro di formare venti compagnie di cento uomini cadauna nel rispettivo quartiere; nominò pure quattro capi di questa milizia, e quand'ebbe finita la predica il popolo ratificò co' suoi suffragi le nomine fatte dal predicatore. Tutti gli eletti accettarono l'impiego loro affidato pel ristabilimento della religione e della libertà[421].

[421] _Matteo Villani, l. VIII, c. 3._

I Beccaria, che dal solo impero della parola si vedevano spogliati della propria autorità, senza un fatto d'armi, senza violenza, e soltanto perchè il popolo aveva cessato di ubbidire loro, non vedevano altro mezzo di ricuperare il perduto potere, che la morte di questo monaco sedizioso. Tentarono perciò di ottenere l'intento, ora colla sorpresa, ora coll'aperta forza, ma le guardie che il popolo aveva date al predicatore rispinsero costantemente i loro satelliti. Per ultimo s'addirizzarono ai Visconti, de' quali erano stati lungo tempo dipendenti, riconciliaronsi con loro, e cercarono il mezzo di aprire alle loro milizie le porte di Pavia. Ma il monaco, che teneva gli occhi aperti sui Beccaria, dopo avere dal pulpito informato il popolo de' loro complotti, mandò un centurione a Milano de' Beccaria, per portargli l'ordine d'uscire subito dalla città e dal suo territorio. Milano ubbidì tremando, e colla famiglia si ritirò in uno de' suoi castelli, ove ben tosto lo raggiunse suo fratello. Allora diedero ai Visconti tutte le fortezze che possedevano nel territorio di Pavia, assoldarono truppe e rinnovarono i loro intrighi in città perchè i loro partigiani ne aprissero le porte ai Visconti. Questa trama fu pure scoperta, onde dodici congiurati perdettero la testa, e tutti i Beccaria furono cacciati fuori di città[422].

[422] _Matteo Villani, l. VIII, c. 2. — Benvenuti de san. Georgio Hist. Montisferrati, p. 539._

Dopo questa rivoluzione i Visconti essendosi riconciliati con tutti i Beccaria, si tennero sicuri di poter occupare Pavia; e tentarono, se possibile fosse, di ridurre lo stesso monaco a rinunciare alla difesa de' suoi concittadini. Il Petrarca aveva strette relazioni con Giacomo de' Bussolari; egli rendeva giustizia a' suoi talenti, ed avrebbe dovuto amarlo perchè nemico della tirannide; ma Petrarca, sedotto dalle cortesie de' Visconti, viveva di que' tempi alla loro corte, e riceveva impieghi da costoro, sebbene fossero nemici della sua patria, della chiesa e dell'impero, sebbene macchiati di tutti i vizj e di tutti i delitti. A loro istigazione il poeta fiorentino scrisse a fra Bussolari una lunga lettera per esortarlo a predicare la pace e non la guerra, la sommissione e non la ribellione[423]. Per altro questa lettera, che non è che un tessuto di luoghi comuni, non ebbe sul predicatore pavese veruna influenza.

[423] _Fran. Petrarcae Familiares Epist. l. IX, epist. 17. De Sade Memoires pour la vie de Petrarque, l. V, p. 465._

Fra Bussolari non accordò maggiore deferenza agli ordini che i Visconti gli fecero dare da alcuni superiori della sua religione, che trovavansi ne' loro dominj. Egli non si limitò a dirigere dalla cattedra i consigli della nuova repubblica, seguì la sua greggia in campagna, e protetto dal marchese di Monferrato, fece ricuperare ai Pavesi sul territorio milanese il raccolto, che avevano perduto nel proprio territorio[424].

[424] _Matteo Villani, l. VIII, c. 57._

I Visconti in tutto l'anno 1357 non opposero grandi forze ai cittadini di Pavia; avevano essi divisa l'armata loro in più corpi per combattere su tutti i punti delle loro frontiere più formidabili nemici che non erano i Pavesi. Nello stato di Modena i vantaggi furono compensati, e dopo varie battaglie le truppe de' signori di Milano si ritirarono senza aver mandati ad effetto i loro progetti[425]. Altri corpi d'armata erano opposti al marchese di Monferrato, altri ai Genovesi, e l'armata principale chiudeva alla grande compagnia l'ingresso del territorio milanese dalla banda di Mantova. Ma tutti i mercenari tedeschi erano segretamente associati a questa grande compagnia, onde non si battevano mai di buona fede; rifiutavano di avventurare contro la medesima una battaglia generale, e facevano andare a vuoto tutti i progetti de' signori cui servivano. Spesse volte mille o duemila cavalieri della compagnia avevano attraversata tutta l'armata de' Visconti, e guastato il territorio fin presso alle porte di Milano, senza che le forze infinitamente superiori che custodivano il milanese, li fermassero, o chiudessero loro la ritirata, quando ritornavano al campo carichi di bottino[426].

[425] _Joh. de Bazzano Chron. Mutin. p. 628. — Cronica di Bologna p. 448._

[426] _Matteo Villani, l. VIII, c. 5._

Stanchi i Visconti d'essere serviti da soldati senza fede, e scoraggiati dalla perdita di tutte le città del Piemonte, di Novara, di Como, di Pavia e di Genova, risolsero finalmente di chiedere la pace. Gli alleati non erano meno di loro stanchi della guerra, poichè già da tre anni le loro campagne venivano continuamente saccheggiate dai nemici o dai proprj soldati. Feltrino Gonzaga, uno de' signori di Mantova, offrì la sua mediazione alle potenze belligeranti, e la pace venne finalmente conchiusa in maggio del 1358, e pubblicata ne' primi giorni del seguente mese[427].

[427] _Joh. de Bazzano Chron. Mutin. p. 626. — Cronica di Bologna, p. 446._

In virtù di questo trattato il marchese di Monferrato doveva restituire Asti ai signori di Milano, e Pavia doveva continuare a governarsi popolarmente; ma la lega degli alleati lombardi essendosi sciolta, ognuno di loro prese pochissimo interesse alla sorte de' suoi antichi alleati, e trascurò di far eseguire le condizioni che non lo risguardavano. I Visconti non rinunciarono alle loro pretensioni sopra Pavia, il marchese di Monferrato non restituì Asti, e la guerra si continuò in Piemonte ed in Lombardia; e soltanto invece d'essere sostenuta in comune da tutta la lega, il marchese di Monferrato e la città di Pavia rimasero soli esposti alle vendette de' Visconti[428].

[428] _Matteo Villani, l. VIII, c. 92._

In allora i signori di Milano mandarono una nuova armata per ricominciare l'assedio di Pavia; avvicinandosi la quale, temendo fra Bussolari che il palazzo dei Beccaria non servisse di fortezza ad alcuni loro partigiani, eccitò il popolo ad atterrarlo, ed a formare nel luogo, in cui altra volta abitavano i tiranni, una pubblica piazza. La folla, uscendo dalla predica, si precipitò verso questo palazzo, e lavorò con tanto ardore a demolirlo, che in poco tempo più non rimase pietra sopra pietra, ed ogni cittadino portò seco qualche parte de' materiali per conservarli quale monumento della caduta della tirannia[429].

[429] _Ib., c. 58. — Petri Azarii Chron., p. 376._

Per sostenere la guerra era necessario il danaro, ed era inoltre necessario per pagare i sussidj al marchese di Monferrato, che solo era in istato di far levare l'assedio di Pavia. Frate Bussolari esortò i cittadini a sagrificare tutte le loro ricchezze alla difesa della patria, gli esortò a rinunciare al lusso degli abiti e delle pietre preziose, raccomandando loro di accontentarsi d'un sajo grossolano di color nero. La repubblica destinò ufficiali incaricati di reprimere il lusso delle donne, con ordine di stracciare gli abiti di quelle che si presentassero in pubblico con vesti ricamate, o di stoffa di seta. D'allora in avanti più non si videro vestite che d'un manto nero, e con un velo in sul capo. Tutti i loro giojelli furono mandati al frate, che li fece vendere a Venezia, onde impiegare il valore in difesa dello stato[430].

[430] _Petri Azarii Chron., p. 377._

Frattanto i Visconti avevano bloccata Pavia, ed innalzate in faccia alle porte nuove _bastie_ per levare agli assediati ogni comunicazione colla campagna. In luglio del 1359, il marchese di Monferrato sorprese queste bastie, e rinfrescò di vittovaglie la città assediata[431]; ma le forze de' signori di Milano erano tanto superiori quelle de' Pavesi, che malgrado questo piccolo successo, la città venne più stretta di quel che lo fosse mai stata prima. I conti di Langusco e tutti i Guelfi, in addietro esiliati, erano stati richiamati a Pavia; ma i Beccaria, vivendo ne' loro castelli, avevano riacquistata l'antica influenza sui Ghibellini delle campagne, di cui erano lungamente stati i capi. I campagnuoli, avendo poca parte all'amministrazione della repubblica, prendevano sempre minore interessamento all'indipendenza della loro patria che al trionfo del loro partito, e tutti coloro che non assistevano alle prediche di fra Bussolari, ponevansi volentieri sotto le insegne d'una famiglia che gli aveva governati molti anni. Tutto il distretto d'oltre Po, si sottomise ai Beccaria, tranne i castelli di san Paolo, Stradella e Cicognola; in appresso tutta la Lomellina si arrese ai signori di Milano, fuorchè i castelli di Brencida e Durno; per ultimo il terzo distretto al nord del Ticino, detto Campagna, venne occupato dai Ghibellini, ad eccezione del castello di Curbisto[432]. Il marchese di Monferrato più non poteva soccorrere i Pavesi, essendo egli stato indegnamente tradito dalla grande compagnia, che aveva di nuovo assoldata dopo una spedizione fatta da questa nella Romagna e nella Toscana, di cui dovremo parlare più abbasso. Il conte Lando lo aveva abbandonato per passare con mille cinquecento corazzieri nel campo de' Visconti, e poco poco gli aveva sviato tutto il rimanente della compagnia, che dopo la sua diserzione ubbidiva ad Anichino Bongarten[433].

[431] _Matteo Villani, l. IX, c. 33._

[432] _Petri Azavii Chron., p. 377._

[433] Nel mese di ottobre del 1359. _Matteo Villani, l. IX, c. 54._

Conobbe in allora frate Bussolari la necessità di dare Pavia ai Visconti, tanto più che una crudele epidemia, manifestatasi in città, abbatteva il coraggio degli abitanti. Stese egli stesso gli articoli della capitolazione. Assicurò ai Guelfi che aveva chiamati in Pavia, il diritto di risiedervi; ottenne la conferma del governo municipale da lui stabilito, e che doveva conservarsi sotto la sovranità de' Visconti. Ma egli sdegnò d'aggiugnere al trattato veruna condizione per sè medesimo, e mentre stipulava per la libertà della città, per la sicurezza de' cittadini e delle proprietà, non domandò nè meno una salvaguardia per la sua persona. Galeazzo Visconti accettò senza difficoltà queste condizioni, ma quando si trovò padrone della città e delle fortezze, dichiarò che nella sua qualità di vicario imperiale di Lombardia, non era legato da verun patto contrario ai diritti dell'impero o agl'interessi del fisco. Citò le leggi romane ed i giureconsulti che lo scioglievano dalle contratte obbligazioni; perciocchè d'ogni tempo trovaronsi uomini dotti, abbastanza vili per sostenere le più odiose massime del despotismo. Rimandò quindi al luogo del loro esilio i conti di Langusco ed i principali Guelfi di Pavia, abbrogò tutte le costituzioni municipali di questa città, e la sottopose al suo assoluto potere[434].

[434] _Petri Azarii Chron., p. 378._

In mezzo alle loro calamità, avevano i Pavesi conservata tutta la loro venerazione per fra Bussolari; essi lo seguivano con sollecitudine e gli davano commoventi prove del loro rispetto e del loro amore. Ma quando Galeazzo Visconti tornò da Pavia a Milano seco condusse il monaco per allontanarlo dai suoi partigiani; e quando l'ebbe nell'assoluta sua dipendenza, fece formare contro di lui un processo dai superiori del suo ordine per titolo di disubbidienza ecclesiastica, e lo fece chiudere nella prigione del suo convento a Vercelli, ove quest'uomo degno di miglior sorte e di maggior gloria, terminò miseramente i suoi giorni[435].

[435] _Matteo Villani, l. IX, c. 55. — Benvenuto de san. Giorgio Histor. Montisfer., p. 540. — Corio Istoria milanese, p. III, p. 233._

I Visconti innalzarono in Pavia una fortezza, e vi posero grossa guarnigione per assicurarsi il possesso di quest'importante conquista. In pari tempo cercarono di spaventare i loro nemici cogli atroci tormenti che facevano soffrire a coloro che avevano la sventura di cadere nelle loro mani. Barnabò Visconti, il più crudele dei due fratelli, ordinò con pubblico editto a tutti i tribunali di prolungare quaranta giorni il supplicio de' colpevoli di delitti di stato. I tormenti non dovevano ricominciare che un giorno ogni due, e ne' giorni pari i dannati al supplicio venivano lasciati in un orrendo riposo. Il primo, il terzo, il quinto ed il settimo giorno dovevano ricevere cinque tratti di corda; due giorni si faceva loro bevere acqua mista di calce e di aceto; due giorni dopo aver loro strappata la pelle dalle piante dei piedi si facevano camminare sopra ceci; in appresso si cavava un occhio, indi l'altro; si tagliavano il naso, le mani, i piedi del condannato, e finalmente il quarantunesimo giorno quest'infelici erano tanagliati, e terminavano i patimenti sulla ruota. Molte vittime nel 1362 e 1363 furono condannate a quest'orrendo supplicio, ed il tiranno osò pubblicare la sua infernale ordinanza, che avrebbe dovuto contro di lui armare la chiesa e l'impero, e tutti i popoli, e gli stessi suoi vili ministri[436].