Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)

Part 15

Chapter 153,591 wordsPublic domain

La città di Zara in Dalmazia soffriva con impazienza il giogo de' Veneziani; più volte erasi ribellata contro di loro, ed altrettante aveva chiamato in suo aiuto il re d'Ungheria. I Zaratini o abitanti di Zara, e tutti i sudditi de' Veneziani in Dalmazia ed in Croazia, trovavansi legati agli Schiavoni ed agli altri sudditi di Luigi per relazioni di lingua, di costumi, di nome e di onore nazionale. Situati lungo le coste d'un paese, dal quale sembravano violentemente staccati, ed al quale erano attaccati per sentimento, nutrivano altrettanto odio pei Veneziani quanto era l'amore che portavano agli Ungari. Mentre i primi, per istabilire il loro dominio sul mare Adriatico, avevano quasi affatto distrutto il commercio e la navigazione dei Dalmatini, i secondi avrebbero potuto arricchire i loro porti destinati dalla natura a servire di mercato alle fertili campagne dell'Ungheria. Di già sette volte, stando agli storici ungari[374], la città di Zara erasi ribellata per darsi alla corona d'Ungheria; e, sebbene i predecessori di Luigi non fossero mai stati pacifici possessori di questa città o delle altre piazze marittime della Dalmazia e della Croazia, Luigi risguardava tutte queste fortezze come dipendenze della sua corona. Perciò le richiese ai Veneziani, ed ostinatamente rifiutò di transigere intorno a questi pretesi diritti, rigettando come oltraggiosa la proposta della signoria, che voleva calmarlo coll'offerta di un tributo, o di una somma di danaro. Dopo avere rimandati bruscamente Marco Cornaro e Marin Grimani, ambasciatori della repubblica, si apparecchiò ad attaccare simultaneamente da una banda Zara, Spalatro, Traù e Nona in Dalmazia, dall'altra Treviso, la sola città che Venezia possedesse di que' tempi nel continente d'Italia[375].

[374] _Bonfinius Rer. Hung. d. II. l, X, p. 259. — Petrii de Reva de Monarchia et sancta Corona Regni Hug. cent. IV. — In Scrip. Rer. Hung., t. II, p. II, p. 664._

[375] _Marin Sanuto vite dei duchi, t. XXII, p. 640. — Navagero Stor. Venez. t. XXIII, p. 1043._

Luigi d'Ungheria aveva ordinato ai suoi baroni di adunarsi a Sagabria, sui confini della Schiavonia, e vi si recò egli medesimo nel mese di maggio. Ben tosto ebbe intorno tanta cavalleria, che l'intera Lombardia cominciò a considerare atterrita l'invasione ond'era minacciata[376].

[376] _Matteo Villani, l. VI, c. 36 e 37._

Gl'Italiani, che nelle loro più importanti guerre radunavano rare volte più di tre mila corazzieri, potevano a stento figurarsi l'esistenza di un'armata di quaranta o cinquanta mila cavalli, quale era quella che il re d'Ungheria mise più volte in campagna. Erasi fino allora creduta cosa impossibile l'unione di tanta gente, e, vedendola unita, ogni stato disperava di poterle far testa. Ma le truppe assoldate dei Tedeschi, degl'Italiani, o de' Francesi, non rassomigliavansi in verun modo alle armate feudali degli Ungari, le quali non avevano fino allora fatta la guerra che a popoli tartari, e l'armatura e la disciplina loro non li rendevano capaci d'altre guerre.

A quest'epoca tutte le terre degli Ungari erano ancora feudi eventuali della corona; feudi che, a guisa delle starostie di Polonia, non venivano trasmessi da padre in figlio. Il re li dava e li ripigliava a suo piacere, o tutt'al più li lasciava al feudatario finchè viveva. In iscambio il barone obbligavasi a mettere in campagna un certo numero di cavalieri qualunque volta lo richiedesse il monarca. Tutti gli Ungari facevano la guerra a cavallo, ma questi cavalieri non avevano altre armi che un arco, delle frecce ed una lunga spada. Non portavano essi corazza, nè cotte di maglia, e le loro armi difensive riducevansi al solo abito, composto di un giubbone di cordovano coperto da un secondo, poi da un terzo e da un quarto cuciti assieme di mano in mano che il primo, di cui non spogliavansi mai, si andava consumando. La stoffa così raddoppiata e rinforzata dalla polvere medesima, ond'era impregnata, formava una specie di corazza, che difficilmente poteva sforarsi con una freccia o colla spada.

Gli Ungari, avvezzi a guerreggiare nei deserti contro i Bulgari, i Russi, i Tartari, i Serviani, accostumavano i loro cavalli a nudrirsi al pascolo senza scostarsi gli uni dagli altri. Le loro selle erano fatte in maniera da potere indifferentemente servire la notte al cavaliere per letto o per copertura. Ognuno di loro portava sul cavallo un sacco pieno di certa polvere fatta di carne secca, e quali possono presso a poco essere i nostri pani di brodo. Bastava far bollire una piccolissima quantità di tale polvere con molt'acqua per formarne grandi masse di gelatina sostanziosissima. In mezzo ai deserti gli Ungari si accontentavano di questo cibo; ma poichè guerreggiarono in paesi inciviliti, ove trovavano pane, vino e carni fresche, essi si annojarono delle insipide loro gelatine, e più non vollero farne uso. I campi non somministravano ai loro cavalli foraggi ugualmente buoni di quelli delle diserte praterie della Bulgaria e della Valacchia: le vittovaglie venivano chiuse entro le terre murate, che lungo tempo resistevano ai loro attacchi, e quanto più grande era il numero degli Ungari che passavano in Italia, più presto erano vinti dalla mancanza di munizioni e di foraggi[377].

[377] _Matteo Villani, l. IV, c. 54._

Il re d'Ungheria si fece precedere da mille cavalli capitanati da Corrado di Wolfart, tedesco, che gl'Italiani chiamarono Lupo, e che aveva di già militato nel regno di Napoli. Lo accompagnavano i baroni di Bosnia ed il conte d'Aquilizia. Quest'avanguardia di una più considerabile armata giunse il 28 giugno del 1356 sotto Treviso[378]. Fantino Morosini era inallora podestà di questa città per la repubblica, e gli erano stati mandati tre provveditori per ajutarlo nelle presenti difficili circostanze[379]; i quali magistrati distrussero i sobborghi di Treviso, la grossa terra di Mestre, e tutti i villaggi, che credettero incapaci di difendersi. Intanto il re si avanzava con quaranta mila cavalli, e Francesco di Carrara, signore di Padova, sebbene alleato della repubblica, si affrettò d'accettare la neutralità offertagli dagli Ungari a condizione di somministrare le vittovaglie all'armata[380].

[378] _Matteo Villani, l. VI, c. 50._

[379] Marco Giustiniani, Giovanni Delfino e Paolo Loredano. — _Marin Sanuto vite dei duchi di Ven. p. 640._

[380] _Matteo Villani, l. VI, c. 51. — And. Gataro Storia Padovana, t. XVII, p. 52._

La vanguardia ungara si era lasciato a dietro il castello di Conegliano, destinato a chiudere l'ingresso del territorio trivigiano. Il re lo cinse d'assedio e lo prese l'undici luglio[381]. In appresso occupò subito Asolo e Ceneda, indi condusse tutta l'armata intorno a Treviso, Fortissime erano le mura di questa città, e circondate da larghe fosse piene di acqua. I minatori non potevano rendersi utili agli assedianti, perchè tutta quella campagna è così abbondante di sorgenti sotterranee, che non potevasi scavare quattro piedi sotto terra senza che le acque filtrassero nel cavo. L'armata ungara non aveva altri mezzi per impadronirsi di Treviso che quelli della fame e di un lungo blocco. Ma assai prima degli assediati cominciò il re a sentire la mancanza delle vittovaglie, perchè gli Ungari, insofferenti di disciplina, non rispettarono il territorio di Padova, e spogliarono i mercanti che portavano vittovaglie al campo. Più non si trovò persona che osasse continuare così pericoloso commercio, e gli assedianti si videro tutt'ad un tratto ridotti ad un'estrema carestia[382].

[381] _Matteo Villani, l. VI, c. 52. — Anton. Bonfini Rer. Hungar. De. II, l. X, p. 268. — Joh. de Thwrocz Chron. Hungar. p. III, c. 27, p. 181._

[382] _Matteo Villani, l. VI, c. 55._

In pari tempo i Veneziani facevano al re le più vantaggiose proposizioni per ottenere la pace. Offrivano di rendere a Zara l'antica sua libertà, purchè la sua indipendenza venisse riconosciuta ancora dalla corona d'Ungheria. Proponevano di cedere al re alcune città della Dalmazia, di ritenerne altre, ma quali feudi della sua corona, cui pagherebbero un tributo. Luigi non volle ascoltare veruna delle proposte condizioni, e dichiarò che non accorderebbe la pace ai Veneziani finchè non gli rendessero tutta la costa dell'Illiria[383]. Ma era appena stato comunicato al senato cotale rifiuto, che un nuovo corriere gli portò la notizia della ritirata del re, e della liberazione di Treviso. Luigi, disgustato di così lunga intrapresa a motivo di qualche sedizione scoppiata nel suo campo, e della difficoltà di procurarsi le vittovaglie, il 23 agosto risolse di ritirarsi, e lo stesso giorno, ripassata la Piave, tornava in Ungheria con un'armata di cinquanta mila combattenti. Due mila cavalli si lasciava a dietro per guardare Conegliano[384].

[383] _Ivi, c. 63._

[384] _Matteo Villani, l. VI, c. 66._

Vero è che non si tardò a vedere che il re, abbandonando il territorio veneziano, non aveva perciò rinunciato alla guerra. Le tre armate gli erano sembrate troppo numerose per trovare viveri e foraggi; d'altronde il tempo del servizio feudale era troppo limitato, perchè potesse fare un'importante conquista avanti che i suoi baroni ritornassero ai loro focolari. Aveva perciò mutato il suo sistema; destinava molti grandi signori dell'Ungheria per succedersi gli uni agli altri, onde continuare la guerra ciascuno alla testa di cinque mila cavalli. E perchè il servizio feudale non era che di tre mesi, ogni capo di armata doveva passare due soli mesi sul territorio veneziano, ed impiegare il terzo per l'andata e pel ritorno. Il primo de' generali di Luigi giunse il 15 ottobre a Conegliano, ed attraversò il territorio di Treviso, senza che i Veneziani, che appena avevano tanta gente che bastasse alla custodia delle fortezze, osassero tentare di difendere la campagna col venire a battaglia[385].

[385] _Ivi, l. VII, c. 28. — Joh. de Thwroc. Chron. Hungar. p. III, c. 28, p. 188._

Prima della ritirata del re d'Ungheria il doge Giovanni Gradenigo era morto l'otto agosto del 1356, e il 13 agosto i quaranta elettori gli avevano sostituito Giovanni Dolfino, che allora trovavasi provveditore a Treviso. La signoria fece chiedere al re d'Ungheria, se permetterebbe al nuovo doge di uscire dalla città assediata per venire a prendere le redini del governo, ed il re, che non veniva mai meno a coloro che fidavansi alla sua generosità, vi acconsentì all'istante[386].

[386] _Andrea Gataro Historia Padovana, t. XVII. p. 54._ Per altro Marin Sanuto scrive per lo contrario, che il re non accordò la licenza, e che il doge, alla testa di seicento cavalli, si fece strada a traverso alle file nemiche. _Vite dei duchi, p. 652._ Navagero assicura che Dolfino abbandonò Treviso soltanto dopo che il re n'ebbe levato l'assedio. _Stor. Venez., p. 1044._ Il più antico storico, da me seguito, era facilmente meglio informato e più imparziale.

La nomina d'un nuovo doge dava opportunità alla signoria di far nuove proposizioni di pace, ed i suoi ambasciatori vennero incaricati di offrire al re tutte le piazze della Dalmazia, ad eccezione della sola Zara; ma queste offerte furono di nuovo rifiutate. Allorchè gli abitanti delle città della Dalmazia ebbero notizia di queste offerte, quelli di Traù e di Spalatro vedendo che la repubblica era disposta a cederli al re, risolsero di prevenire il trattato di pace, e di cattivarsi il favore del re con una pronta sommissione, invece d'aspettare che fosse di loro disposto; attaccarono quindi all'improvviso le guarnigioni che la repubblica teneva nelle loro città, le disarmarono, ed aprirono le porte agli Ungari[387].

[387] _Matteo Villani, l. VII, c. 82. — Navagero Stor. Venez., p. 1044._

Nel 1357 il re Luigi continuò con accanimento la guerra contro i Veneziani; mantenne costantemente nel territorio di Treviso un'armata destinata a bloccare la città, ed a spogliare le campagne. In pari tempo il congresso de' baroni di Bosnia aveva condotta una seconda armata nella Dalmazia veneta, ed aveva assediata Zara, città fortissima, che i predecessori di Luigi avevano più volte assediata con infelice riuscita. Il congresso de' baroni di Bosnia si tenne un intero anno sotto le sue mura, e già disperava di riuscire nell'intento a forza aperta, quando la seduzione compì i suoi desiderj[388]. Due ufficiali tedeschi della sua armata ebbero segrete intelligenze col priore del monastero di san Crisogono contiguo alle mura[389]. Il priore, ch'era tedesco, provvide di scale i suoi compatriotti, ed introdusse gli assedianti nella sua chiesa; le guardie della vicina porta furono sorprese ed uccise, e l'armata ungara entrò in città per questa porta. La guarnigione veneziana, dopo una vigorosa resistenza, fu costretta a ripararsi nel castello[390].

[388] _Matteo Villani, l. VIII, c. 19._

[389] _Marin Sanuto vite de' duchi di Venezia, p. 646._

[390] Il 23 dicembre 1357. — _Joh. de Bazano Cron. Mutin., t. XV, p. 627. — Gaetano Storia Padovana, p. 53._

I Veneziani, abbattuti da tante calamità e spaventati dalla perseveranza del loro nemico, risolvettero in ultimo di chiedere la pace al re d'Ungheria riportandosi per le condizioni alla di lui generosità. Scelsero ambasciatori tra i gentiluomini i più ragguardevoli, e fecero col mezzo loro pregare il re di stender egli medesimo un trattato, che promisero di sottoscrivere all'istante. Luigi, commosso da tanta confidenza, rispose, ch'egli non aveva fatta la guerra che per ricuperare le città spettanti alla sua corona. Queste sole egli domandava, e la rinuncia del doge e della signoria ad ogni titolo e diritto sopra le medesime. Soggiunse che non aveva bisogno di danaro, e che non voleva tributi, ch'era apparecchiato a rendere i castelli conquistati nel territorio di Treviso, perchè non pensava ad ingrandirsi con ingiusti acquisti, ma soltanto chiedeva, che, trovandosi egli obbligato a sostenere qualche guerra marittima, la signoria gli somministrasse ventiquattro galere, di cui pagherebbe egli le spese[391].

[391] Questa condizione riferita dal Villani viene taciuta dagli storici della repubblica. _Marin Sanuto vite, p. 646. — Navagero Storia Venez. p. 1045._

Queste condizioni vennero subito accettate dalla repubblica di Venezia, e la pace fra i due stati si pubblicò in febbrajo del 1358[392]. Il doge che, dopo la conquista di Costantinopoli, portava il titolo di duca di Venezia, di Dalmazia, di Croazia, e di signore di un quarto e mezzo dell'impero romano, fu costretto, dopo questo trattato, e fino al 1387, in cui la signoria ricuperò la Dalmazia, di accontentarsi del più modesto titolo di duca di Venezia[393].

[392] _Matteo Villani, l. VIII, c. 30. — Antonii Bonfinii Rer. Hungar. Dec. II, l. X, p. 269._

[393] _Gattaro Storia di Padova, p. 56. — Libro del Polistore, t. XXIV, c. 42, p. 840. — Marin Sanuto vite dei duchi, p. 643. — Navagero Stor. Venez., p. 1045._

A quest'epoca molte guerre devastavano simultaneamente l'Italia, e perchè cominciate per diversi motivi e continuate indipendentemente le une dalle altre, ci è forza di separarne interamente il racconto. Mentre gli Ungari guastavano lo stato di Treviso, il limitrofo principato di Padova trovavasi in una guerra coi fratelli Visconti, che non aveva verun rapporto con quelle de' Veneziani e del re Luigi. I quattro principati di Padova, Verona, Mantova e Ferrara, eransi collegati, come fu detto altrove, per difendersi contro i signori di Milano, e, nel tempo che Visconti d'Oleggio avea fatta ribellare Bologna, egli pure era entrato in quell'alleanza, che talvolta abbiamo accennata sotto nome di lega di Venezia. Vero è che la guerra tra questi piccoli signori ed i Visconti trattavasi lentamente; alcune scorrerie di cavalli, che non miravano che a guastare il territorio, ruinavano i contadini, ed esponevano a tutti i disastri della guerra le terre aperte, senza recare verun decisivo vantaggio all'una o all'altra parte. Ma l'ambizione e l'orgoglio de' signori di Milano sollevarono ben tosto contro di loro nuovi nemici, che accrebbero le difficoltà della presente loro situazione.

Giovanni Paleologo, marchese di Monferrato, era da molto tempo l'amico e l'alleato de' Visconti; ma l'impunità di un'offesa fatta ad alcuni suoi ufficiali nello stesso palazzo de' Visconti, venne risguardata da lui come una prova della poca stima che questi orgogliosi signori avevano di lui, e bastò questo perchè egli si staccasse dalla loro alleanza[394]. Il marchese di Monferrato aveva accompagnato a Roma Carlo IV, ed il riconoscente monarca lo aveva nominato vicario imperiale in Piemonte e legittimati i suoi titoli alla signoria di Torino, Susa, Alessandria, Ivrea, Trino e di più di cento castella nominate nell'imperiale diploma[395]. Il marchese, di ritorno da Roma, rese più intima l'alleanza che da molto tempo univa la sua famiglia con quella de' Beccaria, che da quarantatre anni governava Pavia. Questa andava debitrice alla protezione dei Visconti della lunga sua signoria su quella città: e, strettamente parlando, i Beccaria erano piuttosto i luogotenenti che gli alleati dei signori di Milano. In una lunga pace avevano essi ragunate grandi ricchezze, e procurata una costante prosperità alla città da loro dipendente[396]. Posti tra i Visconti ed il marchese di Monferrato, eransi, per la vicendevole gelosia de' vicini signori, conservati più potenti di loro.

[394] _Matteo Villani l. VI, c. 2._

[395] _Benven. de san. Gregorio Hist. Montisfer. p. 527._

[396] _Petri Azarii Novariens. Cron., p. 346._

Assicuratosi dell'alleanza de' Beccaria, il marchese di Monferrato s'apparecchiò apertamente a fare la guerra ai Visconti; nè appena furono palesi le sue intenzioni, che tutte le città del Piemonte soggette a Galeazzo Visconti, Chieri, Chierasco, Asti, Alba, Valenza e Tortona, presero le armi per iscuotere l'odioso giogo di questi tiranni. Galeazzo opprimeva i sudditi colle imposte, pagava male i suoi impiegati, vendeva la giustizia e tormentava colla sua avarizia le province a lui toccate in sorte nella divisione[397]; mentre all'opposto il marchese di Monferrato era quello de' sovrani, sotto cui i Piemontesi desideravano di vivere. Onde nell'inverno del 1355 al 1356, tutte le città del Piemonte passarono sotto il suo dominio[398].

[397] _Petri Azarii Chron., p. 403._

[398] _Matteo Villani, l. VI, c. 3. — Petri Azarii Chron. p. 344._

I Visconti per vendicarsi, invece di attaccare il Monferrato, volsero le loro armi contro i Beccaria, creduti più deboli del marchese. Fecero marciare nel mese di maggio una numerosa armata[399], la quale, cingendo Pavia d'assedio, alzò da tre lati tre ridotti di legno, allora chiamati _bastie_; pose in tutti una grossa guernigione, e si ritirò, lasciando la città così strettamente bloccata, che difficilmente poteva essere vittovagliata[400].

[399] _Matteo Villani, l. VI, c. 23._

[400] _Ivi, c. 29._

Eravi fondamento di credere che Pavia non avrebbe potuto difendersi lungamente. La famiglia dei Beccaria, che signoreggiava la città, aveva molti capi tra loro discordi, ognuno de' quali aveva fortezze ed alleanze particolari; anzi uno di loro, chiamato Milano, aveva abbandonato la parte ghibellina attaccata da lungo tempo alla propria famiglia, per unirsi ai conti di Langusco, capi de' Guelfi pavesi[401]. Una causa di ruina, ancora più immediata che la discordia della famiglia Beccaria, erano i depravati costumi de' principi e del popolo, l'immoralità, e la lascivia che i capi del governo ostentavano perfino nelle pubbliche feste[402].

[401] _Petri Azarii Chron., p. 372._

[402] _Ivi, p. 374._

Ma per rispingere gli attacchi de' Visconti un affatto inaspettato vigore venne comunicato ai Pavesi dalle prediche di un monaco repubblicano. Fra Giacomo de' Bussolari aveva in fresca gioventù abbandonato il mondo per consacrarsi ad una vita penitente sotto la regola di sant'Agostino. Dopo aver vissuto alcun tempo come eremita ne' deserti, era stato dai superiori del suo ordine rimandato a Pavia, sua patria. Fu colà incaricato di predicare il mercoledì delle ceneri nella sala del vescovado, ed aveva in tale circostanza mostrato tanta pietà, fervore ed eloquenza, che il popolo lo aveva supplicato di predicare ogni giorno tutta la quaresima, ed il vescovo glielo aveva ordinato. L'impudenza del vizio e la corruzione, di cui davano il più scandaloso esempio i giovani Beccaria, offendevano la sua anima pura ed elevata. Egli aveva predicato contro l'aperta incontinenza delle donne e contro l'usura, e la sua santa eloquenza era stata cagione di una visibile riforma ne' costumi de' cittadini[403]. I giovani Beccaria erano omai i soli che non pensassero a correggersi; mentre i capi della loro casa, Castellino e Fiorello, che temevano gli effetti dei vizj e delle dissensioni dei loro nipoti, eccitavano il monaco a predicare coraggiosamente ed a non risparmiare chicchefosse. Castellino Beccaria, ch'era ammalato, facevasi sempre portare in lettica alle sue prediche[404].

[403] _Matteo Villani, l. VIII, c. 1 e 2._

[404] _Petri Azarii Chron., p. 374._

Infatti frate Giacomo più non si limitò ad attaccare i vizj privati; inveì dal pulpito contro quelli della nazione e contro quelli de' principi, contro la viltà de' cittadini, contro il loro egoismo, contro la loro tolleranza della schiavitù, contro la corruzione, l'ingiustizia e la crudeltà de' tiranni. Con questi discorsi risvegliò l'amore di patria ne' cuori in cui da lungo tempo era già spento, facendolo a bella prima agire contro i tiranni di Milano che in allora cercavano di rapire ai Pavesi l'indipendenza nazionale, come i tiranni domestici avevano loro tolta la libertà. Eccitò il popolo a riprendere, per sua difesa, le armi da lungo tempo deposte in mano di soldati mercenarj; chiese ed ottenne i soccorsi dal marchese di Monferrato; indi fece preparare delle scale, ed il 27 di maggio in sul fare del giorno sortì egli stesso alla testa d'un corpo di fedeli che aveva adunati nella chiesa e di cui avea fatta un'armata, e la condusse da valoroso capitano contro il primo ridotto de' Milanesi posto sul Ticino. I Tedeschi al soldo de' Visconti, che custodivano questo ridotto, sconcertati dall'impeto straordinario de' Pavesi, opposero loro breve resistenza; la _bastia_ fu presa ed abbruciata, ed uccisi, fatti prigionieri o dispersi coloro che l'occupavano. Frate Giacomo avanti che s'intiepidisse l'entusiasmo de' suoi concittadini li condusse immediatamente ad attaccare il secondo ridotto dall'altra banda del Ticino, ove i Tedeschi, spaventati dalla disfatta dei loro compagni, non fecero maggior resistenza: dietro al secondo fu preso anche il terzo ed abbruciato come gli altri due. Dopo i ridotti vennero in potere de' vincitori diverse barche nemiche adunate sul Po dalla banda di Piacenza; e per tal modo fu in un solo giorno levato l'assedio di Pavia, e dispersi i soldati che vi teneva il nemico, quando tutta l'Italia credeva che quella città dovesse arrendersi[405].

[405] _Matteo Villani, l. VI, c. 36._